lunedì 30 maggio 2016

Brevi riflessioni d’attualità sull’Occidente terminale 

Luigi Copertino
maurizioblondet.it 





Brevi riflessioni d’attualità sull’Occidente terminale


Molti osservatori hanno evidenziato che, nella questione dei flussi migratori, dietro il buonismo occidentale si celano in realtà le pressioni delle varie Confindustrie e delle banche che nella marea di migranti diretti in Europa vedono un “provvidenziale esercito industriale di riserva” per mezzo del quale tenere ulteriormente bassi i salari europei e ricattare tanto gli autoctoni quanto i già integrati con la minaccia della sostituzione occupazionale con i nuovi arrivati. Dietro le ragioni umanitarie mostrate dall’Occidente vi sono, dunque, ben altre e utilitaristiche questioni.

L’Occidente è responsabile delle peggiori forme di colonialismo storico ma è anche il luogo di nascita ed esaltazione, spesso retorica, dell’umanitarismo. Il concetto di “altro da sé” nasce, insieme all’antropologia culturale, proprio in Occidente ma al tempo stesso questa apertura verso l’altro, e le sue ragioni, è sempre stata accompagnata da uno spirito faustiano, una übris prometeica, una volontà di potenza inusuali.

Questa contraddizione di fondo la ritroviamo anche oggi. Alla Misericordia Divina – che non è affatto una invenzione o una novità introdotta da Papa Bergoglio come i media spingono le masse a ritenere – l’Occidente post-anti-cristiano risponde con un ipocrita umanitarismo che maschera ben più concreti obiettivi di mercato. L’Unione Europea, ad esempio, dimostratasi feroce con i greci che pure sono europei a pieno titolo storico, appare invece “buona” con i migranti. In particolare con quelli siriani. E perché mai proprio i siriani e non anche i nigeriani? La Siria è ancora parzialmente agricola ma la sua agricoltura non è più quella arcaica bensì quella che usa le moderne tecnologie perché il regime “nazional-socialista” di Assad ha garantito la scolarizzazione e quindi la formazione di un ceto di tecnici molto preparati. L’accoglienza selettiva sostenuta dall’Unione Europea, o meglio dalla Germania, si spiega soprattutto tenendo conto di questi fatti.

Coloro che praticano con solerzia il disincanto verso il “complottismo antioccidentale” sono proprio coloro che, poi, si mostrano maggiormente disposti a bere, senza critiche, la bufala del buonismo occidentale. Per comprendere la selettività “antropologica” con la quale le nazioni nordeuropee guardano all’ondata migratoria – i muri servono anche a questo, a selezionare, sulla base della loro utilità per il capitale, chi può passare e chi no – basta chiedersi cosa succede in un mercato quando sopraggiunge un ingegnere straniero con ottime competenze tecniche ma disposto a lavorare per la metà di un suo collega indigeno.

Non si tratta affatto di rispolverare una categoria veteromarxista – quella, appunto, dell’”esercito industriale di riserva” – ma molto più semplicemente di aderire alla realtà delle cose dal momento che proprio la globalizzazione sta riportando alla luce tutta la protervia del capitale che le condizioni storiche nell’Occidente del XX secolo erano riuscite a calmierare imponendo ad esso regole e limiti territoriali. E’ irrealistico non riconoscere che a partire dalla caduta del muro di Berlino molte cose sono accadute e che si è registrato un forte arretramento delle conquiste sociali. Almeno per il momento, la vittoria sembra aver arriso al peggior capitalismo. «C’è stata una guerra di classe negli ultimi vent’anni e la mia classe ha vinto»: sono parole, che risalgono al novembre 2011, del finanziere e miliardario americano Warren Buffett.

