lunedì 30 settembre 2013

Comitato Gettiamo le Basi 

marcia della pace a Quirra

   Alla cortese attenzione del
 Comitato Politico Regionale Sardinya
 Partito della Rifondazione Comunista


Vi auguriamo un lavoro proficuo e auspichiamo che abbia spazio e rilevanza l’obiettivo costituente del comitato “Gettiamo le Basi della guerra fuori dalla Sardegna e fuori dalla Storia”  -  condiviso in pieno dalla stragrande maggioranza di compagne/i di Rifondazione - e, soprattutto, l’individuazione di mezzi efficaci e strade percorribili per conseguirlo.

Ringraziamo sentitamente per l’invito alla Conferenza Programmatica Regionale, per l’opportunità offerta di dire la nostra, fare il punto sulle nostre lotte.  

Purtroppo siamo impossibilitati a partecipare di persona per  il sovrapporsi di un altro impegno. Infatti la mattina del 15/9 si svolgerà il “solito” sit in mensile – portato avanti da oltre due anni con militari, famiglie di militari colpiti dalla “sindrome Golfo-Balcani-Quirra” e comitati di cittadini dei paesi coinvolti dalle permanenti attività di guerra e dall’inquinamento bellico -  per “ VERITA’ e GIUSTIZIA per gli uccisi da veleni di guerra e di poligono,  FERMARE la STRAGE di STATO” e proporre al rappresentante del governo le misure da adottare,  riassunte nell’acronimo SERRAI (chiudere)

S   Sospensione delle attività dei poligoni dove si sono registrate le patologie di guerra;
E   Evacuazione dei militari esposti alla contaminazione dei poligoni di Teulada, Decimomanno-Capo Frasca, Quirra                                                 
R   Ripristino ambientale, bonifica seria e credibile delle aree contaminate a terra e a mare;
R   Risarcimento alle famiglie degli uccisi, ai malati, agli esposti, Risarcimento al popolo sardo del danno inferto all’isola.
A   Annichilimento, ripudio della guerra e delle sue basi illegalmente concentrate in Sardegna in misura iniqua;
I      Impiego delle risorse a fini di pace

                                                                      *****
     
La nostra lotta contro i signori della guerra e delle armi e le loro truppe di ascari sardi è sempre stata sostenuta dalla radicata consapevolezza del diritto/dovere di opporsi ai soprusi, non subire, cercare e aprire spazi di autodeterminazione senza rimandare al domani, al “quando spunterà il bel sol dell’avvenir”, come invitava una vecchia canzone del vecchio PCI (…e i risultati dell’eterna attesa si sono visti!). Questo diritto/dovere si cala nella realtà con la messa in discussione, l’impegno quotidiano, adesso e subito, sia nella sfera personale, sia negli ambiti politico-sociali del nostro agire.

Nei primi anni di vita del comitato il progetto di “estirpare le basi della guerra, i suoi poligoni, i suoi arsenali, i suoi depositi ecc” era valutato quasi unanimemente come anacronistico residuato del ’68, velleitario, impraticabile, perso in partenza. Abbiamo cambiato il clima! Da anni (troppi!!) è all’odg dell’agenda politica, però, non sempre per nobili motivi, spesso per opportunismo, per imbonire l’elettorato, e peggio ancora per rovesciarlo nel suo contrario “cambiare tutto perché nulla cambi”. Alla politica dello struzzo sta subentrando la politica del gattopardo. 

Adesso il nostro obiettivo “minaccia” di essere vincente e allo stesso tempo si avverte il rischio della metabolizzazione dei crimini perpetrati dall’occupazione militare della Sardegna, l’avanzare della percezione della guerra permanente, in casa nostra e contro gli altri popoli, come fatto normale e naturale. Un segnale inquietante: l’aggressione alla Libia è passata quasi senza opposizione del popolo “No gherra No Basis”, l’attacco alla Siria, in preparazione da anni, finora è contrastato da un argentino che esorta alla mobilitazione delle masse e di ciascuno. E intanto rombano i motori dei cacciabombardieri per sganciare anche sulla Sira il mortale regalo “umanitario” della libertà, sovranità, democrazia! 


La lotta per espellere la US Navy dalla Maddalena (2002-2008) è indicativa, non solo del protagonismo di base vincente, ma anche della variante della legge fisica che in campo sociale e politico prevede: ad ogni azione corrisponde una reazione centuplicata e contraria. La gestione demenziale, o meglio sapientemente reazionaria, della fuga della US Navy ha convertito La Maddalena in perfetto esempio di catastrofe per le popolazioni private dell’occupazione militare. Oggi le due forze, azione e reazione, sono in pieno dispiegamento sul caso Poligono della morte Salto di Quirra (Pisq).

   Il  lungo e paziente lavoro dal basso, intrapreso nel 1999, ha portato in piena luce, in Sardegna e a livello internazionale, i crimini perpetrati  dallo Stato Italiano, dalla Nato, dalle multinazionali delle armi con la complicità fattiva e/o il silenzio omertoso della stragrande maggioranza della classe politica e dirigente sarda a tutti i livelli (dal Comune ai ministeri, passando per il mondo accademico, sindacati ecc). Il processo in corso a Lanusei offre un campionario, seppure estremamente ridotto, di quella varia DISumanità responsabile e/o complice del disastro e del lento genocidio del popolo sardo per leucemia, tumore, alterazioni genetiche, miseria. 

I mandanti della strage di Stato sono passati al contrattacco, non nascondono più la volontà di raggirare, piegare ai loro scopi, trarre il massimo dei vantaggi dal terremoto causato dall’eruzione delle verità a lungo nascoste e negate, convertire il disastro ambientale in opportunità di consolidamento del bombing test range e fonte di ulteriori guadagni. Lo Stato ha impresso un accelerata al potenziamento del Pisq, eufemisticamente chiamato riqualificazione, la RAS tiene bordone con il programma Distretto Aerospaziale, insieme, brandendo come una clava il classico strumento “ ricerca scientifica infinita” di occultamento della realtà, portano avanti lo studio epidemiologico bidone N°3; la legge 134/ 7-8-2012 (approvata da tutti i parlamentari sardi) consente di legalizzare l’inquinamento sollevando i valori soglia dei contaminanti; il decreto “del fare” riduce a optional le bonifiche obbligatorie.

In ogni angolo dell’isola si diffonde il canto delle sarde sirene che interpretano in sarda musica il progetto Nato-Ministero Difesa, divulgato in Sardegna come progetto Scanu (analizzato e commentato più volte da Gettiamo le Basi nelle varie fasi di messa a punto). Il canto, riassumibile in “riqualificazione del Pisq, basta un solo poligono, gli altri sono inutili”, attrae con fantasmagorici miraggi di liberazione di Teulada e Capo Frasca, affascina con la profusione di parole a noi care come sovranità, dignità e diritti del popolo sardo, con l’uso “sapiente” di frasi e concetti, che sembrano presi pari pari dai nostri volantini e da quelli dell’area antagonista, indipendentista, pacifista; gratifica con le sviolinature sulle vertenze storiche della RAS per scuotersi dal giogo militare. Le voci più note sono quelle del quartetto iniziale, adesso ridotto a trio per il ritiro dell’ex sindaco di Perdas, Walter Mura, dopo le incriminazioni plurime da parte del procuratore Fiordalisi. E’ composto dal parlamentare democristiano-PD Scanu, dall’ex manager Asl Onnis di area centrosinistra, dal sindaco di Villaputzu Codonesu (area Sel). Quest’ultimo, nelle vesti di adepto del Dio Scienza, di recente ha esposto anche in un libro, in linguaggio appetibile ai sardi, il progetto Quirra made in Nato. 

Non è questa la sede per discutere le varie “verità” scientifiche e geostrategiche sostenute dall’autore. Ci limitiamo a rilevare il taglio ecumenico-cerchiobottista teso a compiacere tutti i palati, mettere tutti d’accordo e bien unidos, militaristi, fans di guerre umanitarie di export democrazia, aree autonomiste, indipendentiste, penta stellate. Verso queste aree fuori controllo PD strizzatine d’occhio e ammiccamenti sono talmente smaccati e grossolani da indurre a pensare che difficilmente qualcuno abboccherà. Il collante dell’unità delle varie anime del popolo sardo, il caposaldo dei vari ragionamenti, è la “scoperta” che il ruolo della Nato si è spostato sempre più sul versante politico-umanitario, sta diventando a ritmo accelerato un’alleanza per la cooperazione, la protezione civile, la pace e la solidarietà tra popoli, come dire un facsimile di Emergency e Caritas.

