giovedì 1 marzo 2012

La valle non s'arresta anzi, resiste



EZIO BERTOK
29.02.2012
Cronaca della giornata di ieri raccontata da uno degli storici attivisti contro la costruzione della Tav. Mentre Luca Abbà è ancora in coma, ma reagisce alle terapie. 
La denuncia dei No Tav: "A fuoco le nostre auto".
le ragioni del no.

La Val di Susa non si arresta: recitava così uno striscione esibito con orgoglio nella manifestazione dei settantamila di sabato scorso. E' passato un secolo da allora, Luca è ancora in rianimazione tenuto in coma farmacologico e lo slogan sembra acquistare oggi un terzo significato, riferito appunto a Luca che non ha nessuna intenzione di mollare: la prognosi è ancora riservata ma risponde bene alle cure e i medici lasciano trapelare un certo ottimismo, anche se le sue condizioni restano molto gravi. Facciamo tutti il tifo per lui.

La scritta nello striscione si riferiva ovviamente ai 26 notav arrestati più di un mese fa per mandare un segnale minaccioso ad un'intera valle che sembra non avere più confini; ma voleva anche ricordare che la Val di Susa non ha alcuna intenzione di fermarsi: sarebbe come buttare a mare 23 anni di lavoro.

La notte tra lunedì e martedì si può riassumere in due fatti, così diversi e apparentemente lontani eppure così vicini l'uno all'altro: chi non conosce il movimento notav stenta a capire. Dopo l'assemblea allo svincolo dell'autostrada alle porte di Bussoleno un secondo blocco nasceva qualche chilometro a monte, vicino all'abitato di Salbertrand, pochi chilometri prima di Oulx.
 Nelle stesse ore davanti al Cto dove è ricoverato Luca un nutrito gruppo di militanti notav, sempre in prima linea da anni, iniziava una veglia di preghiera che sarebbe durata per tutta la notte. «Cattolici per la vita della valle» è il nome del gruppo che da mesi, quasi quotidianamente, si reca alle reti del non cantiere: la loro è una delle tante anime di un movimento plurale che accoglie e non esclude.

Il blocco sull'autostrada e la statale a Salbetrand è stato sgomberato a forza nella notte con il solito abbondante uso di idranti e lacrimogeni il cui fumo penetrava tra le case mentre gli abitanti aprivano le porte a chi rischiava di rimanere intrappolato tra il gas e i manganelli.

Il presidio alle porte di Bussoleno invece ha tenuto: l'autostrada continua a rimanere bloccata, e nelle statali che la fiancheggiano le code di tir si allungano, la valle è bloccata. I poliziotti erano riusciti soltanto a riaprire un varco per effettuare i cambi turno nell'area militarizzata, se pur a costo di passare da un'altra valle (la Val Chisone) superare il colle del Sestriere e ritornare indietro percorrendo a ritroso la parte alta della Val di Susa: come se per andare da Torino a Milano uno fosse costretto a passare da Genova.
La mattinata sembra insomma trascorrere tranquilla al blocco alle porte di Bussoleno fino a quando non compaiono da lontano i lampeggianti blu di centinaia di blindati: le nonne notav smontano i tavolini con i viveri e i generi di conforto e ci disponiamo sugli svincoli dell'autostrada. Iniziano il lavoro gli idranti che aprono la strada alle ruspe, centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa da una parte e altrettanti carabinieri dall'altra. Ci prepariamo al peggio e indietreggiamo un poco.

Poi ritorniamo sui nostri passi, con le mani alzate e il volto rigorosamente mostrato alle videocamere della Digos. In centinaia, fino a un metro dai poliziotti schierati. Mentre tutti si siedono per terra disposti a farsi trascinare via a forza e sapendo di rischiare il gas dei lacrimogeni due ragazzine rimangono in piedi, proprio in mezzo al gruppo: una armata di un violino e l'altra di una fisarmonica. E' andata avanti così, almeno per un'ora: noi seduti per terra, le ragazzine a suonare, un sindaco e alcuni amministratori a tentare un'improbabile dialogo con gli ufficiali e la Digos.

Non si sa bene cosa sia successo poi: forse da Roma giungevano gli echi delle dichiarazioni della ministra Cancellieri che suggeriva «una forte riflessione e molto dialogo», forse l'appello del sindaci per la sospensione dei lavori a Chiomonte produceva qualche effetto o forse semplicemente il prefetto aveva capito che era il caso di allentare la tensione. Sta di fatto che a poco a poco, uno alla volta i cellulari tornavano a riempirsi di poliziotti fino a pochi istanti prima schierati davanti a noi e facevano dietro front. L'autostrada veniva sgomberata e subito riconquistata dai notav.

Alle 18:30 nuova, affollata assemblea, solo posti in piedi allo svincolo autostradale alle porte di Bussoleno. Il traffico sulle statali che fiancheggiano l'autostrada si fa più intenso: sono i valsusini che rientrano dal lavoro e si fermano all'assemblea, ogni treno che passa lancia un fischio di saluto al presidio.

La sera precedente, quasi a mezzanotte le telecamere di Gad Lerner avevano dato la parola al presidio e tutti hanno potuto vedere la determinazione e la pacatezza di questi notav dipinti quasi sempre come violenti e arroganti.

All'assemblea di domenica scorsa qualcuno aveva invitato ad opporre resistenza passiva, fino al martirio: era intervenuto Luca a correggere dicendo che non avevamo bisogno di martiri né di eroi, solo di grande convinzione che possiamo farcela.
L'autostrada e una statale rimangono bloccate, la resistenza continua.



 la nuova destra rappresentata da Bersani e PD dice delle stronzate immani sui NO TAV
la risposta dell'anarchico Marco Travaglio

venerdì 24 febbraio 2012

Lo strano governo di SuperMario Monti



Gorka Larrabeiti 
Tradotto da  Alba Canelli
Editato da  Gorka Larrabeiti

    • Monti2011111302973809853
      Ansa
    Economista, ex Commissario Europeo, 68 anni, appena nominato senatore a vita, Mario Monti ha avuto l'incarico di formare il nuovo governo dopo che Silvio Berlusconi ha dato le dimissioni il 12 novembre. L'unico commento che ha concesso ai giornalisti dopo essere salito al Quirinale dal presidente Napolitano è stato «Oggi è una bellissima giornata».
    Mario Monti promette tempi rapidi per formare il nuovo governo. Parla  di necessità di sforzi per il risanamento finanziario, per la crescita, e l'equità sociale. E ai partiti dice: «Assumo questo incarico con profondo rispetto nei confronti del Parlamento e delle forze politiche: opererò per valorizzarne l'impegno comune per uscire presto da una situazione che presenta aspetti di emergenza ma che l'Italia può superare con uno sforzo comune».

Saloni di Washington. Le cronache della prima visita ufficiale di Monti negli Stati Uniti dicono molto dello stato e della democrazia in tempi di capitalismo finanziario. La fitta agenda comprendeva la classica scena nella sala ovale della Casa Bianca, dove Obama ha affermato: "Ho piena fiducia nella leadership di Monti e confido che possa guidare l'Italia in questi momenti difficili. Voglio dire, che apprezziamo molto il forte inizio e le misure così efficaci che sta promuovendo".  Monti è stato ricevuto presso la sede del New York Times, del Petersen Institute for International Economics, e a Wall Street, dove è stata sventolata la bandiera italiana in onore dell'illustre ospite.



Il suo incontro più impegnativo ha avuto luogo a porte chiuse nell'edificio del gruppo Bloomberg, la più grande rete d'informazione finanziaria mondiale. Lontano dalle telecamere, Monti si è circondato di diversi squali della finanza mondiale: tra cui, Lloyd Blankfein, direttore esecutivo di Goldman Sachs, George Soros, noto speculatore finanziario, Peter Grauer presidente del gruppo Bloomberg e Henry Kravis del fondo di private equity KKR, il cui gesta hanno ispirato Wall Street, il film con Michael Douglas, nel ruolo di Gordon Gekko. Ecco il commento di Mario Monti, una vecchia conoscenza di molti presenti all'uscita della riunione: "Credo di averli convinti, anche se non direbbero mai il contrario in una riunione plenaria". Questa è la democrazia oggi: un presidente del governo non eletto democraticamente deve convincere un elettorato diverso dal popolo sovrano: i mercati. E sembra che Monti ha dovuto convincerli a giudicare dalla traiettoria della pressione sui titoli italiani, che hanno recuperato, dopo che Standard and Poor aveva punito 34 banche italiane.


SuperMario Monti, Salvatore dell'Europa. Anche se non ha ancora raggiunto la cifra tonda di 100 giorni, momento in cui di solito si fa il primo bilancio di un governo, già Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, è stato messo su un piedistallo. In concomitanza con la sua prima visita negli Stati Uniti, la rivista Time gli ha dedicato una copertina con questo titolo: "Può quest'uomo salvare l'Europa?". Prima della consacrazione negli Stati Uniti, Philip Stephens, uno degli editorialisti del Financial Times, titolava così la sua analisi:L'Europa poggia sulle spalle di Monti, il politico "più interessante" del vecchio continente, più di Sarkozy e della Merkel.