La globalizzazione non è stata affatto una dinamica spontanea, come molti credono e tra costoro coloro che pensano così, ossia ricorrendo alla presunta spontaneità del dinamismo storico, come se la Provvidenza e la volontà dell’uomo nulla contassero, di disincantare il presunto “complottismo” dei critici del globalismo. Per realizzare la globalizzazione sono stati firmati precisi trattati, quindi in base ad una chiara volontà decisionale. Nulla, dunque, di effettivamente spontaneo, perché nella storia neanche il mercato, nella sua forma pura e “spontaneistica” alla quale credono i liberisti, è mai esistito. Affinché divenisse quel che è oggi, ossia il mercato moderno, è stato necessaria la compresenza di un altro soggetto, che non a caso nasce nel suo stesso contesto storico, ossia lo Stato il quale, con i suoi ordinamenti legislativi, ha sciolto gli antichi vincolismi comunitari. Chi ha voluto la globalizzazione ha usato lo stesso tipo di solvente culturale rivolgendolo, però, contro i nuovi vincolismi ossia quelli statuali e nazionali.

Sia chiaro: qui non si sta asserendo che la globalizzazione sarebbe stata dettagliatamente elaborata e pianificata, punto per punto, secondo un programma irresistibile, nelle segrete logge massoniche o nelle riservate adunanze della Trilaterale o del Bilderberg. La storia è imprevedibile per gli stessi grembiulini e per gli stessi tecnocrati e spesso i loro programmi hanno trovato impreviste difficoltà di realizzazione. Cosa che dimostra l’esistenza della Provvidenza e del libero arbitrio umano. Quel che nelle logge e nei circoli riservati viene distillato sono piuttosto i paradigmi culturali, gli etat d’ésprit, che poi i media si incaricano, per conformismo, di diffondere ampiamente nell’opinione pubblica – si sa che non c’è cosa di più prefabbricato che la mitica “opinione pubblica” – sostenuti da ingenti risorse finanziarie messe all’opera per lo scopo.

Non i complotti universali, dunque, ma la forza delle strategie culturali è determinante. Al crocevia tra il decennio ’70 ed il decennio ’80 del secolo scorso, ad esempio, c’è stata la cosiddetta svolta “montpelerina” che ha cambiato il mondo in senso neoliberista. La Mont Pélerin Society è un potente think tank neoliberale fondato da Friedrich August von Hayek nell’immediato dopoguerra, nel 1947, per unire le forze di tutti coloro che nella cultura, nella politica, nell’economia si opponevano al paradigma keynesiano, allora dominante, e per propagandare le virtù dell’”Open Society” (tra i 76 consiglieri di Ronald Reagan 22 erano membri di detta associazione, della quale sono o sono stati membri anche Ludwig von Mises, Milton Friedman, Luigi Einaudi, Sergio Ricossa, Antonio Martino ed altri noti nomi della cultura liberale).

Strategie culturali quindi, che certo possono anche diventare, sotto certi profili, “complotti” ma non nel senso becero – del tipo “rettiliano” – che ormai ha dilagato mediante la nuova comunicazione interattiva: esso stesso segno, questo tipo di “complottismo”, dell’ambiguità del globalismo e della sua capacità di creare deliranti stati d’animo anche ricorrendo alla medesima materia culturale o pseudo-culturale di cui si nutre tanto antiglobalismo da strapazzo. Se quel che contano sono dunque le strategie culturali, ad esse si risponde con strategie culturali di altro segno, non con i deliri del complottismo plebeo ed a buon mercato cui abboccano, credendo di essere originali, i più tra i lettori ed i frequentatori di tanti siti e circoli dalle strane ed ambigue origini e finalità.

La globalizzazione, che è soprattutto finanziaria, è d’altro canto una occidentalizzazione del mondo. Questo, però, non significa affatto il trionfo di quanto di buono l’Occidente ha dato al mondo ma lo spargimento globale dei liquami ideologici e decadenziali che esso ha partorito nel suo passaggio storico, che è stato innanzitutto trasformazione, anzi inversione e rovesciamento totale, dalla Cristianità medioevale al Mercato-Mondo. Parafrasando una ben più alta, immacolata ed autorevole Fonte, potremmo ben dire che, avendo gli uomini voltato le spalle a Dio, l’Occidente ha sparso i suoi errori per il mondo intero.

