lunedì 22 settembre 2014

SCOZIA: IL NAZIONALISMO ECONOMICISTA E TERRITORIALE SENZA LINGUA NAZIONALE HA SUCCESSO MA NON VINCE


Il voto scozzese ha chiarito cosa è e dovrebbe essere un referendum di autodeterminazione nazionale in un paese veramente democratico, liberale, conservatore e laburista come la Gran Bretagna, composto da tre nazioni da sempre riconosciute come tali,Galles, Inghilterra e Scozia.


Ha dimostrato anche che il nodo pregiudiziale da sciogliere non è il risultato ottenuto ma il nulla ostare all'esercizio di un fondamentale diritto civile ed umano che è la possibilità di verificare col voto la volontà di indipendenza espressa da una parte rilevante di una nazione o minoranza nazionale che lo voglia.

Infatti contrariamente a quanto spesso si creda l'esercizio del diritto di autodeterminazione della nazioni, pur prevedendo che si chieda e si voti per l'obiettivo massimo che è l'indipendenza nazionale, con relativa previsione di costituzione in uno stato indipendente e col diritto alla separazione da quello del quale si fa parte, generalmente abitato da un altra nazionalità maggioritaria e che possiede i fondamentali poteri di sovranità, ma può anche a fronte di sempre legittime richieste differenti o più articolate, esercitarsi per richiedere altri obiettivi.

Può essere richiesta ad esempio l'indipendenza e il massimo di sovranità statuale con una contrattazione di tipo federale o confederale con lo stato e/o la nazione dominante.

Ovvero si può desiderare una forma statuale di autonomia nazionale, col recupero di importanti poteri statuali e sopratutto linguistici e culturali.

Oppure è questo è il caso di minoranze nazionali piccole o deboli che non vanno al di là della richiesta di vari tipi di autonomia amministrativa o solo culturale e linguistica.

Tutto ciò in relazione al campo geopolitico di appartenenza, come generalmente è in l'Europa occidentale, nella quale le irrisolte questioni nazionali e linguistiche sono state causa di innumerevoli guerre e dei due ultimi conflitti mondiali, comprese le ferite che sembrerebbero appena chiuse, almeno dal punto di vista della violenza impiegata per fini indipendentistici, della lotta armata in Irlanda, Euskadi, e Corsica.

Il caso Britannico-Scozzese è tutto particolare è differisce da quello spagnolo, francese e Italiano che si rifiutano anche di poter ammettere l'eventualità di un referendum sull'autodecisione della nazioni senza stato incluse nei loro confini, considerandone il solo proporli illegittimo, illegale e addirittura criminale.

Per non parlare di altri casi molto controversi ed attuali, presenti in altre realtà e per motivi principalmente geopolitici, come in Ucraina, dove le richieste di autodeterminazione, endogene o eterodirette che siano di nazionalità o minoranze nazionali generano repressioni violentissime, violenze e guerre.

Ciò avviene perché oltre alle questioni politiche, culturali, linguistiche, di sovranità statuale e quindi di indipendenza e d'irredentismo, si pongono con l'esercizio dell'autodecisione la definizione di nuovi confini statuali e quindi emerge la eterna causa massima delle guerre e comunque dell'uso della violenza per il possesso della terra e della sovranità su di essa, comprese le pulizie etniche per conformare ai confini conquistati una nuova omogeneità etnica e linguistica.

Una delle regole di un referendum di autodeterminazione dato che in nessuna nazione senza stato la popolazione non comprende anche cittadini di diversa origine nazionale è che, stabiliti i confini territoriali entro i quali svolgere la consultazione , votino i residenti certificati in quei territori.

Ciò ad evitare che massicci spostamenti di popolazioni artificialmente creati spostino la correttezza del risultato, la residenza dovrebbe essere posseduta da almeno un anno o da una data stabilita dalle regole della consultazione garantite internazionalmente e controllate da osservatori esteri.

Questo è avvenuto ad abundantiam in Scozia.

