SaDefenza

sabato 1 agosto 2026

IRI e Partecipazioni Statali come modello vivente di sovranità economica e ricostruzione industriale.


UMBERTO PASCALI
AUG 01, 2026
IRI e Partecipazioni Statali come modello vivente di sovranità economica e ricostruzione industriale. Nel momento in cui gli Stati Uniti riscoprono Akexander Hamilton e il dovere degli Stati di proteggere l’economia.

IRI e Partecipazioni Statali come modello vivente di sovranità economica e ricostruzione industriale. Nel momento in cui gli Stati Uniti riscoprono Akexander Hamilton e il dovere degli Stati di proteggere l’economia.

L’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) non è un capitolo chiuso di storia italiana.
È, oggi più che mai, un esempio concreto e funzionante di come uno Stato possa intervenire direttamente nell’economia produttiva per garantire indipendenza, sicurezza e crescita. Il nome stesso lo dice: Istituto per la Ricostruzione Industriale.

Esattamente ciò che Stati Uniti di Trump e altri Paesi stanno cercando di realizzare in questa fase di ritorno all’economia reale, di protezionismo e di ricerca di sovranità economica. Contro il “free market” truffaldino degli usurai della city di Londra e dei loro “esperti” in distruzione economica e civile.

Trump e i suoi collaboratori (Bessent, Navarro, Vance e altri) stanno, di fatto, riscoprendo la logica che l’Italia mise in pratica con le Partecipazioni Statali (PPSS) e con l’IRI in particolare: lo Stato non si limita a regolare o a dare sussidi, ma partecipa, possiede, indirizza e protegge le industrie strategiche.

La nascita e il successo dell’IRI: da salvataggio a motore del miracolo economico

L’IRI nasce il 23 gennaio 1933, con un regio decreto firmato durante il regime fascista, su progetto di Alberto Beneduce. L’obiettivo immediato era salvare le tre grandi banche italiane (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma) e le imprese industriali che queste banche controllavano, portate al collasso dalla Grande Depressione del 1929. Lo Stato acquisì le partecipazioni azionarie delle banche fallimentari e si ritrovò proprietario di interi settori: siderurgia, cantieristica navale, telefonia, elettricità, meccanica, chimica e banche.

Quello che doveva essere un intervento temporaneo divenne permanente. Nel 1937 l’IRI fu trasformato in ente finanziario di diritto pubblico.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, invece di essere smantellato, fu confermato e potenziato. Questo salvo’ - per il momento - l’Italia dallo sbranamento economico che la logica usuraia della city avrebbe messo in atto.

In effetti tutta la battaglia condotta da Enrico Mattei fu possibile e si colloca all’interno di questo scontro di concezioni economiche che caratterizzò il dopoguerra. Mattei aveva stabilito un rapporto speciale col Presidente John Kennedy che avrebbe portato a cambiamenti strategici - forse alla fine del dopoguerra dominato da NATO e Free Market — se Mattei non fosse stato ucciso mentre si apprestava ad incontrare Kennedy.

Anche Mattei salvò l’AGIP (poi ENI) dalla privatizzazione con uno stratagemma. Pretendendo di liquidarlo. Ma dietro e con Mattei c’era un forte gruppo politico e intellettuale che si rifaceva alla Dottrina Sociale della Chiesa ed era deciso realizzare in concreto quei principi. Il gruppo che condusse la battaglia per l’indipendenza e la sovranità economica dell’Italia. E, per il momento, la vinse. Ma quello che fu guadagnato con tanto coraggio, creatività, sacrificio, letteralmente fino alla morte, fu poi svenduto per 30 sterline dai servi italiani della city con le privatizzazioni forzate.

Ezio Vanoni

Tra questi uomini di cui solo ora vediamo tutta la grandezza c’era innanzi tutto Ezio Vanoni.

Ezio Vanoni (1903-1959) è il ministro italiano che più chiaramente e costantemente difese le partecipazioni statali e, in particolare, Enrico Mattei e la nascita dell’ENI.