Da ultimo, per restare alla nostra cronaca quotidiana, questo spargimento di errori è avvenuto con le cosiddette “primavere arabe” veri e propri “inverni vicino-orientali”. I regimi nazionali arabi come quello di Assad o di Gheddafi usavano la loro forza ideologica per vincolare psicologicamente coloro che comunque ad essi dovevano un miglioramento delle proprie condizioni di vita rispetto alle generazioni precedenti e non lasciavano certo i propri cittadini liberi di andare dove volessero. Quei regime, come del resto il fascismo italiano, il peronismo argentino, il nasserismo egiziano, ma lo stesso putinismo russo, avevano mille difetti ed a nessuno, tanto meno all’autore di queste riflessioni, piace vivere nella mancanza, per dirne una, della libertà di espressione. Ma non per questo si può disconoscere la socialità di quei regimi, il loro sforzo di miglioramento delle condizioni delle proprie popolazioni. Disconoscere tale socialità, tale sforzo, sarebbe solo una faziosa falsità storica congiunta ad ipocrisia.

D’altro canto non è possibile constatare che l’Occidente usa dei suoi “valori” – la persona, la libertà, la democrazia – in modo strumentale tradendoli ogni giorno. Quando esso dimostrerà di essere conseguente con quei valori allora diventerà davvero difendibile. Ma fino a quando “umanitariamente” continuerà a praticare il più becero machiavellismo, la volontà di potenza per le sue strategie geopolitiche, bisogna usare verso di esso ogni possibile mezzo di disincanto, sottoporre la sua ideologia ufficiale alla più ferma e serrata critica, per mettere a nudo il re che è nudo. La retorica umanitaria dell’Occidente globalizzato, sotto questo profilo, è più insopportabile dell’autoritarismo di Assad. Quest’ultimo almeno non si fa scudo dei valori umani per poi bombardare popolazioni inermi. Se bombarda lo fa e basta, senza retoriche missionarie. L’Occidente è il sistema orwelliano della menzogna organizzata. Il più compiuto tra quelli che hanno finora calcato la scena storica. Esso pretende di “moralizzare” il conflitto in nome dei suoi valori umanitari trasformandolo, però, in una guerra totale contro il “Nemico Assoluto”, senza possibilità alcuna di tregua o di accordo diplomatico. Nemico Assoluto di volta in volta identificato con chiunque si opponga ai suoi interessi. Lo osservava, con l’acume che gli era proprio, Carl Schmitt ne “Il Nomos della terra”.

Essere liberali è cosa difficile che rasenta l’utopia. Anche l’autore di queste riflessioni si sente, intimamente, molto più “liberale” di tanti presunti liberali, nel senso etimologico della parola che significa “generosità”, “gratuità”, appunto “liberalità” e non in quello ideologico, mascherato di presunta tolleranza, che la parola ha assunto nell’Occidente post ed anti-cristiano. Ma, proprio in nome di questo suo etimologico “liberalismo”, egli sfida i liberali, i quali vogliono porre i principi di tolleranza e libertà alla base della civiltà, ad essere coerenti sul concreto terreno della storia – l’unico terreno che, come insegnava Benedetto Croce, essi, i liberali, nella dichiarata disconoscenza di qualsiasi dipendenza oltremondana (il “liberalismo religioso” è solo un flatus vocis del tutto inconsistente), hanno a loro disposizione – ed a realizzare, se ne sono capaci, una società tollerante e libera nell’esclusivo orizzonte storico-mondano. Se il liberalismo fallisce, ed ha già ampiamente fallito, in questa pretesa, siamo autorizzati a desumere che esso è soltanto una sceneggiata per giustificare la volontà di egemonia dell’Occidente post-anti-cristiano. Ed è per questo, oltre che per le giuste ragioni le quali consigliano sempre l’equilibrio nel giudizio storico, che diventa inevitabile, se si è onesti intellettualmente, ammettere che i “nemici” dell’Occidente, i quali non sono affatto stinchi di santo, almeno ci risparmiano l’ipocrisia umanitaria.

L’esodo biblico della migrazione in atto verso l’Europa è l’effetto, appunto, dell’intervento “umanitario” dell’Occidente che, per riorganizzare il Vicino Oriente e la sponda mediterranea dell’Africa secondo il disegno imperiale dei neocons americani – e non stiamo facendo complottismo perché quel disegno a suo tempo fu pubblicamente annunciato dai suoi estensori –, congiunto alle mire di grandezza di Sarkozy (ora Hollade) e di Cameron, ha provocato lo sfacelo al quale assistiamo aprendo la strada ai criminali dell’Isis. L’Occidente si sta dimostrando incapace persino di mantenere l’ordine nei territori conquistati o “liberati”. L’esportazione universale della democrazia era solo propaganda dal momento che la democrazia non è cosa che si adatta a tutte le culture ed in poco tempo.

