lunedì 15 novembre 2010


http://gianfrancopintore.blogspot.com/
l'articolo di Gianfranco Pintore da dove è nato il dibattito sottostante.

Come rottamare lo Stato: la politica in azione

Troppo presi dalla ordinarietà del marasma politichese, non è facile avere la consapevolezza che qualcosa di decisivo si sta rompendo nell'Ordinamento italiano e, a volte in maniera autonoma a volte per replica romana, in quella sardo. E che ci sono i primi seri scricchiolii dello Stato unitario come lo conosciamo da un secolo e mezzo. Il caos, avrebbe detto Mao dse dung, è grande sotto il cielo e la situazione è eccellente, nel senso che dalla confusione di questi ultimi tempi potrebbe nascere un ordine nuovo.
La ribellione di giovani e maturi militanti del Pd che si propongono di “rottamare” il gruppo dirigente; il declino di Berlusconi, pur se non imminente come molti vorrebbero; il difficile barcamenarsi di Gianfranco Fini fra la terziarità della sua carica e la sua parzialità di capo di partito; la predisposizione del Pd a qualsiasi guazzabuglio “tirannicida”; la voglia di Di Pietro di esporre a pubblica gogna il nemico; la minaccia della Lega di staccare la Padania dalla Repubblica; la rottura degli autonomisti siciliani con il Governo; l'aut aut posto dal Governo sardo a quello italiano. Tutto questo, ed altro ancora, è la causa della crisi profonda dello Stato unitario o ne sono l'effetto?
Fra “altro ancora” c'è la decisione di un senatore sardo, Piergiorgio Massidda, di porre il Governo davanti a una scelta: “O rispetta gli impegni assunti nel programma elettorale del Pdl di favorire la crescita della Sardegna, o non potrà contare sul mio voto”. Il guaio, per il Governo, è che non può dire chi se ne frega, voto più voto meno non ha importanza. Già, perché il voto di Massidda può fare la differenza fra la sopravvivenza del Governo e la sua fine. Il senatore sardo è diventata una star nei giornali di opposizione ma non solo, tutti, però, accomunati in un pensiero unico: se esce dal Pdl è per andare con il partito di Fini, tertium non datur nello schema accomodante del politichese politico e mediatico.
Che voglia fare l'ennesimo parlamentare di Futuro e libertà o che voglia farsi parte di un progetto tutto sardo è questione tutta sua. Resta il fatto che, come del resto scrive nel suo blog, si è accorto quanta vuota retorica ci sia nella concezione secondo cui esistono “governi amici” e “governi nemici”. Cosa, del resto, che aveva già sperimentato Renato Soru al tempo di Prodi e sperimenta il suo successore Ugo Cappellacci ai tempi di Berlusconi. I rapporti fra governi regionali e governi dello Stato non sono e non possono essere regolati da “amicizia” o “inimicizia”, al massimo da “leale collaborazione”. Non lo è mai stato, figurarsi se è possibile in clima di incipiente federalismo. Il fatto è che il localismo, parolaccia nel lessico unitarista, si prende la sua rivincita e diventa, come è giusto che sia, linea portante della politica.
La Lega Nord, tralasciando l'orticaria che provocano certe sue uscite xenofobe, è maestra nell'imporre un concetto nuovo del rapporto fra la macro regione chiamata Padania e Governo dello Stato. Vi partecipa, anche con fedeltà, a patto che gli interessi della Padania siano rispettati puntigliosamente. Fa bene, insomma, il proprio lavoro. In qualche misura, è lo stesso che fa l'autonomia siciliana, capace di momenti di grande unità interna e, persino, di inventare inedite aggregazioni di governo, rompendo lo schema secondo cui ciò che si è al centro si deve essere in periferia. È la Sardegna ad essere stata incapace di considerare il suo rapporto con l'Italia come rapporto alla pari, neppure rendendosi conto che persino la Costituzione italiana sancisce l'equiordinamento fra gli elementi della Repubblica, comuni, province, regioni e Stato. La trappola del “governo amico” o del “governo nemico” è scattata quasi sempre, ad evitare il confronto fra le entità chiamate “Regione sarda” e “Stato italiano”, immiserendolo in una ricerca di solidarietà fra agnello e lupo, salsiccia e cane.
Oggi ci sono segni di qualcosa che sta cambiando con il rimescolamento cui stiamo assistendo. Che da questo nasca un qualcosa che risolva la crisi dello Stato unitario è possibile. Ma non ci credo. C'è chi evoca l'Algeria come rischio dello scontro, dentro il federalismo, fra il Mezzogiorno d'Italia e lo Stato, a cui farà da contrappunto la rivolta del Nord il giorno in cui si accorgerà che la camera di compensazione fra il sottosviluppo del Sud e lo sviluppo del Nord, niente di meno sarà che nuovo assistenzialismo a favore del Mezzogiorno. Come dire che il declino dello Stato unitario si gioca nella applicazione del federalismo. Può darsi, ma questo sfascio non si blocca certo coltivando il proposito di fermare questa trasformazione. Ammesso che sia possibile e auspicabile, il declino credo possa essere interrotto solo attraverso la presa d'atto di come la retorica unitarista abbia per troppo tempo impedito il dispiegarsi delle risorse materiali e immateriali del localismo.

