mercoledì 13 luglio 2011

Salvatore Cubeddu
sardegna24

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L’autunno minaccia di essere più caldo dell’estate, per arrivare alla dichiarazione dello sciopero generale intorno a Cgil, Cisl e Uil e alla più grande manifestazione della Sardegna. E poi, cosa c’è da attendere? E ora? Può essere utile provare a ragionarci da subito. Come quasi sempre, la storia della Sardegna è singolare, anche questa nostra che, da 150 anni, ci lega allo Stato italiano.

Lo sguardo volto a inseguire il Continente non ci nasconde che i piedi (e la pancia) è qui che si spostano (e si nutrono). E combattono: siamo in presenza di un popolo che nelle sue varie espressioni sociali non fa che riunirsi e manifestare nelle proprie strade e fuori. Come non si fa da nessuna parte, con tanta insistenza e con tale continuità. Il modello rivendicativo è quello di Cgil, Cisl e Uil, passato attraverso l’elaborazione scenografica delle lotte studentesche e operaie, condizionato dalla necessità di alimentare di continuo l’attenzione amplificatrice dei media.

È a partire dal Sulcis che, sia i pastori che gli artigiani e i commercianti, iniziano ad organizzarsi, lì si individuano il carattere, gli obiettivi e le difficoltà di queste nuove aggregazioni. Diciamolo subito: l’estensione della vertenzialità dagli operai alle categorie autonome avviene nel momento in cui essa, avendo percorso le sue potenzialità conflittuali, manifesta tutta la sua debolezza e per molti versi domanda il suo superamento. Allorché, dal miglioramento salariale e delle condizioni di lavoro, le richieste sindacali si estendono alla difesa e alla creazione dei posti di lavoro (tema sul quale sbatte da quarant’anni la vertenza Sardegna), del prezzo del latte e della difesa dagli assalti del fisco, si entra nella “politica”. La macroeconomia - cioè lo sviluppo, i prezzi e il fisco - rappresentano i principali temi della politica (economica e oltre) e con essa devono fare i conti.

Ormai, per esperienza o per una giusta intuizione, i movimenti operanti in Sardegna hanno capito la lezione. Dalle loro condizioni personali e familiari, i lavoratori, i commercianti, i pastori, i cittadini sardi tutti, sono consapevoli che c’è un tempo per la propria battaglia personale e familiare e c’è un tempo per la battaglia di un popolo, il proprio, il popolo sardo. Questi tempi oggi coincidono: la lotta per il posto di lavoro accade insieme al tempo della battaglia contro le servitù militari, contro l’oppressione del fisco, per il giusto prezzo del latte, per la difesa dell’ambiente. È come se arrivassero a un rinnovato appuntamento precedenti e singole vertenze: l’oppressione fiscale dei nostri paesi, che nella seconda parte dell’Ottocento finanziò le guerre d’indipendenza e poi l’industrializzazione del triangolo industriale; la diffusione delle greggi su tutto il territorio, nella produzione del pecorino ‘romano’, e la conseguente rivolta dei reduci della prima guerra mondiale per il prezzo del latte; l’espropriazione delle miniere da parte del capitale internazionale e le lotte dei minatori per una precaria esistenza; l’alternativa non trovata all’industrializzazione petrolchimica che ci lascia solo macerie fumanti e cassintegrati; fino all’incredibile e recente costruzione delle città del commercio, hanno distrutto gli esercizi commerciali nel tempo in cui lo Stato applica in Sardegna studi di settore che trovano senso e parametri in realtà più ricche.

E’ come se tutti i problemi degli ultimi centocinquant’anni si concentrassero in un’unica stagione. Come se tutti i nodi domandassero contemporaneamente di essere sciolti. Come se tutte le questioni si riunissero in un unicum: “Sardegna, fortza paris: libertà! libertà! libertà!”. Quello dell’altro giorno in via Roma a Cagliari è il grido del popolo dei liberi, che si chiamino commercianti e artigiani, pastori e contadini, studenti e operai. Vogliono esserlo. Ma ancora non lo sono. Quell’unica bandiera dellaSardegna esaltata, quel solo inno cantato (‘procurad’’e moderare’) diconotanto di più delle nostre analisi. È proprio un fatto curioso festeggiare i veri nostri 150 anniversari! Dovremmo parlarne ancora a lungo.

13 luglio 2011

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