Il 15 febbraio Mario Monti è intervenuto al Parlamento europeo. Dicono che l'intervento è stato ben accolto dal portavoce socialista Swoboda ("Torna al palcoscenico europeo in modo che possiamo scegliere"), il liberale Verhofstadt ha proposto Monti per risolvere i problemi di altri paesi appena finisce con l'Italia, e il portavoce dei Verdi, Harms, si è congratulato con lui per il suo contributo alla politica dell'UE che sarà "più civilizzata". Molti poteri forti sostengono l'esperimento politico che si svolge in Italia. L'Italia è ritornata, dicono. Monti ha detto al Parlamento che l'Italia non applicherà più passivamente le linee d'azione dell'UE, ma sarà "promotrice di queste".

E bisogna ossevare con attenzione ciò che sta accadendo rapidamente, velocemente in un paese che spesso anticipa, chiamasi fascismo, democrazia cristiana o populismo mediadico, il corso della politica europea. La versione ufficiale del nuovo ruolo d 'Italia si riassume in un semplice sillogismo: se l'Italia dovesse fallire, fallirebbe l'intera Unione europea, e se l'UE crolla, crollerebbe l'economia globale. Tuttavia, ci sono ulteriori motivi di questa esigenza idell'Italia. Lo stesso Monti ha riconosciuto in questa intervista a Die Welt che l'Europa deve avere più di due poli, deve basarsi su qualcosa di più rispetto all'asse franco-tedesco Merkozy. Questo terzo polo italiano può essere utile affinché l'UE a superi la divisione tra paesi "maiali" e il direttorio franco-tedesco. Ma anche affinché gli Stati Uniti non perdano piede in una vecchia colonia  che ora  cercaaltri referenti globali, come la Cina, per uscire dalla crisi. A SuperMario, allora, converrebbe ripristinare il vecchio ordine transatlantico.


Democrazia "strana"  

Secondo le stesse parole di Monti, il suo governo "tecnico" è "strano ma molto interessante." Strana è stata la sua nascita: la Presidenza della Repubblica ha forzato le dimissioni di Berlusconi a causa dell'emergenza creata dagli attacchi finanziari. Strana è la composizione del governo, la maggior parte dei membri sono "professori", "saggi", ma ci sono anche "banchieri" e "Papaboys"di vario ordine. Strano è, che non si sia eliminato il conflitto di interessi all'interno del governo:vedasi  il caso di Corrado Passera, Ministro dello Sviluppo Economico Infrastrutture e dei Trasporti, proprietario di 7 milioni e mezzo di azioni della Banca Intesa, con cui potrebbe interferire nelle decisioni da prendere per l' NTV (Nuovo Traspoto Viaggiatori, N.d.T.), un'azienda che costruisce treni ad alta velocità in grado di competere con Trenitalia. Strano è che i membri del governo hanno vari nobili e che il Gran Maestro del Grande Oriente Massonico sostiene che Monti ha tutte le caratteristiche per essere "un fratello perfetto".
Questo governo è nato con un sostegno parlamentare molto strano. Mai c'era stato un governo con tanto sostegno in parlamento: tutti i principali partiti - di centro-destra cristiano-democratici - tranne la Lega Nord lo sostengono. Molto strana è stata la velocità con cui il governo Monti ha ottenuto dal Parlamento il sostegno per la riforma delle pensioni, che ha elevato a 67 anni l'età minima. Tale è stata la velocità di esecuzione del decreto che Sarkozy non credeva fosse già in vigore al primo incontro con Monti.
Stranissimo è stato che una riforma delle pensioni sia stata contestata con solo poche ore di sciopero da parte dei sindacati. Strano che i lavoratori del sindacato FIOM siano stati esclusi dallo stabilimento FIAT di Pomigliano, e che il brutale accordo imposto ai lavoratori in questa fabbrica sia esteso a tutti gli stabilimenti Fiat in Italia.
Strana è la mancanza di sostegno da parte dei partiti politici di centro-sinistra al sindacato FIOM, quando denunciamo la violazione della Costituzione.
Bizarra è stata l'operazione di polizia contro attivisti No Tav che ha portato a ventisei arresti il ​​26 gennaio con l'accusa di lesioni, violenza e resistenza all'arresto durante i combattimenti nel luglio del 2011, un'operazione il cui obiettivo era quello di criminalizzare il movimento di resistenza all'inutile treno dell'alta velocità. Stranissima è stata la rivolta dei Forconi in Sicilia: una rivolta popolare di una zona impoverita che le mafie e nuovi leader hanno cercato di sfruttare.
Strana è stata l'operazione mediatica da parte della polizia contro gli evasori fiscali nel bel mezzo del Natale nel cuore di Cortina D'Ampezzo, meta invernale di una classe benestante. Anche i successi di questo governo sono piuttosto rari: da un lato, questo governo non sosterrà la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020 perché vogliono evitare un indebitamento ulteriore, d'altra parte, questo governo "cattolico" è molto probabile che sia in grado di eliminare l'esenzione dal pagamento delle tasse sugli edifici di proprietà (ICI, N.d.T.) della Chiesa in cui si svolgono attività commerciali. Che strano che la Chiesa non protesta. D'altro canto, è anche molto strana questa provocazione di un abile oratore come Monti: "I giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso (di lavoro) per tutta la vita. D'altra parte, diciamo la verità, che monotonia avere un posto fisso per tutta la vita. E’ più bello cambiare e accettare nuove sfide".Sotto questa provocazione viene annunciata una rigida riforma del lavoro e una modifica dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che regola il licenziamento.
Alla nascita del suo strano governo, Monti ha detto che l'orizzonte temporale del suo governo sarebbe il 2013, data della fine della legislatura, a condizione che le parti mantengano il loro sostegno fino ad allora. E' molto strano il silenzio e il sostegno di Berlusconi. Paradossalmente, la potenziale fragilità "democratica" del governo Monti si basa sulla sua solidità "tecnica". In effetti, da Il Sole 24 Oregiornale dei datori di lavoro italiani, già si chiede che questo governo "non sia solo transitorio", e i democratici suggeriscono che questo governo "di armistizio" duri cinque anni. È normale. Secondo lo storico Paul GinsburgMonti "ha ricostruito in breve tempo una vera destra classica". Che la destra governi l'Italia non ha nulla di strano.
 
Mario Monti secondo dabobabo
Un'altra opposizione è possibile: i "benecomunisti". Nella democrazia "strana", il Parlamento diventa una terra desolata. Dà speranza, tuttavia, che l'opposizione extra-parlamentare continua, lentamente, ma inesorabilmente, extramediática, maturando e compattandosi senza soldi e dal basso.
Il 12 e 13 giugno 2011, essendo Berlusconi ancora il presidente, 26 milioni di italiani hanno difeso diversi beni pubblici: acqua, servizi pubblici locali, il No alle centrali nucleari, e l'uguaglianza davanti alla legge. Da allora, su questo successo si è basato un nuovo soggetto politico. Alla fine di gennaio si è svolto a Napoli un Forum dei Beni Comuni, che stabilisce come essenziale la creazione una piattaforma politica per sostenere ed implementare i risultati del referendum vinto da quei 26 milioni di cittadini di fronte ad un altro attacco, questa volta in forma di decreto del governo Monti, che riprende e intensifica la legislazione del governo Berlusconi che voleva, ma non ha potuto imporre. Qui si leggere la relazione introduttiva del Forum, con proposte di azione molto concrete.
Il 10, 11 e 12 febbraio nell'ambito del Teatro Valle Occupato, un bene pubblico che era sul punto di essere smantellato, ha accolto con favore la campagna europea per un'Europa dei popoli per costruire una alternativa europea. Una costituente europea dal basso che risponda a questa "rivoluzione dall'alto",come le chiama Etienne Balibar, che sta scuotendo l'Europa.Esiste già una Carta europea dei Comuni. A poco a poco si sta creando un concetto semplice e convincente. Quello comune. Un movimento che si rivolge al presente, l'ecologia sociale, evocando la tradizione politico comunista, aggregando e non dividendo.
La bellezza di questo movimento è che espande l'idea di bene comune. L'Europa, l'informazione, i servizi pubblici, l'ambiente, la cultura, le Costituzioni, il reddito di cittadinanza garantito, il lavoro e la bellezza non possono essere "strani" o "insoliti" perché sono proprio questo: beni comuni.


Per concessione di Tlaxcala
Fonte: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6875

mercoledì 22 febbraio 2012

EUROBANKSTERS Anche Sassari contesta duramente Napolitano

 

di: 
Matteo Mascia

rinascita.eu



Alcuni manifestanti contestano Napolitano a Sassari

Nelle ultime ore la Sardegna è stata particolarmente unita. Con il collante della visita del capo dello Stato. Anche nella sua tappa a Sassari, il presidente Napolitano ha difatti subito una pesante contestazione. All’arrivo nella città è stato accolto da slogan contro il governo e lo strapotere della finanza internazionale. In prima linea i militanti del Movimento pastori sardi ed i “Commercianti ed Artigiani liberi antiEquitalia”, Sardigna Natzione Indipendentzia , il gruppo storico dei movimenti indipendentisti sardi con il suo leader Bustianu Cumpostu in prima fila nella contestazione del presidente Italiota Giorgio Napolitano. Che innalzavano striscioni contro l'esecutivo di Monti per denunciare il particolare legame che lega il Quirinale a Palazzo Chigi. 