Ruolo chiave

• Ministro delle Finanze (e poi del Bilancio) nei governi De Gasperi.

• Principale sponsor politico di Mattei all’interno della Democrazia Cristiana.

• Presentò e sostenne in Parlamento il disegno di legge che, nel 1953, istituì l’Ente Nazionale Idrocarburi (legge n. 136 del 10 febbraio 1953).

• Si schierò apertamente contro le pressioni (interne alla DC e internazionali) che volevano liquidare o privatizzare l’AGIP, permettendo a Mattei di trasformarlo nell’ENI e di mantenere il monopolio delle ricerche nella Pianura Padana.

Fonti storiche lo definiscono ripetutamente come il piladtri strategico delle Partecipazioni Statali (PPSS) e «il maggior sponsor politico di Mattei» e l’uomo che, con la sua autorità tecnica ed economica, diede copertura politica alla strategia di indipendenza energetica e di intervento pubblico nell’economia.

Senza Vanoni, Mattei non avrebbe probabilmente ottenuto né la creazione dell’ENI né il sostegno necessario per costruire quello che divenne uno dei pilastri delle Partecipazioni Statali italiane.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

Collegamento ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa

La concezione di Vanoni (e di Mattei) si fonda sui principi classici della Dottrina Sociale:

• Bene comune e destinazione universale dei beni.

• Solidarietà e giustizia distributiva.

• Sussidiarietà: lo Stato interviene dove il mercato fallisce o dove sono in gioco interessi strategici nazionali.

• Rifiuto sia del collettivismo marxista sia del liberalismo individualista.

Vanoni applicò questi principi nella riforma tributaria (basata sulla fiducia e sull’equità) e nel sostegno all’intervento pubblico nell’economia produttiva. Mattei li realizzò concretissimamente con l’ENI come strumento di indipendenza energetica e di sviluppo nazionale. Aldo Moro, erede di quella stessa area li prolungò politicamente con la ricerca di basi solide interne - creando una unità nazionale contro i vampiri usurai che erano decisi non solo a impedire all’Italia uno sviluppo economico che l’avrebbe resa indipendente. Ma che avevano sempre pronto quel piano per molti “incredibile” per divorare il paese succhiandole il sangue economico.

Mattei e Aldo Moro

Vanoni fu il principale protettore politico di Enrico Mattei nella fase decisiva della nascita dell’ENI (1953). Senza il suo appoggio come ministro delle Finanze, Mattei non avrebbe ottenuto il monopolio delle ricerche in Val Padana né la trasformazione dell’AGIP in ente pubblico strategico.

Aldo Moro apparteneva alla stessa famiglia politica: la corrente più sensibile della DC che vedeva nelle Partecipazioni Statali e nell’ENI non un “statalismo” fine a se stesso, ma uno strumento di sovranità economica e di promozione del bene comune, in continuità con la Dottrina Sociale. Moro e Mattei condividevano l’idea di un’Italia capace di collaborare con mutuo beneficio con il “Terzo Mondo” e di non sottomettersi all’egemonia economica anglo-americana. Gli Stati Uniti infatti, dopo l’assassinio di Kennedy, aveva visto paralizzata la sua capacità di resistenze contro l’impero britannico. E, da Lyndon B. Johnson in poi, era stata messa sotto controllo da un’armata di oligarchi e burocrati corrotti al servizio della city. E ridotta sempre più a “gigante scemo” agli ordini degli usurai

Avversione da parte della finanziarizzazione di Londra e delle banche speculative

Torniamo al modello economico di Vanoni/Mattei/Moro. Questa concezione (economia produttiva, partecipazione statale, controllo strategico delle risorse) era diametralmente opposta alla spinta verso la finanziarizzazione e alla “City di Londra”.

Il modello Vanoni-Mattei privilegiava:

• l’industria reale,

• l’indipendenza energetica,

• il capitale produttivo finalizzato allo sviluppo nazionale.

Il modello finanziario internazionale (City, grandi banche d’affari) privilegiava invece:

• la libera circolazione dei capitali,

• la privatizzazione degli asset strategici,

• la rendita finanziaria e la speculazione.