LETTERA DELL'ONOREVOLE PIERGIORGIO MASSIDDA E RISPOSTA DI UN INDIPEDENTISTA




Piergiorgio Massidda

14 11 2010

Trovo non pochi punti di accordo nella lettera di Gianfranco Pintore. A partire dal fatto che, davvero, non si possa più ragionare in termini di amicizia o di inimicizia dei rapporti fra gli elementi che costituiscono la Repubblica italiana, i comuni, le province, le regioni, lo Stato, non a caso equiordinati dalla Costituzione. Lo Stato patrigno e la Regione matrigna sono enfasi alquanto piagnucolone e certamente datate. Fra questi elementi deve esserci una leale collaborazione nel rispetto delle competenze e dei poteri di ciascun elemento. Competenze e poteri che devono essere ben individuati, senza la confusione indotta dal Titolo V della Costituzione, come voluto solitariamente dal centro sinistra che se lo ha scritto e approvato.Per questo, ho presentato un disegno di legge per un Nuovo Statuto in cui le competenze sono estremamente chiare e definite; disegno di legge che è, poi, la proposta del Comitato per lo Statuto in cui Pintore ha avuto un ruolo insieme a Mario Carboni, Francesco Cesare Casula, Antonello Carboni e a tanti altri studiosi e intellettuali. Detto questo, rispetto l'idea, posta in subordine, che l'unità della Repubblica “possa essere una cosa compatibile con la sovranità della Sardegna”, ma non la condivido. Essa, a mio parere, non solo “è” compatibile, ma è allo stesso tempo condizione e fine della sovranità della Sardegna. Ho detto tante volte, anche in questo blog, che per me l'indipendenza – sbocco ovvio della fine dell'unità della Repubblica – non è uno spauracchio né un tabù. È una soluzione inattuale ed è un salto nel buio. Se la Sardegna, come mi auguro, avrà tutte le competenze di cui ha necessità, tutte tranne le quattro che resterebbero in capo allo Stato federale, che necessità avrebbe di costituire un altro stato all'interno dell'Europa? Mi si dirà che, nell'ambito del diritto internazionale, ne ha diritto, che si tratta di una questione di principio. Che, infine, in uno Stato federale continuerebbero ad esistere entità sviluppate e entità o sottosviluppate o in via di sviluppo e, quindi, straordinari divari fra il Nord e la Sardegna. Ma io sostengo che questi divari sono il frutto della qualità delle classi dirigenti e del loro grado di coesione intorno ad un progetto di sviluppo economico, sociale e culturale. Classi dirigenti che non riescono, soprattutto per mancanza di questa necessaria coesione, a rendere prospera una terra di 1.700.000 abitanti su un territorio che, vedi la Sicilia, ospita tre volte tanto, riuscirebbero ad assicurare prosperità di una repubblica indipendente? Forse fra moti decenni ce la farebbero, ma contando quante macerie materiali ed immateriali?Credo che anche i più convinti indipendentisti di questo dovrebbero tener conto. E sperimentare la via della costruzione di una Sardegna, sovrana in tutti gli ambiti di propria competenza, e unita all'interno della Repubblica italiana alle altre entità territoriali, le regioni o quel che risulterà dal processo federalista in atto. Tanto più che i diritto internazionale all'autodeterminazione non è prescrittibile. Una breve risposta anche agli amici che hanno risposto nel post precedente. Il problema non è solo del ceto politico, ma dell'insieme della classe dirigente in cui insieme a quella politica “abitano” quella imprenditoriale, quella sindacale, quella intellettuale. Nessuno deve scaricare su altri responsabilità che sono anche sue. È vero manca in noi una visione complessiva, una visione nazionale. Ci fosse, gran parte della strada sarebbe fatta.

http://piergiorgiomassidda.blogspot.com/

postato da piergiorgio massidda alle 10.54 il 14-nov-2010

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Risposta di: Cossu Sergio Gabriele INDIPENDENTISTA

Caro onorevole.