Non abbiamo mai inteso delegare o scaricare alla magistratura la soluzione dell’incompatibilità di un bombing test range con il diritto democratico di “ essiri meris in domu nostra”, con la sicurezza e la vita umana, con la tutela dell’ambiente e il diritto individuale e collettivo di vivere in un ambiente salubre sanciti dalla Carta Costituzionale, con il ripudio della guerra, quindi delle sue basi, dei suoi arsenali, dei suoi poligoni. Ancora meno potremo farlo adesso che s’intensificano segnali inequivocabili della volontà di mettere in coma o fare abortire il processo in embrione sulla strage di Stato che si è compiuta e si compie Quirra. Qualunque sia la verità giudiziaria, la scelta sul che fare delle basi di guerra accollate alla Sardegna è eminentemente politica, a noi spetta e su di noi grava il diritto/dovere di decidere e agire. 

 Riconosciamo con gratitudine al procuratore Fiordalisi il coraggio e la capacità  di avere scoperchiato il verminaio. Il suo lavoro ha  accelerato e reso concreta l’opportunità di farla finita almeno con il Pisq. 

 “Como est su filu ordidu, a nois toccat a tessere”
La tessitura può essere solo frutto della volontà e capacità di popolo – di ciascuno in prima persona, nel suo piccolo, con le sue più diverse competenze e inclinazioni, con gli strumenti a disposizione -  di rendere inagibili le strutture aliene portatrici di morte installate o da installare nel suo territorio, la Sardegna. Lo insegna l’esperienza storica: da Pratobello a Vieques, le lotte No Radar, No Nuke, No eolico off shore ecc. 

Noi come comitato sosteniamo con forza il disegno  espresso dall’acronimo SERRAI e proponiamo un ulteriore tentiamo disegno minimalista di breve-medio termine che, però, può favorire il dispiegarsi del progetto di ampio respiro di liberazione dalla guerra e dalle sue basi. Vi chiediamo e chiediamo a ciascun sardo di annodare i fili per promuovere:
1   Vigilanza attiva per arrivare in tempi ragionevoli al rinvio a giudizio degli incriminati dalla procura di Lanusei per il disastro di Quirra.
2   Costituzione di TUTTI i sardi come parte lesa nel processo e inoltre ricorso ai tribunali internazionali. Il L’avv. pool di avvocati che segue, gratuitamente, le vittime del Pisq e alcune istituzioni che si sono costituite parte civile , si è assunto l’onere di preparare gli atti formali. La macchina organizzativa è già in moto. 
3   contrasto alle sirene, numerose e di voce potente, impedire che agiscano indisturbate.
Obiezione fiscale all’acquisto degli F35, destinazione dei fondi non versati allo Stato alla difesa del nostro territorio e alla sicurezza della popolazione, gestione locale con controllo dai cittadini obiettori delle risorse acquisite. Il nemico che sistematicamente aggredisce la Sardegna non sta in Afghanistan o in Libia, non si chiama Al Qaeda, si chiama Incendio. Su questo fronte la fase delle lamentele e recriminazioni è esaurita, oggi ci sono le condizioni sociali per passare all’azione diretta, riprenderci l’esercizio della nostra sovranità.  
Per maggiore dettaglio si rimanda all’allegato stralcio della proposta avanzata da Gettiamo le Basi alla Tavola Sarda della Pace, organismo di cui facciamo parte  e ha tra i suoi portavoce il sindaco di Laconi, uno dei Comuni pesantemente colpiti dal rogo del 7 agosto . 

PER CONCLUDERE.
Tenendo presente che musica e poesia sono l’arma tradizionale, sempre vincente, usata dalle comunità sarde per espellere le presenze sgradite (bogai a goccius, pittaiolus, son’e corru) ricapitolo con le parole di Mario Brasu, poeta-pastore.
 A puntu bellu ses torrada / pobera Sardigna mia / e puru Deus t’at criada / pro esser sa mezzus poesia.
Sa zuventude disocupada / massaios e pastores in agonia / in sartos de Quirra e Teulada / 
giogos de gherra e...LEUCEMIA. / Sa classe politica bene pagada / intregat su logu a sa brullaria! / 
Terra, terra male fadada / Moi est ora de la fagher finia! / Si a tant’infamia non faghimos doa / la finimos che a Muroroa / 

FORTZA PARIS! In su benidore / s’arga a su muntonarzu!

 (4/1/2011, commento al documento “top secret”dei veterinari  pubblicato lo stesso giorno dall’Unione e Liberazione

Comitato Gettiamo le Basi   (tel 3467059885)

domenica 29 settembre 2013

Nota di Rischio Calcolato: Il seguente articolo del Direttore Blondet è una testimonianza di quanto sia manipolata e di basso livello l’informazione mainstream italiana, ogni anno a Valdai una città della regione di Novgorod (nordovest della russia) ove si riunisce il “Club di discussione Internazionale Valdai” una manifestazione culturale in cui leader ed esperti russi ed internazionali  discutono del ruolo della Russia nel mondo, a questa edizione era presente per l’Italia l’ex presidente del consiglio Romano Prodi
rischiocalcolato.it


Valdai Discussion Club
Abbiamo tratto parte dell'articolo su citato  dove si possono leggere le  espressioni del Presidente Russo


Valdimir Putin, ex uomo dei servizi segreti russi la famigerata ex KGB, luogo al  cui interno  si fa scuola ai nuovi quadri con senso aperto multiculturale ed anche spirituale; 

la nostra non conoscenza della ex società sovietica ci rende ignari della portata dell'approfondimento ideologico e concettuale subliminale raggiunto nella russia sovietica; siamo incoscienti al punto da restare sbigottiti nel sentirci dire cose che pensavamo fossero esclusiva della  nostra società e dialettica;
ma foriera della mancanza di una nostra visione realista,  luogo mancante e per noi inconcepibile di ragionamento, perché non si prende in considerazione che tali vecchi veterocomunisti razional-materialisti, come ce li hanno descritti hanno svolto un servizio non informativo e ci hanno fatto vedere  i russi in veste sterotipata. 

Certo quel che si vede in questo sunto, ribalta quanto ci è stato fatto credere nel passato fino ad ora, infatti  dal discorso fatto da Putin si vede un uomo eclettico intelligente e molto attento alle sensibilità sociali e umane, un uomo che si muove con mente aperta a tutto campo, che non parla da militarista di strategie militari come abbiamo conosciuto nello stereotipo che ci hanno inculcato e propinato i media "occidentali eterodiretti" , ma conosciamo un uomo a tutto tondo, pronto a mettersi in gioco sotto tutti gli aspetti anche in quello che per noi in "occidente" è il campo che avremmo dovuto eccellere e  prediligere : il campo spirituale. 

Lasciamo a Voi tutti il giudizio delle affermazioni di questo uomo  che ai più è avverso , lasciando da parte ogni prevenzione e guardando al vero senso del messaggio rivolto non solo all'interno della sua nazione , ma ad ogni popolo che abbia intenzione di camminare sulla strada della liberazione nazionale e della consapevolezza dell'essere. 

(pensiamo che per noi Sardi, la brillantezza della sintesi e delle idee espresse dalla lucidità dialettica esposta, siano un contributo di analisi alternativa in  prospettiva per il nostro cammino di liberazione, de sa Sardinya, una sorta di lampada al piede che ci illumina una strada possibile da percorrere)

Sa Defenza 


PUTIN DA LEGGERE E RIFLETTERE LA PORTATA DELLE IDEE CHE ESPRIME..

Alcuni passi del discorso di Putin molto interessanti:

è diventato più aperto, trasparente ed interdipendente. Questo fatto sfida praticamente tutti i popoli e i paesi in un modo o nell’altro, russi, europei, cinesi ed americani – le società di tutti i paesi, di fatto.

(...) Per noi (parlo dei russi e della Russia) le domande sul chi siamo e chi vogliamo essere sono sempre più in primo piano. Ci siamo lasciati alle spalle l’ideologia sovietica, e non c’è ritorno. Chi propone un conservatorismo fondamentale, e idealizza la Russia pre-1917, sembra ugualmente lontano dal realismo, così come sono i sostenitori di un liberalismo estremo, all’occidentale.

