Di Chris Barlati
Troppa disinformazione, e troppo uguale, sul caso ''Esposito''. Facciamo un po' di chiarezza.
Essere giornalisti al Sud è un'impresa titanica. Figurarsi se si prova a raccontare la verità, a inseguire ideali di giustizia sociale e a praticare addirittura l'antimafia. Non quella urlata, esibizionista, da salotto politico, che entra in Parlamento e si dimentica di chiedere conto del coinvolgimento statunitense nelle stragi di Capaci e via d'Amelio; che tace sul fatto che il falso pentito Scarantino sia stato "accompagnato" nel suo percorso da Nino Di Matteo e compagni, in depistaggi degni di un giallo.
E poi, basta ascoltare Carmine Schiavone per farsi un'idea di certi personaggi. Consigliamo la lettura del seguente libro, se avete tempo e pazienza; anche per ricordare chi sono davvero i colpevoli del rituale sacrificale della ''Terra dei fuochi": GRATIS SU SA DEFENZA IL LIBRO: "GLI INDICIBILI SEGRETI DI STATO". I CASI DI PAOLO FERRARO, CARMINE SCHIAVONE E CARLO PALERMO SaDefenza mag 08, 2025
Una città che conosco
Ho studiato a Salerno anni fa, o meglio, a Fisciano, dove sorge il Campus. L'Università di Salerno, almeno nel ricordo che ne ho, è stato un posto meraviglioso, e le persone del Salento – almeno i miei amici, quelli veri – sono state eccezionali, e devo loro tantissimo. La "frizione" con la Federico II di Napoli si sentiva, ma mai al punto da essere un problema, anche perché qualitativamente Salerno, in pochi anni, aveva superato ogni aspettativa (nei limiti di un ateneo del Sud, s'intende).
In passato, è risaputo, quell'ateneo veniva soprannominato il "laureatoio della Democrazia Cristiana", segnato da scandali che ne avevano offuscato la credibilità. Ma, a ben vedere, non c'era da stupirsi. Erano gli anni in cui le università si contavano sulle dita di una mano, e se non uscivi da Napoli, Roma, Milano, Siena, Firenze o Trieste, eri sostanzialmente invisibile.
Poi, come spesso accade, il tempo ha ridisegnato le carte. Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, città e ateneo hanno conosciuto uno sviluppo impensabile – anche grazie, devo dire, allo "sceriffo" De Luca. Salerno, in pochi anni, è diventata una città pulita, elegante, vivibile. Ed era un vero piacere "scendere a Salerno" da Fisciano, magari per una passeggiata sul lungomare, prima che la 'Ndrangheta vi si insediasse.
La qualità della vita era discreta, ma il lavoro restava un'emergenza cronica, come del resto in gran parte del Mezzogiorno.
La svolta in peggio è arrivata circa tra il 2010 e il 2015: infiltrazioni di imprese e aziendine prestanomiste ovunque, afflusso di migranti gestito malamente, un incremento anomalo dello spaccio e un mercato della prostituzione sempre più visibile. All'epoca scrissi un articolo in cui spiegavo la presenza della 'Ndrangheta a Salerno, su di un giornale locale. Risultato? Nessuna reazione. Ritornai sull'argomento nel 2020: altre porte in faccia.
Inchiesta 'Ndrangheta a Salerno: Caro De Luca, lo sai chi davvero comanda?, 5 luglio 2020, https://sadefenza.blogspot.com/2020/07/inchiesta-ndrangheta-salerno-caro-de.html
Ma c'è poco da meravigliarsi. Il giornalismo a Salerno, come in tutta la Campania, è sempre stato un sistema chiuso, ostaggio dei finanziamenti pubblici e dei favori politici.
Da pubblicista, con un po' di fortuna, potevi arrivare a 500 euro al mese (in nero), ma senza la raccomandazione della politica non potevi comunque fare niente. E non è tutto: tra degenerazioni sessuali usate come merce di scambio, cerchi magici, logge massoniche, giudici con feticci per avvocati o avvocatesse – o per ragazzine africane minorenni, o per strane fissazioni nei confronti di giornaliste di televisioni e periodici regionali – si poteva praticamente tenere in pugno caserme, tribunali e televisioni, in un agglomerato corruttivo ben peggiore di qualsiasi realtà dell'America Latina.
Il controllo sulla città, insomma, era capillare. E sarebbe stato ingenuo pensare che certe cose potessero restare nascoste, considerato che Salerno non è New York, e che l'ambiente dell'informazione – anche sportiva – è talmente angusto che risulterebbe quasi surreale il contrario. Quindi ''doppia vita'' di Eposito, per dirla alla Fantozzi: "E' una cagata pazzesca''.
Le contraddizioni
Come insegna il vecchio adagio: "A pensar male si fa peccato, ma si indovina quasi sempre". Di seguito, le contraddizioni del caso Esposito.
Salerno caput mundi? Nocera Inferiore e Fisciano – città contese per la "residenza" di Esposito – sono due paesi che distano circa 18 chilometri. Ed è più che naturale che qualcuno, per ragioni di comodità o per risparmiare, preferisse vivere a Fisciano pur lavorando a Salerno, essendo meglio connessa con bus.
