mercoledì 15 febbraio 2012

Luciano Gallino: «Come affrontare il finanzcapitalismo»


Intervento del 4 novembre 2011 alla Fiom di Torino in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Luciano Gallino, «Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi» (Einaudi, 2011), rivisto dall’autore.
Sono grato agli organizzatori, in particolare a Gianni Rinaldini, per avermi dato modo di discutere con un pubblico qualificato alcuni temi della crisi economica in corso. Comincerei suggerendo di prender nota di una frase, pronunciata da un personaggio autorevole, che per noi oggi è molto attuale: «D’ora innanzi regneranno i banchieri». Si può essere d’accordo. Oggi effettivamente i banchieri dominano la politica nel mondo, non perché abbiano sopraffatto la politica, ma perché la politica ha aperto loro le porte. Questa frase è stata pronunciata da un banchiere francese, Jacques Laffitte, alla fine della Rivoluzione di Luglio del 1830, mentre stava accompagnando il duca d’Orléans in trionfo all’Hôtel de Ville. Abbiamo pertanto a che fare con una questione che non ha fatto che ingrandirsi con il tempo, sebbene, va ricordato, nel corso del Novecento ad essa sia stato posto rimedio (sia pure per  un breve periodo): il New Deal rooseveltiano fu in primo luogo un riuscito imbrigliamento della finanza, la cui sregolatezza aveva provocato la crisi del 1929.  Un segno del fatto che la politica, oltre ad aprire le porte alla finanza, quando vuole riesce anche a chiuderle.
Alla luce di queste opposte considerazioni toccherò quattro-cinque punti, traendoli dal mio ultimo libro Finanzcapitalismo. Per prima cosa, la crisi ha uno dei suoi punti di origine nella creazione smodata di denaroda parte delle banche private. Lo hanno fatto anche le banche centrali e nazionali, ma sono state soprattutto le banche private che hanno creato un’immensa quantità di denaro dal nulla. La crisi – secondo punto – è nata dalla cosiddetta «finanza ombra», vale a dire dai flussi finanziari di capitale che circolano al di fuori della pur modesta presa dei regolatori, ossia dell’autorità di vigilanza. Terzo punto fondamentale, nel preparare e nel far esplodere la crisi, non gestendola e lasciandola inasprire fino a oggi, hanno avuto un ruolo fondamentale la politica, le leggi, le norme che sono state varate per liberalizzare sia i movimenti di capitale sia la creazione di denaro in nuove forme.  In questo quadro che ha visto la politica spalancare le porte alla finanza hanno svolto un ruolo centrale l’Europa, i suoi politici e le sue banche. Il punto finale lo riassumerei così: sarebbe indispensabile una riforma radicale del sistema finanziario, di cui parlano in molti oggi, ma di fatto mancano sia la volontà politica sia la capacità da parte dei politici di comprendere quale enorme problema abbiamo dinanzi, per cui le riforme di cui si parla anche nella Ue sono del tutto inadeguate. Ora, senza una riforma radicale del sistema finanziario, che dovrebbe essere il primo obiettivo dell’Unione Europea, visto che di lì nascono i suoi guai, le cose andranno sempre peggio sul fronte del lavoro, dell’economia, dello sviluppo,  dello stato sociale.
Partiamo dal primo punto: l’incredibile creazione di denaro che ha avuto luogo soprattutto negli anni 2000, sebbene fosse cominciata assai prima. Le banche private creano denaro dal nulla ogni volta che concedono prestiti. Molti pensano e sembrano dare per scontato – e fra questi, a volte, anche i commentatori in materie economiche che pur dovrebbero saperne qualcosa di più –che le banche raccolgano depositi (piccoli, medi, grandi) e sulla base di questi concedano dei prestiti alle imprese, alle famiglie, ai lavoratori. Non è affatto così:una grandissima parte del denaro viene creato dalle banche dal nulla attraverso il credito. Una volta si parlava di denaro scritturale perché veniva scritta in un libro dei conti, in una partita doppia, la somma prestata a Tizio o a Caio; oggi il denaro si crea con alcuni tocchi sulla tastiera. Una certa quantità di denaro viene ancora creata dalle banche centrali, in forma di prestiti e di  denaro contante – monete o banconote, gli unici oggetti per i quali si applichi ancora la dizione «stampare denaro» – ma quest’ultimo rappresenta meno del 3 per cento del denaro oggi in circolazione. È stata una modifica di grande portata. Basti pensare che ancora negli anni Cinquanta e Sessanta monete e banconote rappresentavano il quaranta per cento e più, a seconda dei paesi, del denaro circolante, mentre oggi in tutti i paesi sviluppati siamo intorno al tre per cento o meno. Forse un dieci per cento del denaro in circolazione è creato dalle banche centrali, compresa la Banca Centrale Europea. A questo proposito bisogna   tener conto che vi sono diversi tipi di denaro: c’è il denaro cash, il contante, il denaro  dei depositi, che vale più o meno lo stesso, e poi i prestiti  o i risparmi vincolati a tre mesi, i risparmi vincolati a due anni, le obbligazioni, i tanti titoli inventati dalla finanza.
Come hanno fatto le banche a partire degli anni Novanta e poi con una fortissima accelerazione negli anni Duemila a creare denaro senza limiti? Hanno utilizzato uno strumento micidiale che si chiamacartolarizzazione o titolarizzazione (dall’inglese titrisation o  securitisation). Esso consiste nella trasformazione di  attivi  che figurano nel  bilancio di una banca in titoli che si possono commerciare, rivendere, comprare. Il denaro viene creato concedendo un prestito: qualcuno, ad esempio, chiede un mutuo; questo prestito diventa un attivo (registrato sulla parte sinistra del bilancio che riguarda gli attivi) e si trasforma in un debito verso la banca da parte di quello che ha avuto il prestito. Le banche hanno inventato secoli fa questo particolare modo di creare denaro, ma dagli anni 90 in poi ne hanno fatto un uso eccessivo. Che cosa è avvenuto? Quando un prestito viene concesso figura tra gli attivi di una banca (una banca percepisce gli interessi), ma quel capitale è immobilizzato. Inoltre, la banca stessa è soggetta a vincoli, che derivano dalle normative della banca centrale  e dalle regole stabilite dagli accordi di Basilea 1 e 2, già da tempo operativi, e dal nuovo accordo Basilea 3  non ancora pienamente in vigore. Sulla base di questi vincoli le banche devono tenere di riserva dei capitali buoni per una certa quota rispetto a ciò che prestano. Le norme di Basilea 2 stabiliscono che una banca dovrebbe tenere di riserva e depositare presso la banca centrale, la BCE nel caso dell’Eurozona, l’8 per cento di quello che presta, vale a dire che per ogni 100 Euro che presta deve depositarne 8 in riserva. Se i prestiti sono tanti, i capitali da depositare in riserva crescono e una banca a un certo punto non è più in grado di effettuare altri prestiti. Il fatto è che concedere prestiti rende molto, sotto forma di  interessi, commissioni, spese amministrative, consulenze, plusvalenze e altro.
Ecco allora il colpo di genio.  Sviluppando un’invenzione di parecchi anni addietro, esso è consistito neltrasformare il prestito in titoli commerciali, in titoli cioè che possono andare sul mercato. Quindi, quello che è avvenuto con sempre maggiore ampiezza nei primi anni 2000 è stato che il prestito veniva concesso e  poi il titolo di debito, sovente una ipoteca, era ceduto quasi subito a una società di scopo, in molti casi istituita dalla stessa banca. La sigla più nota per designare tali società è SIV (Structured Investment Vehicle) che sta per «Veicoli di Investimento Strutturato». Altrettanto rapidamente il Siv trasformava  dei pacchi di titoli   in un supertitolo commerciabile che immetteva sul mercato finanziario. Cedendo il prestito ad un veicolo, magari da essa stessa creato e in molti casi collocato nelle isole Cayman o in altri paradisi fiscali, la banca otteneva innanzitutto di recuperare il capitale immobilizzato in attesa della scadenza,  ma soprattutto otteneva che quel prestito sparisse dal bilancio, poiché esso veniva legalmente venduto (anche se sulla effettività della vendita si possono avere dei dubbi) al  veicolo da essa stessa creato, cioè alla società di scopo. Quello spazio creato dal prestito, che diventava un titolo uscito dal bilancio, permetteva alla banca di creare nuovo denaro concedendo altri prestiti. Ciò si può fare per un primo prestito, per il secondo, il terzo, il decimo e via dicendo. Esattamente in questo modo sono stati creati migliaia di miliardi di dollari e di euro nei primi anni 2000, ma nell’agosto del 2007 scoppia la crisi e il processo di cartolarizzazione rallenta.
Questo tipo di processo è anche alla radice della questione dei mutui facili. Infatti nel fervore di creare sempre nuovo denaro, ossia di concedere sempre nuovi prestiti per poi rimuoverli dal bilancio,  le banche e i numerosi enti coinvolti nel processo – in cui entrano non solo banche ma pure compagnie di assicurazione, enti specializzati nel concedere mutui, società di ri-assicurazione dei medesimi, fondi speculativi – hanno guardato sempre meno alle qualità del creditore, preferendo non solo ignorare quanto il creditore guadagnasse o a quanto ammontasse il suo patrimonio, ma addirittura evitando accuratamente che il creditore stesso si ponesse il problema di potersi o meno permettere il prestito. In pratica, sono stati venduti quasi a forza milioni di crediti, in prevalenza mutui per la casa, ma anche prestiti per gli studenti, mutui per comprare automobili o affittare un magazzino, tutti ipotecari, e il mutuo, ovvero l’ipoteca su di esso o a esso collegato, era trasformato in un titolo che rendeva subito, intanto perché era venduto,  poi perché  continuava a rendere permettendo  di concederne molti altri.
In questo modo le banche – che negli Stati Uniti, ricordo, dovevano avere in riserva presso la FED dieci dollari ogni cento che prestavano – operavano con un effetto leva apparente intorno a uno a dieci, e uno effettivo che superava uno a trenta.  Da  secoli questo 1:10 è più o meno il tasso a cui le banche operano, nel senso che fin dell’epoca dei banchi degli orefici –  che  avevano un caveau di roccia o di ferro in cui depositivano l’oro dei propri clienti – con la diffusione dei titoli di credito e di altri titoli scritturali l’attività bancaria si è sempre fondata sul presupposto che è quasi impossibile che tutti i clienti corrano nello  stesso momento agli sportelli e ritirino i loro depositi. Quindi le banche hanno cominciato a prestare e tutt’ora prestano soldi che non hanno. E l’ipotesi è sempre stata che intorno a uno a dieci o poco più fosse un effetto leva ragionevole. Spostando i mutui, le ipoteche, i titoli da un’altra parte e facendoli sparire dal bilancio, l’effetto leva è diventato uno a quindici, uno a venti, uno a trentadue, che è considerato il valore medio prevalente tra le banche quando esplode la crisi nell’estate del 2007. Ma c’erano allora istituti finanziari, come ricordo nel mio libro, che avevano un effetto leva di uno a ottanta, perfino di uno a cento, il che significa che su un  dollaro di soldi propri gravavano 99 dollari di debiti. Quindi quello a cui  stiamo assistendo oggi è per certi aspetti un immenso processo di deleveraggio, ovvero di smontaggio dell’effetto leva, di banche che erano solite operare con rapporti di  uno a trenta e più tra capitali propri e debiti,  e adesso cercano di ridiscendere a uno a venti, uno a dieci.
Questo però è solo una parte del processo di creazione del denaro, perché le banche hanno fatto di più e di peggio. Ormai i grandi gruppi finanziari sono società che ne controllano centinaia di altre, tra cui banche di diverso tipo (dalle banche d’investimento alle banche commerciali), istituti specializzati in ipoteche, casse di risparmio, compagnie di assicurazione, società specializzate nelle re-ipotecazione di ipoteche e altro. I grandi gruppi finanziari, oltre a creare trilioni di dollari o di euro concedendo prestiti sulla casa, sull’auto o sullo stabilimento,  concedendo prestiti a famiglie e  imprese e ingigantendo questa quantità di denaro mediante la cartolarizzazione, hanno anche creato altre montagne di denaro moltiplicando i cosidetti derivati. I derivatisono nati almeno un secolo e mezzo fa e forse prima, agli inizi dell’Ottocento. Erano onesti e pratici, chiamiamoli così, titoli assicurativi. L’agricoltore, ad esempio, che a gennaio non sapeva come sarebbe andato il raccolto di grano a giugno, aveva interesse a prefissare un certo prezzo di vendita del suo grano. Il mercante, che non sapeva a sua volta come sarebbe andato il prezzo – a causa delle carestie eventualmente intervenute, delle intemperie, dei parassiti –, aveva interesse a stabilire che a luglio avrebbe comprato a un determinato prezzo una certa quantità di grano. Allora, a gennaio, i due firmavano un contratto che assicurava al contadino e al mercante un determinato prezzo. È chiaro che poi a giugno era difficile che fossero in pari: uno dei due, rispetto al mercato, ci perdeva o ci guadagnava. Ma quel contratto era uno strumento efficace per garantirsi una certa serenità in merito al prezzo di acquisto per il  mercante e di vendita per l’agricoltore.
Nel corso del Novecento, ma soprattutto dopo gli anni Novanta, la produzione di derivati è semplicemente impazzita. I motivi sono vari. Anzitutto i sottostanti sono diventati migliaia. Possono essere  indici di borsa o eventi sportivi, prezzo degli alimenti di base o fenomeni meteorologici.  Il problema  principale risiede nel fatto che è caduto l’obbligo di possedere o di acquistare la merce– il cosiddetto sottostante – su cui si basa il valore del derivato. I derivati sono quindi diventati delle pure scommesse. Uno può scommettere sull’andamente del prezzo del petrolio, ossia può comprare un derivato avente il  petrolio come sottostante, senza avere alcun interesse a commerciare in tale materia prima. Il derivato può riferirsi, per dire, a diecimila barili di petrolio, ma le due controparti non si impegnano a comperare o  a vendere il sottostante, quanto ad accollarsi la differenza positiva o negativa del prezzo che maturerà tra sei mesi o un anno, posto che i derivati possono avere scadenze anche piuttosto lunghe. La parte cosiddetta venditrice non ha nulla da vendere e la parte acquirente non si sogna di acquistare non diciamo diecimila barili di petrolio, ma nemmeno uno. È unicamente una scommessa. Moltiplicando il numero di scommesse, se uno si assume dei rischi, si può guadagnare o perdere molto.
