lunedì 25 giugno 2012

Giuseppe Meloni
www.unionesarda.it
«Aprire un conflitto con lo Stato italiano»
Paolo Maninchedda: alleanza tra chi crede nella sovranità dei sardi




Non è una chiamata alle armi, perché l'uomo è pacifista: ma quella promossa da Paolo Maninchedda è, politicamente, una sollevazione. L'esponente sardista ha ispirato le mozioni sulla sovranità votate già da due Unioni di Comuni (Marghine e Valle del Cedrino), che dichiarano «il diritto dei sardi all'autogoverno» e aprono «una stagione competitiva con lo Stato», chiedendo elezioni regionali anticipate.


La dialettica conflittuale con Roma è il collante che Maninchedda immagina per un'alleanza «sovranista», dopo aver rinnovato l'indipendentismo del Psd'Az e ideato l'ordine del giorno (approvato in Consiglio) che ridiscute le ragioni della permanenza dell'Isola nella Repubblica italiana. «Se anche i Comuni aprono un conflitto con lo Stato - ragiona Maninchedda - significa che in un pezzo d'Italia la sovranità statale è sottoposta a verifica. Non ci sono più mille “vertenze Sardegna”, ma una questione sarda: il punto è dire allo Stato se comanda lui o comandiamo noi».


È così fondamentale decidere chi comanda?«Sì, perché chi governa non dà risposte ai problemi della Sardegna. Anzi, lo Stato governa contro i nostri interessi».


Qualche esempio?«Il primo è la tirannide fiscale. La pressione enorme impedisce di accumulare capitali. Poi i trasporti: tra Sardegna e società di navigazione, lo Stato sta con le seconde. E sulla continuità territoriale, Prodi ha imposto a Soru che i sardi si pagassero un loro disagio».


Quell'accordo prevedeva anche più entrate per l'Isola.«Sì, ma con la ganascia del patto di stabilità che taglia la spesa. Se a lei danno una paga di tremila euro ma le impediscono di spenderne più di mille, il suo vero stipendio è mille».


Parliamo di energia.«È evidente il privilegio che lo Stato accorda a Enel ed E.On, e nessuno conosce le tariffe a cui Terna acquista dai loro impianti definiti “essenziali”. Ma parliamo anche di istruzione: i fondi agli atenei premiano le zone già ricche, utilizzando come parametro il tempo trascorso dai laureati prima di trovare lavoro. Così Sassari paga il contesto economico in crisi».


Non crederà a un complotto?«No. Ma l'Italia non può permettersi, al centro del Mediterraneo, un'isola padrona dei suoi mari e dei suoi cieli, con una pressione fiscale al 31% e un settore manifatturiero tax free per cinque anni: saremmo un competitor molto serio».


Basta fare da soli, per crescere così tanto?«Ma indipendenza, oggi, non vuol dire stare soli. Tantomeno autarchia. Vuol dire essere responsabili di noi stessi. I sardi saprebbero ben governare il loro fisco, i trasporti, la scuola...»


La sola nostra fiscalità reggerebbe il costo di tutti i servizi?«Accetto la domanda se la si rivolge a tutta l'Europa. Non è che non ce la fa la Sardegna: non ce la fa l'Italia, la Francia, la Spagna. Infatti si indebitano, ed ecco perché il debito pubblico degli Stati è così critico».


Lei ha detto che una proposta unitaria di governo degli indipendentisti oggi vincerebbe. Com'è possibile?«Con un progetto credibile. Non fondato sull'eroismo indipendentista, di chi pensa più a perpetuare la memoria di sé che a costruire uno Stato. Bisogna avere il coraggio di chiedere, in campagna elettorale, un mandato per fare cose dure: sacrifici per rendere la Sardegna più civile, colta, laboriosa. Serve un grande patto solidaristico: forse dovremo dire a chi ha uno stipendio buono che non si potrà creare occupazione senza rinunciare a qualcosa».


Quale alleanza immagina?«Più che altro immagino una campagna elettorale in cui il discrimine non sia centrodestra contro centrosinistra, ma Sardegna contro Italia. Federalisti europeisti contro unionisti».


È l'idea maturata con Sel?«Guardi, se si fa un accordo tra segreterie, la gente non lo capisce. Altro è se si crea qualcosa dal basso, anche con chi ha ruoli di partito ma fuori dalle liturgie partitiche».


Le primarie sono una di queste liturgie?«No, io sono favorevole: se sono serie, trasparenti e non drogate dai sinedri di partito».


C'è chi pensa che lei voglia fare il presidente della Regione.«È vero che alcuni me ne parlano, ma credo che il presidente debba venire fuori da percorsi democratici e da rapporti sociali, non da designazioni. Serve uno che faccia squadra, e non tema di mettere in Giunta persone più capaci di lui».


Come valuta Cappellacci?«Non ha percezione adeguata della gravità di alcuni problemi. Con lo Stato è partito da un atteggiamento debole, virando poi verso la conflittualità: ma negli uffici ministeriali hanno ancora il vecchio file , e lui sconta queste oscillazioni».

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