È evidentemente impossibile andare avanti senza auto-determinazione spirituale, culturale e nazionale. Senza questo, non saremo capaci di resistere alle sfide interne ed estere, né riusciremo nella competizione globale. Oggi vediamo una nuova tornata di questa competizione, centrate sull’economico-tecnologico e sull’ideologico-informazionale. I problemi militari e le condizioni generali stanno peggiorando. Il mondo diventa più rigido, e spesso scavalca non solo il diritto internazionale, ma anche l’elementare decenza>.

Ogni Stato, continua Putin,

<deve disporre di forza militare, tecnologica ed economica; ma la cosa prima che ne determinerà il successo è la qualità dei suoi cittadini, la qualità della società: la loro forza intellettuale, spirituale e morale. Alla fin fine, crescita economica, prosperità ed influenza geopolitica derivano da tali condizioni della società. Se i cittadini di un dato Paese si considerano una nazione, se e fino a che punto si identificano con la propria storia, coi propri valori e tradizioni, e se sono uniti da fini e responsabilità comuni. In questo senso, la questione di trovare e rafforzare l’identità nazionale è davvero fondamentale per la Russia>.

l’identità nazionale della Russia odierna subisce non solo la pressione oggettiva che viene dalla globalizzazione, ma anche le conseguenze delle catastrofi nazionali del ventesimo secolo
, quando abbiamo provato il collasso del nostro stato per ben due volte. L’effetto è stato un colpo devastante ai codici culturali e spirituali della nostra nazione; abbiamo fronteggiato la rottura di tradizioni e consonanza della storia, con la demoralizzazione della società, con una perdita di fiducia e responsabilità. Queste sono le cause radicali dei tanti urgenti problemi che affrontiamo. La questione della responsabilità verso se stesso, verso la società e il diritto, è qualcosa di fondamentale per la vita di ogni giorno come per la vita del diritto>.
(...)

<L’esperienza ha mostrato che una nuova idea nazionale non compare da sé, né si sviluppa secondo regole di mercato. Uno Stato ed una società costruiti “spontaneamente” non funzionano, né funziona copiare meccanicamente le esperienze di altri Paesi. Tali prestiti rozzi e tentativi di civilizzare la Russia dall’esterno non sono state accettati dalla maggioranza assoluta del nostro popolo. Ciò perché l’aspirazione all’indipendenza e alla sovranità nella sfera spirituale, ideologica e nella politica estera è parte integrante del nostro carattere nazionale. Detto tra parentesi, tali approcci sono falliti anche in altre nazioni. I tempi in cui modelli e stili di vita già bell’e fatti potevano essere inseriti in Paesi stranieri come programmi nei computers sono passati.

Comprendiamo anche che l’identità e un’idea nazionale non può essere imposta dall’alto, per mezzo di un monopolio ideologico. È una costruzione molto instabile e vulnerabile, e lo sappiamo per esperienza personale; non ha futuro nel mondo moderno. Abbiamo bisogno di creatività storica, d’una sintesi dei costumi e delle idee nazionali migliori, una comprensione delle nostre tradizioni culturali, spirituali e politiche colte da diversi punti di vista; bisogna capire che (l’identità nazionale) non è qualcosa di rigido che durerà per sempre, ma piuttosto un organismo vivente. Solo così la nostra identità sarà fondata su solida base, diretta verso il futuro e non il passato. Questo è il principale argomento a riprova che un’ideologia di sviluppo deve essere discussa da persone che hanno visioni differenti, e diverse opinioni sul come risolvere dati problemi.

Sicché tutti noi – i cosiddetti neo-slavofili e i neo-occidentalisti, gli statalisti e i cosiddetti liberisti – tutta la società deve lavorare insieme per creare fini comuni di sviluppo (...). Ciò significa che i liberisti devono imparare a parlare ai rappresentanti della sinistra e che d’altro canto i nazionalisti devono ricordare che la Russia è stata formata specificamente come stato pluri-etnico e multi-confessionale fin dalla sua nascita (...). La sovranità, indipendenza e integrità territoriale della Russia sono incondizionate. Qui ci sono “linee rosse” che a nessuno è permesso scavalcare. Per quanto differenti siano le nostre vedute, le discussione sull’identità e il nostro futuro nazionale sono impossibili se coloro che vi prendono parte non sono patriottici. Ovviamente intendo patriottismo nel più puro senso della parola>.

Dopo aver delineato la libertà di pensiero desiderabile in Russia e il limite che deve incontrare, nel comune senso di patria, Vladimir Putin pronuncia la critica più lucida alla "cultura" occidentale ed al sistema occidentale, che vuol imporre a tutta l’umanità, e ne addita l’intento suicida e, al fondo, demonico.

Questi sono passi fondamentali:

grave sfida all’identità della Russia è legata ad eventi che hanno luogo nel mondo s
ono aspetti insieme di politica estera, e morali. Possiamo vedere come i Paesi euro-atlantici stanno ripudiando le loro radici, persino le radici cristiane che costituiscono la base della civiltà occidentale. Essi rinnegano i principi morali e tutte le identità tradizionali: nazionali, culturali, religiose e finanche sessuali. Stanno applicando direttive che parificano le famiglie a convivenze di partners dello stesso sesso, la fede in Dio con la credenza in Satana.

La “political correctness” ha raggiunto tali eccessi, che ci sono persone che discutono seriamente di registrare partiti politici che promuovono la pedofilia.
In molti Paesi europei la gente ha ritegno o ha paura di manifestare la sua religione. Le festività sono abolite o chiamate con altri nomi; la loro essenza (religiosa) viene nascosta, così come il loro fondamento morale. Sono convinto che questo apre una strada diretta verso il degrado e il regresso, che sbocca in una profondissima crisi demografica e morale.

E cos’altro se non la perdita della capacità di auto-riprodursi testimonia più drammaticamente della crisi morale di una società umana? Oggi la massima parte delle nazioni sviluppate non sono più capaci di perpetuarsi, nemmeno con l’aiuto delle immigrazioni. Senza i valori incorporati nel Cristianesimo e nelle altre religioni storiche, senza gli standard di moralità che hanno preso forma dai millenni, le persone perderanno inevitabilmente la loro dignità umana. Ebbene: noi riteniamo naturale e giusto difendere questi valori. Si devono rispettare i diritti di ogni minoranza di essere differente, ma i diritti della maggioranza non vanno posti in questione.

Simultaneamente, vediamo sforzi di far rivivere in qualche modo un modello standardizzato di mondo unipolare e offuscare le istituzioni di diritto internazionale e di sovranità nazionale. Questo mondo unipolare e standardizzato non richiede Stati sovrani; richiede vassalli. Ciò equivale sul piano storico al rinnegamento della propria identità, della diversità del mondo voluta da Dio>...

domenica 22 settembre 2013

ISRAEL SHAHAK 

ISRAEL SHAHAK UN GRANDE UOMO DI ISRAELE
IL SIONISMO NON E' SOLO CONTRO I PALESTINESI
E' ANCHE CONTRO GLI EBREI ED ISRAELE

Antonello Boassa


Nel 1943 Israel venne deportato assieme alla madre nel campo di concentramento di Bergen-Belsen . 

Sopravvisse ed emigrò in Palestina allora sotto mandato inglese . 

Critico nei confronti dell'ebraismo classico già in gioventù , il suo impegno contro il sionismo divenne più esplicito dopo la guerra del 1967 . 

Responsabile della Lega israeliana per i diritti umani , promosse campagne e proteste contro le politiche discriminatorie verso le minoranze e si scontrò duramente con israeliani di sinistra che criticavano i provvedimenti oppressivi contro i Palestinesi ma che non rifiutavano il sionismo . Per Israel tali signori erano solo degli ipocriti .

Apprezzato a livello internazionale per i suoi saggi sull'ebraismo classico , su quello ortodosso e sul sionismo ,rimase sempre un ostinato avversario dei governi israeliani , ribadendo a più riprese che il sionismo era il principale ispiratore delle scelte di politica internazionale , delle velleità espansioniste , dell'oppressione nei confronti dei Palestinesi e delle minoranze (vedi a proposito il saggio ( "Sionismo come movimento recidivo") .