Fisciano, Baronissi, Lancusi e Penta sono paesini e frazioni attaccati l'uno all'altro, e il nome conta poco, considerando che il campus universitario è più grande delle frazioni – o paesi – appena menzionati. Tuttavia, in certi contesti, anche una banale informazione diventa oggetto di strumentalizzazione: non per delegittimare la vita, ma la morte di chi ha subito un chiaro delitto simbolico di matrice mafiosa.
Nickname, alias o ignoranza? Ancor più patetico – e lo dico senza voler offendere nessuno – è il presunto "falso nome" con cui si firmava il giornalista.
Chi vi scrive si chiama Chris. Un giorno, un'impiegata della segreteria universitaria, con evidenti lacune nella conoscenza dell'italiano, mi chiese se stessi scherzando, se fossi davvero italiano e se mi chiamassi veramente "Chris". E il tutto con i documenti di pagamento delle tasse in mano, badate bene.
Al Sud siamo abituati ai soprannomi. Per anni hanno storpiato il mio nome nei più vari dialetti salentini (il "pisciottese", tra l'altro, è di gran lunga il mio preferito: Pisciotta capitale!). Che un giornalista si facesse chiamare con un nome diverso dal suo non è dunque strano. Mimmo o Mimì è il diminutivo di Domenico, Ciccio è quello di Francesco.
Ho conosciuto persone il cui soprannome ricalcava il nome del padre o dello zio, per semplice somiglianza fisica. E se poi si parla di nomi arcaici scelti da genitori nostalgici, meglio sorvolare. In un appello, sentirsi chiamare "Benito Luce" o "Erminio Ottone" non è cosa da poco. Ergo, la volontà della stampa di gettare ombre dove non ce ne sono – e per di più in tempi record, sostituendosi alle indagini – è un segnale sin troppo evidente: c'è molto che si vuole coprire, e lo si fa con la disinformazione.
Lavori all'Arpa? Ma anche no. Ciò che dovrebbe attirare l'attenzione è il presunto impiego all'Arpa/Arpac. Ripeto: Salerno non è New York. Se ti vedono parlare con una ragazza, il giorno dopo sanno nome, cognome e codice fiscale. Perché "il paese è piccolo e la gente mormora". Se poi uno ha avuto una vita attiva sui social, è quasi impossibile che né l'Arpa(c), né gli "amici", né le autorità si siano accorti solo ora di una simile contraddizione. Non sottovalutate la "terronaggine" di Salerno e la loro abilità nel reperire informazioni. Non siate "fessi". Anche se oggi abbondano gli idioti telemanipolati da televisioni e cretinerie del web.
"Mi dai un passaggio?" Certe dichiarazioni sono fin troppo contraddittorie: persone che sono salite in auto con il giornalista affermano che era difficile farlo, data la sua riservatezza. E se a ciò aggiungiamo che proprio poco prima di morire avrebbe menzionato eventuali problemi familiari, la realtà si fa a cazzotti da sola. Ma allo stesso tempo dicono che non era solito parlare con chiunque (e cioe', con nessuno). L'odore – anzi, la puzza – di depistaggio è fortissima. Se non aveva amici, nessuno saliva sulla sua auto. Se non parlava con nessuno, non parlava dei suoi problemi familiari. Se era un bugiardo cronico, mentiva anche in quel frangente. E poi: se sono saliti in auto con lui, come mai sono state trovate impronte digitali di un ventiseienne africano – il "negro della situazione" – e non quelle delle altre persone? Affermazioni come "per forza lo doveva conoscere" sono opinioni personali, senza alcun fondamento.
L'intera narrazione puzza di menzogna costruita. Una menzogna a cui i giornali stanno abituando i lettori privi di spirito critico. Ma non chi, come noi, abituato a incassare accuse insensate, sa ancora distinguere una velina dei servizi da un fatto di cronaca.
"E così domani ti sposi?" – "Sì, ma niente di serio". Dulcis in fundo, la "moglie che non era moglie". Ora, al netto del fatto che molti si separano e divorziano solo per ottenere una pensione di nullatenenza o per pagare meno tasse universitarie per i figli, c'è una verità che noi "terroni" conosciamo bene: raccontare la propria vita al primo che passa non è mai stata una priorità. Non è raro che un fallito, un frustrato, vedendoti con una donna senza anello, ti chieda: "Ah, è la tua ragazza? Tua moglie? Un'amica?". Al di là della buona educazione di qualcuno, la risposta più calzante resta sempre: "Fatti i cazzi tuoi che campi cent'anni". Dunque, chiamare "moglie" una donna con cui condividi la vita da anni non è affatto strano. Ciò che è strano, semmai, è un'altra cosa: come mai certi giornaletti da strapazzo – quelli che parlano unicamente di Gianni De Gennaro e del suo legame con le imprese armamentistiche italiane, mai del suo atlantismo o delle stragi made in CIA e FBI di Capaci e via d'Amelio – sapessero così in anticipo, prima ancora degli investigatori, se la vittima fosse o meno sposato? Con notizie tutte uguali, sospettosamente coordinate, quasi fossero veline (lo sono?). Perché, si sa, non è prassi comune che i comuni vengano interpellati su stato civile e relazioni sentimentali di un cittadino-vittima. E nemmeno che gli investigatori lo facciano con tanta solerzia (e il segreto delle indagini?).