Il Governo britannico ha dato un grande esempio di democrazia e di autentica interpretazione del diritto di autodederminazione, non ponendo nessun ostacolo pregiudiziale al suo svolgimento e negoziando le regole del gioco al quale ha poi partecipato.

Se si vuole riflettere di più sarebbe da interrogarsi quanto e come abbia contribuito al risultato il diritto di voto allargato ai sedicenni.

Sopratutto da parte degli indipendentisti.

Il voto dei ragazzi ha aumentato il numero dei No è in quale misura?

Oppure ha aumentato il numero dei Si contribuendo al buon successo degli indipendentisti passati dal previsto 30% di un anno fa al 45% dei risultati definitivi?

Al contrario è stato ininfluente?

Il successo del referendum di autodeterminazione della Scozia, in quanto tale e come corretto uso di un diritto civile, politico e naturale di ogni nazione, serve come utilissimo esempio per la riflessione, sia di chi ha sperato nel Si che nel No.

In prima istanza per i Britannici e gli Scozzesi ed in particolare per i partiti politici interessati e sopratutto per i Governi Britannico e Scozzese che dovranno trarne le conclusioni e avviare una massiccia negoziazione per la Devolution di altri poteri promessi da Londra per favorire i No e di riconoscimento di legittime richieste scozzesi, nella prospettiva attuale di una riorganizzazione almeno federalista del Regno Unito di Scozia, Galles, Inghilterra e Irlanda del Nord, con una nuova Camera dei Lord per le Nazioni componenti il Regno Unito , scongiurando l'ipotesi di una riproposizione futura del referendum sull'indipendenza della Scozia se le risposte non saranno ritenute sufficienti o inevase , come avvenne nel Quebec nel 1980 e poi nel 1995.

In seconda istanza per gli altri Stati europei e per le nazionalità senza stato che chiedono al loro interno l'Indipendenza.

Prima di tutti il Regno di Spagna, e la Generalitat catalana, che si confrontano e scontrano riguardo al prossimo referendum sull'indipendenza di Barcellona da Madrid.

Tutti stanno riflettendo, compresi i partiti politici che poi sono il motore delle decisioni e riflettono tendenze, aspirazioni e anche pulsioni rivoluzionarie e reazionarie ed é interessante notare come il Partito socialista spagnolo per bocca del suo Segretario generale Sanchez abbia parlato di una soluzione federale come ulteriore riforma del Regno di Spagna.

Anche i catalani staranno riflettendo sul fatto che il loro referendum e ammesso che si possa celebrare senza traumi si può anche perdere, perché in ogni luogo ove si vota e con coinvolgimenti anche emotivi e propagandistici elevati ed ora globalizzati, può valere la massima aurea: piazze piene urne vuote.

Ad urne appena chiuse avevo percepito la possibilità di una sconfitta del Si, pur sperando caldamente in una sua vittoria e ne ho scritto subito i motivi che sono conseguenti ad una mia lunga frequentazione del Partito nazionalista scozzese, dall'ammirare la sua politica generale sviluppatasi in decenni di cammino, ma anche da una critica amichevole ma decisa che mai era mancata da parte mia nei loro confronti quando ero Vicepresidente dell'ALE che riunisce molti partiti nazionalisti europei e che differenzia ad esempio il loro nazionalismo da quello catalano, diversità d'impostazione che si è manifestata in maniera molto forte nella loro campagna elettorale.

In poche parole, dato che il mio punto di vista necessiterebbe di una lunga argomentazione, il nazionalismo del SNP è complessivamente vincente anche dopo il referendum ma non tanto da superare almeno il 50% dei voti dei propri connazionali, non per ECCESSO di ECONOMIA, in quanto questo tema con altri importantissimi è stato sviluppato magistralmente, ma per DIFETTO di importanza rivolto alla LINGUA GAELICA che è la matrice della Nazione scozzese.

Il loro è un nazionalismo forte ma monco in quanto NAZIONALISMO ECONOMICISTA e TERRITORIALE che trascura i valori nazionali.