 Nella città turritana erano presenti anche nuclei del Partito comunista dei lavoratori e dell'Unione sindacale di base. Organizzazioni che combattono l’attacco al diritto del lavoro, “riforme” che Napolitano ha definito “auspicabili e necessarie” nel suo discorso al Consiglio regionale di Cagliari. “Rifiutiamo ipocrisia e reverenze retoriche”, ha dichiarato in una nota il leader del Pcl Marco Ferrando. “Giorgio Napolitano è oggi il supporto politico fondamentale di un governo di Confindustria e banche che attacca pensioni, lavoro, diritti” - ha spiegato il leader trotzkista – La contestazione di Napolitano è parte insostituibile dell'opposizione al governo. Da oggi le visite del Capo dello Stato non rappresenteranno più una zona franca”. 


I partiti indipendentisti hanno rincarato la dose invitando l'ex politico del pci a non presentarsi più in terra sarda. Parole dure e scandite più volte. Tanto che il Presidente, sulla falsariga di quanto avvenuto a Cagliari, si è trovato costretto a replicare in qualche modo. “Non si può pretendere di battere la crisi economica con le ideologie – ha pontificato Napolitano dalle aule dell'Università di Sassari – Occorre gettare le basi per lo sviluppo di un contesto europeo che garantisca lo sviluppo”. Parole accolte dai fischi di chi manifestava. Il “garante della Costituzione” si è poi lasciato andare nella solita apologia del governo di Mario Monti, che avrebbe permesso di “fornire rinnovata credibilità in sede europea al Paese”. Retorica che non trova riferimenti concreti nella realtà. Solo un ipocrita o un bugiardo patentato potrebbe sostenere che la “terapia del rigore” varata dai Tecnici possa avere effetti positivi. 


 I dati relativi alla recessione testimoniano di come non ci possa essere sviluppo senza gli stimoli di una oculata spesa pubblica. Napolitano ha poi omesso di analizzare la cosiddetta “riforma” del mercato del lavoro. Rimuovendo la sua giovanile idealità (evidentemente ipocrita), l'inquilino del Quirinale ha continuato a spingere per un totale superamento dell'attuale architettura normativa. Una visione ideologica che mette in pericolo le garanzie a tutela di milioni di lavoratori. Non possiamo però aspettarci troppo da chi si ostina a fornire analisi partigiane. Parole che diventano gravissime quando ci si complimenta con la “troika” per quanto accaduto ad Atene. 


Una difesa d'ufficio per un pacchetto “lacrime e sangue” che rischia di sprofondare nel baratro un Paese vicino e fratello. Una soddisfazione che si staglia contro il dolore e le difficoltà della popolazione greca. Un atteggiamento che molti sardi non si sono sentiti in grado di sostenere. Compresi i Sindaci del territorio. Rappresentanti dello Stato che ormai non sanno come venire incontro alle esigenze delle comunità amministrate. Per loro Napolitano è lo specchio di uno Stato che fa finta di non vedere. Un presidente della Repubblica che non ha mosso un dito di fronte alle norme sulla finanza pubblica che rischiano di stravolgere il Titolo V della Costituzione e le prerogative locali. Siamo sicuri che una volta tornato a Roma il silenzio continuerà. Conta solo ciò che interessa alla finanza. 

mercoledì 15 febbraio 2012

Luciano Gallino: «Come affrontare il finanzcapitalismo»


