martedì 9 agosto 2016

La rivoluzione comincia dal Principio

Pietro Ratto 
boscoceduo


Sottraete all'uomo il principio e gli ruberete la sua umanità. Beh: è proprio questo, proprio questo, che sta accadendo.

Appena esce una nuova legge, ognuno cerca subito di capire se potrà trarne un vantaggio oppure no. Non si domanda se sia giusta o meno; non prende mica in considerazione il fatto che quella tal regola sia o non sia moralmente corretta.

No, no. Importa soltanto che "convenga".

E questo, i governanti, lo sanno. E’ proprio questo il sistema che, pian piano, sono riusciti ad ottenere, a partire dalla graduale e sistematica riforma dell'istruzione e dell’educazione delle ultime generazioni di giovani. Tirar su gente senza principi. Gente che accetta un lavoro qualsiasi, anche a condizioni umilianti. Che mette i soldi in cima a tutto. Che se provi a farle capire una questione di principio, proprio non riesce a starti dietro. Che non si lamenta, non si sogna di esprimere - e tanto meno riesce a elaborare - una qualunque forma di dissenso. Gente che preferisce non scioperare piuttosto che perdere un giorno di stipendio. Perché “tanto, alla fine, a che cosa serve?

Tu protesti, ti astieni dal lavoro perché ti scontri con una condizione che reputi ingiusta? Ecco subito i tuoi superiori prenderla sul personale. “Ma come, scioperi? Ma ti rendi conto del disagio che ci crei? Niente da dire: sei il solito fannullone!”. Non sanno cosa sia il principio: a loro non l’ha insegnato nessuno. Niente da fare. Contano solo i fatti, le circostanze materiali.. L’unica ragion pratica in uso, kantianamente parlando, è ormai quella empirica. La ragion pratica pura, quella che valuta il nostro comportamento in base al Principio, in noi ormai è morta. Morta per sempre.(1)
In questi giorni, per esempio, sto cercando di oppormi a un sistema che si presenta come “Valutazione della qualità dell’insegnamento” ma che, sotto sotto, tradisce la solita priorità: stabilire parametri atti solamente a permettere ai più immanicati di spartirsi un bel mucchietto di soldi. E' la cosiddetta Buona Scuola; sono i suoi meravigliosi frutti, dopo tutto.
Ebbene, uno di questi parametri consiste nell'attribuir punti all'insegnante che somministra più verifiche di quelle previste dal suo Dipartimento. Il pericolo del conflitto d’interesse, qui, è evidente: un docente potrebbe orientarsi a inondare i suoi ragazzi di compiti in classe non tanto per motivi didattici, ma al solo fine di veder levitare il proprio stipendio. E’ chiaro, no? La prospettiva è inquietante, perché quella dell’insegnante dovrebbe essere una figura candida, disinteressata. Tutta tesa all'educazione dei suoi studenti. E invece no.

La nostra schifosissima epoca sta sporcando anche questo, anche l’immagine del Maestro, dell'Educatore, proprio con questo tipo di.. “incentivi”.

Riflettiamoci un secondo. Che società è mai quella che semina diffidenza e sfiducia nei confronti dei suoi educatori? In cosa può ancora sperare il mondo, se persino i suoi Maestri sono ormai corrotti?
Bene. Allora tu cosa fai? Tu, che credi ancora nei principi, che cosa diavolo fai? Provi a lottare. Scrivi al Preside, ti lamenti in nome della purezza e della nobiltà del ruolo che ricopri e che intendi difendere. E cosa ottieni, al massimo?

Che i colleghi insegnanti che si dicono perfettamente d’accordo con te vengano però a rimproverarti di non esserti ricordato “di chi ha tante classi”, come loro. E che, di conseguenza - se valesse il principio “più soldi a chi fa più verifiche” - sarebbero sommersi da una mole di lavoro maggiore rispetto a chi, di classi, ne ha meno.

Oppure succede che vengano a dirti: “Hai ragione, sì. Queste regole, per lo meno, avrebbero dovuto comunicarcele all’inizio, non adesso, ad anno scolastico finito. A quel punto, avremmo potuto adeguarci”. Ecco. Al massimo, ottieni questo!

Tradotto terra-terra: “Io, del principio, me ne frego. Mettetemi solo in condizione di approfittare dei vostri parametri nella stessa misura in cui possono farlo gli altri, e io non chiedo di più..”


I dirigenti, i capi, i ministri, lo sanno. Sanno tutto, e ci marciano.

Dispensano ordini, leggi, circolari e disposizioni illegittime ben consapevoli del fatto che nessuno più sappia riflettere sulle questioni di principio. Impongono regole che non stanno né in cielo né in terra contando proprio sulla perfetta ignoranza e l’assoluta cecità di una massa di ignoranti da quattro soldi, di rimbambiti che si sentono furbi a non leggere nulla, a non informarsi e a tenersi il più possibile lontani da qualsiasi forma di riflessione.

Io, nel mio piccolo, faccio un’altra cosa, però.

Lavoro ogni giorno, ogni mattina, con l’obiettivo di insegnare ai miei ragazzi cosa sia un principio e cosa significhi davvero riflettere su tutto ciò che capita.

L’altro giorno alcuni di loro, in piena coscienza, hanno partecipato a uno sciopero contro alcuni punti chiave di questa allucinante riforma scolastica, e sono stati ripetutamente intimiditi. Non si sono tirati mica indietro, però. Hanno risposto alzando il capo, dignitosamente, spiegando, con calma ed educazione, le loro personali ragioni. Nessuno ha potuto danneggiarli, anche se qualche collega ha provato a insinuare che fossero stati fagocitati. Naturalmente, da me.

Nell'aria, la voce che girava in scuola era sempre la solita. "Guarda caso, a scioperare sono stati solo gli alunni di Ratto, il rompiscatole per eccellenza".

Beh, quelle voci son proprio vere, a ben pensarci. E non certo perché il sottoscritto abbia, in qualche modo, tentato di manipolare le loro convinzioni. Non è un caso, è vero, che a protestare siano stati solo loro: i miei alunni.

Dovete infatti sapere che ogni mattina, in classe, questi ragazzi imparano soprattutto una cosa, una cosa di cui il loro insegnante è immensamente fiero. Imparano a ragionare e a manifestar liberamente il loro pensiero. Imparano continuamente a far questioni di principio, su tutto. Proprio su tutto.


E, soprattutto, a farlo sempre e soltanto con la loro testa.







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(1) Cfr. a tal proposito anche: P. Ratto, L'Etica ipotetica
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