Per Israele la "redenzione" della terra si ha con l'allontanamento dei non ebrei " il vecchi proprietario non-ebreo può essere il più virtuoso degli uomini , l'acquirente il peggiore dei criminali : se è ebreo , la transazione opererà la "redenzione" o la "salvezza" della terra . 
Al contrario se il peggiore degli ebrei cede la sua proprietà al migliore dei non-ebrei , la terra fino ad allora "redenta e salvata" ricadrà nella "dannazione"..."La conclusione logica di tali teorie è l'espulsione ... di tutti i non-ebrei dalla terra "redenta".

Per Israel Shahak "tutto è decretato dal Talmud e non dalla Bibbia" . 

I precetti precedenti come quelli che seguiranno appartengono all'insegnamento post biblico che "manipola" la Bibbia ("amerai il prossimo tuo come te stesso è inteso dal giudaismo classico ed ortodosso attuale come l'ordine di amare il prossimo ebreo , e non l'uomo in genere") 
E' bene tener presente che le fondamenta ideologiche dell'apparato politico culturale militare dello stato di Israele poggiano non sull'Antico Testamento ma sulla letteratura talmudica e quindi sul giudaismo ortodosso .

"Secondo la legge giudaica ,l'uccisione di un ebreo è un crimine capitale ...Il caso è del tutto differente se la vittima è un non-ebreo . 

L'ebreo che uccide deliberatamente un non-ebreo è colpevole soltanto di un peccato contro le leggi del cielo , punibile solo da Dio e non dall'uomo" Israel Shahak aspira ad uno stato non fondamentalista , laico che costruisca la pace , la giustizia sociale e preveda libertà di pensiero e di culto . 


il grande Israele obiettivo del sionismo
Il rifiuto del sionismo risulta inesorabile " vi sono sempre state relazioni strette tra i sionisti e gli antisemiti . I sionisti pensavano di avvantaggiarsi dell'aspetto demoniaco dell'antisemitismo e di utilizzare gli antisemiti per i propri scopi ...

L'esempio più scioccante è la gioia con la quale alcuni dirigenti sionisti accolsero l'ascesa di Hitler al potere , poiché avevano in comune la fede nel primato della razza e l'ostilità all'assimilazione degli ebrei". 

Il disaccordo con i nazisti consisteva naturalmente nel fatto che per i sionisti la razza pura era quella ebraica .

Le fondamenta filosofiche ed ideologiche del sionismo sono complesse ma tra gli elementi costitutivi indubbiamente occupa un ruolo decisivo la letteratura talmudica con la quale Israel non è tenero . " 

I civili di cui non si è sicuri che non ci nuocciano... possono e anche debbono essere uccisi...in guerra , quando le nostre truppe sferrano l'attacco finale , è loro permesso ... di uccidere anche i civili buoni ..." Israel ci ricorda che a partire dal 1973 tali precetti venivano diffusi pubblicamente tra i militari israeliani religiosi .

Israel Shahak è parte di quella grande comunità ebraica diffusa a livello planetario che è contraria alla politica razzista ed espansionista dello stato di Israele . Comunità che ha poca voce in capitolo . Che i media di regime poco ne parlino per non disturbare lo stato sionista alleato di fatto ormai dell'Occidente e delle Petrol-monarchie è cosa ovvia . 


Mai dare spazio alle opposizioni vere . Ma ciò che risulta imbarazzante e direi umiliante è che in questo processo di occultamento per non dire di rifiuto concorrono anche molte sinistre nostrane tra cui alcune che si dichiarano di opposizione . 

Così come si accetta il pareggio di bilancio , il fiscal compact , il saccheggio dei beni dello stato ,la presenza imperiale della Nato , si tollera con disinvoltura che lo stato di Israele espropri , torturi , uccida .

Mi appello alle sinistre"autentiche" perché non solo si impegnino nell'opera di informazione dei crimini che vengono compiuti dai sionisti ma siano anche capaci di incontrarsi con le opposizioni israeliane , di collaborare , di solidarizzare perché ne hanno un gran bisogno loro ma anche la Palestina e anche noi .


Perché di loro ha bisogno questa regione martoriata e non certo di falsi democratici alla Oz o alla Grossman che non sono-lo direbbe proprio Israel Shahak- che degli ipocriti .
Prof Francesco Casula, il suo è un bel inno di lode alla nostra terra ed al suo popolo, e ci teniamo pubblicarlo, la solidarietà scorre da sempre nelle vene del popolo sardo e  a volte la stupenda accoglienza e ospitalità data allo straniero viene scambiata, da chi non è puro di cuore, per debolezza e stupidità.. ma questa visione tenebrosa della vita non ci tocca, ed il nostro modo d'essere umili e solidali continua imperterrito senza esserne scalfito affatto vogliamo rammentare le azioni che Lei ha citato;  crediamo che il tutto  si possa sintetizzare nell'azione che i pastori attuano verso colui che perde tutto, la solidarietà che s'esprime è sintetizzata in questa cosa che noi sardi chiamiamo s'ajudu torrau: "Ponidura o paradura. – Quando un pastore ha subito qualche perdita e vuol rifare il suo gregge, l'usanza gli dà facoltà di fare quel che si dice la ponidura o paradura. Egli compie nel suo villag­gio, e magari in quelli vicini, una vera questua. Ogni pastore gli dà almeno una bestia giovane, in modo che il danneggiato mette subito insieme un gregge d'un certo valore, senza contrarre alcun obbligo, all'infuori di quello di rendere lo stesso servizio a chi poi lo reclamasse da lui…” ecco come siamo noi sardi; ma se provocati e perseguiti abbiamo la forza e  riusciamo a cacciare chi viene qui con idee belliche a farci guerra, magari pensano di trovare i "locos" ospitali che li hanno accolti in tempo di pace ... ebbene: sappiano che sappiamo essere anche  guerrieri che al momento giusto, sanno come liberarsi dall'oppressore. 

Sa Defenza



I SARDI POCOS LOCOS Y MAL UNIDOS?

 Francesco Casula
Francesco Casula

Noto che intellettuali insospettabili e avveduti continuano a ripetere il becero e trito luogo comune sui Sardi pocos, locos y mal unidos, attribuito a Carlo V, ma mai verificato in alcun documento o altra fonte storica.


Del resto l’imperatore poco doveva conoscere la Sardegna se non dai dispacci “interessati” dei vice re: solo due volte la visitò direttamente. Nel 1535 quando durante la spedizione contro Tunisi e i Barbareschi sbarcò a Cagliari trattenendosi alcune ore e nell’ottobre del 1541, nella seconda spedizione, questa volta contro Algeri, il più attivo nido dei Barbareschi. 

In questo caso la flotta imperiale sostò in Sardegna: ma non – come ebbe a sostenere Carlo V – per visitare Alghero, dove passò la notte del 7, bensì per esserne abbondantemente approvvigionato, a spese della popolazione della città catalana e dell’intero sassarese.


 Ma tant’è: tale luogo comune – a prescindere da Carlo V – è stato interiorizzato da molti sardi, con effetti devastanti, specie a livello psicologico e culturale  (vergogna di sé, complessi di inferiorità, poca autostima, voglia di autocommiserazione e di lamentazione) ma con riverberi in plurime dimensioni: tra cui quella socio-economica.


I Sardi certo sono pocos,: e questo di per sé non è necessariamente un fattore negativo. Ma non locos: ovvero stolti, stolidi e men che meno imbecilli.


Certo le esuberanti creatività e ingegnosità popolari dei Sardi furono represse e strangolate dal genocidio e dal dominio romano. Ma la Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico  Meloni. E non fu annientata. 
La resistenza continuò. 
I Sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati:sos rennos sardos (i regni sardi). 


Certo con catalani, spagnoli e piemontesi furono di nuovo dominati e repressi: ma dopo secoli di rassegnazione, a fine Settecento furono di nuovo capaci ai alzare la schiena e di ribellarsi dando vita a quella rivoluzione antifeudale, popolare e nazionale che porrà la base della Sardegna moderna.