Quel che è successo è che nel 2007/2008 il valore nominale dei derivati che giravano per il mondo – cioè il valore scritto nei contratti– si aggirava su poco  meno di settecentocinquanta trilioni  di dollari. Il PIL globale nel 2007 è stato di 57 trilioni di dollari, quindi i derivati in circolazione equivalevano a più di dodici volte il PIL del mondo. Qui bisognerebbe entrare in alcune tecnicalità, per precisare che il PIL nominale è in genere più alto del valore effettivo del contratto. Nel 2009, ad esempio, 700 trilioni nominali di derivati valevano sul mercato circa 35 – 38 trilioni di dollari. Però ci sono delle distinzioni da fare, perché un conto sono i derivati sui barili di petrolio che nessuno compra e nessuno vende; un conto ben diverso  sono i derivati del credito che sono delle specie di assicurazioni per proteggersi dal rischio di insolvenza di un creditore. La banca A paga una commissione a B (che in molti casi è un’altra banca) la quale assicura che se C non ripagherà il debito contratto verso A provvederà lei a rifondere quest’ultima.  In questo caso il valore reale del titolo è molto vicino al valore nominale perché se la banca debitrice (o altro debitore) non paga, B che ha sottoscritto quel derivato deve pagare di tasca sua l’intero valore scritto nel contratto.
In sostanza, oltre ad aver creato moltissimo denaro concedendo crediti a fiumi, ad averne creato dell’altro cartolarizzando le ipoteche sì da poter continuare a concedere prestiti, le banche americane ed europee hanno messo in circolazione nell’economia sotto forma di derivati un volume di denaro corrispondente a dodici volte il PIL del mondo. Qualcuno dice: «Ma non è veramente denaro». Bisogna invece sottolineare che all’epoca dei computer, delle transazioni ad alta frequenza, della massima e istantanea convertibilità di ogni capitale in qualsiasi altra forma,  i derivati funzionano come vero e proprio denaro. Un economista, oggi citato spesso per  ragioni sbagliate, Marvin Minsky,  aveva intravisto questo sviluppo già a metà degli anni Ottanta. Allorché  qualunque titolo è istantaneamente convertibile in denaro, quello è come se fosse denaro. Il problema con i derivati è che più dell’80 per cento di essi sono scambiati direttamente fra privati – “al banco”, come si dice –  senza che i regolatori possano esercitare alcun controllo.  Si tratta di un’enorme quantità di denaro che sfugge completamente non soltanto alla presa, ma pure alla vista dei regolatori.
A un certo punto questa montagna di denaro ha cominciato a cascare sulla testa delle banche sotto forma didebiti inevasi. Se una banca scopre una falla nella catena di debiti che essa stessa ha contribuito a creare, tipo un suo veicolo che avrebbe dovuto vendere agli investitori i titoli derivanti da una cartolarizzazione ma non ci riesce  più perché quelli li rifiutano; a questo punto, anche se la banca aveva venduto a quel veicolo i suoi titoli, in qualche modo deve far fronte alle perdite del medesimo. Può avere un bisogno urgentissimo di qualche centinaio di milioni o magari di un miliardo di dollari o di euro, ma se la banca di fronte (la banca consorella, la banca con cui si avevano comuni rapporti) ha gli stessi problemi, il tutto si incaglia. È quello che è avvenuto nel 2008,  ma che si ripropone fino ad oggi attraverso infiniti canali di contagio.
Nel generare questo incredibile processo – scrivendo il libro ho speso mesi per verificare i dati, tanto mi parevano fuori del mondo – rilevantissimo è stato il peso dei politici e delle banche europee, all’incirca dal 1980  a oggi. Alcune leggi determinanti per la deregolazione dei movimenti di capitale sono state firmate da un Presidente francese socialista, François Mitterand; per esser poi propugnate, sollecitate e messe in opera dal primo Presidente della Commissione europea, anche’egli francese e socialista, Jacques Delors. Tutti costoro avevano, certo, delle buone ragioni: i capitali scappavano e bisognava far qualcosa. Fatto sta che imponenti misure di deregolazione o cancellazione della sorveglianza sui movimenti finanziari, compresi gli scambi al banco di trilioni di euro di derivati, sono stati adottati ben presto  in Europa e si sono diffusi perché altri paesi hanno seguito la Francia. Pertanto negli anni Novanta la deregolazione in Europa era molto simile a quella che stava intervenendo negli Stati Uniti. Dopodichè non è stata più effettuata nessuna seria riforma del sistema finanziario.
Le banche  hanno avuto un ruolo di primo piano nella creazione della cosiddetta finanza ombra. Della quale fanno parte anche quei trilioni di derivati che circolano senza essere regolati da nessuno. Pure i veicoli di investimento strutturato, i SIV, fanno parte della finanza ombra, perché essendo fuori bilancio non appaiono compresi nel perimetro della banca che li sponsorizza. Vi sono molti altri soggetti della finanza ombra che operano come banche ma non sono banche: tra essi rientrano i fondi comuni dei mercati monetari, le società specializzate nel concedere prestiti, le divisioni finanziarie delle corporation. Tutti enti  che  non sono visti, e non è possibile siano visti, dal regolatore – per questo viene chiamata finanza ombra.
Nell’alimentare tanto la finanza visibile  quanto la finanza ombra, le banche europee hanno avuto un notevole ruolo, da diversi punti di vista. In primo luogo, ricerche recenti hanno dimostrato come le banche europee abbiano comprato in Usa, dal 2000 in avanti, centinaia di miliardi di dollari, di euro, di sterline e anche di franchi svizzeri,  di titoli cartolarizzati, compresi le  micidiali obbligazioni aventi per collaterale un debito, definite a disastro avvenuto titoli tossici. Sono titoli assai complicati,  caratterizzati da un taglio difficilmente alla portata di qualcuno di noi, perché esso  si colloca in genere tra uno e due miliardi di dollari). A questi titoli poi definiti tossici, che erano venduti a pezzi o trance con diverse gradazioni di rischio, le agenzie di rating, pagate dalle stesse banche che emettevano quei titoli, assegnavano la massima credibilità – ovvero il minimo rischio di insolvenza da parte del creditore – e per questo erano considerati sicuri. Le banche europee si sono gettate su quei titoli giudicati sicuri, per cui stando alle ricerche menzionate sopra centinaia di miliardi di derivati di questo tipo sono stati creati in Usa proprio per soddisfare la domanda assidua delle banche europee. Inoltre, alcune banche europee hanno loro stesse creato titoli analoghi per centinaia di miliardi di dollari.  La più impegnata è stata la Deutsche Bank, che ha creato una serie di titoli –  chiamati Gemstone –  il cui taglio medio era intorno a 1,1 miliardi di euro. Qualche banca francese si ritiene abbia fatto lo stesso e forse anche altre, ma l’«ombra» per definizione è qualcosa in cui è difficile vederci chiaro. Quando il domino ha cominciato a cadere – perché se uno fa molti debiti distribuiti in una catena di numerosi soggetti, nel caso fallisca  anche l’ultimo di questi  il problema risale la catena fino a quando i debiti arrivano al consiglio di amministrazione della banca madre – vi sono state banche quali la UBS (Unione delle Banche Svizzere), che tra il 2007 e il 2009 hanno dovuto cancellare dai propri bilanci qualcosa come cinquanta miliardi di dollari. Peraltro senza patire troppo: la UBS ha un bilancio che supera di circa dodici volte il bilancio federale della Svizzera.
La questione che ci tocca anche oggi e che secondo i governi Ue richiede per essere risolta licenziamenti facili, austerità, tagli alle pensioni, pensione a 105 anni e altre cose del genere, ha tuttora le radici nel fatto che le banche europee sono piuttosto opache, ma al tempo stesso tradiscono notevoli preoccupazioni di bilancio.  Le banche tedesche per prime si collocano piuttosto in basso quanto a indice di trasparenza o indice di visibilità del traffico bancario. Tuttavia, dietro alla coltre della finanza ombra quel che sembra via via più evidente è che le banche sono  oraimpegnate allo spasimo per ridurre il loro leverage, il citato rapporto tra capitale proprio e capitali presi in prestito, spinte in questa direzione dalle nuove regole di Basilea e dalla Autorità bancaria europea (Eba). Se non, più probabilmente, dal terrore che succeda qualche nuovo grave incidente, perché se l’ultimo anello della catena salta il problema del debito risale per forza sino ai bilanci centrali.
Concludo toccando la questione della riforma del sistema finanziario, della quale si è parlato a lungo negli Stati Uniti, dove è stata varata nel luglio 2010 una legge che si chiama Dodd Frank Act, conosciuta pure comeWall Street Reform. Si stima che, a questo proposito, che la lobby bancaria abbia speso trecentoventicinque milioni di dollari per indebolire e possibilmente bloccare tale legge di riforma, che alla fine è risultata all’acqua di rose, e per di più immensamente complicata, con un testo che conta 1652 pagine e richiederà 550 decreti attuativi. Dal luglio 2010 fino all’autunno 2011,  per quanto è a mia conoscenza, ne sono stati attuati solamente due o tre.
Pure in Europa si sta discutendo di riforme finanziarie, una discussione estesa a vertici extra Ue come il G20 dell’autunno 2011 a Cannes. La Commissione europea ha allo studio una bozza dettagliata di riforma e il Parlamento europeo farà una prima proposta a febbraio o marzo del 2012. Accade però che tutte le proposte finora avanzate siano lontanissime dal cogliere le vere radici del problema. Sarebbe necessaria una forte pressione politica, ci vorrebbero milioni di persone per le strade a chiedere la riforma finanziaria, uno scenario al momento non molto probabile. Molte ed evidenti sono le ragioni per le quali si rende necessaria una riforma finanziaria radicale. In realtà niente di rivoluzionario, sono cose dette da liberal americani o dallo stesso governatore della Bank of England, Mervyn King, che pochi mesi fa ha dichiarato: «Ci sono molti modi per organizzare l’attività bancaria. Quello che abbiamo oggi è il peggiore che possiamo immaginare». Bisognerebbe prenderlo sul serio, perché finora le riforme di cui si parla nella Ue sono affatto insufficienti.
Si dovrebbe intervenire su tre fronti. È ovvio che non si può varare una riforma finanziaria solo in Italia, ma unariforma nell’ambito dell’Unione Europea andrebbe comunque fatta per via dell’enorme peso che in essa il sistema finanziario esercita attualmente su tutto: sull’occupazione, la sanità, le pensioni, la terra, il cibo. È in gioco lo svuotamento totale della democrazia. Bisogna ricondurre il sistema finanziario alle sue funzioni, che pure sono importanti. Non si può semplicemente dire: «Chiudiamo le banche». Le banche sono indispensabili come pure il sistema finanziario allargato, ma questi devono essere un ausilio, un mezzo controllato dall’economia reale e soprattutto dai governi, dai cittadini, dai meccanismi della democrazia. Il sistema finanziario internazionale ha dimensioni eccessive e in esso il sistema finanziario europeo, il quale, si noti, è molto più grande di quello statunitense, sia come numero delle banche sia in termini di attivi controllati. C’è un elenco nel mio libro di venti gruppi finanziari che avevano nel 2009 attivi superiori al trilione di dollari; fra questi venti, le banche europee (con l’aggiunta di due non Ue, Ubs e Credit Suisse) sono ben 14.  Se non si riducono le dimensioni dei singoli gruppi finanziari, essi risulteranno sempre incontrollabili e saranno essi a dettare le misure di austerità, comprese le condizioni del mondo del lavoro, ai governi. Come stanno facendo.
In secondo luogo, larga parte di questo sistema è in ombra, per questo si chiama shadow banking, Qualcuno parla di regolare anche detto sistema, ma le ombre non si regolano. Occorrerebbe accorciare, ridurre o, meglio ancora, smantellare il sistema finanziario ombra.
In terzo luogo le grandi società finanziarie, le bank holding companies, sono troppo complesse. Seppure si costituisse un’autorità di regolazione europea dotata di grandi poteri e ampi mezzi, essa sarebbe comunque impotente a causa delle dimensioni e della struttura enorme di esse. Ricordo, per citare un solo dato, che quando fallì nel settembre 2008, Lehman Brothers era composta da più di 1800 entità giuridiche distinte. Anche in presenza di autorità di regolazione assai robuste, se mai esistessero, dinanzi a  simili castelli organizzativi è impossibile cercare di stabilire “chi fa che cosa”. Si può certo introdurre per legge, ad esempio, una norma che separi l’attività di depositi e prestiti delle banche dalle attività di investimento. Nondimeno se una banca continua ad avere una miriade di divisioni o di dipartimenti interni specializzati, ossia continua ad essere costituita sotto il controllo della casa madre da migliaia di entità giuridiche indipendenti, come si fa a controllare qual è l’atttività realmente svolta dall’una o dall’altra di esse? Controllare significa andare negli uffici, tirar fuori i libri, le carte, vuol dire impiegare decine di persone per settimane allo scopo di capire che cosa realmente fa una sola divisione di una grande banca. È semplicemente improponibile controllare chi fa che cosa se non si riduce la complessità del sistema.
A parte le bozze di riforma in discussione nel Parlamento europeo e nella Ce, ci sono in giro varie proposte provenienti da centri studi. Alcune assai interessanti sono state portate a Cannes da un centro tedesco specializzato in studi sullo sviluppo e l’ecologia per un’economia sostenibile. Ma è chiaro che tali proposte, lasciate a sé, non serviranno a nulla. Il problema vero è che sono i cittadini che ne dovrebbero discutere, e sarebbe bene che si cominciasse ad allargare la discussione in modo che il maggior numero capisca la reale entità del problema e cominci a chiedere una riforma radicale del sistema finanziario. È complicato, è politicamente arduo, certo. Ma per il futuro della democrazia, non soltanto del sistema economico, è assolutamente indispensabile ridurre a dimensioni ragionevoli i gruppi finanziari e con essi l’insieme del sistema finanziario internazionale. Un noto economista  americano ha detto che sarebbe indispensabile ridurre il sistema finanziario a un terzo di quello che è oggi. Forse è una misura eccessiva, ma è la direzione in cui appare necessario procedere.  In presenza  di troppi segnali attestanti che l’economia del mondo, e con essa la democrazia dei nostri paesi, sta viaggiando verso la catastrofe. Se non riusciamo a trasformare tutto quanto si è qui ricordato in istanza, in domanda politica, in un numero di deputati sufficienti per introdurre una riforma del genere, dovremo aspettarci una crisi, politica ed economica a un tempo,  ancora peggiore di quella che stiamo vivendo  adesso.
Finora non mi sono stati imputati molti errori nel libro da cui ho tratto queste considerazioni. Concludo rilevandone uno io. Il libro è stato pubblicato nel marzo del 2011. In esso prevedevo una nuova crisi finanziaria, o meglio una nuova grave fase di essa,  per il 2015. Mi sono sbagliato: è arrivata pochi mesi dopo.