Questa contrapposizione emerse con chiarezza negli anni Novanta, quando le privatizzazioni (accelerata dall’accordo Andreatta-Van Miert e dalla pressione europea) smantellarono progressivamente il sistema delle Partecipazioni Statali. L’incontro sul Britannia del 1992 e le successive svendite furono l’espressione concreta di quella vittoria del capitale finanziario su quello produttivo e nazionale.

Dalla Populorum Progressio: Sviluppo industriale contro finanziarizzazione

Una citazione dall’Enciclica di Paolo VI, Populorum Progressio (26 marzo 1967) ci da una visione di quale dibattito era in corso negli alti vertici delle élite italiane. In primis, nel Vaticano. E quale distanza astronomica la separi dalle miserie attuali.

L’Enciclica era una rielaborazione e una celebrazione della Dottrina Sociale. Ed aveva lo scopo di indicare una soluzione per i conflitti (voluti da Londra) vicini ad un’esplosione in Medio Oriente e in America Latina

Citazioni da Populorum Progressio (Paolo VI, 26 marzo 1967)

Il passo più chiaro e celebre che distingue tra industrializzazione (positiva) e capitalismo finanziario-speculativo (negativo) è il n. 26:

n. 25 – L’industrializzazione):

«Necessaria all’accrescimento economico e al progresso umano, l’introduzione dell’industria è insieme segno e fattore di sviluppo. Mediante l’applicazione tenace della sua intelligenza e del suo lavoro, l’uomo strappa a poco a poco i suoi segreti alla natura, favorendo un miglior uso delle sue ricchezze. Mentre imprime una disciplina alle sue abitudini, egli sviluppa del pari in se stesso il gusto della ricerca e dell’invenzione, l’accettazione del rischio calcolato, l’audacia nell’intraprendere, l’iniziativa generosa, il senso della responsabilità.»

La citazione (n. 26 – Capitalismo liberale):

«Ma su queste condizioni nuove della società si è malauguratamente instaurato un sistema che considerava il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell’economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto, senza limiti né obblighi sociali corrispondenti. Tale liberalismo senza freno conduceva alla dittatura, a buon diritto denunciata da Pio XI come generatrice dell’“imperialismo internazionale del denaro”. Non si condanneranno mai abbastanza simili abusi, ricordando ancora una volta solennemente che l’economia è al servizio dell’uomo. Ma se è vero che un certo capitalismo è stato la fonte di tante sofferenze, di tante ingiustizie e lotte fratricide, di cui perdurano gli effetti, errato sarebbe attribuire alla industrializzazione stessa dei mali che sono dovuti al nefasto sistema che l’accompagnava. Bisogna, al contrario, e per debito di giustizia, riconoscere l’apporto insostituibile dell’organizzazione del lavoro e del progresso industriale all’opera dello sviluppo.»

L’Enciclica distingue nettamente:

• l’industrializzazione e l’organizzazione del lavoro produttivo → beni da valorizzare;

• il sistema liberale senza freni(profitto come unico motore, proprietà assoluta, imperialismo internazionale del denaro) → da condannare.

È esattamente la linea che Vanoni e Mattei avevano già praticato in Italia: sostenere l’economia reale e produttiva sotto controllo pubblico strategico, contro la logica puramente finanziaria e speculativa.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

Il colosso industriale italiano

Se questi erano i principi, le radici,per l’economia e la società ad essa collegata, non deve sorprendere vedere quali furono i frutti.

L’IRI e il sistema della Partecipazioni Statali divenne lo strumento centrale della ricostruzione e poi del miracolo economico italiano degli anni Cinquanta e Sessanta. Attraverso holding di settore (Finsider per l’acciaio, Finmeccanica, STET per le telecomunicazioni, Finmare, Finelettrica e altre) l’IRI costruì e modernizzò l’apparato produttivo nazionale. Controllava la produzione di acciaio, i cantieri, le autostrade, Alitalia, la RAI, le banche di interesse nazionale e gran parte della grande industria pesante. Nel 1980 il gruppo contava circa mille società e oltre 500.000 dipendenti. Nel 1993 era ancora il settimo conglomerato al mondo per fatturato.