Sul piano del diritto internazionale, Assad fino a prova contraria presiede il legittimo governo della Siria. Sicché ogni equiparazione tra il suo governo e le bande islamiste, foraggiate dall’Occidente per abbattere un regime sgradito ad Israele ed alleato della Russia putiniana, non ha alcun fondamento gius-internazionalistico. Si può fare questa equiparazione solo se si ritiene sussistente un diritto umanitario, in nome del quale intervenire all’interno della spazio di sovranità altrui. Questo diritto umanitario globale è esattamente quello mediante il quale l’Occidente si è globalizzato. Dietro le giustificazioni umanitarie, però, si nascondo sempre ferrei e disinibiti rapporti di forza che del romanticismo pacifista si fanno beffe.

Ecco perché la sconfitta di Assad non sarebbe la vittoria dell’Umanità ammesso e non concesso che questa deità laicista sia meritevole di devozione. Putin lo ha perfettamente capito. Per questo è intervenuto in Siria. A tutela senza dubbio anche degli interessi geopolitici russi ma soprattutto perché egli ha compreso che, per quanto la cosa possa sembrare paradossale a chi, inseguimento i suoi sogni costruttivistici di segno liberale, non tiene conto della realtà, le ragioni della civiltà, nella situazione siriana e vicino-orientale, sono dalla parte del socialismo nazionale di Assad e non da quelle del fondamentalismo fanatico, ed anti-islamico, di Al Baghdadi e del suo preteso califfato. A differenza di Putin, l’Occidente americanomorfo, in preda alle sue ossessioni e convulsioni da “strategia del caos” per timore del mondo non più unipolare ma multipolare che avanza, un mondo nel quale la Russia nazionale e cristiana attuale avrebbe il suo giusto riconoscimento di soggetto responsabile nella cooperazione globale tra i popoli, non riesce ha vedere chiaro quali sono il ruolo e la posizione dei contendenti nello scenario vicino-orientale.

La popolazione siriana, prima dell’intervento di Putin, è fuggita dalla terra natia. Per il media-sistem occidentale naturalmente si è trattato di fuga dal regime terroristico di Assad. L’avanzare dei tagliagole salafiti e l’arretrare dell’esercito nazionale, non più in grado di difenderli, per i nostri media non avrebbero alcun peso nella fuga dei siriani. Va comunque segnalato che tra coloro che hanno deciso di rimanere a combattere con l’esercito nazionale ci sono molti siriani cristiani, grati per la laicità del regime di Assad che li ha protetti dal fondamentalismo islamico. Sembra che li addestri, orrore orrore!, Hamas. L’Occidente ha sconvolto lo scenario internazionale ma per i media sembra esistere un solo criminale ossia Assad mentre i crimini occidentali passano in secondo piano. Il mondo unipolare che si tenta di costruire non può ammettere incertezze nella distribuzione delle colpe e delle responsabilità: tutti i buoni sono da una parte, quella occidentale, e tutti reprobi dall’altra parte.

Il sistema occidentale della menzogna organizzata si serve di una potente arma mediatica, l’antirazzismo. In particolare nella versione della lotta all’antisemitismo. Ogni volta che si intende inchiodare mediaticamente questo o quell’oppositore dell’Occidente entra in scena l’accusa di razzismo spesso con l’aggravante dell’antisemitismo. Ma anche questa è una pura costruzione ideologica. Infatti si può essere razzisti odiando, ad esempio, i negri ma non aver nulla contro gli ebrei. Il primo ministro ungherese Orban, ad esempio, una delle “bestie nere” dell’Unione Europea che a malapena lo sopporta, ha preso misure contro rom e sinti, non contro gli ebrei. Non a caso Jobbik, il partito neonazista ungherese, lo accusa di essere troppo “liberale”. Orban è soltanto un conservatore, un nazional-conservatore. In altre situazioni storiche, forse, avrebbe potuto essere un fiancheggiatore della marea nazista ma non un nazista.

