venerdì 23 settembre 2016

Scrittura nuragica. Come si scrive ‘Dio (yh) c’è’? Variamente: in modo ‘lineare’ ma anche con una rete da caccia ed un uccellatore. O magari con un nibbio appostato su di un ramo.

Gigi Sanna
maimoni


Fig.1 Foto di Stefano Sanna





Fig.2. Concio di yh l'uccellatore ( Chiesa di Sant'.Antonio di Tresnuraghes)

 La fantasia dei nuragici nel riportare voci ed espressioni del linguaggio formulare sacro nuragico è davvero straordinaria. E ciò è dovuto, naturalmente, alla malleabilità del codice che consente allo scriba di passare senza difficoltà (se non quella della creatività di un disegno originate e mai ripetitivo), dalla scrittura lineare e solo lineare, alla scrittura pittografica, alla scrittura ideografica numerologica, alla scrittura pittografica, numerologica e lineare assieme (in mix), dalla scrittura su supporto semplice alla scrittura ‘con’ o metagrafica (1).


Vediamo, tra le espressioni che si ripetono nel nuragico, quella relativa alla tacita domanda ‘Dio c’è?’ e alla esplicita perentoria risposta ‘c’è’ (e punisce gli sbadati, gli ingenui, tutti coloro che non lo onorano e lo rispettano). La risposta affermativa è testimoniata in vari modi (che pian piano vedremo, non solo in questa breve comunicazione) da quelli più semplici e ‘manifesti’, per noi leggibili per abitudine con poco sforzo, a quelli più complessi, faticosamente leggibili o per nulla leggibili se non con la soluzione di piccoli o grandi rebus; soluzione che richiede lo sforzo del ‘comprehēndere’ dopo un tempo più o meno lungo nell’osservare attentamente, quindi nel vedere e infine nel dedurre.


Partiamo da quelli più semplici (e più immediati dato il nostro consueto modo di ‘scrivere’) .

Poco distanti dalla spiaggia di Is Aruttas e di Su Crastu Biancu , note località balneari della penisola del Sinis, si trovano incise, su due massi basaltici, due scritte (fig.1) composte da due lettere ciascuna (2). Quella di Is Aruttas mostra, in caratteri semitici arcaici (tipologia cosiddetta ‘fenicia’), la sequenza sinistrorsa di una ’aleph seguita da una shin . Quella di Su Crastu Biancu la stessa sequenza, ma destrorsa e con la ‘shin’ di forma differente (speculare).

Entrambe le varianti segniche, come si sa, sono attestate nelle iscrizioni nuragiche, come si può vedere dalla fig.3 dell’alfabeto sardo arcaico e, con esempi concreti, dalla stele di Nora (fig.4), dal coccio del Nuraghe Alvu di Pozzomaggiore (fig.5) e dal concio scritto di Biddamajore (fig.6) del Sinis, documento in cui si registra scritto, per la prima volta, il nome di Tharroš(Tharruš).



Fig.3. Alfabeto nuragico (dal kaph in poi)


Fig.4 (Stele di Nora trascr. con integrazione)


Fig.5.





Trascrizione






Fig.6. Pietra di Biddamajore del Sinis




Le due sequenze con lettura l’una destrorsa e l’altra sinistrorsa (3) offrono in lingua semitica la voce ’š che significa ‘c’è, (Dio) c’è’.

Essa - si stia attenti - può essere scritta (4) anche ’yš oppure, più semplicemente, yš. Più complesso invece è il modo per riportare la stessa voce ricorrendo alla scrittura a rebus con l’acrofonia (5) estesa ai segni pittografici.

L’esempio (davvero spettacolare) che si può addurre è quello della scritta del noto concio della chiesetta campestre diSant’Antonio di Tresnuraghes. Chi ci segue sa che del documento abbiamo già parlato (6) sostenendo che la raffigurazione incisa nella pietra (v. fig. 2) riporta la voce yh, il dio dei Sardi (7) dell’età del Bronzo e del Ferro (di derivazione cananaica, siro - palestinese e non ebraica), che da uccellatore, stando dietro la rete da caccia, cattura e uccide e così punisce gli sbadati e gli incoscienti, le prede che non prestano attenzione alla sua severa e talvolta spietata natura e ai suoi insegnamenti.

La nostra lettura e l’interpretazione del 2013 risultano essere state giuste ma con un non piccolo limite: che non hanno tenuto conto (purtroppo anche ‘osservare’ con attenzione non sempre significa ‘vedere’) del messaggio più profondo (e per questo più nascosto) con procedimento acrofonico dato e dalla evidente voce uccellatore e da quella di rete in lingua semitica. Infatti, l’una rende yqwš יקוש e l’altra šbkh שבכה e quindi in acrofonia yš יש. Nel concio di Tresnuraghes risulta così ora assai meglio specificato il significato della scritta perché in esso non si dice solo (come si era inteso) che yh è uccellatore di uomini ma si diceanche e soprattutto, come monito, che yh c’è, che il dio esiste. Pertanto chiaro l’avvertimento: se pensi di agire tranquillo e di ‘andare’ come ti pare perché yh non esiste e quindi non c’è punizione, sappi invece che il dio è nascosto ed esiste e che sta in attesa di acchiappare con la sua ‘sciabica’ (8) i tordi e i merli ignari e imprudenti come te.