L’IRI non era solo proprietà pubblica: era uno strumento di politica industriale. Investiva dove il privato non arrivava o non voleva arrivare, creava domanda interna, formava competenze tecniche e legava innovazione e produzione. È il parallelo più diretto con la visione hamiltoniana del “Sistema Americano”: credito pubblico, protezione delle “manifatture nascenti”, dazi e istituzioni che canalizzano capitale verso obiettivi nazionali di lungo termine. Hamilton nel 1791 parlava di “essentials of national supply”; l’IRI li realizzò concretamente in Italia.

Gli altri pilastri delle Partecipazioni Statali

L’IRI non era solo. Il sistema italiano delle PPSS comprendeva:

ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), fondato nel 1953 da Enrico Mattei. Nasce per garantire l’indipendenza energetica dell’Italia. Mattei sfidò i cartelli petroliferi internazionali, costruì un gruppo integrato (AGIP, SNAM, ANIC) e fece dell’Italia un attore globale nel petrolio e nel gas. L’ENI restò a lungo sotto controllo pubblico e rappresenta ancora oggi uno dei pochi “campioni nazionali” sopravvissuti.

EFIM (Ente partecipazioni e finanziamento industrie manifatturiere), erede del Fondo industria meccanica del 1947. Operava nella meccanica pesante e nelle costruzioni.

ENEL (Ente Nazionale per l’Energia Elettrica), creato nel 1962 con la nazionalizzazione dell’elettricità.

Altri enti minori come EGAM (minerario), EAGC (cinema) e EAGAT (termale).

Nel 1956 fu istituito il Ministero delle Partecipazioni Statali, che coordinava l’intero sistema e dava indirizzi politici. Le aziende a partecipazione statale uscivano da Confindustria e avevano un rapporto diretto con lo Stato. Questo modello permetteva allo Stato di essere proprietario e imprenditore allo stesso tempo, senza rinunciare al mercato: le imprese operavano come società di capitali, ma sotto controllo pubblico strategico.

La fine: privatizzazioni, delocalizzazione e perdita di sovranità

Il sistema fu smantellato negli anni Novanta. Il Trattato di Maastricht, l’accordo Andreatta-Van Miert con la Commissione europea e la pressione dei mercati finanziari (guidata dai centri della City di Londra) imposero la riduzione del debito pubblico attraverso la vendita delle partecipazioni. L’IRI fu trasformato in società per azioni nel 1992 e messo in liquidazione nel 2000 (incorporato in Fintecna nel 2002). Tra il 1992 e il 2000 lo Stato incassò oltre 56.000 miliardi di lire dalla smobilitazione, ma perse il controllo di settori strategici: banche, telecomunicazioni (Telecom), autostrade, siderurgia, Alitalia e molto altro.

Mario Draghi, come direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001, fu uno degli esecutori tecnici principali di questa stagione. Il celebre incontro del 2 giugno 1992 a bordo del panfilo reale britannico Britannia, con banchieri della City, è diventato simbolo di quella svolta. Le critiche successive hanno parlato di “svendita” di asset strategici costruiti con denaro pubblico, di perdita di capacità produttiva e di trasferimento di potere a gruppi privati e finanziari internazionali. Mario Monti, come commissario europeo e poi premier, rafforzò ulteriormente la logica di apertura e privatizzazione. Il risultato, per molti osservatori, fu la progressiva delocalizzazione produttiva, la perdita di know-how e la vulnerabilità dell’Italia nelle catene globali del valore.