Dobbiamo ancora assorbirci la solita retorica che "senza l'Italia siamo persi", o peggio " moriremo di fame"? Abbia l'onesta di dire che il progetto " Sardegna italiana" è stato tutto un fallimento: qualsiasi analista confermerebbe l'assoluto disastro della nostra esperienza .Voi invece, continuate a perseverare in un dannoso atteggiamento che ha condannato, condanna e continuerà a condannare la Sardegna,non in un "salto" ma ad un vero destino buio.La disonestà intellettuale che contraddistingue questa posizione non farà altro che prolungare l'agonia di questa povera terra.Tutti sanno che la Sardegna è un boccone prelibato, pronto per essere divorato, e che nella condizione di inferiorità in cui la pongono le leggi italiane è assolutamente impossibile qualsiasi tipo di difesa. Noi sardi abbiamo bisogno di strumenti nuovi, che prescindano totalmente da quelli iniqui propinatici al solo scopo di controllare un popolo che non era ancora "uniformato" perché lontano e "diverso" , le cui risorse, secondo gli ideatori, essendo di "proprietà italiana", non dovevano essere messe a rischio con concessioni "troppo generose". Abbiamo finalmente bisogno di liberarci da questo cappio che si chiama "Italia", e che voi continuate a farci passare come unico "appiglio di salvezza", infondendo così ulteriore sfiducia e mancanza di autostima in un popolo già provato da 150 anni di traumi.

Non vogliamo più nessun vincolo con l'Italia che non sia sotto forma di cooperazione o trattato così come avviene tra stati che operano in modo amichevole. Non vogliamo una "via di mezzo" ,come lei propone, perché trattasi di camuffamenti giuridici che aprono la strada ad una nuova forma di interferenza costituzionale.

Vediamo con diffidenza le sue proposte vista l'esperienza dello statuto del 1948, laddove statuto, oggi, significa "potenziamento della sovranità italiana sulla Sardegna".

Onorevole, la Sardegna non si fida più!

La Sardegna chiede solo di essere libera!

Liberata da vincoli perversi che le impediscono di esprimere la sua potenziale creatività. Libera di poter garantire ai propri giovani un futuro certo nella terra dei loro avi, senza che sperimentino umilianti forme di inserimento sociale, come nel lavoro, e ancora peggio l'essere costretti ad emigrare. Liberata dai meccanismi delle istituzioni italiane - comuni, province, regione- funzionali alla sua sudditanza poiché strumenti dei poteri occulti dell'economia e della finanza. Libera di progettare un modello di sviluppo che tenga conto della sua"visione del mondo": di quella visione che un popolo mite e giusto nei suoi "fondamenti socioculturali" è in grado di porre in essere. Un popolo perfettamente consapevole dei suoi limiti da non aspettarsi un indipendenza a cui seguirà un anelamento di successi, ma sicuramente un popolo che, con modestia, saprà trovare la sua giusta dimensione spirituale: fiducia, speranza e la prospettiva di poter continuare ad esistere, saranno le condizioni essenziale per trarre vantaggio dal nuovo ordine che verrà imposto alla Sardegna dagli stessi sardi.

Si, onorevole, perché questo sarà il futuro della Sardegna! La sua personale posizione, frutto di retaggi risorgimentali, sarà smentita dalla tenacia e perseveranza con cui i sardi portano avanti questo sogno. Un sogno che talvolta si affievolisce a causa delle"sirene" che si avvicendano promettendo allettanti regalie e promesse, ma che il sardo non ha mai smesso di coltivare.

Regalie e promesse che, tra l'altro, uno stato fallito politicamente oltre che economicamente non è più in grado di concedere e mantenere.

La Sardegna dovrà mantenere vive le sue rivendicazioni anche di fronte ai nuovi segnali di disgregazione che stanno mettendo in discussione l'unità dello stato italiano dagli stessi " italiani", così che l'indipendenza abbia l'avallo della volontà popolare dei sardi, e non sia invece, il risultato di un evento voluto e gestito da altri.

Si, perché per effetto delle sue contraddizioni interne, che lentamente stanno venendo a galla, lo stato italiano, molto presto, si disgregherà.

Siamo prossimi al logico epilogo di una storia iniziata 150 anni fa da degli individui "incoscienti" nel loro idealismo, fino al punto da ignorare la strumentalizzazione che stava dietro il loro progetto insano.

Tuttavia, credo che la Sardegna saprà adottare tutte le precauzioni necessarie perché da tale evento si ricavi il massimo dei vantaggi, relegando, finalmente, questa "triste pagina" della nostra storia ad uso didattico dei posteri.

VIVA LA SARDEGNA INDIPENDENTE!

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