mercoledì 7 giugno 2017

L'ORA DEI CONTI


di Guadi Calvo (*)
ciptagarelli
Sa Defenza




Un altro attacco, low cost, è avvenuto a Londra lo scorso sabato, con 7 morti e circa 48 feriti, dei quali 21 in stato critico, il che significa che quando leggerete queste righe il numero dei morti potrà essere più elevato.

Questa volta i fatti si sono svolti sul Ponte di Londra e nel complesso Borough Market, una zona alla moda piena di pubs e ristoranti. La metodologia è stata esattamente uguale a quella dell’attacco del 22 marzo sul Ponte di Westminster e davanti al Parlamento, quando Khalid Masood o, secondo il suo nome di nascita Adrian Russel Ajao, un britannico di 52 anni, lanciò il suo veicolo contro i passanti e, dopo averne investito alcuni, pugnalò chiunque gli stava vicino, finché fu ucciso dalla polizia.

All’attacco di sabato hanno partecipato tre uomini, lanciando un veicolo contro la massa di persone che passeggiava sul ponte, per scendere subito dopo e accoltellare indiscriminatamente i passanti, finché la polizia, o il corpo Tuono Azzurro delle SAS – le forze speciali d’élite dell’esercito britannico – 8 minuti, 7 morti e 48 feriti dopo, ha ucciso i tre aggressori che fingevano di portare giacche con esplosivi, con 50 pallottole.

Non si può non ricordare l’attentato al Manchester Arena del 22 maggio scorso, che lasciò 22 morti e un centinaio di feriti, in quel caso con un legame concreto con il Daesh. Il responsabile dell’attentato era Salman Abedi, di 22 anni, legato al Libyan Islamic Fighting Group (LIFG), un’organizzazione wahabita con chiari legami con al-Qaeda e utilizzata dall’intelligence britannica durante gli ultimi 20 anni per attentare contro gli interessi libici, compresi vari tentativi falliti di assassinare il Colonnello Gheddafi negli anni ’90. Molti dei suoi membri, compreso il padre di Salman, Raman Abedi, parteciparono alla forza di occupazione quando cominciò la guerra contro la Libia, agli inizi del 2011.

Si è saputo che Salman Abedi era stato in Libia diverse volte e si muoveva liberamente per l’Europa, in questi ultimi anni, cosa di cui erano al corrente l’MI5 e l’MI6, l’intelligence interna ed estera britannica, senza che queste agenzie di sicurezza, né nessun’altra europea, dimostrassero interesse a quanto macchinava il giovane Abedi.

Le testate internazionali di stampa già stanno mostrando con emozione altre piramidi di fiori, candele accese, lettere di ricordo, cuori di plastica, orsetti di peluche, facce comprese e condoglianze di ogni genere, senza avvisare il sensibile pubblico che la Prima Ministra britannica, Teresa May, ha appena concluso una vendita per più di 3.000 milioni di sterline con l’Arabia Saudita, l’organizzazione terroristica più grande del mondo, che ha dato e continua a dare sostegno filosofico, protezione diplomatica, finanziamento materiale e coperture di ogni tipo a tutte le organizzazioni terroristiche che in questo momento scuotono il mondo dalle Filippine alla Nigeria, senza dimenticare naturalmente il Daesh e al-Qaeda.

Saranno armi britanniche, e anche nordamericane, francesi e tedesche che stermineranno centinaia di bambini yemeniti, che saranno seppelliti senza piramidi di fiori, candele accese, lettere di ricordo, cuori di plastica, orsetti di peluche, facce comprese e condoglianze di ogni genere.

Nello Yemen, a partire dalla guerra dichiarata dai sauditi, secondo l’Unicef muore un bambino ogni 10 minuti per cause prevenibili.

Dall’attacco alle Torri nel settembre 2001 i morti occidentali per atti terroristici non raggiungono i 5 mila, la stessa cifra che, mal contati, rappresenta i morti affogati nel Mediterraneo nel 2015, quelli che sono arrivati fin là cercando di sfuggire alle guerre che l’occidente ha seminato in Asia e Africa dalla “guerra contro il terrore” che il presidente nordamericano George W.Bush cominciò dopo i fatti di New York.

Solo dall’inizio dell’operazione Primavera Araba, all’inizio del 2011, pianificata da Washington e dai suoi soci minori, per lo meno 14 paesi sono stati destabilizzati o hanno approfondito i loro conflitti: Irak, Libia, Siria, Egitto, Yemen, Bahrein, Mali, Nigeria, Somalia, Afganistan, Pakistan, Filippine, Indonesia e Malaysia.