Intervento del 4 novembre 2011 alla Fiom di Torino in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Luciano Gallino, «Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi» (Einaudi, 2011), rivisto dall’autore.
Sono grato agli organizzatori, in particolare a Gianni Rinaldini, per avermi dato modo di discutere con un pubblico qualificato alcuni temi della crisi economica in corso. Comincerei suggerendo di prender nota di una frase, pronunciata da un personaggio autorevole, che per noi oggi è molto attuale: «D’ora innanzi regneranno i banchieri». Si può essere d’accordo. Oggi effettivamente i banchieri dominano la politica nel mondo, non perché abbiano sopraffatto la politica, ma perché la politica ha aperto loro le porte. Questa frase è stata pronunciata da un banchiere francese, Jacques Laffitte, alla fine della Rivoluzione di Luglio del 1830, mentre stava accompagnando il duca d’Orléans in trionfo all’Hôtel de Ville. Abbiamo pertanto a che fare con una questione che non ha fatto che ingrandirsi con il tempo, sebbene, va ricordato, nel corso del Novecento ad essa sia stato posto rimedio (sia pure per  un breve periodo): il New Deal rooseveltiano fu in primo luogo un riuscito imbrigliamento della finanza, la cui sregolatezza aveva provocato la crisi del 1929.  Un segno del fatto che la politica, oltre ad aprire le porte alla finanza, quando vuole riesce anche a chiuderle.
Alla luce di queste opposte considerazioni toccherò quattro-cinque punti, traendoli dal mio ultimo libro Finanzcapitalismo. Per prima cosa, la crisi ha uno dei suoi punti di origine nella creazione smodata di denaroda parte delle banche private. Lo hanno fatto anche le banche centrali e nazionali, ma sono state soprattutto le banche private che hanno creato un’immensa quantità di denaro dal nulla. La crisi – secondo punto – è nata dalla cosiddetta «finanza ombra», vale a dire dai flussi finanziari di capitale che circolano al di fuori della pur modesta presa dei regolatori, ossia dell’autorità di vigilanza. Terzo punto fondamentale, nel preparare e nel far esplodere la crisi, non gestendola e lasciandola inasprire fino a oggi, hanno avuto un ruolo fondamentale la politica, le leggi, le norme che sono state varate per liberalizzare sia i movimenti di capitale sia la creazione di denaro in nuove forme.  In questo quadro che ha visto la politica spalancare le porte alla finanza hanno svolto un ruolo centrale l’Europa, i suoi politici e le sue banche. Il punto finale lo riassumerei così: sarebbe indispensabile una riforma radicale del sistema finanziario, di cui parlano in molti oggi, ma di fatto mancano sia la volontà politica sia la capacità da parte dei politici di comprendere quale enorme problema abbiamo dinanzi, per cui le riforme di cui si parla anche nella Ue sono del tutto inadeguate. Ora, senza una riforma radicale del sistema finanziario, che dovrebbe essere il primo obiettivo dell’Unione Europea, visto che di lì nascono i suoi guai, le cose andranno sempre peggio sul fronte del lavoro, dell’economia, dello sviluppo,  dello stato sociale.
Partiamo dal primo punto: l’incredibile creazione di denaro che ha avuto luogo soprattutto negli anni 2000, sebbene fosse cominciata assai prima. Le banche private creano denaro dal nulla ogni volta che concedono prestiti. Molti pensano e sembrano dare per scontato – e fra questi, a volte, anche i commentatori in materie economiche che pur dovrebbero saperne qualcosa di più –che le banche raccolgano depositi (piccoli, medi, grandi) e sulla base di questi concedano dei prestiti alle imprese, alle famiglie, ai lavoratori. Non è affatto così:una grandissima parte del denaro viene creato dalle banche dal nulla attraverso il credito. Una volta si parlava di denaro scritturale perché veniva scritta in un libro dei conti, in una partita doppia, la somma prestata a Tizio o a Caio; oggi il denaro si crea con alcuni tocchi sulla tastiera. Una certa quantità di denaro viene ancora creata dalle banche centrali, in forma di prestiti e di  denaro contante – monete o banconote, gli unici oggetti per i quali si applichi ancora la dizione «stampare denaro» – ma quest’ultimo rappresenta meno del 3 per cento del denaro oggi in circolazione. È stata una modifica di grande portata. Basti pensare che ancora negli anni Cinquanta e Sessanta monete e banconote rappresentavano il quaranta per cento e più, a seconda dei paesi, del denaro circolante, mentre oggi in tutti i paesi sviluppati siamo intorno al tre per cento o meno. Forse un dieci per cento del denaro in circolazione è creato dalle banche centrali, compresa la Banca Centrale Europea. A questo proposito bisogna   tener conto che vi sono diversi tipi di denaro: c’è il denaro cash, il contante, il denaro  dei depositi, che vale più o meno lo stesso, e poi i prestiti  o i risparmi vincolati a tre mesi, i risparmi vincolati a due anni, le obbligazioni, i tanti titoli inventati dalla finanza.
Come hanno fatto le banche a partire degli anni Novanta e poi con una fortissima accelerazione negli anni Duemila a creare denaro senza limiti? Hanno utilizzato uno strumento micidiale che si chiamacartolarizzazione o titolarizzazione (dall’inglese titrisation o  securitisation). Esso consiste nella trasformazione di  attivi  che figurano nel  bilancio di una banca in titoli che si possono commerciare, rivendere, comprare. Il denaro viene creato concedendo un prestito: qualcuno, ad esempio, chiede un mutuo; questo prestito diventa un attivo (registrato sulla parte sinistra del bilancio che riguarda gli attivi) e si trasforma in un debito verso la banca da parte di quello che ha avuto il prestito. Le banche hanno inventato secoli fa questo particolare modo di creare denaro, ma dagli anni 90 in poi ne hanno fatto un uso eccessivo. Che cosa è avvenuto? Quando un prestito viene concesso figura tra gli attivi di una banca (una banca percepisce gli interessi), ma quel capitale è immobilizzato. Inoltre, la banca stessa è soggetta a vincoli, che derivano dalle normative della banca centrale  e dalle regole stabilite dagli accordi di Basilea 1 e 2, già da tempo operativi, e dal nuovo accordo Basilea 3  non ancora pienamente in vigore. Sulla base di questi vincoli le banche devono tenere di riserva dei capitali buoni per una certa quota rispetto a ciò che prestano. Le norme di Basilea 2 stabiliscono che una banca dovrebbe tenere di riserva e depositare presso la banca centrale, la BCE nel caso dell’Eurozona, l’8 per cento di quello che presta, vale a dire che per ogni 100 Euro che presta deve depositarne 8 in riserva. Se i prestiti sono tanti, i capitali da depositare in riserva crescono e una banca a un certo punto non è più in grado di effettuare altri prestiti. Il fatto è che concedere prestiti rende molto, sotto forma di  interessi, commissioni, spese amministrative, consulenze, plusvalenze e altro.
Ecco allora il colpo di genio.  Sviluppando un’invenzione di parecchi anni addietro, esso è consistito neltrasformare il prestito in titoli commerciali, in titoli cioè che possono andare sul mercato. Quindi, quello che è avvenuto con sempre maggiore ampiezza nei primi anni 2000 è stato che il prestito veniva concesso e  poi il titolo di debito, sovente una ipoteca, era ceduto quasi subito a una società di scopo, in molti casi istituita dalla stessa banca. La sigla più nota per designare tali società è SIV (Structured Investment Vehicle) che sta per «Veicoli di Investimento Strutturato». Altrettanto rapidamente il Siv trasformava  dei pacchi di titoli   in un supertitolo commerciabile che immetteva sul mercato finanziario. Cedendo il prestito ad un veicolo, magari da essa stessa creato e in molti casi collocato nelle isole Cayman o in altri paradisi fiscali, la banca otteneva innanzitutto di recuperare il capitale immobilizzato in attesa della scadenza,  ma soprattutto otteneva che quel prestito sparisse dal bilancio, poiché esso veniva legalmente venduto (anche se sulla effettività della vendita si possono avere dei dubbi) al  veicolo da essa stessa creato, cioè alla società di scopo. Quello spazio creato dal prestito, che diventava un titolo uscito dal bilancio, permetteva alla banca di creare nuovo denaro concedendo altri prestiti. Ciò si può fare per un primo prestito, per il secondo, il terzo, il decimo e via dicendo. Esattamente in questo modo sono stati creati migliaia di miliardi di dollari e di euro nei primi anni 2000, ma nell’agosto del 2007 scoppia la crisi e il processo di cartolarizzazione rallenta.
Questo tipo di processo è anche alla radice della questione dei mutui facili. Infatti nel fervore di creare sempre nuovo denaro, ossia di concedere sempre nuovi prestiti per poi rimuoverli dal bilancio,  le banche e i numerosi enti coinvolti nel processo – in cui entrano non solo banche ma pure compagnie di assicurazione, enti specializzati nel concedere mutui, società di ri-assicurazione dei medesimi, fondi speculativi – hanno guardato sempre meno alle qualità del creditore, preferendo non solo ignorare quanto il creditore guadagnasse o a quanto ammontasse il suo patrimonio, ma addirittura evitando accuratamente che il creditore stesso si ponesse il problema di potersi o meno permettere il prestito. In pratica, sono stati venduti quasi a forza milioni di crediti, in prevalenza mutui per la casa, ma anche prestiti per gli studenti, mutui per comprare automobili o affittare un magazzino, tutti ipotecari, e il mutuo, ovvero l’ipoteca su di esso o a esso collegato, era trasformato in un titolo che rendeva subito, intanto perché era venduto,  poi perché  continuava a rendere permettendo  di concederne molti altri.
In questo modo le banche – che negli Stati Uniti, ricordo, dovevano avere in riserva presso la FED dieci dollari ogni cento che prestavano – operavano con un effetto leva apparente intorno a uno a dieci, e uno effettivo che superava uno a trenta.  Da  secoli questo 1:10 è più o meno il tasso a cui le banche operano, nel senso che fin dell’epoca dei banchi degli orefici –  che  avevano un caveau di roccia o di ferro in cui depositivano l’oro dei propri clienti – con la diffusione dei titoli di credito e di altri titoli scritturali l’attività bancaria si è sempre fondata sul presupposto che è quasi impossibile che tutti i clienti corrano nello  stesso momento agli sportelli e ritirino i loro depositi. Quindi le banche hanno cominciato a prestare e tutt’ora prestano soldi che non hanno. E l’ipotesi è sempre stata che intorno a uno a dieci o poco più fosse un effetto leva ragionevole. Spostando i mutui, le ipoteche, i titoli da un’altra parte e facendoli sparire dal bilancio, l’effetto leva è diventato uno a quindici, uno a venti, uno a trentadue, che è considerato il valore medio prevalente tra le banche quando esplode la crisi nell’estate del 2007. Ma c’erano allora istituti finanziari, come ricordo nel mio libro, che avevano un effetto leva di uno a ottanta, perfino di uno a cento, il che significa che su un  dollaro di soldi propri gravavano 99 dollari di debiti. Quindi quello a cui  stiamo assistendo oggi è per certi aspetti un immenso processo di deleveraggio, ovvero di smontaggio dell’effetto leva, di banche che erano solite operare con rapporti di  uno a trenta e più tra capitali propri e debiti,  e adesso cercano di ridiscendere a uno a venti, uno a dieci.
Questo però è solo una parte del processo di creazione del denaro, perché le banche hanno fatto di più e di peggio. Ormai i grandi gruppi finanziari sono società che ne controllano centinaia di altre, tra cui banche di diverso tipo (dalle banche d’investimento alle banche commerciali), istituti specializzati in ipoteche, casse di risparmio, compagnie di assicurazione, società specializzate nelle re-ipotecazione di ipoteche e altro. I grandi gruppi finanziari, oltre a creare trilioni di dollari o di euro concedendo prestiti sulla casa, sull’auto o sullo stabilimento,  concedendo prestiti a famiglie e  imprese e ingigantendo questa quantità di denaro mediante la cartolarizzazione, hanno anche creato altre montagne di denaro moltiplicando i cosidetti derivati. I derivatisono nati almeno un secolo e mezzo fa e forse prima, agli inizi dell’Ottocento. Erano onesti e pratici, chiamiamoli così, titoli assicurativi. L’agricoltore, ad esempio, che a gennaio non sapeva come sarebbe andato il raccolto di grano a giugno, aveva interesse a prefissare un certo prezzo di vendita del suo grano. Il mercante, che non sapeva a sua volta come sarebbe andato il prezzo – a causa delle carestie eventualmente intervenute, delle intemperie, dei parassiti –, aveva interesse a stabilire che a luglio avrebbe comprato a un determinato prezzo una certa quantità di grano. Allora, a gennaio, i due firmavano un contratto che assicurava al contadino e al mercante un determinato prezzo. È chiaro che poi a giugno era difficile che fossero in pari: uno dei due, rispetto al mercato, ci perdeva o ci guadagnava. Ma quel contratto era uno strumento efficace per garantirsi una certa serenità in merito al prezzo di acquisto per il  mercante e di vendita per l’agricoltore.
Nel corso del Novecento, ma soprattutto dopo gli anni Novanta, la produzione di derivati è semplicemente impazzita. I motivi sono vari. Anzitutto i sottostanti sono diventati migliaia. Possono essere  indici di borsa o eventi sportivi, prezzo degli alimenti di base o fenomeni meteorologici.  Il problema  principale risiede nel fatto che è caduto l’obbligo di possedere o di acquistare la merce– il cosiddetto sottostante – su cui si basa il valore del derivato. I derivati sono quindi diventati delle pure scommesse. Uno può scommettere sull’andamente del prezzo del petrolio, ossia può comprare un derivato avente il  petrolio come sottostante, senza avere alcun interesse a commerciare in tale materia prima. Il derivato può riferirsi, per dire, a diecimila barili di petrolio, ma le due controparti non si impegnano a comperare o  a vendere il sottostante, quanto ad accollarsi la differenza positiva o negativa del prezzo che maturerà tra sei mesi o un anno, posto che i derivati possono avere scadenze anche piuttosto lunghe. La parte cosiddetta venditrice non ha nulla da vendere e la parte acquirente non si sogna di acquistare non diciamo diecimila barili di petrolio, ma nemmeno uno. È unicamente una scommessa. Moltiplicando il numero di scommesse, se uno si assume dei rischi, si può guadagnare o perdere molto.
Quel che è successo è che nel 2007/2008 il valore nominale dei derivati che giravano per il mondo – cioè il valore scritto nei contratti– si aggirava su poco  meno di settecentocinquanta trilioni  di dollari. Il PIL globale nel 2007 è stato di 57 trilioni di dollari, quindi i derivati in circolazione equivalevano a più di dodici volte il PIL del mondo. Qui bisognerebbe entrare in alcune tecnicalità, per precisare che il PIL nominale è in genere più alto del valore effettivo del contratto. Nel 2009, ad esempio, 700 trilioni nominali di derivati valevano sul mercato circa 35 – 38 trilioni di dollari. Però ci sono delle distinzioni da fare, perché un conto sono i derivati sui barili di petrolio che nessuno compra e nessuno vende; un conto ben diverso  sono i derivati del credito che sono delle specie di assicurazioni per proteggersi dal rischio di insolvenza di un creditore. La banca A paga una commissione a B (che in molti casi è un’altra banca) la quale assicura che se C non ripagherà il debito contratto verso A provvederà lei a rifondere quest’ultima.  In questo caso il valore reale del titolo è molto vicino al valore nominale perché se la banca debitrice (o altro debitore) non paga, B che ha sottoscritto quel derivato deve pagare di tasca sua l’intero valore scritto nel contratto.
In sostanza, oltre ad aver creato moltissimo denaro concedendo crediti a fiumi, ad averne creato dell’altro cartolarizzando le ipoteche sì da poter continuare a concedere prestiti, le banche americane ed europee hanno messo in circolazione nell’economia sotto forma di derivati un volume di denaro corrispondente a dodici volte il PIL del mondo. Qualcuno dice: «Ma non è veramente denaro». Bisogna invece sottolineare che all’epoca dei computer, delle transazioni ad alta frequenza, della massima e istantanea convertibilità di ogni capitale in qualsiasi altra forma,  i derivati funzionano come vero e proprio denaro. Un economista, oggi citato spesso per  ragioni sbagliate, Marvin Minsky,  aveva intravisto questo sviluppo già a metà degli anni Ottanta. Allorché  qualunque titolo è istantaneamente convertibile in denaro, quello è come se fosse denaro. Il problema con i derivati è che più dell’80 per cento di essi sono scambiati direttamente fra privati – “al banco”, come si dice –  senza che i regolatori possano esercitare alcun controllo.  Si tratta di un’enorme quantità di denaro che sfugge completamente non soltanto alla presa, ma pure alla vista dei regolatori.
A un certo punto questa montagna di denaro ha cominciato a cascare sulla testa delle banche sotto forma didebiti inevasi. Se una banca scopre una falla nella catena di debiti che essa stessa ha contribuito a creare, tipo un suo veicolo che avrebbe dovuto vendere agli investitori i titoli derivanti da una cartolarizzazione ma non ci riesce  più perché quelli li rifiutano; a questo punto, anche se la banca aveva venduto a quel veicolo i suoi titoli, in qualche modo deve far fronte alle perdite del medesimo. Può avere un bisogno urgentissimo di qualche centinaio di milioni o magari di un miliardo di dollari o di euro, ma se la banca di fronte (la banca consorella, la banca con cui si avevano comuni rapporti) ha gli stessi problemi, il tutto si incaglia. È quello che è avvenuto nel 2008,  ma che si ripropone fino ad oggi attraverso infiniti canali di contagio.
Nel generare questo incredibile processo – scrivendo il libro ho speso mesi per verificare i dati, tanto mi parevano fuori del mondo – rilevantissimo è stato il peso dei politici e delle banche europee, all’incirca dal 1980  a oggi. Alcune leggi determinanti per la deregolazione dei movimenti di capitale sono state firmate da un Presidente francese socialista, François Mitterand; per esser poi propugnate, sollecitate e messe in opera dal primo Presidente della Commissione europea, anche’egli francese e socialista, Jacques Delors. Tutti costoro avevano, certo, delle buone ragioni: i capitali scappavano e bisognava far qualcosa. Fatto sta che imponenti misure di deregolazione o cancellazione della sorveglianza sui movimenti finanziari, compresi gli scambi al banco di trilioni di euro di derivati, sono stati adottati ben presto  in Europa e si sono diffusi perché altri paesi hanno seguito la Francia. Pertanto negli anni Novanta la deregolazione in Europa era molto simile a quella che stava intervenendo negli Stati Uniti. Dopodichè non è stata più effettuata nessuna seria riforma del sistema finanziario.
Le banche  hanno avuto un ruolo di primo piano nella creazione della cosiddetta finanza ombra. Della quale fanno parte anche quei trilioni di derivati che circolano senza essere regolati da nessuno. Pure i veicoli di investimento strutturato, i SIV, fanno parte della finanza ombra, perché essendo fuori bilancio non appaiono compresi nel perimetro della banca che li sponsorizza. Vi sono molti altri soggetti della finanza ombra che operano come banche ma non sono banche: tra essi rientrano i fondi comuni dei mercati monetari, le società specializzate nel concedere prestiti, le divisioni finanziarie delle corporation. Tutti enti  che  non sono visti, e non è possibile siano visti, dal regolatore – per questo viene chiamata finanza ombra.
Nell’alimentare tanto la finanza visibile  quanto la finanza ombra, le banche europee hanno avuto un notevole ruolo, da diversi punti di vista. In primo luogo, ricerche recenti hanno dimostrato come le banche europee abbiano comprato in Usa, dal 2000 in avanti, centinaia di miliardi di dollari, di euro, di sterline e anche di franchi svizzeri,  di titoli cartolarizzati, compresi le  micidiali obbligazioni aventi per collaterale un debito, definite a disastro avvenuto titoli tossici. Sono titoli assai complicati,  caratterizzati da un taglio difficilmente alla portata di qualcuno di noi, perché esso  si colloca in genere tra uno e due miliardi di dollari). A questi titoli poi definiti tossici, che erano venduti a pezzi o trance con diverse gradazioni di rischio, le agenzie di rating, pagate dalle stesse banche che emettevano quei titoli, assegnavano la massima credibilità – ovvero il minimo rischio di insolvenza da parte del creditore – e per questo erano considerati sicuri. Le banche europee si sono gettate su quei titoli giudicati sicuri, per cui stando alle ricerche menzionate sopra centinaia di miliardi di derivati di questo tipo sono stati creati in Usa proprio per soddisfare la domanda assidua delle banche europee. Inoltre, alcune banche europee hanno loro stesse creato titoli analoghi per centinaia di miliardi di dollari.  La più impegnata è stata la Deutsche Bank, che ha creato una serie di titoli –  chiamati Gemstone –  il cui taglio medio era intorno a 1,1 miliardi di euro. Qualche banca francese si ritiene abbia fatto lo stesso e forse anche altre, ma l’«ombra» per definizione è qualcosa in cui è difficile vederci chiaro. Quando il domino ha cominciato a cadere – perché se uno fa molti debiti distribuiti in una catena di numerosi soggetti, nel caso fallisca  anche l’ultimo di questi  il problema risale la catena fino a quando i debiti arrivano al consiglio di amministrazione della banca madre – vi sono state banche quali la UBS (Unione delle Banche Svizzere), che tra il 2007 e il 2009 hanno dovuto cancellare dai propri bilanci qualcosa come cinquanta miliardi di dollari. Peraltro senza patire troppo: la UBS ha un bilancio che supera di circa dodici volte il bilancio federale della Svizzera.
La questione che ci tocca anche oggi e che secondo i governi Ue richiede per essere risolta licenziamenti facili, austerità, tagli alle pensioni, pensione a 105 anni e altre cose del genere, ha tuttora le radici nel fatto che le banche europee sono piuttosto opache, ma al tempo stesso tradiscono notevoli preoccupazioni di bilancio.  Le banche tedesche per prime si collocano piuttosto in basso quanto a indice di trasparenza o indice di visibilità del traffico bancario. Tuttavia, dietro alla coltre della finanza ombra quel che sembra via via più evidente è che le banche sono  oraimpegnate allo spasimo per ridurre il loro leverage, il citato rapporto tra capitale proprio e capitali presi in prestito, spinte in questa direzione dalle nuove regole di Basilea e dalla Autorità bancaria europea (Eba). Se non, più probabilmente, dal terrore che succeda qualche nuovo grave incidente, perché se l’ultimo anello della catena salta il problema del debito risale per forza sino ai bilanci centrali.
Concludo toccando la questione della riforma del sistema finanziario, della quale si è parlato a lungo negli Stati Uniti, dove è stata varata nel luglio 2010 una legge che si chiama Dodd Frank Act, conosciuta pure comeWall Street Reform. Si stima che, a questo proposito, che la lobby bancaria abbia speso trecentoventicinque milioni di dollari per indebolire e possibilmente bloccare tale legge di riforma, che alla fine è risultata all’acqua di rose, e per di più immensamente complicata, con un testo che conta 1652 pagine e richiederà 550 decreti attuativi. Dal luglio 2010 fino all’autunno 2011,  per quanto è a mia conoscenza, ne sono stati attuati solamente due o tre.
Pure in Europa si sta discutendo di riforme finanziarie, una discussione estesa a vertici extra Ue come il G20 dell’autunno 2011 a Cannes. La Commissione europea ha allo studio una bozza dettagliata di riforma e il Parlamento europeo farà una prima proposta a febbraio o marzo del 2012. Accade però che tutte le proposte finora avanzate siano lontanissime dal cogliere le vere radici del problema. Sarebbe necessaria una forte pressione politica, ci vorrebbero milioni di persone per le strade a chiedere la riforma finanziaria, uno scenario al momento non molto probabile. Molte ed evidenti sono le ragioni per le quali si rende necessaria una riforma finanziaria radicale. In realtà niente di rivoluzionario, sono cose dette da liberal americani o dallo stesso governatore della Bank of England, Mervyn King, che pochi mesi fa ha dichiarato: «Ci sono molti modi per organizzare l’attività bancaria. Quello che abbiamo oggi è il peggiore che possiamo immaginare». Bisognerebbe prenderlo sul serio, perché finora le riforme di cui si parla nella Ue sono affatto insufficienti.
Si dovrebbe intervenire su tre fronti. È ovvio che non si può varare una riforma finanziaria solo in Italia, ma unariforma nell’ambito dell’Unione Europea andrebbe comunque fatta per via dell’enorme peso che in essa il sistema finanziario esercita attualmente su tutto: sull’occupazione, la sanità, le pensioni, la terra, il cibo. È in gioco lo svuotamento totale della democrazia. Bisogna ricondurre il sistema finanziario alle sue funzioni, che pure sono importanti. Non si può semplicemente dire: «Chiudiamo le banche». Le banche sono indispensabili come pure il sistema finanziario allargato, ma questi devono essere un ausilio, un mezzo controllato dall’economia reale e soprattutto dai governi, dai cittadini, dai meccanismi della democrazia. Il sistema finanziario internazionale ha dimensioni eccessive e in esso il sistema finanziario europeo, il quale, si noti, è molto più grande di quello statunitense, sia come numero delle banche sia in termini di attivi controllati. C’è un elenco nel mio libro di venti gruppi finanziari che avevano nel 2009 attivi superiori al trilione di dollari; fra questi venti, le banche europee (con l’aggiunta di due non Ue, Ubs e Credit Suisse) sono ben 14.  Se non si riducono le dimensioni dei singoli gruppi finanziari, essi risulteranno sempre incontrollabili e saranno essi a dettare le misure di austerità, comprese le condizioni del mondo del lavoro, ai governi. Come stanno facendo.
In secondo luogo, larga parte di questo sistema è in ombra, per questo si chiama shadow banking, Qualcuno parla di regolare anche detto sistema, ma le ombre non si regolano. Occorrerebbe accorciare, ridurre o, meglio ancora, smantellare il sistema finanziario ombra.
In terzo luogo le grandi società finanziarie, le bank holding companies, sono troppo complesse. Seppure si costituisse un’autorità di regolazione europea dotata di grandi poteri e ampi mezzi, essa sarebbe comunque impotente a causa delle dimensioni e della struttura enorme di esse. Ricordo, per citare un solo dato, che quando fallì nel settembre 2008, Lehman Brothers era composta da più di 1800 entità giuridiche distinte. Anche in presenza di autorità di regolazione assai robuste, se mai esistessero, dinanzi a  simili castelli organizzativi è impossibile cercare di stabilire “chi fa che cosa”. Si può certo introdurre per legge, ad esempio, una norma che separi l’attività di depositi e prestiti delle banche dalle attività di investimento. Nondimeno se una banca continua ad avere una miriade di divisioni o di dipartimenti interni specializzati, ossia continua ad essere costituita sotto il controllo della casa madre da migliaia di entità giuridiche indipendenti, come si fa a controllare qual è l’atttività realmente svolta dall’una o dall’altra di esse? Controllare significa andare negli uffici, tirar fuori i libri, le carte, vuol dire impiegare decine di persone per settimane allo scopo di capire che cosa realmente fa una sola divisione di una grande banca. È semplicemente improponibile controllare chi fa che cosa se non si riduce la complessità del sistema.
A parte le bozze di riforma in discussione nel Parlamento europeo e nella Ce, ci sono in giro varie proposte provenienti da centri studi. Alcune assai interessanti sono state portate a Cannes da un centro tedesco specializzato in studi sullo sviluppo e l’ecologia per un’economia sostenibile. Ma è chiaro che tali proposte, lasciate a sé, non serviranno a nulla. Il problema vero è che sono i cittadini che ne dovrebbero discutere, e sarebbe bene che si cominciasse ad allargare la discussione in modo che il maggior numero capisca la reale entità del problema e cominci a chiedere una riforma radicale del sistema finanziario. È complicato, è politicamente arduo, certo. Ma per il futuro della democrazia, non soltanto del sistema economico, è assolutamente indispensabile ridurre a dimensioni ragionevoli i gruppi finanziari e con essi l’insieme del sistema finanziario internazionale. Un noto economista  americano ha detto che sarebbe indispensabile ridurre il sistema finanziario a un terzo di quello che è oggi. Forse è una misura eccessiva, ma è la direzione in cui appare necessario procedere.  In presenza  di troppi segnali attestanti che l’economia del mondo, e con essa la democrazia dei nostri paesi, sta viaggiando verso la catastrofe. Se non riusciamo a trasformare tutto quanto si è qui ricordato in istanza, in domanda politica, in un numero di deputati sufficienti per introdurre una riforma del genere, dovremo aspettarci una crisi, politica ed economica a un tempo,  ancora peggiore di quella che stiamo vivendo  adesso.
Finora non mi sono stati imputati molti errori nel libro da cui ho tratto queste considerazioni. Concludo rilevandone uno io. Il libro è stato pubblicato nel marzo del 2011. In esso prevedevo una nuova crisi finanziaria, o meglio una nuova grave fase di essa,  per il 2015. Mi sono sbagliato: è arrivata pochi mesi dopo.