Si può essere favorevoli, e l’autore di queste riflessioni lo è, alla sua politica di difesa della sovranità monetaria – ha tentato di abolire l’indipendenza della Banca Centrale ungherese – ritenendola una cosa buona e legittima di fronte alle pretese della tecnostruttura europoide. Ma non per questo si deve poi per forza aderire anche alla sua politica verso le minoranze etniche, benché, per ragioni di realismo politico, non sempre si può biasimarlo, in assoluto, se tenta di evitare il caos alle frontiere. Senza negare le forti ombre della sua politica, è solo sfacciata ipocrisia quella dei nostri media che ne fanno un nemico del genere umano, un cripto hitleriano. In verità, Orban da fastidio all’eurocrazia da quando ha modificato la costituzione ungherese abrogando le norme che dichiaravano l’indipendenza della Banca Centrale e la legalizzazione dell’aborto.

I professionisti del pensiero unico vogliono far credere che i “poteri finanziar-capitalisti” sarebbero le povere vittime di una ingrata ed ingenerosa diffamazione che non esiterebbe a fare di loro i “nuovi savi di Sion” e siccome i savi sionisti non esistono anche i poteri finanziari apolidi sarebbero incolpevoli. Se i savi anziani non esistono, la finanza apolide, però, esiste eccome e tutti noi ne sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle il cinismo.

I nostri media si indignano per il muro confinario di Orban e di altri governanti europei ma poi tacciono completamente sul muro israeliano. Ma come non provare la stessa indignazione per l’uno e per l’altro muro e come non far sconti neanche ad Israele solo perché così impone la vulgata corrente? Dicono che Israele si difende e che ne ha il diritto. Ma perché mai tale diritto dovrebbe essere negato all’Ungheria o all’Austria? I profughi non si fanno saltare in aria ed i terroristi sono di seconda generazione, verissimo. Ma può essere rivendicato o no il diritto a difendere il lavoro nazionale da possibili effetti distorsivi della concorrenza al ribasso sui salari? O esiste solo il pericolo del terrorismo?

Un bambino palestinese ucciso equivale o meno al povero Aylan? Non ci sono, non ci possono essere, distinzioni. Ma i nostri media ci hanno mostrato quella povera creatura annegata nel viaggio nell’Egeo, oltretutto manipolando la scena del ritrovamento del suo corpicino per fare più colpo e sensazione (quando si afferma che l’Occidente è la menzogna organizzata si vuol intendere anche cose come questa), mentre ci hanno nascosto una scena simile, poi circolata sul web, che mostra un povero bimbo palestinese riverso, esattamente come Aylan, fulminato dal fuoco “amico” (amico dell’Occidente) di Israele che, però!, si stava difendendo. Ecco: questa è l’ipocrisia occidentale che indigna.

Lo Stato di Israele mira all’occupazione, con la forza militare e quella dei coloni fanatici, della spianata del Tempio, luogo sacro dell’Islam. Certo, lì sorgeva il Tempio di Salomone, sono pronti a dire i giustificazionisti. Ed infatti è per quello che i coloni forzano la situazione. Se Benjamin Netanyahu fosse libero di permetterlo, senza ripercussioni globali, quei coloni distruggerebbero Al Aqsa per ricostruire il Tempio di Salomone. Dietro questa assurda aspirazione c’è una ben precisa e folle teologia politica messianica che se realizzata, con la distruzione della Cupola della Roccia, porterebbe ad una deflagrazione globale. Perché mai i nostri media non accusano di razzismo anche Netanyahu che è un nazional-conservatore come Orban e pratica, contro i palestinesi, politiche discriminatorie molto simili a quelle che il capo di governo ungherese pratica verso i rom? C’è poco da minimizzare su chi invoca per sé ogni considerazione per le persecuzioni storicamente subite e poi a sua volta non conosce misericordia verso il prossimo. Anche qui siamo di fronte all’ipocrisia.

La condizione dei giovani oggi non è affatto facile e molte colpe ricadono sui padri. Una soprattutto ossia quella di aver creduto, secondo i canoni di un facile ottimismo anni sessanta, che il miglioramento della vita intervenuta nel secolo scorso fosse irreversibile e che i loro figli non avrebbero avuto problemi. Con questa illusione c’entra anche l’umanitarismo occidentale con la sua prospettiva di una realizzazione mondana delle promesse escatologiche. A questa colpa si deve aggiungere che, mentre cantavano le lodi delle “magnifiche sorti e progressive”, essi, i padri dei giovani di oggi, non si sono accorti del nuovo paradigma culturale, quello “montpelerino”, che intanto avanzava.