Luciano Gallino
About Luciano Gallino: Luciano Gallino (1927) nel 1956 viene chiamato dall'ingegnere Adriano Olivetti a collaborare all’Ufficio Studi Relazioni Sociali costituito presso la Olivetti - struttura di ricerca aziendale inedita in quel periodo in Italia - e successivamente, dal 1960 al 1971, ricopre la carica di direttore del Servizio di Ricerche Sociologiche e di Studi sull’organizzazione (SRSSO). Dopo aver ottenuto una Libera Docenza in Sociologia nel 1964, è diventato Fellow Research Scientist del Center for Advanced Study in the Behavioral Sciences di Stanford in California. Dal novembre 1965 al 1971 è stato professore incaricato presso la Facoltà di Magistero e la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino. Successivamente, dal 1971 al 2002, è stato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione della stessa Università, nella quale attualmente è professore emerito. Tra il 1968 e il 1978 è stato direttore dell'Istituto di Sociologia di Torino, una delle prime strutture di ricerca in questo ambito disciplinare costituite nell'università italiana. Dal 1999 a fine 2002 è stato Direttore del Dipartimento di Scienze dell'Educazione e della Formazione. In tale ruolo ha promosso lo sviluppo di un Centro specializzato nello studio e nella realizzazione di corsi orientati alla "Formazione aperta/assistita in rete". Parallelamente alla sua attività di ricerca e d'insegnamento, ha ricoperto diverse e prestigiose cariche istituzionali. Dal 1979 al 1988 è stato presidente del Consiglio Italiano delle Scienze Sociali. Dal 1987 al 1992 ha rivestito la stessa carica nell'Associazione Italiana di Sociologia. È socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, dell'Accademia Europea e dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Dirige dal 1968 la rivista scientifica Quaderni di Sociologia. Ha collaborato inoltre con autorevoli quotidiani nazionali, in particolare tra il 1970 e il 1975 ha scritto su «Il Giorno», dal 1983 al 2001 ha collaborato con «La Stampa» e dal 2001 collabora con «La Repubblica». Fa parte del comitato scientifico della manifestazione "Biennale Democrazia". Dal 2007, è il responsabile scientifico del Centro on line «Storia e Cultura dell'Industria», progetto che promuove la conoscenza della storia industriale e del lavoro del Nord Ovest italiano dal 1850 a oggi, con finalità didattiche. Dal 2011 è Presidente Onorario e Presidente del Consiglio dei Saggi dell'AIS - Associazione Italiana di Sociologia. Tra i suoi ultimi libri: Globalizzazione e disuguaglianze (Laterza, 2000); Il costo umano della flessibilità (Laterza, 2001); L’impresa responsabile. Un'intervista su Adriano Olivetti (Comunità, 2001); La scomparsa dell'Italia industriale (Einaudi, 2003); Dizionario di Sociologia (UTET, 2005); L’impresa irresponsabile (Einaudi, 2005); Italia in frantumi, (Laterza, 2006); Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici (Einaudi, 2007); Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, (Laterza, 2007); Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l'economia (Einaudi, 2009); Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, (Einaudi, 2011).

martedì 31 gennaio 2012

SARDEGNA, PATTUMIERA DELLA NATO E DEL COMPLESSO MILITARE-INDUSTRIALE

DI CARLA GOFFI E RIA VERJAUW
Mondialisation.ca



Il suo paesaggio da cartolina attira i turisti più fortunati. Le stelle del jet set vengono a bagnare gli yacht lungo le sue coste paradisiache. Ma la Sardegna nasconde una realtà davvero triste.