Conclusioni
Salerno, purtroppo, è una città massonica, infiltrata dalla 'Ndrangheta e con una presenza criminale "legale" elevatissima. Scandali, corruzione in tribunali, caserme e quant'altro disegnano un passato tragico, un presente altrettanto oscuro e un futuro agghiacciante.
Un fatto come questo – un omicidio dal chiaro stile esoterico-criminale, coperto da una retorica depistante – dovrebbe aprire gli occhi sulla deriva del secondo porto più importante della Campania. Un porto che, dopo Napoli, è stato storicamente interessato da traffici di scorie nucleari, armi ed equipaggiamenti destinati a ogni angolo del pianeta.
Tuttavia, è appena salita a galla la pista sessuale. Il tunisino ha dichiarato che Luigi faceva "pressioni" sessuali su di lui, che aveva già intrattenuto rapporti con i suoi connazionali, e che lui non ha più retto le pressioni, ma nemmeno ceduto. E quindi, per spirito musulmano, ha deciso di eliminarlo.
A parte il fatto che è quanto meno insolito che qualcuno che vuole evitare strani incontri salga sull'auto di chi lo sta molestando sessualmente. E poi, se vuoi uccidere qualcuno e nascondere il delitto, cosa fai? Bruci il corpo e non lo seppellisci? E poi, rubi il suo cellulare (con il quale lo hanno localizzato), la sua carta di credito e il suo anello?
Come spiega "Il Mattino":
Accade anche poco prima dell’omicidio. Nel pomeriggio di sabato i due si sentono e concordano l’appuntamento. Luigi ci arriva a bordo della sua auto, il tunisino giunge in bicicletta. L’incontro si trasforma presto in una lite, il 26enne lo picchia brutalmente (riferisce agli inquirenti di averlo fatto a mani nude), poi utilizza della plastica, una coperta e delle sterpaglie e appicca il fuoco. L’indagato sostiene anche di non essersi accorto che Luigi era ancora vivo. Ma c’è anche un altro aspetto che Rahmouni mette in luce nel corso della confessione fiume: oltre a non tollerare quelle attenzioni, ritiene di dover mettere fine al meccanismo di “tentazione” cui Luigi sottoponeva i suoi amici. Il bisogno di soldi avrebbe spinto alcuni di loro, che potrebbero essere individuati presto per riscontrare ciò che l’arrestato ha riferito, ad accettare di avere rapporti intimi con la vittima. Una cosa che il 26enne, che si è detto musulmano credente e praticante, non poteva più permettere. Luigi veniva visto come un soggetto che sviava i suoi amici dalla preghiera e che spingeva persone di sua conoscenza, e a cui era affezionato, a pratiche, quale la fornicazione tra uomini, che la sua religione non accetta e che, anzi, punisce. Un racconto che fa rabbrividire e che dovrà ovviamente trovare riscontro nelle indagini che la Procura di Salerno non ha certo chiuso con l’arresto della notte scorsa. Dopo aver confessato, il tunisino (difeso dall’avvocato Giovanni Mauri) è stato condotto al carcere di Salerno, in attesa dell’udienza di convalida. Comparirà davanti al gip lunedì. L’indagato era arrivato a Lampedusa a giugno del 2023, un anno e mezzo dopo la Questura di Salerno nega il permesso di soggiorno ma lui riesce a sfuggire a un decreto di espulsione. Nelle banche dati della polizia era noto anche come Amed Jamal e risulta anche una denuncia per occupazione abusiva di un immobile ad Altavilla Silentina, nel Salernitano.
La morte di un giornalista non è cosa da poco, specie tenendo conto di quanto sin qui esposto; e che la vera doppia vita l'aveva il tunisino, non Luigi. Per questo lancio un appello a tutti i "colleghi": mettetevi in contatto con me se avete informazioni o piste investigative da sottoporre alla mia attenzione.
Con il vergognoso governo Meloni, e lo sterminio di personaggi appartenenti al mondo dei servizi, dell'antimafia, della polizia e del giornalismo (tra suicidi impossibili, morti misteriose e "bombe non bombe"), senza dimenticare la messa in carcere arbitraria di tutti coloro che vengono accusati, su mandato del Mossad, di essere "spie russe" o "iraniane", so bene che avete paura. Ma prendete le giuste precauzioni.
'Sta storia sa molto di cerchio magico. E se per caso, stavolta, il cerchio fosse tunisino?
Inviate il tutto attraverso la rete TOR, un account Proton Mail, evitando sistemi operativi Microsoft e utilizzando invece Tails OS o Linux (Ubuntu e Linux Mint sono i piu' facili da installare). Di seguito vi lascio la mia email: tenchu@duck.com
Resistete!
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