di ANTONIO GENTILE.
“Sul palcoscenico di via Fani c’erano i servizi segreti italiani e quelli di altri Paesi stranieri interessati a creare caos in Italia, l’uccisione di Aldo Moro non fu un omicidio legato soltanto alle Brigate Rosse”. Cia, Mossad e Kgb: un’unica trama per timore che il “compromesso storico” sostenuto con convinzione dal presidente della D.C. potesse rompere gli equilibri tra est ed ovest.
Parole affermate dal Procuratore generale presso la corte d’appello di Roma, Luigi Ciampoli.
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Aldo Moro fu tolto di mezzo con l’appoggio del Mossad: il servizio segreto di Tel Aviv tra i più potenti e funzionali al mondo, entrò in contatto con le Brigate Rosse e faceva il tifo per Curcio e compagni. Gli 007 israeliani sapevano che destabilizzare l’Italia significava indebolirla, sul piano geopolitico, offrendo agli Usa un’unica alternativa, Israele come partner privilegiato nel Mediterraneo. Rivelazioni che portano la firma di Alberto Franceschini, (ex terrorista e brigatista italiano, uno dei fondatori ed esponente di spicco delle Brigate Rosse), a quarant’anni dal ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani, il 9 maggio 1978. Fondatore delle Br insieme a Renato Curcio, Margherita Cagol e Roberto Ognibene (storia rievocata nel libro autobiografico “Mara, Renato e io”, edito da Mondadori), Franceschini apre il “fascicolo” Mossad parlando con lo scrittore e giornalista Antonio Ferrari, che l’ha intervistato per il Corriere della Sera”. Franceschini oggi ha 71 anni, ricorda Ferrari: «Non ha mai ucciso nessuno, ha accettato di raccontare la storia e soprattutto gli errori mostruosi e le nefandezze del gruppo terrorista, da cui si è dissociato». L’ex brigatista ha pagato il suo conto con la giustizia, e ora dice che sulla vicenda Moro, che seguì dal carcere, si è cercata «una verità accettabile», perché vi erano «cose che non potevano essere dette»
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Aldo Moro viene rapito per toglierci sovranità e libertà. Cosa possiamo fare noi ora per riprendercela? Ormai sono passati 40 anni da quel rapimento, e il quadro è chiaro: è molto più facile giudicare le cose del mondo dopo che il tempo ne ha mostrato il senso. Com’era l’Italia fino a quell’anno? In grande fermento, in grande crescita da tutti i punti di vista. Lati positivi e lati negativi, come il clientelismo, la presenza diffusa della malavita nelle regioni meridionali, un certo malaffare. Una classe imprenditoriale di successo, e una politica effervescente, anche se ammalata di clientelismo e di corruzione. Un insieme di partiti e partitini, logge e loggette e ordini religiosi guidava un paese in modo caotico, ma tale da mantenerlo sostanzialmente libero e sovrano. Proprio il fatto che dalla Seconda Guerra Mondiale era emerso un quadro frazionato, e non un potere unico, o una sola influenza straniera, consentiva sufficienti margini di libertà e di sovranità al paese. Influenze americane e inglesi bilanciate da genuine spinte libertarie, da più di una corrente vaticana e dalla forte presenza comunista. In un gioco faticoso ma sostanzialmente positivo per la nostra indipendenza. L’industria, l’economia, la finanza, la cultura e la scienza italiane avevano trovato possibilità di crescita in un lungo periodo di sostanziale indipendenza. C’erano difetti, anche gravi, ma diciamo che il bilancio era positivo.
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“Per la storia Kennedy e Moro sono le uniche due persone che hanno battuto moneta non passando per le banche centrali: Kennedy per i due dollari nel 1961 non passò dalla Federal Reserve, e Moro per le 500 lire del 1966 non passò dalla Banca d’Italia. Ricordiamo un episodio emblematico, quello del 14 marzo 1978, due giorni prima del rapimento: Moro era all’università a Roma e il suo assistente, Francesco Tritto, gli disse:‘Presidente, si ricorda che dopodomani ci sarà la sua ultima seduta di laurea?’. ‘Perché l’ultima?, gli chiese Moro. ‘Perché lei a giorni sarà eletto presidente della Repubblica’. E Moro rispose: ‘La ringrazio, lei è affettuoso ma ingenuo. Io non farò mai il presidente della Repubblica. Mi faranno fare la stessa fine di John Fitzgerald Kennedy, ucciso a Dallas il 22 novembre del 1963”.
Parole che lasciarono di stucco l’assistente di Moro, ma che segnarono una sorte nel destino del Premier, perché quel maledetto giorno del 9 maggio del 1978, venne ucciso con 12 colpi di pistola in modo straziante.
segue il video documentario di Report:
Infiltrati dei servizi inglesi nelle Br: cosa c’entrano con l’uccisione di Aldo Moro




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