Altro modo complesso e del tutto illeggibile, per chi non conosce a fondo le convenzioni della scrittura nuragica, basata anche su quella che abbiamo chiamato da tempo scrittura ‘con’ (ma si potrebbe chiamare ‘metagrafica’) è quello che si riscontra nei cosiddetti bronzetti nuragici. In questi vale sempre il criterio dell’acrofonia ma tenendo anche conto per essa (niente di diverso rispetto agli attuali cruciverba) dell’aspetto o situazione, cioè del modo in cui appaiono gli oggetti, gli animali o le persone via via raffigurati. Ad esempio, se noi ci troviamo davanti ad un oggetto in bronzo con soggetto ‘uccello’ non dobbiamo solo badare a leggere l’acrofonia relativa a quello specifico animale ma anche a come quell’animale si trova ad essere, in quale atteggiamento sta (come lo scriba artigiano lo presenta all’attenzione dell’osservatore). E’ proprio un uccello in bronzo che, nel piccolo, ci suggerisce brevemente ma efficacemente il ‘modus scribendi’ nuragico che fa uso delle convenzioni suddette. Prendiamo la nota figurina bronzea (fig. 7 ) proveniente dal santuario di Santa Vittoria di Serri, quella che il Lilliu pone in catalogo (9) come n. 247 alle pp. 442 - 443.





Fig. 7. Bronzetto (falco): Museo Arch. Naz. Cagliari.

Lo studioso presenta con lo stesso titolo il bronzetto affermando che si tratta di ‘un uccello dalle lunghe zampe (corvo?)’. L’interpretazione e la descrizione del bronzetto che si leggono nella mezza paginetta sono (come sempre o quasi sempre in tutti i bronzetti) abbastanza puntuali ma non precisi. Dopo il titolo la lettura iniziale è questa: ‘Un uccello con zampe lunghe ed esili, piantate rigidamente parallele su d’una traversa orizzontale appuntita con tracce di piombatura per l’infissione nel supportod’offerta, è presentato di profilo, in atto di riposarsi e guarda, curioso e attento, in avanti’ (nostre le sottolineature). Più avanti lo studioso descrive minuziosamente l’animale e parla anche di ‘gusto’ ornamentale’. Ma più oltre non va, si ferma al ‘decus’, trascurando non solo quello che non poteva ovviamente sapere (e neppure, forse, sospettare), cioè l’esistenza del ‘suono’, ovvero un certo tipo di scrittura, ma anche ciò su cui sarebbe stato doveroso indagare con rigore: il ‘symbolum’. Infatti, non può non sorgere spontanea la domanda: che ci sta a fare un siffatto oggetto votivo piombato in una tavola per offerte di un edificio templare? E’ forse sufficiente il dono di un uccello, con la sua sola forma (10), con il suo ‘ornamento’ o decoro, per rappresentare il sacro? Di fronte alla divinità ci si pone così, in modo del tutto moderno, banalmente laico, offrendole un semplice oggetto, con l’unico significato del più o meno ‘ornato’ ed ‘esteticamente pregevole’? Il presunto ‘corvo’ (o altro che sia con quel becco robusto e gli artigli) non ci dice nulla riguardo alla divinità? Non ci suggerisce proprio nessun rapporto con essa? Non può forse esserne il ‘simbolo’? Un simbolo zoomorfo, per altro, assai significativo?

Procediamo dunque anche noi con il sottoporre ad analisi puntuale il bronzetto, ma tenendo conto dei soliti parametri della scrittura nuragica che, come quelli della scrittura egiziana, prevedono il ‘decus’ formale, il ‘symbolum’ e, soprattutto, il ‘sonus’, dato quest’ultimo dai significanti fonetici. Per la descrizione, vicina a quella del Lilliu ma crediamo più puntuale, inizieremo così, rimarcando le differenze interpretative, piccole e grandi:

Nibbio, falco (un uccello predatore e non semplicemente un ‘corvo’ che guarda, curioso e attento, in avanti’)
Posato in agguato (non nell’atto di ‘riposarsi’)
Ramo (non si tratta di una ‘traversa orizzontale appuntita’).
Supporto, predella.

Ora, se noi, leggendo dall’alto verso il basso (11), avviamo il procedimento atto a rendere acrofonicamente l’animalenibbio/falco, la cosa (oggetto) ramo e l’aspetto con cui viene raffigurato il predatore (posato e in agguato), avremo in lingua semitica:

nibbio ’yh איה
ramo yšb ישב
posato e in agguato šwd שוד
supporto hdn הדן

Il risultato che otteniamo è: איש ה (lui c’è).