Il ritorno dell’idea: Trump, Bessent, fondi sovrani e parallelismo internazionale

Oggi, negli Stati Uniti, la discussione su reindustrializzazione, tariffe, “Strategic Investment Fund” e proprietà pubblica di asset strategici riprende esattamente la logica delle PPSS. Jake Sullivan ha proposto un fondo di investimento strategico federale; Scott Bessent, Segretario al Tesoro, parla di capacità produttiva nazionale e di “essentials of national supply” richiamando Hamilton; Peter Navarro e JD Vance insistono sulla necessità di proteggere e ricostruire la manifattura. Trump ha firmato ordini esecutivi per un fondo sovrano americano e l’amministrazione ha iniziato a prendere partecipazioni dirette in aziende strategiche (semiconduttori, terre rare, minerali critici). Kevin Warsh, attuale presidente della Federal Reserve (in carica dal maggio 2026), opera in un contesto in cui la politica monetaria e quella industriale tornano a dialogare.

Esiste una convergenza pratica anche con il fondo sovrano russo: il Russian Direct Investment Fund (RDIF) guidato da Kirill Dmitriev è uno strumento di investimento pubblico strategico che cerca partnership e co-investimenti. Bessent e Dmitriev rappresentano, da prospettive diverse, la stessa idea: lo Stato non può restare spettatore di fronte a concorrenti che usano capitale pubblico e controllo industriale come armi economiche.

Perché l’IRI è un esempio oggi

L’IRI dimostrò che lo Stato può essere imprenditore efficace senza diventare un apparato burocratico inefficiente. Combinò proprietà pubblica, gestione professionale, obiettivi strategici di lungo periodo e capacità di generare occupazione, innovazione e indipendenza. Fu il contrario della globalizzazione finanziaria che privilegia la delocalizzazione e la finanziarizzazione a scapito della produzione reale. Nel momento in cui Stati Uniti, Europa e altri Paesi riscoprono che senza capacità produttiva non c’è sovranità, l’esperienza italiana delle Partecipazioni Statali e dell’IRI offre un modello concreto, già sperimentato, di come uno Stato possa ricostruire e proteggere la propria base industriale.

Il nuovo mondo di sovranità economica – fatto di tariffe, fondi strategici, partecipazione pubblica e prioritizzazione della manifattura – dovrà necessariamente studiare e mutuare molto da quella storia. Riscoprire l’IRI non è nostalgia: l’IRI e’ oggi più che mai attuale e necessaria. E’ un precedente funzionante di “ricostruzione industriale” che ha trasformato un Paese devastato in una potenza manifatturiera tale da portare in pochi anni ad un miracolo. Il miracolo economico! All'Italia ai primi posti al mondo in termini di economic reale e moneta… in pochi anni.

La ricetta? Ce l’abbiamo ancora in tasca!

—- ADDENDUM —-

La riscoperta di Alexander Hamilton & le Partecipazioni Statali italiane

Scott Bessent

Segretario del Tesoro degli Stati Uniti (79°, in carica dal 2025) nell’amministrazione Trump. Ex gestore di hedge fund, è una delle voci principali della nuova politica economica americana centrata su sovranità produttiva, reindustrializzazione e “economic statecraft”.

Link ufficiale del discorso chiave (23 giugno 2026, Economic Club of New York – America 250 Gala):

https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0539

Da Scott Bessent (discorsi 2026)

«Abbiamo riscoperto a grande costo ciò che Hamilton ci insegnò intorno al tempo della nostra fondazione: che ogni nazione “dovrebbe sforzarsi di possedere in sé stessa tutti gli essenziali dell’approvvigionamento nazionale”. La nostra forza, in altre parole, deriva da ciò che possiamo costruire, perché la nazione che non può produrre ciò di cui ha bisogno non è veramente sicura. La nazione che dipende dai suoi avversari per input critici non è veramente sovrana. E la nazione che riduce la sua economia al consumo non è veramente prospera.

Invece, come disse Hamilton, è essenziale “[ampliare] la sfera del nostro commercio domestico”, perché la sicurezza economica inizia a casa. Inizia con la capacità di costruire, inventare, finanziare e scalare le industrie che definiranno il prossimo secolo, tra cui semiconduttori, IA, computing quantistico, manifattura avanzata, cantieristica, minerali critici e farmaceutici.»