Luciano Gallino
About Luciano Gallino: Luciano Gallino (1927) nel 1956 viene chiamato dall'ingegnere Adriano Olivetti a collaborare all’Ufficio Studi Relazioni Sociali costituito presso la Olivetti - struttura di ricerca aziendale inedita in quel periodo in Italia - e successivamente, dal 1960 al 1971, ricopre la carica di direttore del Servizio di Ricerche Sociologiche e di Studi sull’organizzazione (SRSSO). Dopo aver ottenuto una Libera Docenza in Sociologia nel 1964, è diventato Fellow Research Scientist del Center for Advanced Study in the Behavioral Sciences di Stanford in California. Dal novembre 1965 al 1971 è stato professore incaricato presso la Facoltà di Magistero e la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino. Successivamente, dal 1971 al 2002, è stato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione della stessa Università, nella quale attualmente è professore emerito. Tra il 1968 e il 1978 è stato direttore dell'Istituto di Sociologia di Torino, una delle prime strutture di ricerca in questo ambito disciplinare costituite nell'università italiana. Dal 1999 a fine 2002 è stato Direttore del Dipartimento di Scienze dell'Educazione e della Formazione. In tale ruolo ha promosso lo sviluppo di un Centro specializzato nello studio e nella realizzazione di corsi orientati alla "Formazione aperta/assistita in rete". Parallelamente alla sua attività di ricerca e d'insegnamento, ha ricoperto diverse e prestigiose cariche istituzionali. Dal 1979 al 1988 è stato presidente del Consiglio Italiano delle Scienze Sociali. Dal 1987 al 1992 ha rivestito la stessa carica nell'Associazione Italiana di Sociologia. È socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, dell'Accademia Europea e dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Dirige dal 1968 la rivista scientifica Quaderni di Sociologia. Ha collaborato inoltre con autorevoli quotidiani nazionali, in particolare tra il 1970 e il 1975 ha scritto su «Il Giorno», dal 1983 al 2001 ha collaborato con «La Stampa» e dal 2001 collabora con «La Repubblica». Fa parte del comitato scientifico della manifestazione "Biennale Democrazia". Dal 2007, è il responsabile scientifico del Centro on line «Storia e Cultura dell'Industria», progetto che promuove la conoscenza della storia industriale e del lavoro del Nord Ovest italiano dal 1850 a oggi, con finalità didattiche. Dal 2011 è Presidente Onorario e Presidente del Consiglio dei Saggi dell'AIS - Associazione Italiana di Sociologia. Tra i suoi ultimi libri: Globalizzazione e disuguaglianze (Laterza, 2000); Il costo umano della flessibilità (Laterza, 2001); L’impresa responsabile. Un'intervista su Adriano Olivetti (Comunità, 2001); La scomparsa dell'Italia industriale (Einaudi, 2003); Dizionario di Sociologia (UTET, 2005); L’impresa irresponsabile (Einaudi, 2005); Italia in frantumi, (Laterza, 2006); Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici (Einaudi, 2007); Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, (Laterza, 2007); Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l'economia (Einaudi, 2009); Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, (Einaudi, 2011).