Risultato oggettivo ed inconfutabile, come quello che illumina sul dato della presenza del predatore, cioè della divinità, come ‘significativa’ (soprattutto linguistica) offerta votiva. L’analisi puntuale ed il procedimento scrittorio ci offrono così il valore sicuro del ‘simbolo’, non ricavabile con certezza senza l’explicatio fonetica. Quindi possiamo affermare che nella tavola delle offerte del pozzo sacro del Santuario di Serri stava, tra gli altri oggetti (ugualmente ‘scritti’), un bronzetto con il suo bell’aspetto formale, con la sua scritta indicante l’esistenza di yh e con la simbologia relativa al fatto che il dio è ‘nibbio’, che osserva dall’alto le sue prede (gli sprovveduti e gli ingenui) che inesorabilmente ghermisce e poi strazia con il lungo e robusto becco.

Crediamo a questo punto che sia quasi inutile il sottolineare la perfetta consonanza tematica e scrittoria corrente, pur nella diversità di realizzazione figurativa, tra il concio della chiesetta di Sant’Antonio di Tresnuraghes ed il bronzetto di Santa Vittoria di Serri. Nell’uno come nell’altro viene espressa la natura del dio predatore (uccellatore con rete e falco). Entrambi i ‘documenti’ danno, nascosta, la voce ‘c’è’. Yh esiste e devi avere timore di lui. Devi rispettarlo e onorarlo. Altrimenti la sorte inevitabile che ti capita con il ‘nascosto’ (dietro lo strumento di caccia o appostato in alto su di un ramo) sono le maglie della rete o gli artigli delle 'lunghe zampe' .





Note ed indicazioni bibliografiche



1. V. Sanna G., 2004, Sardôa grammata.’ag ’ab sa’an yhwh. Il dio unico del popolo nuragico. cap. 5, pp. 183 - 236.

2. Ecco altre due iscrizioni del Sinis di Cabras e di San Vero Milis per il sollazzo ‘siglistico’ dei presuntuosi e degli ingenui: Angius Walter e Mario Alinei! E come no! Così come lo RF dell’ipogeo di San Salvatore, sigla evidente, reiterata, di un noto Ruggiu Franco di Cabras!

3. Si ricordi che la documentazione nuragica offre ‘ad abundantiam’ documenti che si leggono in modo vario: da destra verso sinistra o, viceversa, da sinistra verso destra, dall’alto verso il basso, bustrofedicamentre e persino con andamento ‘circolare’ in senso antiorario (la seconda delle ‘tre’ letture della stele di Nora).

4. Reymond Ph., 2008, Dizionario di ebraico e aramaico biblico, Soc.biblica britannica e forestiera, Roma.

5. L’acrofonia è, come sappiamo, il criterio scrittorio più adoperato dagli scribi nuragici. Di derivazione egiziana e cananaica, dai nuragici. in un periodo che per ora è difficile precisare (ma certamente prima del VIII secolo a.C.), passò agli etruschi che se ne servirono per la scrittura ‘religiosa’ a rebus della lastre funerarie, dei sarcofaghi e delle urne cinerarie (e altro ancora). V. Sanna G., 2014, Giochiamo a dadi e impariamo l’etrusco, in monteprama blogspot.com. (8 novembre).

6. SannaG., 2013, Tresnuraghes (Sardegna). La chiesetta campestre di Sant’Antonio e il concio della rete trappola di Yhwh; in momtepramablogspot.com (21 ottobre).



7. Ormai non si contano i documenti del II e I Millennio a.C. (e oltre) che attestano, scritto in vario modo, direttamente o indirettamente, il nome di yh. Ricordiamo ancora una volta che il nome del dio può essere reso con la sola consonante ‘yod’, con il pronome ‘hȇ’, con ‘yhh’, ‘yhw’ e ‘yhwh’. La pronuncia attestata nella lingua sarda storica è IACCI, JACU. Le località con nome Santu Jacu (o Jacci), cristianizzato col tempo in San Giacomo, sono sparse un po’ in tutta la Sardegna.

8. Si tenga presente, per parare ad una facile e pronta, obbiezione che nel semitico arcaico e nella lingua del VT la ‘sciabica’ שבכה non è la rete da pesca (quella anche oggi chiamata così) ma la rete da caccia. V.Reymond Ph. 2008, Dizionario di ebraico ecc. cit. , p. 403).

9. Lilliu G., 2008. Sculture della Sardegna nuragica (ristampa dell’ed. del 1966), Ilisso ed. Nuoro.

10. La ‘forma’ è quella su cui si concentra sempre l’attenzione del Lilliu. Date le sue grandi capacità di osservazione spesso basta seguire la sua descrizione puntuale per ‘capire’ dove e come si realizza il simbolo e, ancor più, il dato fonetico. Ciò che mette in evidenza e ‘sottolinea’ è anche quello che lo scriba artigiano vuole che si evidenzi e si rimarchi per arrivare alla soluzione del rebus linguistico.

11. Tutti i bronzetti vanno letti così: conta sempre il ‘segno’ più alto. Ad es., sembra risultare scontato il fatto che il segno di ‘distinzione’ o lo ‘ornamento (hdrh)’ di un personaggio raffigurato permette di ottenere ‘comodamente’ in acrofonia sempre la lettera ‘hȇ’, cioè il pronome indicante la divinità (Lui/Lei).
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