Certo, si è tentato in ogni modo di scardinare e annientare lo spirito comunitario, la solidarietà popolare, quella pluralità di reti sociali e di relazione che avevano caratterizzato da sempre le Comunità sarde con variegati sistemi e costumi solidaristici e di forte unità: basti pensare a s’ajudu torrau o a sa ponidura: costumanza che colpirà persino un viaggiatore e visitatore come La Marmora che [in Viaggio in Sardegna di Alberto Della Marmora, Gianni Trois editore, Cagliari 1955, Prima Parte, Libro primo, capitolo VII., pagine 207-209] scriverà:” Fra le usanze dei campagnuoli della Sardegna, alcune sono de­gne di nota e sembrano risalire all'antichità più remota : citeremo le seguenti. Ponidura o paradura. –  Quando un pastore ha subito qualche perdita e vuol rifare il suo gregge, l'usanza gli dà facoltà di fare quel che si dice la ponidura o paradura. Egli compie nel suo villag­gio, e magari in quelli vicini, una vera questua. Ogni pastore gli dà almeno una bestia giovane, in modo che il danneggiato mette subito insieme un gregge d'un certo valore, senza contrarre alcun obbligo, all'infuori di quello di rendere lo stesso servizio a chi poi lo reclamasse da lui…”


Così le identità etnico-linguistiche, le specialità territoriali e ambientali, le peculiarità tradizionali, pur operanti in condizioni oggettive di marginalità economica sociale e geopolitica permangono. 

I Sardi infatti, nonostante le tormentate vicende storiche costellate di invasioni, dominazioni e spoliazioni, hanno avuto la capacità di metabolizzare gli influssi esterni producendo una cultura viva e articolata che ha poche similitudini nel resto del mediterraneo. 

Basti pensare al patrimonio tecnico-artistico, alla cultura materiale e artigianale, alla tradizione etnico-musicale connessa alla costruzione degli strumenti, alla complessa e stratificata realtà dei centri storici e delle sagre, agli studi sulla realtà etno-linguistica, alla straordinaria valenza mondiale del patrimonio archeologico e dei beni culturali, all’arte: da quella dei bronzetti a quella dei retabli medievali; dagli affreschi delle chiese ai murales, sparsi in circa duecento paesi; dalla pittura alla scultura moderna.


Ma soprattutto basti pensare alla Lingua, spia dell’Identità e substrato della civiltà sarda. Entrambe non totem immobili (sarebbero state così destinate a una sorte di elementi museali e residuali) ma anzi estremamente dinamiche.


La poesia, la letteratura, l’arte, la musica, pur conservando infatti le loro radici in una tradizione millenaria, non hanno mai cessato di evolversi, aprirsi e contaminarsi, a confronto con le culture altre. 
Soprattutto questo avviene nei tempi della modernità, a significare che la cultura sarda non è mummificata.


Anche il diritto consuetudinario – padre e figlio di quel monumento della civiltà giuridica che è la Carta de Logu – si è trasformato nel tempo, anche se la sua applicazione concreta (per esempio il cosiddetto “Codice barbaricino”) è da un lato costretta alla clandestinità e dall’altro a una restrizione alla società del “noi pastori”. 

Solo la crescita e l’affermarsi di studiosi, sardi non tanto per anagrafe quanto per autonomia dall’accademia autoreferente, ha fatto sì che gli elementi fondanti la cultura e la civiltà sarda passassero dall’enfasi identitaria alla fondatezza scientifica.


Alla straordinaria ricchezza culturale sono tuttavia spesso mancati, almeno fin’ora, i mezzi per una crescita e prosperità materiale adeguata. 

Oggi, dopo il sostanziale fallimento dell’ipotesi di industrializzazione petrolchimica, si punta molto sull’ambiente e sul turismo, settore quest’ultimo sicuramente molto promettente, purché si integri con gli altri settori produttivi, ad iniziare da quelli tradizionali come l’agricoltura, la pastorizia e l’artigianato. 

La struttura economica sarda infatti è sempre stata fortemente caratterizzata dalla pastorizia, che oggi però con i suoi quattro milioni di pecore, sottoposta com’è a processi di ridimensionamento dalle politiche dell’Unione europea, rischia una drammatica crisi.



sabato 21 settembre 2013

Ammentu de Giuanne Frantziscu Pintore in Nùgoro



 
de Diegu Corràine
monteprama

Ammentu de Giuanne Frantziscu Pintore, su 24 de cabudanni in Nùgoro
Su 24 de cabudanni est sa data chi, in su 2012, est mancadu, a sa famìlia e a sos amigos Giuanne Frantziscu Pintore, giornalista e iscritore, militante distintu de sa càusa natzionale sarda.
In ocasione de custu primu anniversàriu, nos amus a addoviare in Nùgoro pro l'ammentare, faeddende de LIMBA SARDA E IDENTIDADE OE.

Ant a leare sa paràula a propòsitu de custu argumentu e de sa vida de Giuanne Frantziscu unos cantos amigos. A pustis, ant a pòdere intervènnere finas sos àteros amigos presentes.
At a èssere presente sa famìlia.
A sas  7 de sero, su 24-9-2013, NÚGORO
pratza Bustianu Satta, in sa sala cunferèntzias de s'Assòtziu culturale IBIS
(chi ringratziamus).

Bos isetamus

Amigos e familiares

venerdì 20 settembre 2013

Fukushima: responsabilità e menzogne della Tepco

diFrancesco Finucci
Accuse di negligenza per Tepco, la compagnia che gestisce la centrale nucleare di Fukushima. Che, a quanto riporta Les Echos, avrebbe tralasciato la gestione delle acque radioattive rilasciate nell'area, al fine di mantenere il valore azionario dell'azienda. Con un occhio di tolleranza da parte del governo giapponese.
Quando la centrale di Fukushima Dai-ichi è stata colpita dallo tsunami nel marzo 2011, un terremoto si è alzato nel mercato azionario giapponese. La caduta della Tepco, la compagnia che gestiva la centrale ha subito coinvolto l'intera borsa di Tokyo nel panico. A segnalarlo, la discesa dell'indice sintetico del paese, il Nikkei, che come accade in Italia per il FTSE segnala l'andamento complessivo della borsa giapponese. Secondo quanto riporta il quotidiano francese Les Echos, Tepco avrebbe agito nella gestione delle acque utilizzate per raffreddare la centrale (e dunque contaminate), mentendo al fine di evitare ulteriori shock nel titolo azionario.
Già in luglio il Wall Street Journal aveva accusato le autorità giapponesi di negligenza nella gestione della centrale e quindi di essere colpevoli del disastro del marzo 2011. Era così che la Tepco, messa di fronte all'evidenza da un panel costituito per indagare sul caso, aveva apertamente dichiarato le proprie responsabilità per l'accaduto.
Ma Tepco non era l'unica autorità sotto l'occhio di giornali e commissioni d'inchiesta. Con essa veniva accusato il governo di Naoto Kan, che - riporta Les Echos - avrebbe giocato con lo Yen al fine di potenziare le esportazioni. Seguito per breve tempo da Yoshihiko Noda, sarebbe stato poi il turno di Shinzo Abe, che ha infine scelto di nazionalizzare Tepco allo scopo di evitare il fallimento di quella che comunque rimane la principale azienda produttrice di elettricità del Giappone.
Non solo dunque pratiche atte a salvare l'industria e gli asset nazionali, ma anche menzogne al fine di coprirne i danni, con conseguente rischio per la popolazione:"Tepco avrebbe [...] promesso di avviare i lavori necessari [...] e avrebbe chiesto, in cambio, al governo di rimanere vago [...] sul rilascio di acqua contaminata e sul progetto per un muro di protezione. [...] Le autorità avrebbero accettato questo "mercato" per non nuocere alla salute finanziaria del fornitore, il quale doveva per contro risarcire le vittime che avevano dovuto evaquare le loro case situate nei pressi della centrale".
Senonché, a quanto spiega Sumio Mabuchi, membro del Partito Democratico del Giappone “Tepco non ha in seguito mantenuto la propria promessa”. Tocca ora a Shinzo Abe farsi carico della situazione, in special modo dopo aver spinto sulla leva del nazionalismo. Non potrà ora certo abbandonare uno degli asset fondamentali del paese, che conta su un fatturato da 10,7 miliardi (2013).
Con un risparmio privato assorbito in maniera massiccia dal debito pubblico nazionale, chissà chi avrebbe potuto approfittare della situazione per infiltrare i propri capitali nella Tepco. Shinzo Abe, dunque, dopo averla nazionalizzata, sarà costretto a muoversi per farne qualcosa. Un tavolo è stato aperto, ma tutto è ancora da vedere.

mercoledì 18 settembre 2013

ZONA FRANCA possibile col Nuovo codice doganale Comunitario. 