Non che mancasse il richiamo ma solo di maniera ai valori linguistici di popolo celtico e non anglosassone, ma è mancato il lavoro di ri-costruzione dell'identità nazionale scozzese e di prospettiva su basi culturali profonde, spirituali ed emotive, considerando la lingua Gaelica un soprammobile, una decorazione, e in fondo un elemento folklorico da esibire ma non praticare politicamente, come invece hanno fatto e fanno con grande successo i baschi e i catalani.

Da notare che la Scozia, il Paese Basco e la Catalogna non sono parti sottosviluppate degli stati dai quali vogliono l'indipendenza, ma parti sviluppate, con grande cultura economia, scientifica, commerciale ed industriale che sempre hanno dato valore alle questioni economiche, finanziarie e fiscali.

Invece, pur salvaguardando la loro anglofonia che in un mondo globalizzato è un valore aggiunto, non si è data dignità programmatica al bilinguismo da valorizzare con il Gaelico in modi e tempi opportuni ma come valore nazionale fondante e riconoscendo al Gaelico lo status di lingua PROPRIA della nazione scozzese pur essendo fortemente minoritaria ma non estinta.

Si è sottovalutato il fatto che le indipendenze, quando sono nazionali, si conquistano quasi sempre per un prevalere nei momenti decisivi, non di sole ragioni razionali ed economiche che non possono comunque mancare, ma per la forza insopprimibile che in popoli e nazioni, sia ricche che povere, nasce da un impulso unitario profondo.

Questa energia unificante primigenia è conservata nel profondo dell'anima di ogni componente della nazione che si vuole emancipare e governare e unisce anche chi è convinto di diverse visioni economiche, religiose, politiche particolari, sentendosi parte di un corpo solo spinto fondamentalmente dai valori ancestrali della propria lingua, anche quando è stata ridotta a pochi parlanti e che però si vuole programmaticamente far rinascere.

Con questo che io considero un errore politico di grande rilevanza che è costato loro la sconfitta, il nazionalismo dello SNP si è rivelato alla prova del voto come ECONOMICISTA e quindi non è riuscito ad unire la NAZIONE SCOZZESE che tale non si è sentita compiutamente, regalando oggi all'Inghilterra ed ai suoi valori nazionali caratterizzati dalla lingua inglese buona parte del 55% dei NO che invece in un prossimo referendum e con un cambio di politica potrebbero dare la vittoria all'indipendentismo.

Tornando a noi sardi, l'esempio pur con le debite differenze, trova epigoni nelle tante organizzazioni indipendentiste che trascurano o ignorano la lingua sarda come fattore di coesione della NAZIONE sarda e privilegiano valori quali l'insularità e il suo isolamento nei trasporti e il sottosviluppo o l'oppressione coloniale, utilizzando la lingua sarda quando va bene solo nei titoli del loro marketing politico senza nessun impegno concreto, invece di farne la colonna portante di una strategia di liberazione nazionale e indipendenza , operando un NAZIONALISMO SARDO ECONOMICISTA E TERRITORIALE con spesso l'aggravante dell'estremismo di sinistra di matrice tutta italiana che allontana i sardi dall'indipendentismo che non diviene di massa e quindi è impotente, querulo, diviso e parolaio, come si è mostrato con le sue cento bandierine e leaders nella gita scozzese.

Figuriamoci che successo si potrebbe avere con chi afferma che le bandire nazionali sarde sono due, che i quattro mori fanno schifo, che le lingue sarde sono due e quindi in Sardegna esistono ben due nazioni distinte per lingua, che l'italiano è una delle cinque lingue nazionali dei sardi ed amenità di questo tipo. Senza contare che ci sono anche i sardi che non si lamentano perché l'Autonomia è poca ma perché sarebbe troppa e bisognerebbe proprio abolirla.

Sembrerebbe ma non sono pessimista, anzi, credo proprio che dopo una riflessione approfondita, si possa iniziare a lavorare per un Referendum autogestito per l'indipendenza della Sardegna.

Sarebbe lo strumento per confrontarsi, progredire e forse mietere grandi successi.



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