martedì 31 gennaio 2012

SARDEGNA, PATTUMIERA DELLA NATO E DEL COMPLESSO MILITARE-INDUSTRIALE

DI CARLA GOFFI E RIA VERJAUW
Mondialisation.ca



Il suo paesaggio da cartolina attira i turisti più fortunati. Le stelle del jet set vengono a bagnare gli yacht lungo le sue coste paradisiache. Ma la Sardegna nasconde una realtà davvero triste.

Sui bordi incantati del Mediterraneo, dietro la cortina invisibile delle radiazioni nucleari emesse dopo l’utilizzo di armi all'uranio, c'è un immenso paesaggio desolato, pieno di segreti maligni. Piantiamo lo scenario. È in Sardegna. Un territorio della superficie pari a 35.000 ettari è stato affittato alle installazioni militari. 

Sull'isola si trovano poligoni di tiro (Perdasdefogu), tratti di mare per le esercitazioni (capo Teulada), poligoni per le esercitazioni aeree (capo Frasca), aeroporti militari (Decimomannu) e depositi di carburante (nel cuore di Cagliari, alimentati da una conduttura che attraversa la città), senza contare le varie caserme e sedi di comando militare (Aeronautica, Marina). Si tratta di infrastrutture delle forze armate italiane e della NATO.

Alcune cifre: il poligono di Salto di Quirra - Perdasdefogu (Sardegna orientale) di 12.700 ettari e il poligono di Teulada di 7.200 ettari sono i due poligoni italiani più estesi, mentre il poligono NATO di Capo Frasca (costa occidentale) è pari a 1.400 ettari. 
A questi si devono aggiungere l'ex base NATO sull’isola della Maddalena, per sempre inquinata. Durante le esercitazioni militari, viene vietata la navigazione e la pesca su una superficie marina superiore ai 20.000 chilometri quadrati, una superficie quasi uguale a quella della Sardegna.