Peter Navarro

Consigliere senior per il commercio e la manifattura alla Casa Bianca (tornato con Trump nel secondo mandato). Economista, principale teorico dell’America First sul commercio, noto per la sua posizione dura sulla Cina e per il sostegno ai dazi.

Link all’articolo/op-ed su Henry Clay e il Sistema Americano (Substack, 2026):

https://peternavarro.substack.com/p/henry-clay-and-the-architecture-of

Da Peter Navarro

«Prima che ci fosse “America First”, c’era Henry Clay. […] Con il Sistema Americano, Clay raccolse il testimone di Alexander Hamilton e abbracciò i dazi per costruire industria, la finanza per alimentare la crescita e le infrastrutture per legare un continente sprawling in un’unica unità economica. Queste politiche trasformarono gli Stati Uniti da un piccolo Paese nascente nella più potente economia del mondo. […]

Alexander Hamilton fu l’originale architetto del nazionalismo economico americano. Nel suo Report on Manufactures, Hamilton lo mise chiaramente: gli Stati Uniti avevano bisogno di dazi per difendere le loro giovani industrie dal dominio britannico e per assicurare una vera indipendenza — non solo politica, ma economica.»


Oren Cass

Chief Economist di American Compass, think-tank conservatore. Uno dei principali intellettuali del nuovo nazionalismo economico americano, critico della globalizzazione e della finanziarizzazione.

Link all’articolo su Foreign Affairs (16 gennaio 2025):

https://www.foreignaffairs.com/united-states/how-trump-can-rebuild-america

Da Oren Cass (“How Trump Can Rebuild America”, Foreign Affairs)

«Una robusta politica economica nazionale è stata una tradizione americana sin dalla fondazione del Paese. “In una comunità situata come quella degli Stati Uniti, la borsa pubblica deve supplire alla carenza di risorse private,” scrisse il Segretario al Tesoro Alexander Hamilton nel suo Report on the Subject of Manufactures del 1791. “In cosa può essere così utile se non nel promuovere e migliorare gli sforzi dell’industria?”

Henry Clay, che servì come segretario di Stato dal 1825 al 1829, portò avanti la tradizione con il suo “Sistema Americano” di dazi protettivi, una banca nazionale e finanziamento delle infrastrutture.»

Persino Jake Sullivan, il Jack the Snake della famiglia Clinton e consigliere per la sicurezza di Biden. Persino lui ora riscopre Alexander Hamilton! Qualcosa sembra essere cambiata

Jake Sullivan

Ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Joe Biden (2021-2025), figura chiave dell’establishment democratico legato alla famiglia Clinton. Oggi Kissinger Professor alla Harvard Kennedy School.

Link all’articolo su Foreign Affairs (29 luglio 2026):

https://www.foreignaffairs.com/united-states/how-reindustrialize-america-jake-sullivan

Dall’articolo di Jake Sullivan su Foreign Affairs (29 luglio 2026)

«Per evitare di erodere ciò che Alexander Hamilton chiamava “gli essenziali dell’approvvigionamento nazionale”, gli Stati Uniti devono far rivivere gli ecosistemi che permettono alla manifattura complessa e di alto valore di fiorire. In parole semplici, l’America deve diventare migliore nel produrre ciò che progetta.

Ma Washington non dovrebbe mirare a copiare all’ingrosso il playbook di Pechino sostenuto dallo Stato. […] La sfida, dunque, è trasformare il capitale in capacità, canalizzare gli investimenti verso le industrie che ancorano la forza nazionale moderna e la vitalità economica: computing avanzato, biotecnologia, robotica, minerali critici, precursori farmaceutici, manifattura avanzata e la spina dorsale dell’energia elettrica. E la soluzione è un ambizioso dispositivo nazionale di investimento strategico, guidato da un Fondo di Investimento Strategico federale.»