Sui bordi incantati del Mediterraneo, dietro la cortina invisibile delle radiazioni nucleari emesse dopo l’utilizzo di armi all'uranio, c'è un immenso paesaggio desolato, pieno di segreti maligni. Piantiamo lo scenario. È in Sardegna. Un territorio della superficie pari a 35.000 ettari è stato affittato alle installazioni militari. 

Sull'isola si trovano poligoni di tiro (Perdasdefogu), tratti di mare per le esercitazioni (capo Teulada), poligoni per le esercitazioni aeree (capo Frasca), aeroporti militari (Decimomannu) e depositi di carburante (nel cuore di Cagliari, alimentati da una conduttura che attraversa la città), senza contare le varie caserme e sedi di comando militare (Aeronautica, Marina). Si tratta di infrastrutture delle forze armate italiane e della NATO.

Alcune cifre: il poligono di Salto di Quirra - Perdasdefogu (Sardegna orientale) di 12.700 ettari e il poligono di Teulada di 7.200 ettari sono i due poligoni italiani più estesi, mentre il poligono NATO di Capo Frasca (costa occidentale) è pari a 1.400 ettari. 
A questi si devono aggiungere l'ex base NATO sull’isola della Maddalena, per sempre inquinata. Durante le esercitazioni militari, viene vietata la navigazione e la pesca su una superficie marina superiore ai 20.000 chilometri quadrati, una superficie quasi uguale a quella della Sardegna.

Che cosa si scopre? La valle di Quirra, una delle zone più belle e ancora selvagge della Sardegna, è stata trasformata in una cassaforte di veleni a cielo aperto. 
Nel corso degli anni si è messo il coperchio sulla pentola delle "polveri di guerra" che ha decimato un numero di abitanti e di militari che vivevano e lavoravano nel poligono e nei villaggi limitrofi. Ma adesso, grazie a un Procuratore, Domenico Fiordalisi, che è determinato a dare voce alle lamentele delle numerose vittime, la verità comincia a venire alla superficie. I "segreti" vengono alla fine portati alla luce della giustizia. 

Con l'accusa di "disastro ambientale", tre generali che sono stati al comando del poligono di Quirra, due tecnici e un ricercatore universitario sono accusati dal procuratore che sta indagando, da parecchi mesi, sui decessi per cancro di parecchi abitanti della zona di Quirra e sulle delle malformazioni dei neonati e del bestiame. Ci possiamo aspettare altri capi di accusa, visto il disastro ambientale e umano che, da anni, colpisce la Sardegna. 

Tutto è iniziato nel 1956, quando il governo italiano decise di installare, nel bel mezzo di una zona di incomparabile bellezza - dove nascono le viti, il mirto, gli aranci e che termina con una spiaggia ancora risparmiata dalle costruzioni -, un poligono di tiro, un centro di sperimentazione per i missili, un teatro per gli "war games" a grandezza naturale e per la distruzione a cielo aperto di armi obsolete delle ultime guerre. 

Il poligono è affittato anche ad aziende di armamenti private, alla NATO e a vari eserciti di tutto il mondo, particolarmente a Israele. Durante gli anni, gli abitanti affermano di avere visto misteriosi camion, provenienti dall’”estero", che sono entrati nel poligono e qui hanno scaricato armamenti dismessi che hanno fatto poi esplodere a cielo aperto. Durante gli anni, le guardie forestali hanno potuto constatare le malattie dei pastori e del bestiame, le pecore che saltavano in aria sulle bombe ancora funzionanti, sparse ovunque nei campi e sulla spiaggia.

Le più importanti aziende di armamenti (Aérospatial, Orlikon-contraves, Finmeccanica) ancora prendono in affitto questo spazio naturale per eseguire le loro sperimentazioni al prezzo di un milione di euro al giorno, somma che viene versata direttamente allo stato italiano. Alla Sardegna restano i tumori e i bambini malformati. Quando si parla di 28 bambini che sono al momento malati e di 36 militari deceduti nella base, le autorità militari negano sempre la realtà, facendo sfoggio delle ricerche eseguite dalle università che hanno rilasciato i certificati di "correttezza ambientale". 

Questi certificati non hanno convinto il Procuratore inquirente. Vista la gravità della situazione, ha pronunciato all'inizio dello scorso mese di novembre un’ipotesi di imputazione per falso in atto pubblico nei confronti delle persone responsabili di queste ricerche e al comandante della base che li ha "gestiti". Altri scienziati italiani “indipendenti” si sono messi a disposizione per eseguire proprie analisi sul posto. 

È già stata rinvenuta, nell'acqua e nel terreno, una grande quantità di torio, di tungsteno, di cesio, di arsenico, metalli pesanti che, con le parole di uno scienziato torinese, possono comparire solo grazie a una combustione a temperatura davvero elevata, come quella provocata dall'esplosione di armi all’uranio impoverito. Lo stesso scienziato ha rilevato tracce di uranio nelle ossa di un agnello morto per una malformazione genetica. Si stanno aspettando i risultati di analisi simili effettuate sui cadaveri riesumati di pastori deceduti per tumore.

A mano a mano che l'inchiesta avanza, le lingue si sciolgono. Alcuni veterinari hanno affermato, nel loro rapporto, che circa il 60% dei pastori che vive e custodisce il bestiame in prossimità o all’interno del poligono ha contratto vari tipi di tumore. Un militare, ora in pensione, ha testimoniato di fronte agli inquirenti che, nel corso degli anni, ha fatto esplodere circa 800 kg di esplosivi al giorno dopo aver scavato buche di 30 metri di diametro. 
Queste esplosioni rilasciavano nell'atmosfera nuvole nere e bianche che arrivavano fino ai villaggi vicini, spinte dal vento che soffia senza sosta. In queste buche andava a depositarsi l'acqua piovana che serviva per abbeverare il bestiame e che poi penetrava nelle falde acquifere sotterranee. 

Ha anche affermato che le esplosioni per distruggere gli armamenti si ripetevano per una ventina di giorni al mese, e questo per parecchi mesi consecutivi. Durante le esplosioni, lui e un suo collega dovevano rifugiarsi dentro ai camion. Questo collega è morto di tumore alcuni anni dopo. La stessa procedura ha avuto luogo a Capo Frasca (un campo per le esercitazioni ubicato più a sud). Si ritiene che ci sia un numero assai maggiore di militari e di lavoratori civili che sono deceduti a causa di tumori.

In base alle testimonianze, il Procuratore sta sempre più prendendo in considerazione l’ipotesi che la falda freatica che alimenta l’impianto dell’acqua potabile dei villaggi e delle città nei dintorni sia stata probabilmente contaminata. Un altro ex militare ha affermato che, tra il 1986 e il 2004, sono stati lanciati circa 1180 missili Milan (con l’ogiva al torio). Ogni giorno nuove testimonianze riportano notizie sempre più inquietanti che rendono manifesto un disastro dalle conseguenze probabilmente irreparabili da un punto di vista umano, e ancor più ambientale: per i geologi sarebbe impossibile ripristinare il terreno allo stato originario. Ma i militari e il Ministero italiano della Difesa continuano a negare. La salute delle persone costa cara, mentre gli armamenti portano invece soldi! 

Tutte queste constatazioni dovrebbero essere collocate in una cornice più vasta, quella della militarizzazione del Mediterraneo da parte della NATO per fini strategici, dell'interesse finanziario del complesso militare-industriale, del deficit di democrazia (segreto di stato), del disprezzo delle popolazioni locali, del controllo della popolazione civile e più precisamente dei migranti, della corruzione, del disprezzo per l'ambiente naturale, della mancanza di una visione politica a lungo termine, della legge del profitto, dei preparativi attuali per le guerre future e per il mantenimento delle guerre attuali (Afghanistan). Argomenti che i movimenti per la pace non smettono di trattare… fino a quando?


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Fonte: Sardaigne, poubelle de l’Otan et du complexe militaro-industriel
27.01.2012
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

lunedì 30 gennaio 2012

Un cervellone dell’Air Force USA ricerca un ‘Social Radar’ per ‘guardare dentro i cuori e le menti’





Noah Shachtman


 http://www.wired.com/dangerroom

Tradotto da  Curzio Bettio



Gli importanti scienziati della Air Force degli Stati Uniti di solito spendono il loro tempo cercando di capire come costruire satelliti migliori o produrre jet che possano volare ad una velocità folle. Questo rende il dr. Mark Maybury, attualmente direttore delle ricerche, un caso un po' isolato. Costui vorrebbe costruire un apparato di sensori per scrutare attentamente all’interno dell’animo delle persone - e prevedere i conflitti prima che si scatenino.

Maybury ha battezzato questo suo allucinante progetto “Social Radar”. E il confronto con i sensori tradizionali non è casuale, egli rivela a “Danger Room”.
Maybury, che funge da capo consulente scientifico dei vertici dell’Air Force, afferma:
“L’Air Force e la Marina degli Stati Uniti, in questo e in altri paesi, hanno una storia di sviluppo di sonar per vedere attraverso l’acqua, radar per vedere attraverso l’aria, e IR [raggi infrarossi] per vedere nel buio della notte. Bene, ora vogliamo anche vedere all’interno dei cuori e delle menti delle persone. Ma il “Radar Sociale” non sarà l’unico sistema sensorio a scoprire le ansie segrete. Saranno più sensori virtuali, combinando una vasta gamma di tecnologie e discipline, che verranno impiegati per misurare il polso di una società e valutare la sua salute futura.