Se anche si dimostrasse che non sono stati i poteri finanziari a pianificare l’esodo migratorio in corso essi ne sarebbero egualmente corresponsabili avendo destabilizzato, mediante la globalizzazione, il mondo. Destabilizzazione di cui le guerre democratiche dell’Occidente sono state un elemento integrante. E’ innegabile che i poteri finanziari, anche se si dimostrasse che non hanno programmato alcun esodo biblico, approfittano, se possono, della manodopera che riesce ad arrivare in Occidente, quella che comunque si ritrovano in casa indipendentemente da qualsiasi loro pianificazione dell’immigrazione. Forse, dopo la delocalizzazione delle imprese occidentali in Asia, è arrivata la risposta della delocalizzazione della manodopera asiatica ed africana in Occidente.

I poteri finanziari non hanno un progetto organico, non esiste il Grande Cospiratore (se non quello di natura angelica ma questo è un altro discorso). Essi puntano senza dubbio al Mercato Globale e lavorano in tal senso ma da questo ad immaginare, perché questa è l’accusa che toglie il diritto di cittadinanza nella pubblica discussione, la cospirazione dei Savi ce ne passa. Questa è la strategia di chi un discorso, pubblico o meno, neanche vuole affrontarlo: più facile inchiodare chiunque sia critico della menzogna occidentale al solito refrain del complottismo.

Sugli immigrati la Merkel ha cambiato idea solo perché si è resa conto che nel caos nessuna integrazione sarebbe possibile e perché ha capito che il suo elettorato conservatore e perbenista non gradisce alcuna apertura. Ma questo non significa che, invece, il capitale non guardi positivamente alla migrazione magari organizzata al fine di mettere in concorrenza lavoratori auctotoni e gli stranieri. In Puglia, dicono i sindacalisti locali, i nostri concittadini, se vogliono lavorare, devono accontentarsi di un salario da fame perché quello è il salario accettato dai nigeriani e mediorientali, a loro volta povere vittime dello stesso caporalato. Qui siamo alla guerra tra poveri, la più odiosa.

L’umanitarismo altro non è che un cristianesimo senza Cristo, una pretesa tautologica di fondare la fratellanza tra gli uomini senza un Padre comune, senza l’Amore trascendente che si piega kenoticamente sulle nostre miserie. Il fallimento dell’umanitarismo, che possiamo constatare anche nella questione dei migranti, sta tutto nella sua pretesa che ciascuno dovrebbe amare il prossimo solo perché uomo come lui. Sartre, da ateo, diceva che il prossimo è l’inferno ed Hobbes, da deista, affermava “homo homini lupus”. Sia Sartre che Hobbes, in un certo senso, non hanno neanche tutti i torti e avrebbero ragione se nella storia umana non si fosse rivelata una Luce, quella dell’Amore Infinito, senza della quale l’umanità non potrebbe coltivare alcuna speranza in ordine alla propria salvezza, anche temporale. L’umanità non è capace di salvarsi da sola ed in questo, oltre che nella sua natura parodistica, che sta il fallimento dell’umanitarismo dietro il quale – l’Occidente ne è la prova storica più eclatante – si nascondono solo orgoglio e volontà di potenza. Che, poi, sono la radice spiritale dell’ipocrisia di chi bombarda in nome dell’umanità e si permette di giudicare, nelle tante Norimberga, anche quelle mediatiche, chi, come Assad padre, nel 1982 ha fatto bombardare i suoi cittadini. Ma, come detto, il dittatore siriano, se non altro, non invocava affatto ragioni umanitarie o democratiche e quindi era cinicamente sincero.

