giovedì 12 maggio 2016

AEP: CHE IL TTIP MUOIA SE MINACCIA LA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE

vocidallestero







Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph torna a parlare del TTIP e della crescente insofferenza dei governati europei non solo all’accordo di libero scambio transatlantico, ma alla globalizzazione in generale. Ormai è chiaro, sostiene AEP, che la globalizzazione è la causa dell’impoverimento della classe media occidentale e della crisi della democrazia sempre più vincolata da organismi internazionali di tecnocrati non eletti, e che la crescente diseguaglianza alimenta gli squilibri economici globali e la radicalizzazione del dibattito politico. Il TTIP esacerberà tutto questo e avrà un effetto economico irrilevante a dispetto di un ulteriore perdita di controllo democratico sulle nostre leggi, regole, principi, e sul nostro stile di vita.



Ambrose Evans Pritchard

Non amato, intempestivo, e inutile, il presunto patto di libero scambio tra l’Europa e l’America sta morendo di morte lenta.

Gli olandesi hanno messo insieme 100.000 firme per chiedere un referendum su questo Transatlantic Trade and Investment Partnership [partenariato transatlantico per gli investimenti e il commercio, ndT], o TTIP, come lo conosciamo. Il numero è destinato a salire dopo che Greenpeace ha fatto trapelare 248 pagine dei documenti negoziali durante il fine settimana.

I documenti non mostrano esattamente una “corsa al ribasso negli standard ambientali, della tutela dei consumatori e della salute pubblica” – come sostiene Greenpeace – ma alzano una bandiera rossa su chi stabilisce le nostre leggi e su che tiene le redini dei nostri parlamenti eviscerati.

Gli elettori olandesi quest’anno hanno già rimproverato Bruxelles una volta, buttando alle ortiche un accordo di associazione con l’Ucraina in quella che in realtà è stata una protesta contro la più ampia conduzione degli affari europei da parte di un clero UE che ha perso contatto con la realtà economica e politica molto tempo fa.

Il presidente francese François Hollande non può nascondersi da quella realtà. Di fronte a indici di gradimento del 13pc nell’ultimo sondaggio TNS-Sofres, ad un ammutinamento contro il TTIP all’interno del suo stesso Partito Socialista, e all’annientamento elettorale nel 2017, si sta ritirando. “Non vogliamo libero commercio senza freni. Non accetteremo mai che siano minacciati principi fondamentali”, ha detto.

In Germania, solo il 17pc ora supporta il progetto, e appena la metà considera il libero scambio di per sé una “buona cosa”, una svolta sorprendente per un paese mercantilista che ha orientato il suo sistema industriale alle esportazioni.

Le critiche hanno colpito nel segno. Olandesi, tedeschi e francesi sono giunti a sospettare che il TTIP sia una fregatura da parte di avvocati aziendali, l’ennesimo accordo dietro le quinte che permette a chi detiene il capitale di ingannare il sistema internazionale a spese della gente comune.

Principi importanti sono in gioco. I documenti di Greenpeace mostrano che il “principio precauzionale” dell’UE viene omesso dai testi, mentre la dottrina rivale dell'”assunzione del rischio” di origine USA è citata frequentemente. Chiaramente, i due approcci sono fondamentalmente incompatibili.

Personalmente, penso che la filosofia normativa dell’UE sia una delle ragioni principali per cui la regione ha perso i grandi salti tecnologici dell’ultimo quarto di secolo. Ma non è questo il punto. Se le democrazie desiderano vietare le colture geneticamente modificate per infantilismo scientifico, è una loro prerogativa.

Nella nostra epoca liberale è un’eresia – un peccato contro le ortodossie di Davos – mettere in discussione i fondamenti del libero scambio, ma questo rigetto del progetto TTIP in Europa può essere una benedizione sotto mentite spoglie. Le società possono essere spinte troppo lontano.

Le previsioni economiche di primavera della Commissione Europea di questa settimana hanno una illuminante sezione sull'aumento della disuguaglianza. Senza cedere alla fallacia del ‘post hoc, propter hoc’, si tratta di un fatto inevitabile che l’impoverimento della classe operaia in Europa corrisponde esattamente all'avvento della globalizzazione.



Quota del reddito del decile più ricco della popolazione sul reddito totale, Europa (in rosso) e USA (in blu), 1950-2010 (dal libero “Il Capitale nel XXI secolo” di T.Piketty, 2014)

Il rapporto ammette che la delocalizzazione da parte dei produttori può aver giocato un ruolo, intendendo naturalmente che le multinazionali occidentali sono state in grado di mettere i lavoratori dei paesi d’origine contro il lavoro a basso costo in Cina, nei paesi emergenti dell’Asia o dell’Europa orientale. Questo gioco è limitato solo dal costo di spedizione delle merci, o dalla preoccupazione per le norme. E’ il motivo per cui la quota profitti del PIL è aumentata inesorabilmente. I detentori del capitale non sono mai stati così bene.