Questo fa parte di un più ampio sforzo da parte del Pentagono per dominare gli elementi sociali e culturali dei conflitti - uno sforzo che perfino molti al ministero della Difesa credono sia profondamente incrinato.
Primo passo: il mio Twitter fornisce già indicazioni su emozioni e turbamenti.”
Maybury continua, usando l’acronimo militare ISR per “ricognizione e sorveglianza di intelligence”:
“ Noi dovremmo fornire ISR, visto che gli elettori ci chiedono 'Cara Air Force, non darci solo le previsioni del tempo, forniscici anche previsioni sui movimenti del nemico.' E questo, cosa comporta? Questo interessa il comportamento umano. E così abbiamo bisogno di capire ciò che motiva gli individui, qual è il loro comportamento.”

Maybury, vestito nel suo abito preferito - un blazer doppio petto nero e occhiali rettangolari, argentei - ha discusso il suo progetto “Social Radar” all’interno di una intervista della durata di circa 90 minuti nel suo ufficio del Pentagono, il suo accento originario del Massachusetts diventava sempre più duro all’infittirsi della discussione.
Specialista di intelligenza artificiale e di elaborazione del linguaggio, ha collaborato con l’esercito, all’interno ed esternamente, dalla metà degli anni ‘80. Ma come gli agenti della contro-rivolta sono stati meno impegnati in Iraq e Afghanistan, Maybury è stato attratto sempre più in ciò che egli chiama la “sfera umana” di combattimento.
Nelle ultime settimane, il Pentagono potrebbe avere attribuito una minor importanza alla contro-insurrezione nella sua riorganizzazione della strategia.

Ma la necessità di individuare per tempo potenziali focolai di disordini - e di capire come le azioni usamericane potrebbero avere un impatto su quelle popolazioni recalcitranti - chiaramente non sta svanendo. Le forze speciali statunitensi stanno ancora addestrando eserciti stranieri (e stanno esercitando pressioni sulla gente di quei paesi).
Le “Shadow Wars”, i conflitti nell’ombra continuano - dallo Yemen al Pakistan al Messico. E la partita a scacchi geopolitica con la Cina richiederà una conoscenza approfondita di tutti i pezzi sulla scacchiera.
Nella sua originale pubblicazione del 2010 sull’argomento, per conto della “Mitre Corporation” finanziata dal governo, Maybury  ha indicato come “Social Radar” classificherà gli individui, mediante tecnologie biometriche.

Utilizzando la sociometria, verranno classificati con esattezza i gruppi. [La sociometria è la misurazione-rilevazione delle relazioni esistenti in un gruppo dato o in una comunità.]
Maybury scrive che le “timeline” (nuove forme di “diario” del profilo individuale) su Facebook, i sondaggi politici, le informazioni dai droni spia, i rapporti degli operatori umanitari, perfino gli allarmi di malattie infettive dovrebbero essere riversati su “Social Radar”, aiutando il sistema a tenere sotto controllo tutto, dai livelli di monossido di carbonio ai tassi di alfabetizzazione, ai prezzi al consumo.
E, “proprio come un sistema radar necessita di superare interferenze, mimetizzazioni, aggiramenti ed altre occlusioni, così anche Social Radar deve superare gli accessi negati, la censura, e i raggiri”.



Legenda
“Social Radar”: a)Strategic Communication: comunicazione strategica
                            b)Counter Insurgency: contro-insurrezione
                           c)Humanitarian Relief: soccorso umanitario
                       
Sources: Fonti
Newspapers, Radio, TV: giornali, radio, TV
Polls: sondaggi
Surveillance: sorveglianza

Geography: geografia
Demography: demografia  (scienza che studia quantitativamente i fenomeni che
concernono lo stato e il movimento della popolazione)
Econometrics: econometria (branca della statistica che si occupa dell’analisi dei fenomeni economici; in alternativa, può considerarsi un settore dell’economia dedicato alla verifica sperimentale di modelli formulati in ambito teorico)

Tools: [cassetta degli] attrezzi
A.    Sampling/Calibration: Campionamento/Taratura
B.    Topic Detect/Track: Ricerca/Rilevamento degli argomenti
C.    Author attribution: Attribuzione all’autore
D.    Conversation Analysis: Analisi dei discorsi sull’argomento
E.    Sentiment Analysis: Analisi dei sentimenti e delle opinioni
F.    Summarization: Sintesi
G.    Modeling: Creazione del modello
H.    Geotemporal Visualization: Rendere visibile geotemporalmente l’immagine mentale

Sul modello riportato: Topics: argomenti; Words: informazioni ; Groups: gruppi sociali

Methods: metodi
1.    Media Analysis: Analisi dei mezzi di informazione di massa
2.    Detect and Track Signatures: Ricerca e rilevamento delle firme e di indicazioni su autori
3.    Social Indicator Analytics: Analitiche di indicatori sociali

Il grafico minuto riportato indica l’andamento dell’attività dell’Aum Shinri Kyo, una setta apocalittica giapponese, che ha compiuto attentati con gas nervini.

Missions: missioni
Military: militari; Religious: religiose; Political: politiche; Economic: economiche;
Health: sanitarie
Collaborative Analysis/Assessment : Analisi/Valutazione d’insieme, in collaborazione

Tutto sembra di un’ambizione quasi ridicola. E Maybury conviene che l’idea può sembrare una “metafora organizzativa” più che un particolare programma. Ma, insiste Maybury, i mattoni della costruzione sono già stati posizionati.
Nella sua pubblicazione originale, Maybury osserva che vi sono in corso operazioni presso la “Mitre Corporation” che potrebbero contribuire a dare realtà al “ Social Radar”.
Per esempio, esiste il progetto “Forum e analisi critica sull’infiltrazione dei blog” (FABTAC), che analizza discussioni on-line “per attività ed operazioni di intelligence.”

Esiste l’“Exploring Soft Power in Weblogistan”, che ha sviluppato “strumenti fondamentali di elaborazione del linguaggio Farsi e Dari per permettere l’analisi di documenti voluminosi dal contenuto socio-mediologico” [Ufficialmente il Farsi è il Persiano parlato in Iran e il Dari è il Persiano parlato in Afghanistan.]
Ancora più importante, lo specialista in analisi del linguaggio ribadisce che stanno arrivando nuovi strumenti online per effettuare la cosiddetta “sentiment analysis” – l’individuazione se un aggiornamento di un particolare status emotivo sia positivo o negativo.
Analizzare tali sentimenti in forma aggregata, vedere se le persone sono generalmente contente, e associare questi sentimenti con specifiche aree geografiche, così Maybury ritiene che si abbia l’avvio di un “Social Radar”. Ha anche sviluppato un modello dimostrativo (mock-up) di un piano di “radar sociale”, completo di una “mappa del fervore” per la ricerca della relativa felicità.

Il direttore delle ricerche scientifiche dell’Air Force USA non è isolato in questo tentativo.
In tre anni, il Pentagono ha speso più di 125 milioni dollari su decine di progetti destinati a quantificare meglio, costruire modelli (sistemi HSCB), in buona sostanza per prevedere la dimensione umana, sociale, culturale, comportamentale dei conflitti .
Diversi di questi sistemi “HSCB” sono attualmente in uso nelle unità militari statunitensi in tutto il mondo. Per esempio,l’“Integrated Crisis Early Warning System” (ICEWS), un sistema integrato di pronto allarme di crisi della DARPA, la Defense Advanced Research Projects Agency, l’Agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la difesa., è stato esteso a sei dei comandi territoriali del ministero della Difesa, che coprono 175 paesi diversi.
Eppure, all’interno del Pentagono, ci sono profonde divisioni sulla efficacia del programma.
“I sostenitori del progetto hanno raccolto prove per dimostrare la validità della loro ricerca,” viene fatto osservare in una recente revisione interna dei progetti HCSB, “mentre i critici hanno evidenziato carenze nel metodo di raccogliere e conservare i dati, per cui viene sovradimensionata l’accuratezza delle previsioni ICEWS.”

Generali in pensione di alto profilo e ufficiali al vertice dei comandi militari hanno respinto come senza speranza l’idea che si possano efficacemente configurare modelli delle società umane, o che il comportamento umano possa davvero essere previsto.
“Costoro stanno fumando qualcosa che non fa loro bene”, così si è espresso in modo canzonatorio il tenente generale in pensione Paul Van Riper alla rivista Science, quando ha avuto inizio questo sforzo progettuale.
“Noi facciamo di meglio che valutare preventivamente gli individui, ma non di molto”, ha ammesso un revisionista sul libro paga del Pentagono.
Maybury è pronto a respingere le critiche, e ribadisce: “ Proprio come nessuno poteva immaginare di vedere nel buio della notte o di scrutare attraverso l’acqua, ora nessuno riesce ad immaginare di vedere al fondo degli atteggiamenti. E, a mio avviso, questo rappresenta per il futuro sicuramente una realtà.”

E “Social Radar” è solo il punto più avanzato degli sforzi della Air Force in questa area di ricerche. Il servizio sta incrementando la sua conoscenza delle lingue straniere.
Maybury vuole i suoi sensori più tradizionali per arrivare meglio ad analizzare il comportamento umano: “Se ho un radar combinato con una telecamera, combinata questa con un sistema a raggi infrarossi, forse posso rivelare che tipo di azione un essere umano sta eseguendo”.
L’Air Force Research Lab, il laboratorio ricerche dell’Aeronautica Militare, sta finanziando uno studio al professore di psicologia alla San Francisco State University, David Matsumoto, (ex allenatore della squadra olimpionica di judo degli Stati Uniti), di trovare “marcatori universali di situazioni ingannevoli e menzognere”.

E in una relazione sui “contributi” dell’Air Force alle ricerche sui sistemi HCSB, Maybury elenca fra gli altri anche “Metropolitan Area Persistent Sensing”, un sistema di controlli costanti delle aree metropolitane, un sistema per spiare integralmente le città, e i programmi “armi non letali ad energia diretta”, e “micro-munizioni per limitare i danni collaterali”. Ha accompagnato le parole con una serie di foto dell’arma già presente nell’arsenale di armi presuntivamente non letali dell’Air Force. Si tratta di una pistola a raggi che spara fasci invisibili di microonde che fanno sentire le persone come se fossero fatte saltare su un forno a riverbero.
Maybury ammette che queste armi non sono, strettamente parlando, parte del programma di ricerche del ministero della Difesa per comprendere meglio gli aspetti umani dei conflitti. Ma in una e-mail afferma: “La salvaguardia della vita umana è un premio quando si sta tentando di apportare sostegno, stabilità e sicurezza alle popolazioni locali, senza ingenerare motivi di lagnanza.”

