giovedì 18 gennaio 2018

M. Cristina Zanetti ci racconta e scrive

sa defenza 



Se per il momento non ci rendiamo conto dei danni che stiamo causando al pianeta e a noi stessi,
sembra ormai fattibile con questi ritmi pensare che la prossima generazione possa restare  semplicemente senza risorse a disposizione.

Il rapporto tra le risorse disponibili ogni anno  e i consumi reali della società umana,
viene calcolato dal Global Footprint Network, ente specializzato nel calcolo dell’impronta ecologica.
Non tutti i Paesi contribuiscono allo stesso modo a questa tragica percentuale, ma ci sono senza dubbio cittadini più consumistici di altri, in debito con il Pianeta, mentre alcuni hanno consumi così ristretti che possono essere definiti creditori nei confronti degli altri Stati, creando però differenze socio-economiche importanti.

La metafora temporale può però portare all’errata  conclusione che ogni anno le risorse tornano ad essere disponibili, illudendoci di poter migliorare ed evitare il peggio con l’anno nuovo, ma nella realtà dei fatti sono ormai quasi 30 anni che siamo in perenne debito col pianeta,  alterandone gli equilibri e cominciando a provocare  una serie di sconvolgimenti planetari che stanno diventando più o meno visibili.

Nel 2009 fu messo a punto dai climatologi  dello Stockholm Resilience Centre e dell’Australian National University uno schema di monitoraggio basato sui limiti soglia del pianeta, entro i quali l’umanità avrebbe potuto prosperare senza intaccare l’ambiente.

Sono stati così stabiliti nove limiti planetari,  conosciuti come planetary boundaries,  e già allora fu rilevato come tre di questi erano già stati superati. Per stabilire questi limiti, gli studiosi si sono riferiti  alle condizioni standard dell’Olocene, ovvero quel periodo geologico che perdura da oltre 11 mila anni e che ha permesso alla specie umana di evolversi e di prosperare in civiltà che si sono succedute una dopo l’altra in tutto il mondo.

A partire però dalla metà del XX secolo, l’introduzione nel nostro ambiente di prodotti chimici,
sostanze di rifiuto e combustibili fossili, sta rapidamente (parlando in termini geologici)
modificando queste condizioni ideali.

Ciò non significa che per forza questi cambiamenti  siano negativi, ma ci portano verso nuove condizioni,  sicuramente più estreme, che metteranno alla prova  la sopravvivenza non solo delle attuali civiltà,  ma anche della nostra intera specie.

Queste modifiche delle condizioni planetarie,  scientificamente dimostrato che siano dovute alle attività umane, hanno portato la comunità scientifica ad adottare  il termine antropocene, come nuova era geologica segnata dall’impatto umano.

L’acidificazione degli oceani è un altro problema emergente, ma ancora sotto i livelli di guardia stabiliti dallo studio.

L’aumento delle emissioni di gas ad effetto serra,  oltre ai problemi atmosferici, potrebbe incrementare il pH oceanico, mentendo a rischio la formazione  della barriera corallina e la formazione degli esoscheletri  e dei gusci di molti crostacei e altri animali alla base della catena alimentare marina.

Lo spessore dello strato di ozono stratosferico è un “sorvegliato speciale” già dagli anni ’80 quando,
con il Protocollo di Montreal del 1987,  furono messi al bando i CFC, gas refrigeranti che se dispersi
nell’ambiente provocavano l’assottigliamento dello strato  di ozono, naturale schermo riflettente dei raggi UV, in grado di creare danni a livello del DNA.

Dopo quasi trent’anni, il famoso “buco” dell’ozono  sembra cominciare a chiudersi, a dimostrazione che la presa di coscienza e la piena collaborazione di governi  e del settore privato può portare ad un cambio di rotta senza drammatiche conseguenze economiche, anzi con benefici socio-ambientali.

Uno dei più allarmanti limiti superati e denunciati riguarda l’alterazione dei cicli biogeochimici,
in particolare dei cicli dell’azoto e del fosforo.

Questi due elementi sono molto importanti per le catene trofiche e il metabolismo sia vegetale che animale.

Si trovano abbondanti e in diverse forme chimiche naturali sul pianeta ed è molto importante che esista un equilibrio quantitativo tra questi due elementi.

L’intervento umano nell’alterazione di questi cicli è stato stimato all’incirca del 200-300%; per contro, le modifiche al ciclo del carbonio con le emissioni di gas serra sono stimate solo attorno al 20%.  Azoto e fosforo sono alla base dei fertilizzanti chimici e l’inquinamento di queste sostanze nutritive riguardano soprattutto l’acqua e gli ecosistemi acquatici dolci;  non essendoci una distribuzione equa,  vi è il paradosso di differenti zone del pianeta che hanno una forte carenza o un eccesso di nutrienti nel terreno.

Quali possano essere gli effetti di questi sconvolgimenti  ancora non sono chiari; la resilienza dei cicli in questo caso ci avvantaggia.

L’uso globale dell’acqua potabile e il cambiamento nell’uso del suolo sono due limiti planetari in zona di rischio.

L’uso smodato dell’acqua nell’industria e nell’agroalimentare,  unito allo scioglimento dei ghiacciai a causa dell’aumento delle temperature fanno diminuire le riserve mondiali  di acqua potabile, mentre l’eccessivo disboscamento per far spazio all’agricoltura intensiva o, peggio ancora, alla cementificazione fa perdere ogni anno milioni di ettari  di terreno in grado di fornire risorse e servizi ecosistemici.

Il peggior dato fornito è il tasso di estinzione e di perdita  di biodiversità. La diversità biologica è necessaria per la sopravvivenza  della nostra specie, in quanto la varietà genetica è il metro di giudizio della salute di un ecosistema.

In più della metà della superficie terrestre la perdita di biodiversità ha raggiunto livelli tali da mettere in pericolo  la capacità degli ecosistemi di sostenere le società umane,  denunciando una recessione ecologica che, di fatto,  potrebbe portarci a conseguenze peggiori della recessione economica di cui politici ed economisti non fanno altro che discutere, senza prendere in considerazione gli allarmi del mondo accademico che, per “parlare la loro lingua” ha stimato in 145 trilioni di dollari il valore dei servizi ecosistemici, il doppio del PIL mondiale.

Gli ultimi due limiti planetari e di cui non si hanno ancora delle basi scientifiche per identificarne le soglie sono l’inquinamento chimico e il carico atmosferico di aerosol, ovvero di particelle solide microscopiche sospese in aria come la fuliggine e le polveri sottili.

I limiti planetari definiscono quindi i confini del  “campo di gioco planetario” per l’umanità se vogliamo  essere sicuri di evitare i peggiori cambiamenti ambientali indotti da noi stessi su scala globale.

Sta quindi ad ognuno di noi la scelta del mondo in cui vorremo vivere domani, in base al nostro stile di vita quotidiano, oggi.

http://sadefenza.blogspot.it/2018/01/m-cristina-zanetti-ci-racconta-e-scrive.html

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