giovedì 21 aprile 2011

Colpita dal terremoto e dallo
tsunami l’11 marzo, oggi la città
costiera del Tohoku è
minacciata dalla crisi nucleare.
Intanto sulla Tepco piovono le
richieste di risarcimento
Justin McCurry
Global Post



Se c’è un posto che riassume la portata della tragedia che si è abbattuta sul Giappone quello è Minamisoma. Nel terremoto e nello tsunami dell’11 marzo questa città costiera nella prefettura di Fukushima ha perso 1.470 abitanti, e cinque settimane dopo la popolazione rimasta vive in un limbo nucleare. Una parte della città si trova infatti nella zona compresa entro i 20 chilometri dalla centrale di Fukushima Daiichi, dichiarata proibita. Nel giro di pochi giorni dall’inizio della crisi nucleare, i 70mila abitanti di Minamisoma erano diventati diecimila, trasferiti con degli autobus nei centri di accoglienza a centinaia di chilometri di distanza.

Oggi, anche se alcuni ritornano, Minamisoma è di fatto una città fantasma. L’11 aprile, l’estensione dell’area di evacuazione ad alcune zone a 40 chilometri dalla centrale ha aggravato la situazione di una comunità già tormentata. Per completare il nuovo ordine di evacuazione, che interessa decine di migliaia di persone, ci vorrà un mese. Nel frattempo il lusso degli abitanti che avevano cominciato a tornare a casa,incoraggiati dalla diminuzione della radioattività, potrebbe fermarsi.

Nonostante le rassicurazioni delle autorità circa i livelli delle radiazioni, il premier Naoto Kan ha ammesso di non sapere quando sarà possibile revocare l’allarme in posti come Minamisoma e, tramite il suo portavoce, ha ammesso che chi abitava vicino all’impianto non potrà tornare a casa prima di dieci o vent’anni. Kan ha poi ritrattato, ma ormai il danno era fatto. “È scandaloso”, ha commentato Michio Furukawa, sindaco di Kawamata, prefettura di Fukushima. “Ha idea dei sacriici che stiamo facendo?”.

Indennizzi in tempi rapidi
La decisione di estendere la zona di evacuazione è stata resa nota lo stesso giorno
in cui le autorità hanno alzato la gravità dell’incidente di Fukushima al livello 7, al pari di Cernobyl. La contaminazione causata dalla centrale giapponese è solo un decimo di quella sprigionata dal reattore sovietico, ma l’iniziale fuga radioattiva e i timori per la salute dei residenti delle zone circostanti hanno lasciato poca scelta al governo, che ha dichiarato quella di Fukushima Daiichi una “catastrofe grave”.

Una decisione che ha fatto aumentare le pressioni sulla Tokyo electric power company (Tepco) in merito ai risarcimenti. Circa 48mila famiglie nel raggio di 30 chilometri dalla centrale hanno i requisiti per ricevere un indennizzo provvisorio, pari a un milione di yen (circa 8.300 euro) per le famiglie e a 750mila yen per le persone che vivono da sole. Il totale ammonta a cinquanta miliardi di yen, senza però contare le richieste che arriveranno da agricoltori e pescatori della zona.

Anche la federazione delle cooperative agricole giapponesi, infatti, ha chiesto un
risarcimento immediato per i danni derivati dal divieto di vendita di alcuni prodotti e per la disinformazione sulla frutta e la verdura della regione, ingiustamente ritenute pericolose. “È inaccettabile”, ha dichiarato la federazione. “Nelle zone colpite è in pericolo la base stessa dell’agricoltura, con conseguenze disastrose per i coltivatori”.


Da sapere
Il 17 aprile la Tokyo elecrtic power company
(Tepco), che gestisce la centrale di Fukushima,
ha presentato un piano per risolvere la crisi
nucleare nel giro di nove mesi. In una prima
fase si cercherà di rafreddare i reattori,
portando la temperatura sotto i 100 gradi
centigradi, per poi ridurre la quantità del
materiale radioattivo nella seconda fase.

La Tepco ha precisato che non è del tutto sicura
che l’operazione avrà successo.
Il 20 aprile il governo giapponese ha preso in
considerazione la possibilità di rafforzare il
controllo delle zone contaminate rendendo
obbligatoria l’evacuazione e impedendo
tassativamente l’ingresso ai residenti sfollati e
ai giornalisti.
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