Forse un “Social Radar” pienamente funzionante sarà in grado di valutare l’impatto di una tale arma sulla fedeltà e obbedienza delle persone. Ma vale la pena notare che, nel 2010, quando le armi a raggio di calore sono state inviate in Afghanistan per i test, i comandanti le hanno rispedite a casa senza sparare un colpo.




Fonte: http://www.wired.com/dangerroom/2012/01/social-radar-sees-minds/

domenica 29 gennaio 2012

LA TRUFFA DA 489 MILIARDI DI EURO DI DRAGHI

DI MIKE WHITNEY
Counterpunch

http://blog.panorama.it/economia/files/2011/12/mario-draghi.jpg


La nuova struttura per i prestiti del presidente della BCE Mario Draghi – le Operazioni di Rifinanziamento A Lungo Termine - ha aiutato ad allontanare il sistema finanziario da un’altra catastrofe del genere Lehman, ma non ha risolto i problemi fondamentali che hanno creato la crisi (squilibri di conto, flussi di capitale). Il LTRO permette alle banche dell’UE di scambiare collaterali inaffidabili per ottenere prestiti illimitati a tre anni al tasso dell’1 per cento. La quasi metà di trilione di euro presa in prestito perpetua l’idea che le banche siano solvibili, fondamentalmente perché l’enorme quantità di asset a rischio che erano nei bilanci delle banche è stata trasferita al rendiconto patrimoniale della BCE. (La Fed ha realizzato un'operazione simile (QE1) quando acquistò 1,25 trilioni di dollari di titoli appoggiati sulle ipoteche dalle banche statunitensi nel 2009.) Quindi, in questo momento il sistema bancario dell’UE è inondato di liquidità e il tasso che le banche pagano per prendere in prestito è calato di parecchio. Tutto a posto, giusto?

No. Anche se i tassi per i prestiti interbancari hanno toccato il minimo da dieci mesi (questo lunedì), le banche stanno ancora parcheggiando i soldi presi a prestito presso la BCE. Venerdì scorso, i depositi overnight alla BCE hanno fissato il nuovo record di 528 miliardi di euro, che sono 39 miliardi in più rispetto ai 489 miliardi che le banche hanno preso in prestito grazie al LTRO. Come è possibile? Ciò significa che i soldi non vengono prestati ai consumatori e alle aziende come aveva predetto Draghi, ma vengono accumulati dalle banche per poter rinnovare i propri debiti e continuare a fare deleveraging per riuscire a ottenere i nuovi requisiti di capitale corrispondenti al 9 per cento.
Si tratta di uno specchietto per le allodole. Draghi sta solo iper-pagando asset che hanno perso gran parte del valore. Perché dovrebbe essere una cosa positiva? Pensate a quale potrebbe essere la reazione se la Fed dovesse avviare un programma simile per contrastare gli effetti della bolla immobiliare. Diciamo, il direttore della Fed Bernanke ha lanciato una struttura che sborserebbe la differenza di valore a ogni proprietario che ha perso soldi sul suo mutuo dal 2006 in poi. Pensate che ciò potrebbe ridurre il numero di famiglie angosciate e di case sgomberate?
Si, potrebbe. Ma la "gente comune" non ottiene benefici del genere. Si aspetta solo di fallire. Tutti i regali vanno a coloro che hanno già parecchi soldi. Questo è il LTRO. La BCE sta fornendo tonnellate di denaro a poco prezzo ai suoi amici su collaterali che non valgono i soldi che sta prestando. È fondamentalmente quindi, un sussidio (fregatura). E la BCE sta tentando di nascondere quello che fa, asserendo che il mercato di finanziamento per le banche non sta funzionando come dovrebbe. O, con le parole del signor Draghi, [le preoccupazioni sul mercato delle obbligazioni governative] ha "portato a severi disturbi nel normale funzionamento dei mercati finanziari".
Avete mai sentito una simile idiozia?
Quando i banksters gonfiano una bolla creditizia gigantesca che scoppia e annienta 8 trilioni di dollari di valore delle proprietà, nessuno dice che "il mercato non ha funzionato nel modo giusto", perché siamo solo noi ad aver perso. Ma ogni qualvolta i banchieri sono in pericolo, arrivano le scuse.
"Oh no, questo non può succedere", si lamentano. "Il mercato non ha funzionato nel modo corretto." Ma è una cosa priva di senso. Non c'è niente sbagliato nel mercato, stiamo parlando solo di acquirenti e venditori, non di qualche intricato meccanismo che richiede specialisti con le cartelle piene di appunti e il camice bianco. Il problema è che nessuno sta comprando le stronzate che le banche vogliono vendere, perché questa rumenta ha perso gran parte del valore nell'ultimo anno. Di questo si tratta.
Ecco come funziona il sistema: le banche non riescono a guadagnare soldi da Joe Blow e dal suo compenso che versa ogni settimana quando gli arriva la busta paga. Oggi le banche si stanno rifinanziando grazie a enormi quantità di soldi sotto forma di fondi che devono poi parcheggiare a breve termine, mentre cercano di capire come possono investirle. E quindi le banche emettono prestiti a breve termine abbinando i collaterali che hanno nei propri bilanci. Il mercato repo – quello di cui stiamo parlando – è solo un enorme e sregolato banco dei pegni.
Il problema che nasce inevitabilmente è che le persone che hanno tanti soldi (i manager dei fondi) diventano più riluttanti nel trattare con le banche quando comprendono che ci sia qualche dubbio sul valore reale dei collaterali offerti dalle banche. Quindi queste saranno costrette a sborsare ancora più collaterali per ottenere la stessa quantità di denaro. È l’equivalente di un haircut, e ciò significa che le banche stanno perdendo sempre più soldi da ogni transazione. Allo stesso tempo è sempre più difficile per le banche reperire fondi con l’emissione di azioni o vendendo obbligazioni. Perché? Perché da questo momento in poi, tutti sanno che le banche sono sedute su un’enorme e fetente castello di immondizia finanziaria che nessuno toccherebbe con un palo lungo tre metri.
Ma ciò significa che il mercato non funziona correttamente?
No, in effetti il mercato sta funzionando a meraviglia. Gli investitori stanno facendo quello che fanno da sempre. Stanno separando il grano dal loglio, niente di più, niente di meno. È Draghi che sta distorcendo il mercato, pompando centinaia di miliardi di euro in una bolla obbligazionaria che è scoppiata già da tempo. Avete dato ultimamente uno sguardo alla Grecia?
Facciamo un esempio che ci potrebbe essere di aiuto: diciamo che abbiamo bisogno di 500 dollari per pagare la rata del mutuo per l’auto. Decidiamo di andare a frugare in cantina per trovare qualcosa da poter vendere su Craig’s List per reperire questi soldi. Nel frattempo, troviamo un vecchio calcetto con tre gambe che è stato ben macchiato nel corso di una Oktoberfest di alcuni fa anni e mettiamo l’annuncio per 500 dollari. Poi ci sediamo, ci apriamo una bella birra fredda e aspettiamo che le chiamate arrivino copiose.
Ma il telefono non suona mai, e allora dobbiamo chiamare la concessionaria dell’auto che ci sta stressando per il pagamento mancante e dirgli, "Mi dispiace, ma non è colpa mia. Il mercato non sta funzionando correttamente!"
Quanta tregua pensate che vi darà il rivenditore?
Il fatto che nessuno voglia il vostro tavolo da calcino non è un segnale che il mercato non sta funzionando. La stessa regola si applica anche alle fetenti obbligazioni delle banche. Nessuno le vuole perché sono immondizia; tutto qui. Inoltre, c'è sempre un prezzo per gli asset finanziari; (anche per l'immondizia) è solo una questione di quanto la gente sia disposta a pagare. In questo caso, le offerte per le obbligazioni sovrane sono così basse che molte delle banche dell’UE andrebbero in malora se le vendessero e riportassero le perdite a bilancio. Ecco perché loro stanno contando su Draghi perché le salvi. E lui le ha salvate. Ma cosa sarebbe successo se le banche avessero dovuto ristrutturare il proprio debito, di modo che i contribuenti dell’eurozona non avessero dovuto pompare altri trilioni in questo regime di istituzioni zombie che un’altra volta saranno considerate troppo grandi per fallire?
Ma la gigantesca operazione di reflazione di Draghi è solo uno dei tanti problemi del LTRO. Un altro è dato dal fatto che lo stock di collaterali delle banche sta costantemente diminuendo, e ciò renderà sempre più difficile alla BCE prestare alle banche in difficoltà a febbraio quando la fase 2 (stimata in 400 miliardi di euro) verrà abbandonata.
Ma, davvero? Ciò vorrebbe dire che le banche non hanno né soldi né collaterali decenti, e che il moderno sistema bancario è solo un gioco delle tre carte.
Effettivamente, è un gioco delle tre carte. Vedete, le banche stanno prendendo in prestito mucchi di denaro con lo stesso collaterale più e più volte. Viene definita reipotecazione e, in alcuni casi, è perfettamente legale. Ma nasce un problema nei cicli di deleveraging quando il valore degli asset finanziari in cassaforte non corrisponde a quello presente in bilancio. E poi...? Come indicato dal blog del Financial Times, FT Alphaville: "Le banche possono facilmente esaurire i collaterali, e, in presenza di questo contesto, fallire (Dexia!)." (“Death sanitised through credit", FT Alphaville)
Tutto questo fa sorgere dei dubbi sull'efficacia dell’imminente Fase 2 dell’LTRO. Ci sono, dopo tutto, limiti anche per il grado di fetecchie che la BCE possa accettare per concedere prestiti.
Ci sono anche altri problemi con l’LTRO, come il fatto che stia poggiando su di sé tutto il sistema, sostituendo lo stato con le banche. Come è riuscito a farlo?
Fornendo alle banche garanzie implicite sul loro debito, mentre le obbligazioni sovrane hanno perso il sostegno generalizzato della BCE, portando così il debito statale al livello di un’obbligazione junk. Ciò è avvenuto perché Draghi ha segnalato al mercato che la BCE AGIRÀ da prestatore di ultima istanza per le banche, ma non per gli stati membri. Quindi, i rendimenti sulle obbligazioni governative sono saliti, mentre quelli sui debiti bancari sono calati. Ovviamente, ciò ha messo pressione sui bilanci statali proprio quando i deficit continuano a esplodere.
Chiedetevi questo: in che razza di mondo idiota viviamo quando gli istituti privati che agiscono per profitto (come le banche) possono prendere soldi in prestito a un tasso più conveniente rispetto agli stati? Lo stato assume decine di migliaia di lavoratori, fornisce programmi per lo stato sociale, per la polizia, per l’istruzione, la disoccupazione, per la salute e i servizi alla persona, la sicurezza, eccetera, e opera nell’interesse del pubblico, e invece – sotto il regime di Draghi – i banchieri senza scrupoli possono prendersi dalle banche centrali risorse illimitate a un tasso preferenziale. Me lo spiegate?
Chiaramente, questo è ciò che accade quando le nazioni rinunciano al potere di stampare la propria valuta. Perdono la capacità di controllare il proprio destino. E tutto questo crea una falla che consente alle élite finanziarie di penetrare e di afferrare le leve del controllo politico-economico, quello che ora sta avvenendo. La grande finanza ha preso possesso dell'Europa e sta facendo esattamente quello che la grande finanza fa ovunque, ovvero sta smantellando sistematicamente le istituzioni che offrono cure sanitarie, le pensioni e la sicurezza lavorativa a milioni di lavoratori comuni, riducendo grosse fette della popolazione a una miseria nera e abbietta.
Non è questa la tattica? Non è ciò che il losco Maestro Italiano ha davvero in mente?
Un'ultima cosa: il LTRO non ha un meccanismo di trasmissione. In altre parole, non c’è modo di convogliare la liquidità che si sta formando nel sistema bancario nella vera economia. Si è piazzata lì, come è successo con i trilioni di dollari di riserve del sistema bancario statunitense.
Quindi il prodigo regalo da 500 miliardi di euro di Draghi non verrà investito in edilizia residenziale o per costruire nuove fabbriche o per sviluppare nuovi farmaci o veicoli più efficienti dal punto di vista energetico. Infatti, non verranno assolutamente allocati in una qualsiasi attività di formazione sociale. Invece, verrà utilizzata allo stesso modo in cui le banche statunitensi usarono i 700 miliardi di dollari del TARP o i 1,25 trilioni di dollari dal primo giro di QE; turbo-addebitando asset rischiosi e mandando le azioni nella stratosfera per un anno o due. E questo renderà gli ombrosi compari investitori di Draghi davvero felici perché potranno rastrellare profitti record dalle azioni, mentre il resto dell'Europa languirà in una mini-Depressione prolungata.
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Fonte: Draghi’s 489 Billion Euro Fakery
26.01.2012
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