Torna la realtà polverizzando le bufale dei santoni zonafranchisti.

MARIO CARBONI

Finalmente il Parlamento europeo ha approvato oggi il “Codice doganale dell'Unione ( rifuso) “ abrogando e sostituendo il Codice doganale europeo nato nel 1992 e le sue numerose riedizioni compresal'ultima nota come 450/2008.
E' una buona notizia perché almeno per quanto riguarda i confini dell'Unione europea e le conseguenti regole doganali c'è certezza di diritto e si tappa la bocca ai tanti azzeccagarbugli che in questi ultimi tempi hanno diffuso notizie ed argomentazioni sbagliate e fuorvianti, tanto da confondere molte persone in buona fede e dare strumenti demagogici a politicanti che su queste bufale hanno impostato le loro strategie elettoralistiche.
Questo apprezzamento nasce perché il neonato Codice doganale comunitario trattando di confini e dogane stabilisce ormai senza ombra di dubbio cosa è una Zona franca, chi la istituisce, quali sono le regole per crearle e gestirle e tante altre misure che si possono meglio conoscere leggendone nell'art.270 le caratteristiche.

Tralasciando i percorsi, le motivazioni e le modifiche ben illustrate nella prima parte del documento, già in rete nel sito web dell'Unione Europea da oltre un anno e che tutti potevano leggere, perfino i santoni sgarrupati della “zona franca fantasy”, è bene restringere una prima analisi agli interessi della Sardegna e cioè come queste regole, applicate dal primo giorno del mese successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale europea e con un periodo transitorio di massimo 18 mesi dato agli Stati per adeguarsi, influiscano sulla realizzazione del diritto storico dei sardi alla zona franca.

Bisogna puntualizzare che il Codice tratta solo di dogane, cioè di fiscalità doganale e detta norme esclusivamente sulla doganalità e non sull'insieme della fiscalità diretta ed indiretta delle imprese e dei cittadini che operano nell'Unione europea e che importano ed esportano beni e servizi attraverso le frontiere dell'Unione e quindi di quelle esterne degli Stati che ne fanno parte.
Il Codice doganale detta norme anche su porzioni di territorio, sia di frontiera che all'interno del territorio dell'Unione che “intercluse” cioè delimitate e con particolari caratteristiche doganali vengono chiamate “Zone franche” e che sono territori considerati extradoganali, quasi fossero territori esteri per le statualità dell'Unione e che sono elencati nel seguente sito web dell'UE:
http://ec.europa.eu/taxation_customs/resources/documents/customs/procedural_aspects/imports/free_zones/list_freezones.pdf
Il vecchio codice doganale europeo, sin dalla sua apparizione, nel 1992, per prima cosa ed era proprio per questo che era nato, nell'art.1 definiva quale fosse il territorio complessivo dell'allora Comunità economica europea ( oggi divenuta Unione Europea ) composto dal territorio degli Stati componenti e con suoi confini esterni, in ragione del fatto che tutti gli Stati appunto per creare un mercato comune avevano delegato tutti i poteri sulle dogane al Parlamento europeo e alla Commissione,  questi poteri avrebbero dovuto essere esercitati omogeneamente secondo un Codice doganale europeo, cioè attraverso un “ Trattato” definito da un “Regolamento Europeo” , comedire da una “ legge europea” valida per tutti e da tutti rispettata e introdotta nella legislazione interna di ogni Stato.

Sempre nell'art.1, in ragione di motivazioni particolari storiche della formazione dei confini dei singoli Stati europei e spesso come relitti dei conflitti succedutisi fra i diversi stati per determinare le rispettive frontiere, venivano elencate delle eccezioni, denominati territori extradoganali.
L'incomprensione di queste eccezioni, l'errata interpretazione delle loro caratteristiche e finalità, ha dato la stura a polemiche e falsi obiettivi, culminati con la grottesca richiesta di far considerare la Sardegna assimilabile a questi territori, tanto da richiedere la modifica , prima dell'art.1 del Codice doganale europeo e poi del nuovo “Codice doganale dell'Unione ( rifuso ) appena approvato dal Parlamento europeo, fortunatamente senza questa modifica bislacca e totalmente inutile ai fini della realizzazione della Zona franca sarda, pur definita integrale, venisse presa in considerazione.

Per confermare questa affermazione e bene sottolineare che, disinformati o poco conoscitori della materia o peggio demagoghi e mestatori potrebbero supporre in buona fede o meno che il confine politico di uno Stato e per estensione quello dell'Unione europea coincida con il suo territorio doganale ma così non è.

All'interno del territorio doganale della Unione europea esistono invece diverse aree che fanno parte del territorio politico di diversi Stati membri ed in particolare della Danimarca, Germania, Spagna, Francia ed Italia, ma che invece non fanno parte del loro territorio doganale ( quindi neppure del territorio doganale dell'UE ) e perciò sono territori extradoganali e come tali sono stati puntualmente elencati dall'inizio già nel 1992 e sempre confermati anche nell'art.3 dell'ultima versione dell'ora annullato Codice doganale europeo 450/2008 ( adattato) e che sono stati ancora confermati nel “ Nuovo codice doganale dell'Unione “ ( rifusione) all'Art.4, votato oggi nel Parlamento europeo e che sarà valido dopo un mese dalla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale europea, cioè probabilmente dal novembre prossimo.

Il paragrafo 1 dell'art.4 del nuovo “ Codice doganale dell'Unione (rifuso) ” elenca tutti gli Stati il cui territorio compone il territorio doganale dell'Unione europea, confermando quanto era previsto nel precedentemente tranne qualche modifica per quanto riguarda la Francia e i suoi territori d'oltremare..

Nell'elencare la lista degli Stati tutti firmatari di questo Trattato ( che poteva essere modificatoe certamente in parti semplici o secondarie anche nella sua finalissima fase presentando degli emendamenti entro il termine ultimo del 16 ottobre 2012 e che lo Stato italiano, unico a poterlo fare, non ha mai presentato ) per qualcuno di questi specifica delle eccezioni.
  • il territorio del Regno di Danimarca, ad eccezione delle isole Færøer e della Groenlandia,
  • il territorio della Repubblica federale di Germania ad eccezione dell'isola di Helgoland e del territorio di Büsingen (trattato del 23 novembre 1964 tra la Repubblica federale di Germania e la Confederazione elvetica),
  • il territorio del Regno di Spagna, ad eccezione di Ceuta e Melilla,
  • il territorio della Repubblica francese, fatta eccezione per i territori d'oltremare e per Saint-Pierre e Miquelon e per Mayotte. ( Qualche modifica più di forma che di contenuto che non mi è chiara dovrebbe essere stata votata).
  • il territorio della Repubblica italiana, ad eccezione dei comuni di Livigno e di Campione d'Italia e delle acque nazionali del lago di Lugano racchiuse fra la sponda ed il confine politico della zona situata fra Ponte Tresa e Porto Ceresio,

Diversi pifferai magici che suonano ad orecchio sulla Zona franca sarda non riescono a capire o peggio non vogliono farlo che il Codice doganale comunitario (rifuso) oltre a questi territori che non fanno parte del territorio doganale europeo, quindi posti fuori dalla linea doganale comune e perciò non soggetti alle norme doganali dell'Unione sono considerati a tutti gli effetti come territori esteri ed appunto definiti extradoganali de facto.

Prevede inoltre che vi siano altri territori che fictio iuris, cioè per una finzione giuridicasiano considerati come posti fuori dalla linea doganale europea e che sono appunto lezone franche.
Le zone franche erano previste all'art. 155 del Codice doganale europeo 450/2008 che ora è divenuto l'art. 207 del nuovo “ Codice doganale dell'Unione”, confermando che:

- sono esclusivamente gli Stati membri ( non le Regioni e tantomenoi Comuni ) che possono destinare talune parti del territorio doganale dell'Unione a zona franca.
- che è lo Stato che stabilisce l'area interessata e i punti di entrata ed uscita.
- che le zone franche sono intercluse ( sono scomparse sia la dizione punti franchi che la possibilità di zone franche non intercluse) e il loro perimetro e i punti di entrata ed uscita sono sottoposti a vigilanza doganale.
- gli Stati devono comunicare alla Commissione informazioni sulle rispettive zone franche esistenti, senza che la Commissione possa interferire o condizionare in alcun modo questa decisione se limitata alla fiscalità doganale.