Ora se si spegnesse quella Luce, come molti vorrebbero soprattutto in Occidente, l’umanità resterebbe al buio, alle prese con le sue deficienze ontologiche, e l’intera storia umana altro non sarebbe che quel che in fondo è, se non ci fosse alcuna speranza oltremondana, ossia una serie concatenata di guerre, violenze, misfatti, sopraffazioni, dominazioni, sottomissioni, umiliazioni, vendette e via dicendo. Invece quella Luce, quell’Amore Infinito, al quale i cristiani, come l’autore di queste riflessioni, pur nelle loro indegnità e debolezza, credono e si affidano, è entrata nella storia, fino a farsi crocifiggere per salvarci ed evitarci – presuntuosi illusi di poter realizzare da soli la Pace – il fallimento completo. Quella Luce, quell’Amore Infinito – attenzione! – ha un veicolo di trasmissione, che Essa stessa ha voluto e fondato, ossia la Chiesa, nonostante già conoscesse tutti i potenziali errori, misfatti e peccati dei quali molti cristiani, compresi molti uomini di Chiesa, si sarebbero macchiati. Anzi quella Luce rifulge ancor di più in una Chiesa santa ma composta di peccatori. Rifulge in quelle figure, nient’affatto rare come si tende a pensare, che accogliendola sul serio hanno ad Essa permesso di manifestarsi, lungo i secoli, tra gli uomini.

Nessun riduzionismo storico – sul tipo di quella storiografia per la quale il ricco giovane di Assisi sarebbe stato l’espressione della lotta di classe dei suoi tempi o perlomeno del desiderio di autonomia del laicato, spesso ereticale, dall’egemonia dispotica del clero teocratico, che reagendo avrebbe poi “normalizzato” il movimento francescano – può efficacemente convincere che, senza il cuore ripieno di quell’Amore Infinito, sia possibile abbandonare ogni agio e ricchezza e vincere il naturale ribrezzo per abbracciare le carni macilente di un lebbroso. Ne si tratta di cose del tempo medioevale che fu. Madre Teresa di Calcutta è l’esempio contemporaneo che quel possibile impossibile Amore c’è, opera, si fa presente nella vicenda umana. Tanto presente ed operante da aver persino toccato nell’intimo un vecchio rivoluzionario fascio-comunista come Fidel Castro, il quale colse l’occasione della visita papale a Cuba per domandare a Benedetto XVI come ha fatto una donnetta albanese, del tutto insignificante agli occhi del mondo, a dare concretezza alla dignità umana che lui, come rivoluzionario, ha politicamente inseguito una vita intera senza essere riuscito a realizzarla. Così come non ci riesce l’Occidente liberale, democratico, umanitario.

Lo Stato etico, come è noto, è uno dei frutti dell’umanitarismo, come sopra descritto, ossia quale pretesa dell’uomo di costruire da solo la storia e le regole della convivenza. Quanta realpolitiker, quanta eticità immanente, c’è nella strategia geopolitica dell’Occidente, il quale nascondendosi dietro l’esportazione della Libertà e della Democrazia, pretende di imporre il pensiero unico e l’unilateralismo al mondo intero mentre si diletta in policy bombing un po’ dappertutto al di fuori di casa (ed anzi in Ucraina forse avrebbe il coraggio di farlo anche sull’uscio di casa)? Solo l’Occidente è legittimato ai processi di Norimberga ed a giudicare i crimini altrui? A Norimberga, ad ergersi a giudici dei criminali nazisti, sono stati gli americani, ancora con le mani lorde del sangue radioattivo delle centinaia di migliaia di cittadini di Hiroshima e Nagasaki (nel caso di questa ultima città si trattava oltretutto, in maggioranza, di giapponesi cattolici), ed i sovietici, i cui gulag funzionavano in quel momento a pieno regime. Chi è senza peccato scagli la prima pietra!

Ogni ordine umano, politico o economico, è sempre in qualche modo la ratifica di concreti rapporti di forza, interni o internazionali, e questo vale anche per l’Occidente con l’aggravante della sua mediatica ipocrisia umanitaria più volte ricordata. Per i cristiani apostolici la sfera del Politico è naturalmente legittima né essa è, come affermato dai protestanti, satanica per sua essenza. Non è però possibile negare che tale sfera, in quanto costituisce di uno degli spazi o ambiti dell’esistenza umana, è ontologicamente ferita dal peccato che solo quell’Amore Infinito può redimere. Ed ecco perché, come cristiani, non possiamo affatto essere tentati dalle escatologie politiche, rivoluzionarie o conservatrici che siano, pur non rinunciando, nei limiti realistici del possibile, ad operare anche politicamente per migliorare il mondo. Senza mai dimenticare, con Agostino, che rimossa la Giustizia gli Stati diventano briganti. Come troppo spesso la storia e la cronaca, anche quella degli Stati occidentali, testimoniano.