sabato 28 gennaio 2012

La Triplice Intesa Eurasiatica: Toccate l'Iran e sentirete la Russia e la Cina

by Mahdi Darius Nazemroaya
http://www.strategic-culture.org 
Nonostante le aree di differenza e la rivalità tra Mosca e Teheran,  i legami russo-iraniani si rafforzano. Sia la Russia che l’Iran hanno molto in comune. Sono entrambi grandi esportatori di energia, hanno interessi profondamente radicati nel Caucaso meridionale, si oppongono allo scudo missilistico della NATO e desidera tenere alla larga gli Stati Uniti e l’Unione europea dal controllo dei corridoi energetici nel bacino del Mar Caspio. Mosca e Teheran condividono anche molti alleati, dall’Armenia, Tagikistan e Bielorussia a Siria e Venezuela. Ma sopra ogni cosa, entrambe le repubbliche sono anche i due principali obiettivi geo-strategici di Washington.

 

 



La Triplice Intesa Eurasiatica e il valore dell’Iran per la Russia e la Cina
Con l’inclusione dei cinesi, la Federazione Russa e l’Iran sono ampiamente considerati alleati e partner. Insieme la Federazione della Russia, la Repubblica Popolare cinese e la Repubblica islamica dell’Iran formano una barriera contro gli Stati Uniti. I tre lo formano questo una triplice alleanza, il nucleo di una coalizione eurasiatica che resiste all’invasione di Washington dell’Eurasia e alla ricerca degli USA all’egemonia globale. I cinesi affrontano soprattutto l’invasione degli Stati Uniti nell’est asiatico e nel Pacifico, gli iraniani affrontano soprattutto l’invasione degli Stati Uniti nell’Asia sud-occidentale, e i russi l’invasione degli Stati Uniti dell’Europa orientale. Tutti e tre gli stati devono affrontare l’invasione degli Stati Uniti in Asia centrale e sono diffidenti nei confronti della presenza militare USA e NATO in Afghanistan.

L’Iran può essere caratterizzato come un perno  geo-strategico. L’intera equazione geo-politica in Eurasia cambierà in base all’orbita politico dell’Iran. Se l’Iran dovesse allearsi con gli Stati Uniti e diventare ostile a Pechino e Mosca, potrebbe seriamente destabilizzare la Russia e la Cina e devastare entrambe le nazioni. Ciò sarebbe dovuto ai suoi legami etnico-culturali, linguistici, economici, religiosi e geo-politici dal Caucaso all’Asia centrale.

L’Iran potrebbe anche diventare il più grande canale per l’influenza e l’espansione degli Stati Uniti nel Caucaso e in Asia centrale, perché l’Iran è la porta verso il ventre molle meridionale della Russia (o “estero vicino”) nel Caucaso e nell’Asia centrale. In tale scenario, la Russia come corridoio energetico verrebbe effettivamente sconvolta e sfidata, mentre  Washington sbloccherebbe il potenziale iraniano come corridoio energetico primario per il Mar Caspio e sostenitore delle pipeline iraniane. Parte del successo della Russia come via di transito dell’energia è dovuta agli sforzi statunitensi d’indebolire l’Iran, impedendo il transito dell’energia attraverso il territorio iraniano.

Se l’Iran cambiasse campo, anche l’economia e la sicurezza nazionale cinesi sarebbe tenute in ostaggio per due motivi. La sicurezza energetica cinese sarebbe minacciata direttamente per via del fatto che le riserve energetiche iraniane non sarebbero più sicure e sarebbero soggette agli interessi geopolitici degli USA. Inoltre, l’Asia centrale potrebbe anche ri-orientare la sua orbita se Washington dovesse aprire un canale diretto al mare aperto attraverso l’Iran.

Così, sia la Russia che la Cina vogliono una alleanza strategica con l’Iran, come mezzo per parare l’invasione  geo-politica di Washington. La “Fortezza Eurasia” sarebbe vulnerabile senza l’Iran. Questo è il motivo per cui né la Russia né la Cina potrebbero mai accettare una guerra contro l’Iran.  Se Washington dovesse trasformare l’Iran in un cliente, allora la Russia e la Cina sarebbero in pericolo.
Fraintendere  il sostegno di Cina e Russia alle sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU
C’è un grande fraintendimento sul passato sostegno russo e cinese alle sanzioni ONU contro l’Iran. Anche se Pechino e Mosca permisero che le sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite passassero contro il loro alleato iraniano, lo hanno fatto per motivi strategici volti a mantenere l’Iran al di fuori dell’orbita di Washington. In realtà, per gli Stati Uniti sarebbe assai meglio cooptare Teheran come partner satellitare o minore, che correre rischi inutili e azzardati di una vera e propria guerra contro gli iraniani. Il sostegno russo e cinese alle passate sanzioni hanno consentito che una più ampia frattura emergesse tra l’Iran e Washington. A questo proposito, la realpolitik è all’opera. Mentre le tensioni irano-statunitensi aumentano, le relazioni dell’Iran con la Russia e la Cina diventano più strette e l’Iran consolida sempre più il suo campo con Mosca e Pechino.

Russia e Cina non avrebbero mai sostenuto delle sanzioni paralizzanti o qualsiasi forma di embargo economico, che potessero minacciare la sicurezza nazionale iraniana. Questo è il motivo per cui sia la Cina che la Russia hanno rifiutato di essere costrette da Washington a unirsi alle sue nuove sanzioni unilaterali del 2012. I russi hanno anche messo in guardia l’Unione europea dall’essere la pedina di Washington, perché sono autolesionistici nel giocare secondo gli schemi degli Stati Uniti. A questo proposito, la Russia ha commentato i piani impraticabili e praticamente inefficaci dell’UE per un embargo petrolifero contro l’Iran. Teheran ha anche fatto simili ammonimenti e ha respinto l’embargo petrolifero dell’UE come una tattica psicologica che è destinata a fallire.
La cooperazione russo-iraniana nella sicurezza e nel coordinamento strategico
Nell’agosto 2011, il capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell’Iran, il segretario generale Saaed (Said) Jalili, e il capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza della Federazione Russa, il segretario Nikolaj Platonovich Patrushev, si incontravano a Teheran per parlare del programma energetico nucleare iraniano e della cooperazione bilaterale. La Russia ha voluto aiutare l’Iran ha respingere le nuove accuse con cui Washington si stava preparando ad attaccare l’Iran. Poco dopo Patrushev e il suo team russo sono giunti a Teheran, il ministro degli esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, sarebbe volato a Mosca.

Nel settembre 2011 sia Jalili che Patrushev si sarebbero incontrato di nuovo, ma questa volta in Russia. Jalili dovrebbe andare a Mosca e poi attraversare gli Urali per recarsi nella città russa di Ekaterinburg. L’incontro di Ekaterinburg tra i due ha avuto luogo a margine di un vertice sulla sicurezza internazionale, ed è stato importante, perché è stato annunciato che i vertici degli enti di sicurezza nazionale di Mosca e Teheran si sarebbero d’ora in poi coordinati, organizzando riunioni regolari, e un protocollo è stato firmato da entrambi a sostegno di ciò. A Ekaterinburg, sia Jalili che Patrushev hanno anche tenuto riunioni con la loro controparte cinese, Meng Jianzhu. Il risultato della riunione sarebbe che Jalili e Jianzhu richiederebbero misure analoghe da adottare da parte dei consigli di sicurezza nazionale dell’Iran e della Cina. Cinesi e iraniani avrebbero anche effettuato degli appelli per l’istituzione di un consiglio di sicurezza sovranazionale all’interno del Consiglio della Shanghai Cooperation Organization, per affrontare le minacce comuni a Pechino, Teheran, Mosca e del resto dell’organizzazione eurasiatica.

Sempre nel settembre 2011, Dmitrij Rogozin, l’inviato russo presso la NATO, ha annunciato che avrebbe visitato Teheran nel prossimo futuro per parlare del progetto dello scudo missilistico della NATO, a cui sia il Cremlino che l’Iran si oppongono; e subito compariva un articolo che affermava che la Russia, Iran e Cina stamno progettando la creazione di uno scudo missilistico congiunto. Rogozin, che nell’agosto 2011 aveva avvertito che la Siria e lo Yemen sarebbero stati attaccati per poter avviare il confronto con Teheran, avrebbe risposto agli articoli confutando pubblicamente i piani per la creazione di un programma per uno scudo missilistico congiunto sino-russo-iraniano.