Bisogna chiarire che pur se sulle decisioni degli Stati di istituire zone franche doganali, la Commissione europea non può interferire in nessuna maniera,  invece se nelle zone franche doganali vengono stabilite anche delle defiscalizzazioni di imposte dirette e indirette o di altro tipo su persone e società per redditi, produzione e commercio di beni e servizi, il loro ammontare, la loro qualità e durata e chi ne usufruisce, devono essere comunicate dagli Stati affinché la Commissione possa stabilire se siano da considerare aiuti di stato non compatibili con la normativa che vieta la distorsione di concorrenza o autorizzabili e compatibili in forza di motivazioni storiche, demografiche, culturali, economiche, geografiche, di superamento di sottosviluppo, d'insularità penalizzante o norme  di altro tipo, previste dai trattati europei ed in particolare dal Trattato di Amsterdam e da altre regole e che sono  alla base delleante autorizzazioni di zone franche sopratutto fiscali nell'Unione Europea ed in particolare nelle Isole.

Ora è evidente che nel dibattito presente sulla zona franca in Sardegna, posizioni incolte o acerbe in materia non colgono il nesso esistente fra la particolare esigenza di ogni territorio o popolo richiedente le franchigie fiscali, che esse siano solo doganali o doganali e fiscali assieme o solo fiscali e la dimensione territoriale, che può essere limitata o estesa, delimitata da manufatti come muri o reti oppure parzialmente o interamente da confini naturali come fiumi, mari o rive di laghi e gli esempi reali sono molteplici.

Per quanto riguarda le Isole si può ricordare la Corsica è zona franca fiscale e non doganale, estesa a tutta l'Isola e i cui confini sono le sue coste. 
Oppure le Isole Canarie che hanno delle zone franche con defiscalizzazioni doganali intercluse mentre il resto delle Isole Canarie nelle città e campagne e aree turistiche sono zone franche con defiscalizzazioni alle produzioni, commerci e consumi, del resto estese anche alla zone franche doganali e portuali ove si sommano alle defiscalizzazioni doganali.
Altro caso è la zona franca doganale e fiscale di Shannon in Irlanda che è interclusa ma la cui zona franca fiscale è estesa alla intera regione nella quale e posta interessando città e paesi ove vige la zona franca fiscale anche per l'università, il parco tecnologico e il turismo.

Da questo punto di vista l'ipotesi di zona franca sarda viene chiarita e facilitata dall'approvazione del Nuovo codice doganale dell'Unione anche se limita i suoi effetti alle franchigie doganali perché in nessuna sua parte pone limiti all'ampiezza e al tipo dei suoi confini e alla fiscalità di vantaggio aggiuntiva. 
In ipotesi la zona franca sarda, in forza del Nuovo codice potrebbe benissimo essere delimitata dalle coste sarde ed interessare non solo tutta la Sardegna ma anche l'intero popolo sardo.

Una zona franca siffatta, limitata alle franchigie doganali non corrisponderebbe alle aspirazioni dei sardi che sopratutto vogliono liberarsi da una fiscalità opprimente, sbagliata e contraria ad ogni sviluppo e quindi la zona franca sarda deve essere anche e sopratutto fiscale, per i motivi ben noti e per essere competitiva con le altre e tante zone franche fiscali presenti almeno nel Mediterraneo.

Ovviamente se per zona franca integrale s'intende un mix di fiscalità di vantaggio doganale e fiscale che interessa tutta la Sardegna, questa deve essere definita non più sulla base di principi astratti ma sopratutto da un complessivo progetto industriale che descriva la sua complessiva articolazione tenendo conto anche di defiscalizzazioni al consumo che sono presenti in tante zone franche europee compreso qualche limitato esempio italiano.
Un Business Plan, un piano industriale ben articolato che preveda ragionevolmente gli investimenti preconizzati, l'occupazione, il pil, e l'ammontare degli sgravi fiscali necessari a raggiungere gli obiettivi in cinque, dieci anni ed anche più è quello che oggi manca e che né sostenitori della Zona franca comunque coniugata né le forze sociali o peggio i poteri pubblici sardi hanno ancora provveduto ad abbozzare o definire compiutamente o a stanziare le sommeutili  per realizzarlo con risorse umane anche internazionali.
L'ultimo investimento e studio serio e approfondito ma che andrebbe fortemente rivisitato e completato in maniera moderna è quello realizzato dalla Giunta Melis negli ormai lontani ultimi anni 80 del secolo scorso.

Riassumendo, il superato codice doganale europeo 450/2008 prevedeva che vi fossero territori che sono fuori della linea doganale europea ed altri che sono considerati fuori della medesima linea doganale.
Ad ognuno di essi, quelli rispettivamente elencati nell'Art.3 e quelli previsti nell'Art. 167 corrispondeva una diversa situazione giuridica.
Il Nuovo Codice doganale dell'Unione conferma gli stessi concetti nel paragrafo 1 dell'art.4 e nell'art. 207 dedicato alle zone franche ( pag. 187 de ltesto consultabile sul web prima del voto).

Nei primi territori ( paragrafo 1 art.4 ) che sono extradoganali per loro natura ( defacto) e totalmente sottratti alla giurisdizione giuridica doganale dello Stato a cui politicamente appartengono sono consentiti l'uso ed il consumo di merci estere in franchigia di dazio ed in Italia ( solo per merci contingentate stabilite comunque con leggedello Stato ) sono i comuni di Livigno e di Campione d'Italia e le aree delimitate dalle acque nazionali del lago di Lugano racchiuse fra la sponda ed il confine politico della zona situata fra Ponte Tresa e Porto Ceresio.

Nei secondi territori ( zone franche ) tutte le attività sono sottoposte a una giurisdizione limitata e in quanto territori solo assimilati ai territori extradoganali ( fictio iuris-per finzione di legge ) e sono permessi l'uso ed il consumo delle merci estere in franchigia di dazio solo da specifiche norme di legge statali, e il cui elenco europeo è visibile nel link sopra riportato.

Confondere queste due differenti fattispecie di zone extradoganali e non capirne la genesi e le differenze può portare a gravi errori e confusioni, come alimentare la irreale e facilona assimilazione della Sardegna intera a Livigno e Campione, che sono in realtà terre svizzere entro i confini politici italiani e quindi in condivisione secondo un accordo che si tramanda da secoli.

Bisogna contestualizzare e conoscere delle terre extradoganali elencate e confermate nel Nuovo Codice doganale dell'Unione ( rifuso ) le particolari condizioni storiche che le hanno originate, le posizioni geografiche, i trattati internazionali anche lontani ed i rapporti interstatali e confinari nei quali sono inserite, gli esiti di antichi rapporti coloniali e irrisolti problemi di decolonizzazione, senza confonderle con la questione delle zone franche sia doganali che fiscali ches ono tutt'altra cosa e alle quali punta la Sardegna da quasi due secoli per la sua liberazione economico fiscale.

Questa confusione ha raggiunto vette impensabili in Sardegna con l'idea sbagliata diffusa recentemente di assimilare la condizione di Livigno e Campione d'Italia alla Sardegna nel  richiedere la creazione della zona franca sarda.


I principi del Codice doganale europeo, in quanto espressi con un Regolamento (ricordo che ha valore di una legge ) hanno una portata generale e sono da applicare obbligatoriamente in ogni Stato membro, tanto che in passato sono stati immediatamente recepiti dal TU-Testo unico delle disposizionilegislative in materia doganale dello Stato italiano e che questo si dovrà adeguare al nuovo Codice doganale dell'Unione approvato recentissimamente nel Parlamento europeo.

Per affrontare la questione di Livigno e Campione d'Italia ed anche avere chiarezza sulle eventuali analogie o discrepanze con la “Questione zona franca sarda” è necessario illustrare cosa è una “linea doganale”, un “territorio doganale” e sopratutto cosa sono i “territori extradoganali”.