Sì, sono a lavoro altri fattori. Il cambiamento tecnologico ha aumentato il premio per le competenze. Il ricorso al QE invece di essere uno stimolo fiscale ha gonfiato il prezzo dei patrimoni detenuti in gran parte dai ricchi. Il regime di austerità della zona euro ha reso le cose ancora peggiori, colpendo i poveri nel modo più duro.

Ancora oggi il tasso di disoccupazione giovanile è ancora al 51.9pc in Grecia, 45.5pc in Spagna, 36.7pc in Italia, e 24pc in Francia. Il rapporto mostra che quelli con reddito al di sotto del 40pc della mediana della zona euro hanno subito un calo del 14pc nelle loro entrate nette, anche dopo la crisi Lehman.




Reddito mediano netto nei gruppi di reddito selezionati, area euro, 2005-2014: (rosso) gruppo con reddito inferiore del 40% rispetto alla mediana (nero) gruppo con reddito inferiore del 60% rispetto alla mediana (blu) totale. Indice 100 nel 2005

Questo non è solo un fallimento politico: la disuguaglianza stessa perpetua la depressione, poiché il povero spende e il ricco risparmia, e il problema centrale dell’economia mondiale è il risparmio in eccesso.

Gli squilibri che hanno portato alla sovrabbondanza di risparmio e alla crisi finanziaria globale – e che da allora hanno alimentato il malessere della capacità in eccesso da anni ’30 – conducono tutti in un modo o nell'altro alla globalizzazione, che sia stata il flusso incontrollato di capitali o l’ascesa della Cina.

Forse il grande shock della globalizzazione è un effetto una tantum, ed il peggio è già passato poiché i salari cinesi si sono impennati e il Partito Comunista svezza l’economia dall'eccesso maniacale di investimenti, o almeno dice di farlo.

Ma in questo momento la Cina sta ancora aggiungendo capacità in eccesso in una serie di industrie, e ci sono tutte le ragioni per temere che la prossima crisi mondiale porterà altre questioni ad un punto di rottura, o perché il presidente Xi Jinping svaluterà il Yuan per comprare tempo in politica oppure perché la fuga di capitali gli forzerà la mano. In entrambi i casi saremmo di fronte a uno tsunami deflazionistico.

I leader occidentali non hanno capito appieno che cosa stavano facendo quando hanno buttato giù le difese nel corso dell’ultimo quarto di secolo, e hanno trascurato con leggerezza quello che la concorrenza con la manodopera cinese poteva significare per decine di milioni dei propri elettori.
I grandi partiti socialisti dell’Europa hanno abbandonato il campo, lasciandolo all'estrema sinistra e all'estrema destra. Spetta a Marine Le Pen del Front National denunciare il capitalismo globalizzato come una cospirazione contro i lavoratori, la “legge della giungla”.

Né le elite sanno davvero quello che stanno facendo col TTIP questa volta. Bruxelles stima che il trattato in ultima analisi incrementerebbe il PIL europeo dello 0.5pc. Se questo è tutto quel che c’è, si tratta di un premio irrilevante a dispetto di un ulteriore perdita di controllo democratico sovrano sulle nostre leggi, regole, principi, e stile di vita.

L’esercito di critici del trattato ha ragione nel lamentarsi dei piani per tribunali speciali al di fuori del normale sistema giudiziario che permetterebbero alle aziende di citare in giudizio i governi e di ribaltare le leggi approvate da parlamenti eletti.



Numero di casi ISDS conosciuti (totale alla fine del 2013)

Si può ribattere che ci sono già 57 di questi tribunali ISDS’ in azione in tutto il mondo, o per la Carta dell’Energia, o per la Convenzione di Mosca sui Diritti dell’Investitore. Il loro carico di lavoro è in aumento in modo esponenziale, avvicinandosi a 600 casi l’anno. Ma vogliamo farne un altro, e su una scala di gran lunga maggiore?

Viviamo in un'epoca in cui le persone si sentono sopraffatte da forze globali. L’atto di governo più saggio sicuramente consiste nello spostare l’equilibrio un po’ indietro verso la supremazia parlamentare, che sia in Gran Bretagna, America, Germania, o in Francia.

La questione fondamentale a portata di mano è quella di conservare la vitalità delle nostre democrazie nel momento in cui sono sotto molteplici attacchi da punture di spillo, da parte della Corte europea, o dei tribunali commerciali, o da uno qualsiasi dei proliferanti corpi sovranazionali gestiti da avvocati e tecnocrati che non devono quasi rispondere a nessuno. Se il TTIP non va in porto, così sia.


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