Il mese seguente, nell’ottobre del 2011, i ministeri degli affari esteri di Russia e dell’Iran annunciavano che avrebbero ampliato i legami in tutti i campi. Poco dopo, nel novembre 2011, l’Iran e la Russia hanno firmato un accordo di cooperazione e di partnership strategica tra i loro rispettivi più importanti enti di sicurezza riguardanti economia, politica, sicurezza, intelligence e coordinamento. Questo era stato anticipato da un documento su cui russi e iraniani stavano lavorando da tempo. L’accordo è stato firmato a Mosca dal segretario generale del Consiglio supremo di sicurezza dell’Iran, Ali Bagheri (Baqeri), e dal Sottosegretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Russia, Evgenij Lukjanov.

Nel novembre 2011, il capo del Comitato per gli affari internazionali della Duma russa, Konstantin Kosachev, aveva anche annunciato che la Russia deve fare tutto il possibile per impedire un attacco al vicino Iran. Alla fine di novembre 2011 è stato anche annunciato, ancora una volta, che Dmitrij Rogozin avrebbe sicuramente visitato sia Teheran che Pechino nel 2012. E’ stato rivelato che Rogozin e un team di funzionari russi sarebbero andati in Iran e in Cina per delle discussioni strategiche sulle strategie collettive contro le minacce comuni.

   

La Sicurezza Nazionale della Russia e quella dell’Iran sono legate
Il 12 gennaio 2012, Nikolaj Patrushev ha detto ad Interfax che temeva che una grande guerra stesse per esplodere e che Tel Aviv stesse spingendo gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran. Ha respinto le pretese che l’Iran stia fabbricando clandestinamente delle armi nucleari e ha detto che per anni il mondo aveva sempre sentito dire ad nauseam che l’Iran avrebbe avuto la bomba atomica la settimana prossima. I suoi commenti sarebbero stati seguiti da un terribile avvertimento da Dmitrij Rogozin.

Il 13 gennaio 2012, Rogozin, che il Cremlino annunciava sarebbe diventato viceprimo ministro russo, ha dichiarato che qualsiasi tentativo di intervento militare contro l’Iran sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale della Russia. In altre parole, un attacco a Teheran è un attacco a Mosca. Nel 2007, Vladimir Putin aveva sostanzialmente detto la stessa cosa, quando era a Teheran per un vertice sul Mar Caspio, provocando allarme presso George W. Bush Jr., avvertendo che la Terza Guerra Mondiale avrebbe potuto scoppiare per l’Iran. L’affermazione di Rogozin è semplicemente una dichiarazione di ciò che è stata la posizione della Russia per tutto questo tempo: se l’Iran dovesse cadere, la Russia sarebbe in pericolo.

L’Iran è un obiettivo dell’ostilità degli Stati Uniti, non solo per le sue vaste riserve di energia e  risorse naturali, ma a causa di importanti considerazioni geo-strategiche che lo rendono un trampolino di lancio strategico contro la Russia e la Cina. Le strade per Mosca e Pechino passano per Teheran, così come la strada per Teheran passa per Damasco, Baghdad e Beirut. Né gli USA vogliono controllare il petrolio e il gas iraniani per mere ragioni economiche o di consumo. Washington vuole mettere la museruola alla Cina attraverso il controllo della sicurezza energetica cinese e vuole che le esportazioni energetiche iraniane siano scambiate in dollari USA, per assicurare l’uso continuo del dollaro nelle transazioni internazionali.

Inoltre, l’Iran ha stipulato  accordi con partner commerciali come la Cina e l’India, in cui le transazioni commerciali non avranno luogo con gli euro o i dollari statunitensi. Nel gennaio 2012, sia russi che gli iraniani hanno sostituito il dollaro con le loro monete nazionali, rispettivamente il rublo russo e il rial iraniano, nei loro scambi bilaterali. Questo è un duro colpo economico e finanziario negli Stati Uniti.

  



La Siria è al centro delle preoccupazioni sulla sicurezza nazionale dell’Iran e della Russia
Russia, Cina e Iran supportano fermamente la Siria. L’assedio diplomatico ed economico contro la Siria è legato alla posta geo-politica in gioco per il controllo dell’Eurasia. L’instabilità in Siria è legata all’obiettivo di combattere l’Iran e, infine, di trasformarlo in un partner degli Stati Uniti contro Russia e Cina.

Il cancellato o ritardato dispiegamento di migliaia di truppe statunitensi in Israele per Austere Challenge 2012, era volto a far aumentare la pressione contro la Siria. Sulla base di frammenti di un rapporto di Voce della Russia, i media russi hanno riferito erroneamente che Austere Challenge 2012 si sarebbe tenuta nel Golfo Persico, venendo erroneamente ripresa dagli organi di informazione di altre parti del mondo. Ciò ha contribuito ha mettere in evidenza il collegamento iraniano a spese di quelli siriano e libanese. Il dispiegamento delle truppe statunitensi era rivolto principalmente contro la Siria, per isolare e contrastare l’Iran. Speculativamente, la cancellazione o il ritardo delle esercitazioni missilistiche israelo-statunitensi comprendevano probabilmente attacchi con missili e razzi non solo dall’Iran, ma anche da Siria, Libano e Territori palestinesi.

A parte i suoi porti navali in Siria, la Russia non vuole vedere la Siria utilizzata per re-indirizzare i coordinatori energetici del bacino del Caspio e del bacino del Mediterraneo. Se la Siria dovesse cadere, tali rotte verrebbero sincronizzati in modo da riflettere la nuova realtà geo-politica. A spese dell’Iran, l’energia dal Golfo Persico potrebbe anche essere dirottata verso il Mediterraneo attraverso Libano e Siria, nel Levante.

  

Mahdi Darius Nazemroaya è un sociologo e un autore pluripremiato. È ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG), Montreal. È specializzato sul Medio Oriente e l'Asia centrale. E' stato collaboratore e ospite sul più vasto Medio Oriente in numerosi programmi e reti internazionali come Al Jazeera, Press TV, teleSUR e Russia Today. Nazemroaya è stato anche testimone della "primavera araba" in azione nel Nord Africa. Mentre era in Libia durante la campagna di bombardamenti della NATO, ha relazionato da Tripoli per diversi media. Ha inviato dispacci dai punti chiave della Libia per Global Research ed è stato inviato speciale per il programma investigativo della Flashpoints, trasmesso da Berkeley, California. I suoi scritti sono stati pubblicati in oltre dieci lingue. Scrive anche per Strategic Culture Foundation (SCF) a Mosca, Russia.
Traduzione di Alessandro Lattanzio - 23 gennaio 2011:
Testo originale in inglese - Strategic Culture Foundation - 22 gennaio 2011:
The Eurasian Triple Entente: Touch Iran in a War, You Will Hear Russia and China.
Ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

mercoledì 25 gennaio 2012

L’arte della guerra : I moderni tagliatori di teste


by Manlio Dinucci
 globalresearch.ca

 

Come dono emblematico della rinnovata «amicizia italo-libica», ad opera dei nuovi governi dei due paesi, il premier Mario Monti ha riportato in Libia la testa di Domitilla, che qualcuno aveva rubato vent’anni fa decapitando un’antica statua. Di teste tagliate, Monti in effetti se ne intende.

Prima di ricevere l’investitura dal presidente Napolitano, ha fatto parte per anni della banca statunitense Goldman Sachs, le cui speculazioni (tra cui la truffa dei mutui subprime) hanno provocato tagli di posti di lavoro e di vite umane (con l’aumento dei prezzi dei cereali).

Come consulente, scrive Le Monde, egli aveva «l’incarico di apritore di porte, per sostenere gli interessi della Goldman Sachs nei corridoi del potere in Europa». Interessi non solo economici ma politici: i padroni della banca fanno parte della onnipotente élite finanziaria, organizzata quale governo ombra transnazionale, nelle cui stanze segrete si decidono non solo le grandi operazioni speculative, come l’attacco all’euro, ma anche quelle miranti a sostituire un governo con un altro più utile. È qui che è stato deciso di far cadere policamente la testa di Berlusconi: un affarista molto utile per lo smantellamento della cosa pubblica e le «liberalizzazioni», resosi però inviso per i suoi accordi economici con la Libia di Gheddafi e la Russia di Putin.

Divenuto scomodo quando, come rivela il Washington Post, si è infuriato per la mossa della Francia di attaccare per prima la Libia il 19 marzo, minacciando di togliere agli alleati l’uso delle basi italiane. Richiamato dalla Clinton, è rientrato nei ranghi e l’Italia, stracciato il trattato di non-aggressione con la Libia, ha svolto «con onore» il suo ruolo nella guerra.

Ciò non ha però salvato Berlusconi: abbandonato e deriso dagli alleati, ha dovuto mettere lui stesso la testa sotto la ghigliottina quando, con la regia del governo ombra transnazionale, i «mercati» hanno minacciato di far crollare il suo impero economico. E in queste stesse stanze segrete è stato deciso di far cadere la testa di Gheddafi, materialmente, demolendo lo stato da lui costruito e assassinandolo.
 Non a caso la guerra è iniziata con l’assalto ai fondi sovrani, almeno 170 miliardi di dollari che lo stato libico aveva investito all’estero, grazie ai proventi dell’export petrolifero che affluivano per la maggior parte nelle casse statali, lasciando ristretti margini alle compagnie straniere.

Fondi investiti sempre più in Africa, per sviluppare gli organismi finanziari dell’Unione africana (la Banca di investimento, il Fondo monetario e la Banca centrale) e creare il dinaro d’oro in concorrenza al dollaro. Progetto smantellato con la guerra, decisa, prima che dai governi ufficiali, dal governo ombra di cui fa parte la Goldman Sachs.
Nella quale oggi non ha più, formalmente, alcun incarico quel Mario Monti che, in veste di capo del governo italiano, è sbarcato a Tripoli, accompagnato dall’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, che, come presidente del Comitato militare della Nato, ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra alla Libia. Hanno portato in dono la testa di Domitilla a un «governo» creato artificiosamente dalla Nato, con il compito di tagliare (materialmente) le teste di quanti vogliono una Libia indipendente dal nuovo colonialismo.       


Manlio Dinucci is a frequent contributor to Global Research.  Global Research Articles by Manlio Dinucci

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