Che cosa si scopre? La valle di Quirra, una delle zone più belle e ancora selvagge della Sardegna, è stata trasformata in una cassaforte di veleni a cielo aperto. 
Nel corso degli anni si è messo il coperchio sulla pentola delle "polveri di guerra" che ha decimato un numero di abitanti e di militari che vivevano e lavoravano nel poligono e nei villaggi limitrofi. Ma adesso, grazie a un Procuratore, Domenico Fiordalisi, che è determinato a dare voce alle lamentele delle numerose vittime, la verità comincia a venire alla superficie. I "segreti" vengono alla fine portati alla luce della giustizia. 

Con l'accusa di "disastro ambientale", tre generali che sono stati al comando del poligono di Quirra, due tecnici e un ricercatore universitario sono accusati dal procuratore che sta indagando, da parecchi mesi, sui decessi per cancro di parecchi abitanti della zona di Quirra e sulle delle malformazioni dei neonati e del bestiame. Ci possiamo aspettare altri capi di accusa, visto il disastro ambientale e umano che, da anni, colpisce la Sardegna. 

Tutto è iniziato nel 1956, quando il governo italiano decise di installare, nel bel mezzo di una zona di incomparabile bellezza - dove nascono le viti, il mirto, gli aranci e che termina con una spiaggia ancora risparmiata dalle costruzioni -, un poligono di tiro, un centro di sperimentazione per i missili, un teatro per gli "war games" a grandezza naturale e per la distruzione a cielo aperto di armi obsolete delle ultime guerre. 

Il poligono è affittato anche ad aziende di armamenti private, alla NATO e a vari eserciti di tutto il mondo, particolarmente a Israele. Durante gli anni, gli abitanti affermano di avere visto misteriosi camion, provenienti dall’”estero", che sono entrati nel poligono e qui hanno scaricato armamenti dismessi che hanno fatto poi esplodere a cielo aperto. Durante gli anni, le guardie forestali hanno potuto constatare le malattie dei pastori e del bestiame, le pecore che saltavano in aria sulle bombe ancora funzionanti, sparse ovunque nei campi e sulla spiaggia.

Le più importanti aziende di armamenti (Aérospatial, Orlikon-contraves, Finmeccanica) ancora prendono in affitto questo spazio naturale per eseguire le loro sperimentazioni al prezzo di un milione di euro al giorno, somma che viene versata direttamente allo stato italiano. Alla Sardegna restano i tumori e i bambini malformati. Quando si parla di 28 bambini che sono al momento malati e di 36 militari deceduti nella base, le autorità militari negano sempre la realtà, facendo sfoggio delle ricerche eseguite dalle università che hanno rilasciato i certificati di "correttezza ambientale". 

Questi certificati non hanno convinto il Procuratore inquirente. Vista la gravità della situazione, ha pronunciato all'inizio dello scorso mese di novembre un’ipotesi di imputazione per falso in atto pubblico nei confronti delle persone responsabili di queste ricerche e al comandante della base che li ha "gestiti". Altri scienziati italiani “indipendenti” si sono messi a disposizione per eseguire proprie analisi sul posto. 

È già stata rinvenuta, nell'acqua e nel terreno, una grande quantità di torio, di tungsteno, di cesio, di arsenico, metalli pesanti che, con le parole di uno scienziato torinese, possono comparire solo grazie a una combustione a temperatura davvero elevata, come quella provocata dall'esplosione di armi all’uranio impoverito. Lo stesso scienziato ha rilevato tracce di uranio nelle ossa di un agnello morto per una malformazione genetica. Si stanno aspettando i risultati di analisi simili effettuate sui cadaveri riesumati di pastori deceduti per tumore.

A mano a mano che l'inchiesta avanza, le lingue si sciolgono. Alcuni veterinari hanno affermato, nel loro rapporto, che circa il 60% dei pastori che vive e custodisce il bestiame in prossimità o all’interno del poligono ha contratto vari tipi di tumore. Un militare, ora in pensione, ha testimoniato di fronte agli inquirenti che, nel corso degli anni, ha fatto esplodere circa 800 kg di esplosivi al giorno dopo aver scavato buche di 30 metri di diametro. 
Queste esplosioni rilasciavano nell'atmosfera nuvole nere e bianche che arrivavano fino ai villaggi vicini, spinte dal vento che soffia senza sosta. In queste buche andava a depositarsi l'acqua piovana che serviva per abbeverare il bestiame e che poi penetrava nelle falde acquifere sotterranee. 

Ha anche affermato che le esplosioni per distruggere gli armamenti si ripetevano per una ventina di giorni al mese, e questo per parecchi mesi consecutivi. Durante le esplosioni, lui e un suo collega dovevano rifugiarsi dentro ai camion. Questo collega è morto di tumore alcuni anni dopo. La stessa procedura ha avuto luogo a Capo Frasca (un campo per le esercitazioni ubicato più a sud). Si ritiene che ci sia un numero assai maggiore di militari e di lavoratori civili che sono deceduti a causa di tumori.

In base alle testimonianze, il Procuratore sta sempre più prendendo in considerazione l’ipotesi che la falda freatica che alimenta l’impianto dell’acqua potabile dei villaggi e delle città nei dintorni sia stata probabilmente contaminata. Un altro ex militare ha affermato che, tra il 1986 e il 2004, sono stati lanciati circa 1180 missili Milan (con l’ogiva al torio). Ogni giorno nuove testimonianze riportano notizie sempre più inquietanti che rendono manifesto un disastro dalle conseguenze probabilmente irreparabili da un punto di vista umano, e ancor più ambientale: per i geologi sarebbe impossibile ripristinare il terreno allo stato originario. Ma i militari e il Ministero italiano della Difesa continuano a negare. La salute delle persone costa cara, mentre gli armamenti portano invece soldi! 

Tutte queste constatazioni dovrebbero essere collocate in una cornice più vasta, quella della militarizzazione del Mediterraneo da parte della NATO per fini strategici, dell'interesse finanziario del complesso militare-industriale, del deficit di democrazia (segreto di stato), del disprezzo delle popolazioni locali, del controllo della popolazione civile e più precisamente dei migranti, della corruzione, del disprezzo per l'ambiente naturale, della mancanza di una visione politica a lungo termine, della legge del profitto, dei preparativi attuali per le guerre future e per il mantenimento delle guerre attuali (Afghanistan). Argomenti che i movimenti per la pace non smettono di trattare… fino a quando?


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Fonte: Sardaigne, poubelle de l’Otan et du complexe militaro-industriel
27.01.2012
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

lunedì 30 gennaio 2012

Un cervellone dell’Air Force USA ricerca un ‘Social Radar’ per ‘guardare dentro i cuori e le menti’





Noah Shachtman


 http://www.wired.com/dangerroom

Tradotto da  Curzio Bettio



Gli importanti scienziati della Air Force degli Stati Uniti di solito spendono il loro tempo cercando di capire come costruire satelliti migliori o produrre jet che possano volare ad una velocità folle. Questo rende il dr. Mark Maybury, attualmente direttore delle ricerche, un caso un po' isolato. Costui vorrebbe costruire un apparato di sensori per scrutare attentamente all’interno dell’animo delle persone - e prevedere i conflitti prima che si scatenino.

Maybury ha battezzato questo suo allucinante progetto “Social Radar”. E il confronto con i sensori tradizionali non è casuale, egli rivela a “Danger Room”.
Maybury, che funge da capo consulente scientifico dei vertici dell’Air Force, afferma:
“L’Air Force e la Marina degli Stati Uniti, in questo e in altri paesi, hanno una storia di sviluppo di sonar per vedere attraverso l’acqua, radar per vedere attraverso l’aria, e IR [raggi infrarossi] per vedere nel buio della notte. Bene, ora vogliamo anche vedere all’interno dei cuori e delle menti delle persone. Ma il “Radar Sociale” non sarà l’unico sistema sensorio a scoprire le ansie segrete. Saranno più sensori virtuali, combinando una vasta gamma di tecnologie e discipline, che verranno impiegati per misurare il polso di una società e valutare la sua salute futura.

Questo fa parte di un più ampio sforzo da parte del Pentagono per dominare gli elementi sociali e culturali dei conflitti - uno sforzo che perfino molti al ministero della Difesa credono sia profondamente incrinato.
Primo passo: il mio Twitter fornisce già indicazioni su emozioni e turbamenti.”
Maybury continua, usando l’acronimo militare ISR per “ricognizione e sorveglianza di intelligence”:
“ Noi dovremmo fornire ISR, visto che gli elettori ci chiedono 'Cara Air Force, non darci solo le previsioni del tempo, forniscici anche previsioni sui movimenti del nemico.' E questo, cosa comporta? Questo interessa il comportamento umano. E così abbiamo bisogno di capire ciò che motiva gli individui, qual è il loro comportamento.”

Maybury, vestito nel suo abito preferito - un blazer doppio petto nero e occhiali rettangolari, argentei - ha discusso il suo progetto “Social Radar” all’interno di una intervista della durata di circa 90 minuti nel suo ufficio del Pentagono, il suo accento originario del Massachusetts diventava sempre più duro all’infittirsi della discussione.
Specialista di intelligenza artificiale e di elaborazione del linguaggio, ha collaborato con l’esercito, all’interno ed esternamente, dalla metà degli anni ‘80. Ma come gli agenti della contro-rivolta sono stati meno impegnati in Iraq e Afghanistan, Maybury è stato attratto sempre più in ciò che egli chiama la “sfera umana” di combattimento.
Nelle ultime settimane, il Pentagono potrebbe avere attribuito una minor importanza alla contro-insurrezione nella sua riorganizzazione della strategia.