«FOUNDER FATHERS

Sin dalla sua fondazione, gli Stati Uniti hanno trattato la finanza come strumento di sovranità. Nel suo Report on Manufactures del 1791 al Congresso, Hamilton fece il caso che l’indipendenza economica fosse inseparabile dall’indipendenza politica. La giovane repubblica, argomentò, doveva usare il credito pubblico per nutrire l’industria produttiva e la forza nazionale. Hamilton immaginò un modello pragmatico di capitalismo abilitato dallo Stato, in cui prestiti e “premi” incoraggiavano le “manifatture nascenti”, i dazi proteggevano i settori strategici e le istituzioni pubbliche canalizzavano il capitale verso obiettivi nazionali di lungo termine. Ogni volta che gli Stati Uniti hanno affrontato prove esistenziali, i suoi leader sono tornati alla logica di Hamilton.»

«Nel corso della sua storia gli Stati Uniti hanno costruito istituzioni che canalizzavano il capitale verso una strategia nazionale. Resuscitare quella tradizione oggi significherebbe stabilire un nuovo tipo di investitore pubblico: un U.S. Strategic Investment Fund (SIF), un investitore pubblico federale con charter, orientato al mercato, con un proprio bilancio, progettato per investire a fianco del capitale privato in industrie strategicamente critiche, sia mature sia emergenti, dove i mercati da soli si sono dimostrati insufficienti.»​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​



Parallelismi attuali con fondi sovrani USA e RDIF (2025-2026)

Executive Order di Trump sul Sovereign Wealth Fund USA

3 febbraio 2025 – Casa Bianca

Link : https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/02/a-plan-for-establishing-a-united-states-sovereign-wealth-fund/

Citazione:

«È politica degli Stati Uniti massimizzare la gestione della nostra ricchezza nazionale a esclusivo beneficio dei cittadini americani. […] istituire un fondo sovrano per promuovere la sostenibilità fiscale, alleggerire il peso delle tasse sulle famiglie e sulle piccole imprese americane, garantire la sicurezza economica alle generazioni future e promuovere la leadership economica e strategica degli Stati Uniti a livello internazionale.

Il Segretario del Tesoro e il Segretario al Commercio […] elaboreranno un piano per l’istituzione di un fondo sovrano […] entro 90 giorni.»


Dichiarazioni di Scott Bessent

• Firmando l’ordine: «Andremo a monetizzare il lato attivo del bilancio degli Stati Uniti a beneficio del popolo americano. Metteremo in piedi questa cosa nei prossimi 12 mesi.» (Barron’s / WSJ, febbraio 2025)

• Sulla politica industriale: «Quando si affronta un’economia non di mercato come quella cinese, bisogna esercitare una politica industriale.» (ottobre 2025, citato in Yahoo Finance luglio 2026)

Link utili:

https://home.treasury.gov/news/press-releases (pagina ufficiale delle dichiarazioni di Bessent)

https://www.bloomberg.com/news/newsletters/2025-10-22/tungsten-mine-intel-us-steel-deals-look-like-trump-s-sovereign-wealth-fund

L’amministrazione ha già assunto partecipazioni dirette (ad esempio il 9,9 % in Intel, circa il 15 % in MP Materials per le terre rare, Lithium Americas e altre) utilizzando fondi già esistenti, creando di fatto un “fondo sovrano federato” gestito a livello esecutivo.

RDIF e Kirill Dmitriev

Wikipedia aggiornata: https://en.wikipedia.org/wiki/Kirill_Dmitriev

Citazione chiave:

Dmitriev è Amministratore Delegato del Russian Direct Investment Fund (RDIF) dal 2011 e, dal febbraio 2025, Inviato Speciale Presidenziale per gli Investimenti Esteri e la Cooperazione Economica. Ha incontrato ripetutamente gli inviati di Trump (Steve Witkoff, Jared Kushner) nel 2025-2026, proponendo pacchetti di progetti congiunti USA-Russia del valore di 12-14 trilioni di dollari (terre rare, Artico, energia), subordinati alla fine della guerra in Ucraina e alla rimozione delle sanzioni.