Il TU in vigore nella Repubblica italiana chiarisce preliminarmente che “ Il lido del mare ed i confini con altri stati costituiscono la Linea doganale e il territorio circoscritto dalla linea doganale, costituisce il territorio doganale.
Per quanto riguarda la Sardegna e questo dato è immutabile, sono le sue coste ad essere complessivamente linea doganale sarda e dello Stato.

Il TU chiarisce invece che nel Comune di Livigno “..la linea doganale, anziché il confine politico, segue le sponde nazionali del lago di Lugano e la delimitazione del Comune di Livigno verso i comuni italiani ad esso limitrofi.

Mentre per il Comune di Campione d'Italia, specifica che il confine politico, che racchiude il suo territorio, non costituisce linea doganale.

I Comuni di Livigno e Campione d'Italia quindi, sono compresi nei confini politici della Repubblica italiana ma non in quelli doganali , costituendo territori extradoganali.

Ma perché Livigno e Campione d'Italia sono territori extradoganali?

Livigno e la sua vallata, nonostante siano sotto la sovranità politica italiana, gravitano economicamente verso la vallata svizzera dell'Engandina e in un non lontano passato rimanevano anche fisicamente isolati verso l'Italia nei lunghi mesi invernali e per questo con la legge 17 luglio 1910 n. 516 Livigno e la sua vallata vennero dichiarati fuori dalla linea doganale italiana.
Fu permesso  introdurre nel territorio doganale italiano in esenzione dai diritti doganali animali nati ed allevati nel Comune e contingenti di prodotti locali tassativamente indicati per qualità e quantità certificati dal Comune.

Non è inutile ricordare che le franchigie godute a Livigno hanno una storia che attraversa i secoli, già riconosciute dall'impero austriaco e che interessano oggi non più di 6.000 abitanti.
Campione invece deve la sua situazione ad impegni internazionali dato che il suo territorio è a tutti gli effetti una “enclave” entro il territorio svizzero e le acque svizzere del Lago di Lugano costituiscono quasi un caso di “annessione doganale” ad uno Stato estero e le sue franchigie interessano non più di 2.000 abitanti.

Chiedere demagogicamente che venisse modificato, prima il Codice doganale comunitario in vigore nell'art.1 paragrafo 4, e fuori tempo massimo ( dato che i richiedenti neppure lo conoscevano) anche il Codice doganale dell'Unione che si stava per votare definitivamente, per allineare lo status della Sardegna a Livigno e Campione come territorio extradoganale,ha significato in primis non capire cosa è un trattato internazionale e quali sono le lunghissimee defatiganti procedure necessarie per trovare l'accordo diplomatico necessario per la sua scrittura e l'approvazione e chi sono gli attori di questa vicenda eminentemente politica.

Ha inoltre significato non capire che cosa è una zona franca e come la richiesta e determinazione per realizzarla da parte di uno Stato, certo su sollecitazione e concertazione con le comunità e le istituzioni autonomiste , come parte dello Stato postafictio iuris fuori dalla linea doganale dello Stato medesimo, sia in effetti la cosa migliore da fare per raggiungere gli obiettivi economici e di sviluppo che le zone franche si prefiggono.
Prova ne è, basta leggere l'elenco delle zone franche europee, che per nessuna di queste zone, vecchie e nuove alcun Stato ha richiesto che fossero poste defacto fuori dalla linea doganale dello Stato ma ha deciso che invece fossero considerate fuori dalla linea doganale dello Stato, come ad esempio per parlare di Isole le Canarie, la Corsica, Malta, le Azzorre, Cipro, Shannon in Irlanda e le zone franche che pullulano nell'Est dell'Unione europea.

La zona franca della Corsica ad esempio è delimitata dalle sue coste, perché non potrebbe esserlo anche la Sardegna o perché non si potrebbe pensare ad una unica zona franca insulare doganale e fiscale Sardegna-Corsica??

Anche nella proposta di Mario Melis di “zona franca sarda integrale”, già inventata nella sua definizione e nei suoi contenuti e votata dal centrosinistra e dai sardisti nel 1988, che rimane una traccia importante per la zona franca sarda che sia doganale e fiscale, la pregiudiziale richiesta di extraterritorialità tipica delle zone franche era fictio iuris e si riferiva ad un progetto che interessasse tutta l'Isola e non veniva affatto richiesto di considerare la Sardegna come la Groenlandia o Livigno, cosai noltre totalmente inutile ai fini dell'obiettivo da raggiungere.

Per questo non si dovrebbe seguire la demagogia di chi chiede cose inutili e improbabili, fuori dalle sue competenze ed in capo allo Stato, ma che sono raggiungibili con una concertazione serrata con lo Stato in base ai nostri diritti autonomistici, solo per cavalcare richieste sbagliate di movimenti pontanei attivi ma confusi e diretti o meglio strumentalizzati, ormai è chiaro, da individui che puntano ad essere attori e candidati nelle prossime elezioni regionali.

La questione invece va ripresa senza che approfittando dello sputtanamento dell'idea di Zona franca integrale a causa di posizioni e comportamenti che ho succintamente evocato, ne approfittino i non pochi “avversari storici” non solo della vera e argomentatazona franca integrale, ma dell'idea stessa di zona franca e defiscalizzazioni.
Questi nemici storici sono annidati nelle periferie di una certa sinistra sarda assimilazionista per quanto riguarda la lingua sarda, antiautonomista e centralista politicamente e in quegli strati di borghesia compradora, burocratica e sindacale,che vive e prospera solo nell'assistenzialismo e nella dipendenza coloniale e che teme come il fuoco la liberalizzazione della nostra società ed il passaggio dai trasferimenti monetari ormai impossibili agli investimenti ed iniziative economiche favorite dalle defiscalizzazioni sia doganali ma sopratutto fiscali tipiche delle zone franche moderne, volte alla produzione ed all'esportazione e quindi all'occupazione ed all'aumento dei redditi e dei consumi del popolo sardo nel suo insieme.

La confusione diffusa a piene mani dai pifferai magici della zona franca, dalle errate e scomposte posizioni ed azioni dell'Esecutivo, platealmente alleati in funzione elettoralistica e strumentalizzante i Movimentiche che tanto si sono spesi per questa Idea, fa prevedere che nulla si otterrà di concreto e definitivo neanche per l'attuazione del DLG .75/98 che ha istituito le sei zone franche sarde e che difficilmente saranno delimitate anche solo doganalmente entro la fine della legislatura.

Purtroppo una vittoria del movimento per la zona franca ottenuto col decreto 75/98 che poteva essere l'inizio di un processo più ampio tendente ad inglobare tutte le comunità sarde in un progetto per tappe che comprendesse non solo le zone franche con vocazione portuale, aeroportuale ed industriale ma anche il resto del territorio in un sistema di defiscalizzazioni urbane e al consumo contingentato e sopratutto dei prodotti energetici per tutto il popolo sardo, sembra sfumare in questi ultimi mesi dell'anno che preludono alla prossime elezioni regionali.

Servirà, alla luce di questo nuovo Codice doganale dell'Unione ed a una più matura progettualità anche delle forze in campo che si contenderanno il consenso popolare per il Governo della Sardegna nella prossima legislatura, affrontare la questione seriamente ben sapendo che solo nella prossima legislatura un Governo sardo che sappia cosa vuole veramente saprà, utilizzando il Nuovo codice doganale dell'Unione ( rifuso ) realizzare la zona franca sarda doganale e fiscale con un confronto non certo facile ma non impossibile con lo Stato e l'Unione europea sopratutto per quanto riguarda la fiscalità di vantaggio.

L'approvazione delle nuove norme europee sulla zona franca che peraltro non concepiscono più le zone franche non intercluse lascia ancora ampie possibilità di successo, certo non di più di quelle ottenibili essendo indipendenti e trattando direttamente con l'Europa o con uno Statuto autonomistico sardo più avanzato e dotato di sovranità fiscale.
Anche a legislazione vigente, con le idee chiare e il sostegno popolare è possibile avere ampi successi e realizzazioni, salvo rinunciare a richieste come quella coralmente ritenuta nel Parlamento europeo e dagli esperti del settore non solo astrusa e bislacca ma anche ridicola, di modificare senza nessun bisogno il trattato sulla dogana europea o dichiarare la Sardegna sarà zona franca integrale perchè i sindaci  con la forza magica delle loro parole dichiarano ogni cucuzzolo del proprio Comune zona franca.



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