Ma la necessità di individuare per tempo potenziali focolai di disordini - e di capire come le azioni usamericane potrebbero avere un impatto su quelle popolazioni recalcitranti - chiaramente non sta svanendo. Le forze speciali statunitensi stanno ancora addestrando eserciti stranieri (e stanno esercitando pressioni sulla gente di quei paesi).
Le “Shadow Wars”, i conflitti nell’ombra continuano - dallo Yemen al Pakistan al Messico. E la partita a scacchi geopolitica con la Cina richiederà una conoscenza approfondita di tutti i pezzi sulla scacchiera.
Nella sua originale pubblicazione del 2010 sull’argomento, per conto della “Mitre Corporation” finanziata dal governo, Maybury  ha indicato come “Social Radar” classificherà gli individui, mediante tecnologie biometriche.

Utilizzando la sociometria, verranno classificati con esattezza i gruppi. [La sociometria è la misurazione-rilevazione delle relazioni esistenti in un gruppo dato o in una comunità.]
Maybury scrive che le “timeline” (nuove forme di “diario” del profilo individuale) su Facebook, i sondaggi politici, le informazioni dai droni spia, i rapporti degli operatori umanitari, perfino gli allarmi di malattie infettive dovrebbero essere riversati su “Social Radar”, aiutando il sistema a tenere sotto controllo tutto, dai livelli di monossido di carbonio ai tassi di alfabetizzazione, ai prezzi al consumo.
E, “proprio come un sistema radar necessita di superare interferenze, mimetizzazioni, aggiramenti ed altre occlusioni, così anche Social Radar deve superare gli accessi negati, la censura, e i raggiri”.



Legenda
“Social Radar”: a)Strategic Communication: comunicazione strategica
                            b)Counter Insurgency: contro-insurrezione
                           c)Humanitarian Relief: soccorso umanitario
                       
Sources: Fonti
Newspapers, Radio, TV: giornali, radio, TV
Polls: sondaggi
Surveillance: sorveglianza

Geography: geografia
Demography: demografia  (scienza che studia quantitativamente i fenomeni che
concernono lo stato e il movimento della popolazione)
Econometrics: econometria (branca della statistica che si occupa dell’analisi dei fenomeni economici; in alternativa, può considerarsi un settore dell’economia dedicato alla verifica sperimentale di modelli formulati in ambito teorico)

Tools: [cassetta degli] attrezzi
A.    Sampling/Calibration: Campionamento/Taratura
B.    Topic Detect/Track: Ricerca/Rilevamento degli argomenti
C.    Author attribution: Attribuzione all’autore
D.    Conversation Analysis: Analisi dei discorsi sull’argomento
E.    Sentiment Analysis: Analisi dei sentimenti e delle opinioni
F.    Summarization: Sintesi
G.    Modeling: Creazione del modello
H.    Geotemporal Visualization: Rendere visibile geotemporalmente l’immagine mentale

Sul modello riportato: Topics: argomenti; Words: informazioni ; Groups: gruppi sociali

Methods: metodi
1.    Media Analysis: Analisi dei mezzi di informazione di massa
2.    Detect and Track Signatures: Ricerca e rilevamento delle firme e di indicazioni su autori
3.    Social Indicator Analytics: Analitiche di indicatori sociali

Il grafico minuto riportato indica l’andamento dell’attività dell’Aum Shinri Kyo, una setta apocalittica giapponese, che ha compiuto attentati con gas nervini.

Missions: missioni
Military: militari; Religious: religiose; Political: politiche; Economic: economiche;
Health: sanitarie
Collaborative Analysis/Assessment : Analisi/Valutazione d’insieme, in collaborazione

Tutto sembra di un’ambizione quasi ridicola. E Maybury conviene che l’idea può sembrare una “metafora organizzativa” più che un particolare programma. Ma, insiste Maybury, i mattoni della costruzione sono già stati posizionati.
Nella sua pubblicazione originale, Maybury osserva che vi sono in corso operazioni presso la “Mitre Corporation” che potrebbero contribuire a dare realtà al “ Social Radar”.
Per esempio, esiste il progetto “Forum e analisi critica sull’infiltrazione dei blog” (FABTAC), che analizza discussioni on-line “per attività ed operazioni di intelligence.”

Esiste l’“Exploring Soft Power in Weblogistan”, che ha sviluppato “strumenti fondamentali di elaborazione del linguaggio Farsi e Dari per permettere l’analisi di documenti voluminosi dal contenuto socio-mediologico” [Ufficialmente il Farsi è il Persiano parlato in Iran e il Dari è il Persiano parlato in Afghanistan.]
Ancora più importante, lo specialista in analisi del linguaggio ribadisce che stanno arrivando nuovi strumenti online per effettuare la cosiddetta “sentiment analysis” – l’individuazione se un aggiornamento di un particolare status emotivo sia positivo o negativo.
Analizzare tali sentimenti in forma aggregata, vedere se le persone sono generalmente contente, e associare questi sentimenti con specifiche aree geografiche, così Maybury ritiene che si abbia l’avvio di un “Social Radar”. Ha anche sviluppato un modello dimostrativo (mock-up) di un piano di “radar sociale”, completo di una “mappa del fervore” per la ricerca della relativa felicità.

Il direttore delle ricerche scientifiche dell’Air Force USA non è isolato in questo tentativo.
In tre anni, il Pentagono ha speso più di 125 milioni dollari su decine di progetti destinati a quantificare meglio, costruire modelli (sistemi HSCB), in buona sostanza per prevedere la dimensione umana, sociale, culturale, comportamentale dei conflitti .
Diversi di questi sistemi “HSCB” sono attualmente in uso nelle unità militari statunitensi in tutto il mondo. Per esempio,l’“Integrated Crisis Early Warning System” (ICEWS), un sistema integrato di pronto allarme di crisi della DARPA, la Defense Advanced Research Projects Agency, l’Agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la difesa., è stato esteso a sei dei comandi territoriali del ministero della Difesa, che coprono 175 paesi diversi.
Eppure, all’interno del Pentagono, ci sono profonde divisioni sulla efficacia del programma.
“I sostenitori del progetto hanno raccolto prove per dimostrare la validità della loro ricerca,” viene fatto osservare in una recente revisione interna dei progetti HCSB, “mentre i critici hanno evidenziato carenze nel metodo di raccogliere e conservare i dati, per cui viene sovradimensionata l’accuratezza delle previsioni ICEWS.”

Generali in pensione di alto profilo e ufficiali al vertice dei comandi militari hanno respinto come senza speranza l’idea che si possano efficacemente configurare modelli delle società umane, o che il comportamento umano possa davvero essere previsto.
“Costoro stanno fumando qualcosa che non fa loro bene”, così si è espresso in modo canzonatorio il tenente generale in pensione Paul Van Riper alla rivista Science, quando ha avuto inizio questo sforzo progettuale.
“Noi facciamo di meglio che valutare preventivamente gli individui, ma non di molto”, ha ammesso un revisionista sul libro paga del Pentagono.
Maybury è pronto a respingere le critiche, e ribadisce: “ Proprio come nessuno poteva immaginare di vedere nel buio della notte o di scrutare attraverso l’acqua, ora nessuno riesce ad immaginare di vedere al fondo degli atteggiamenti. E, a mio avviso, questo rappresenta per il futuro sicuramente una realtà.”

E “Social Radar” è solo il punto più avanzato degli sforzi della Air Force in questa area di ricerche. Il servizio sta incrementando la sua conoscenza delle lingue straniere.
Maybury vuole i suoi sensori più tradizionali per arrivare meglio ad analizzare il comportamento umano: “Se ho un radar combinato con una telecamera, combinata questa con un sistema a raggi infrarossi, forse posso rivelare che tipo di azione un essere umano sta eseguendo”.
L’Air Force Research Lab, il laboratorio ricerche dell’Aeronautica Militare, sta finanziando uno studio al professore di psicologia alla San Francisco State University, David Matsumoto, (ex allenatore della squadra olimpionica di judo degli Stati Uniti), di trovare “marcatori universali di situazioni ingannevoli e menzognere”.

E in una relazione sui “contributi” dell’Air Force alle ricerche sui sistemi HCSB, Maybury elenca fra gli altri anche “Metropolitan Area Persistent Sensing”, un sistema di controlli costanti delle aree metropolitane, un sistema per spiare integralmente le città, e i programmi “armi non letali ad energia diretta”, e “micro-munizioni per limitare i danni collaterali”. Ha accompagnato le parole con una serie di foto dell’arma già presente nell’arsenale di armi presuntivamente non letali dell’Air Force. Si tratta di una pistola a raggi che spara fasci invisibili di microonde che fanno sentire le persone come se fossero fatte saltare su un forno a riverbero.
Maybury ammette che queste armi non sono, strettamente parlando, parte del programma di ricerche del ministero della Difesa per comprendere meglio gli aspetti umani dei conflitti. Ma in una e-mail afferma: “La salvaguardia della vita umana è un premio quando si sta tentando di apportare sostegno, stabilità e sicurezza alle popolazioni locali, senza ingenerare motivi di lagnanza.”

Forse un “Social Radar” pienamente funzionante sarà in grado di valutare l’impatto di una tale arma sulla fedeltà e obbedienza delle persone. Ma vale la pena notare che, nel 2010, quando le armi a raggio di calore sono state inviate in Afghanistan per i test, i comandanti le hanno rispedite a casa senza sparare un colpo.




Fonte: http://www.wired.com/dangerroom/2012/01/social-radar-sees-minds/

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