In alcuni di essi, in Iraq ad esempio, ci sono stati attentati con più di 300 morti, o in Nigeria, dove a poche ore dall’attacco a Charlie Hebdo, nel villaggio di Baga, nel nord della Nigeria, Boko Haram assassinò 2.000 contadini, o il più recente degli ultimi gravi attentati, avvenuto a Kabul l’ultimo giorno di maggio, che ha causato 100 morti e 500 feriti nel quartiere diplomatico della capitale e luogo più sicuro dell’Afganistan. Come se non bastasse, durante i funerali diversi attacchi causarono un’altra trentina di morti, senza piramidi di fiori, candele accese, lettere di ricordo, cuori di plastica, orsetti di peluche, facce comprese e condoglianze di ogni genere.

10 meno 2 fa 20

Come spiega il corrispondente di guerra nordamericano Dexter Filkins quando si riferisce alla crescita dell’insorgenza in Iraq, l’equazione 10 meno 2 non da 8 ma 20; ogni volta che gli invasori nordamericani uccidono un insorto, decine di iracheni si aggiungono alla lotta, molti dei quali senza precedenti convinzioni politiche nè religiose ma con la voglia di vendicare la sua morte. Ed è la stessa equazione che fa sì che centinaia o migliaia di giovani, e non tanto, musulmani continuino ad unirsi a questa guerra di logoramento che si sta combattendo all’interno dell’Europa, una guerra in cui il nemico può star lavorando alla scrivania di fianco, frequentando la stessa università o camminando per la stessa strada.

I musulmani e i loro discendenti che vivono in Europa sono 50 milioni, e così come sarebbe una follia incolpare ognuno di loro di essere un terrorista, i servizi di sicurezza stessi sanno che, con la logica di Dexter Filkins, chiunque di loro può esserlo, correndo il rischio non solo di perdere la propria vita ma che, a seguito delle loro azioni, la loro stessa famiglia si trasformi nel capro espriatorio delle loro azioni e venga castigata, spogliata di tutti i suoi beni e anche della sua libertà, che sia colpevole o no. Basta solo aver avuto un parente che, stanco di tante morti dei suoi fratelli in Iraq, Libia o Afganistan ad esempio, decida di immolarsi per dire che ora basta.

Sono innumerevoli i casi di musulmani non radicalizzati, con una vita culturale e sociale, assolutamente occidentalizzati, che in qualche momento non ne possono più e decidono di passare all’azione.

L’Occidente ha abusato, fino alla nausea, delle ricchezze e anche dell’innocenza di popoli lontani, che sono stati freneticamente spogliati: basta solo pensare all’azione dei belgi in Congo, della Francia in Vietnam o della Gran Bretagna in India o in Sudan, per capire perché un impiegato di Los Angeles o un universitario di Dusseldorf, di punto in bianco, senza neanche essere profondamente religioso, decida di immolarsi in nome di un Allah che, molto spesso, può essere il nome dei tanti che egli ha visto morire sotto un bombardamento in un villaggio dell’Iraq, annegati nel Mediterraneo o morti di sete e disperazione nel deserto del Sahara.

Non esiste alcun luogo dove poter contabilizzare quanti sono i morti civili causati dalle operazioni della NATO in Medio Oriente negli ultimi 30 anni, non esiste alcun luogo in cui si parli dei feriti, dei mutilati o dei pazzi, di vite fatte a pezzi per sempre, ma senza dubbio sono milioni.

Nel 2011 a Londra, una delle fiere di armi più grande del mondo fu promossa con l’ “effetto Libia”. La Camera di Commercio e Industria londinese e la Banca Reale di Scozia pubblicizzarono la fiera con lo slogan “Medio Oriente: un vasto mercato per le società britanniche di difesa e sicurezza”. Come se i risultati di quelle operazioni commerciali non significassero nulla.

L’Europa sta soffrendo un’ondata di terrorismo sconosciuta nella storia, i suoi cittadini sopportano la situazione come se si trattasse del clima o dell’inflazione, ma un dato spaventoso parla chiaramente: negli 11 anni precedenti a Charlie Hebdo avvenne un attentato ogni 22 mesi, da allora ad oggi la cifra è di 1,5 al mese.

Il duca di Wellington disse “le grandi nazioni non fanno piccole guerre”, cosa che in Europa si sta dimostrando chiaramente.



(*) Scrittore e analista argentino, specializzato in Medio Oriente, Africa e Asia; da: almayadeen.net; 5.6.2017
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