Fonti:

https://www.themoscowtimes.com/2026/02/19/kremlin-envoy-pitches-14-trillion-in-potential-us-russia-projects-a92002

https://www.reuters.com/world/europe/putins-investment-envoy-dmitriev-continues-talks-with-us-officials-2025-10-26/

Questi documenti e queste dichiarazioni mostrano con chiarezza la convergenza pratica tra l’approccio americano (Bessent/Trump) e quello russo (Dmitriev/RDIF) verso fondi di investimento pubblico strategico e partecipazione diretta dello Stato in asset critici – lo stesso principio che ispirò le Partecipazioni Statali e l’IRI.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

Privatizzazioni e ruolo del Tesoro (anni Novanta)

Libro Bianco sulle Privatizzazioni

Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica – Aprile 2001

Link pulito: https://www.de.mef.gov.it/modules/documenti_it/finanza_privatizzazioni/finanza_privatizzazioni/Libro_bianco_privatizzazioni_4603028-1-136.pdf

Riassunto e citazioni estese:

Il documento ufficiale del Ministero del Tesoro (sotto la direzione tecnica di Mario Draghi come DG dal 1991 al 2001) fa il bilancio completo delle dismissioni.

«Questo “Libro Bianco” sulle Privatizzazioni vede la luce al termine di una legislatura nel corso della quale tutti gli obiettivi di dismissioni che erano stati stabiliti sono stati raggiunti e superati. La legislatura si conclude, infatti, con la pressoché totale fuoruscita dello Stato dalla maggior parte dei settori imprenditoriali dei quali, per oltre mezzo secolo, era stato, nel bene e nel male, titolare.»

Incassi complessivi (Tesoro + IRI + ENI) nella legislatura: circa 160 mila miliardi di lire (82,5 miliardi di euro). Il solo Tesoro supera i 113 mila miliardi di lire. L’IRI tra il 1992 e il 2000 genera 56.051 miliardi di lire di proventi per il Tesoro.

Il testo elenca in dettaglio le operazioni su ENI (varie tranche), BNL, San Paolo, Banco di Napoli, Autostrade, Telecom, Alitalia e altre, con tabelle di quote cedute, date e incassi.

Accordo Andreatta-Van Miert (1993)

Fonte storica Wikipedia IRI + documenti UE:

https://it.wikipedia.org/wiki/IRI

Citazione:

«Per evitare una grave crisi d’insolvenza, Van Miert concluse, alla fine del 1993, con l’allora ministro degli Esteri Beniamino Andreatta un accordo, che consentiva allo Stato italiano di pagare i debiti dell’EFIM, ma a condizione dell’impegno incondizionato a stabilizzare i debiti di IRI, ENI ed Enel e poi a ridurli progressivamente ad un livello comparabile con quello delle aziende private entro il 1996. Per ridurre in modo così sostanzioso i debiti degli ex-enti pubblici, l’Italia non poteva che privatizzare gran parte delle aziende partecipate dall’IRI. L’accordo Andreatta-Van Miert impresse una forte accelerazione alle privatizzazioni in Italia.»

Incontro sul Britannia (2 giugno 1992)

Il Fatto Quotidiano – ricostruzione storica:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/10/15/mario-draghi-la-biografia-non-autorizzata-su-fq-millennium-in-edicola-da-sabato-16-ottobre-2-il-britannia-e-le-privatizzazioni-contestate/6354972/

Citazione:

«Non si può parlare di Mario Draghi e privatizzazioni senza ritornare alla celebre crociera sul Britannia, dove il 2 giugno ‘92 l’attuale capo del governo illustrò il nascente progetto delle privatizzazioni italiane a un gruppo di big della finanza anglosassone. […] Fino alle accuse, rivolte a Draghi anche in Parlamento, di aver complottato con quei finanzieri…»

Discorso di Draghi (riportato in fonti successive): «Durante gli ultimi quindici mesi, molto è stato detto sulla privatizzazione dell’economia italiana. […] per quanto riguarda le vendite reali delle maggiori aziende pubbliche al settore privato, è stato fatto poco.»

Altre analisi successive (critiche):

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/09/30/nel-giugno-del-1992-litalia-in-vendita-a-bordo-del-britannia26.html

Nessun commento:

Posta un commento

grazie del tuo commento