La misura della fase ormai terminale dell’Occidente post-cristiano è data dalla malthusiana denatalità che lo ha colpito. Se non facciamo figli la colpa è nostra e di questa colpa non possiamo colpevolizzare gli altri, neanche gli immigrati. Il nesso tra secolarizzazione, modernizzazione e denatalità è evidente. Un presunto diritto come l’aborto e la persecuzione occidentale contro il matrimonio e la famiglia sono innegabilmente alla radice della nostra denatalità, con evidenti riflessi persino sullo sbilanciamento dei conti della pubblica previdenza sociale a causa della mancanza di ricambio generazionale nel flusso dei contributi necessari a pagare le pensioni. Con la conseguenza che ora il sistema pensionistico è in via di privatizzazione. Sono queste le contraddizioni della sinistra occidentale che, senza rendersi conto dell’individualismo sotteso alla rivendicazione dei “diritti civili” comprese le nozze gay ed il divorzio facile, vorrebbe difendere il Welfare su basi contrattualistiche e non comunitarie.

Ai migranti del resto non sfugge che in diversi Paesi dell’Occidente, compresa l’Italia, è in atto un processo di pauperizzazione e non a caso essi vogliono tutti raggiungere la Germania o comunque il nord Europa. Solo che – ed ecco di nuovo evidenziarsi il fallimento dei buoni sentimenti umanitari – le risorse anche lì rischierebbero di ridursi e non essere sufficienti per tutti, migranti compresi. La Merkel e Schaüble, purtroppo per loro, non sono capaci di ripetere il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Da qui, forse, l’accoglienza selettiva che la Germania cerca di imporre: ci teniamo quelli utili alla nostra economia e rimandiamo indietro, nei Paesi euro-meridionali, gli altri.

I liberisti hanno criticato il keynesismo accusandolo di voler fare politiche assistenzialiste. In realtà Keynes auspica che, in tempi di crisi, si stimoli l’economia mediante la spesa pubblica produttiva, di investimento, come ad esempio un buon programma di lavori pubblici qualificati per assorbire manodopera, aumentare il reddito e rimettere in moto il mercato deflazionato. Egli non ha mai chiesto assistenza senza lavoro. La famosa espressione, attribuitagli, per la quale bisogna mettere i disoccupati a scavare buche per poi riempirle non è mai stata da lui affermata nei termini nei quali la si racconta ossia nei termini di una proposta politica. Fu usata, provocatoriamente, in un dibattito per dire che piuttosto che non fare nulla, di fronte alla disoccupazione di massa conseguita al 1929, allora sarebbe stato preferibile anche quello. Null’altro dunque che una provocazione alla pari dell’“helicopter money” del suo più accanito avversario, Milton Friedman.

Ora, se per far fronte all’immigrazione si volesse fare una politica per davvero keynesiana si dovrebbero occupare i migranti in lavori di pubblica utilità, salariandoli adeguatamente, quei lavori troppo spesso rifiutati dai nostri disoccupati, invece di lasciarli oziosi tutto il giorno e per di più pagati per non fare nulla. In tal modo, forse si potrebbe anche innescare un circolo virtuoso che potrebbe anche coinvolgere anche i nostri disoccupati e far tornare lo Stato ad una delle sue funzioni principali, quella di “datore di lavoro di ultima istanza” nei tempi di crisi allo scopo di rimettere in moto il mercato. Non solo, potrebbe essere l’occasione per dimostrare concretamente che l’austerità liberista non è un dogma e che si può efficacemente superarla. Forse si potrebbe persino iniziare a far breccia nell’universo chiuso dei nostri media e dei nostri ceti politici facendo concretamente intendere che esistono soluzioni alla crisi alternative all’austerità. Potrebbe essere l’inizio del cambiamento del paradigma, dell’etat d’sprit, attualmente dominante.

Luigi Copertino
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