domenica 11 settembre 2011

IL MANIFESTO DI ERRICO MALATESTA

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Nel territorio dei Sette Comuni non esistono castelli di nobili, non esistono ville di Signori, né cattedrali di Vescovi, per il semplice fatto che la terra è del popolo o della natzione diffusa e i suoi frutti sono di tutti come da uso antico ....





La Federazione dei Sette Comuni nota anche col nome di Spettabile Reggenza dei Sette Comuni (lingua cimbra Hòoga Vüüronghe dar Siban Komàüne), sorta nel 1310, ma già concretamente nata nel 1259 (vale a dire dalla caduta degli Ezzelini) sotto il nome di Lega delle Sette Terre Sorelle, è stata una piccola nazione indipendente comprendente il territorio oggi conosciuto come Altopiano dei Sette Comuni e alcune altre località contigue oggi appartenenti ad altri ambiti amministrativi, nelle attuali Province di Vicenza e di Trento.

Scomparve il 29 giugno 1807 per volere di Napoleone I Imperatore di Francia e Re d'Italia che dichiarò abolito il Governo federale, ossia la Reggenza. Cessò così di vivere, dopo cinque secoli di vita, la più piccola delle Federazioni politiche d'Europa e nello stesso tempo la più antica assieme alla confederazione elvetica[1].

Dopo una parentesi sotto il dominio dell'Impero austriaco, il 21 ottobre 1866, 53 anni prima del Südtirol, assieme al Veneto, alla provincia di Mantova e al Friuli (eccetto l'area di Gorizia) fu annessa al Regno d'Italia a causa della vittoria italiana nella terza guerra di indipendenza


frase tratta dal programma anarchico
Errico Malatesta

1. Che cosa vogliamo

Noi crediamo che la più gran parte dei mali che affliggono gli uomini dipende dalla cattiva organizzazione sociale, e che gli uomini volendo e sapendo, possono distruggerli.

La società attuale è il risultato delle lotte secolari che gli uomini han combattuto tra di loro. Non comprendendo i vantaggi che potevano venire a tutti dalla cooperazione e dalla solidarietà, vedendo in ogni altro uomo (salvo al massimo i più vicini per vincoli di sangue) un concorrente ed un nemico, han cercato di accaparrare, ciascun per sé, la più grande quantità di godimenti possibili, senza curarsi degli interessi degli altri. Data la lotta, naturalmente i più forti, o i più fortunati, dovevano vincere ed in vario modo sottoporre ed opprimere i vinti.

Fino a che l'uomo non fu capace di produrre di più di quello che bastava strettamente al suo mantenimento, i vincitori non potevano che fugare e massacrare i vinti ed impossessarsi degli alimenti da essi raccolti.

Poi, quando con la scoperta della pastorizia e dell'agricoltura un uomo potè produrre più di ciò che gli occorreva per vivere, i vincitori trovarono più conveniente ridurre i vinti in schiavitù e farli lavorare per loro.

Più tardi, i vincitori si accorsero che era più comodo, più produttivo e più sicuro sfruttare il lavoro altrui con un altro sistema: ritenere per sé la proprietà esclusiva della terra e di tutti ì mezzi di lavoro, e lasciar nominalmente liberi gli spogliati, i quali poi non avendo mezzi di vivere, erano costretti a ricorrere ai proprietari ed a lavorare per conto loro, ai patti che essi volevano.

Così, man mano, attraverso tutta una rete complicatissima di lotte di ogni specie, invasioni, guerre, ribellioni, repressioni, concessioni strappate, associazioni di vinti unitisi per la difesa, e di vincitori unitisi per l'offesa, si è giunti allo stato attuale della società in cui alcuni detengono ereditariamente la terra e tutta la ricchezza sociale, mentre la gran massa degli uomini, diseredata di tutto, è sfruttata ed oppressa dai pochi proprietari.

Da questo dipendono lo stato di miseria in cui si trovano generalmente i lavoratori, e tutti i mali che dalla miseria derivano: ignoranza, delitti, prostituzione. Da questo, la costituzione di una classe speciale (governo), la quale, fornita di mezzi materiali di repressione, ha missione di legalizzare e difendere i proprietari contro le rivendicazioni dei proletari; e poi si serve della forza che ha, per creare a sé stessa dei privilegi e sottomettere, se può, alla sua supremazia anche la stessa classe proprietaria. Da questo, la costituzione di un'altra classe speciale (il clero), la quale con una serie di favole sulla volontà di Dio, sulla vita futura, ecc., cerca d'indurre gli oppressi a sopportare docilmente l'oppressione, ed al pari del Governo oltre di fare gli interessi dei proprietari, fa anche i suoi propri. Da questo, la formazione di una scienza ufficiale che è, in tutto ciò che può servire agl'interessi dei dominatori, la negazione della scienza vera. Da questo, lo spirito patriottico, gli odi di razza, le guerre, e le paci armate talvolta più disastrose delle guerre stesse. Da questo, l'amore trasformato in tormento o in turpe mercato. Da ciò l'odio più o meno larvato, la rivalità, il sospetto fra tutti gli uomini, l'incertezza e la paura per tutti.

Tale stato di cose noi vogliamo radicalmente cambiare. E poiché tutti questi mali derivano dalla lotta fra gli uomini, dalla ricerca del benessere fatta da ciascuno per conto suo e contro tutti, noi vogliamo rimediarvi sostituendo all'odio l'amore, alla concorrenza la solidarietà, alla ricerca esclusiva del proprio benessere la cooperazione fraterna per il benessere di tutti, alla oppressione ed all'imposizione la libertà, alla menzogna religiosa e pseudoscientifica la verità. Dunque:

1. Abolizione della proprietà privata della terra, delle materie prime e degli strumenti di lavoro, perché nessuno abbia il mezzo di vivere sfruttando il lavoro altrui, e tutti, avendo garantiti i mezzi per produrre e vivere, siano veramente indipendenti e possano associarsi agli altri liberamente; per l'interesse comune e conformemente alle proprie simpatie.

2. Abolizione dei Governo e di ogni potere che faccia la legge e la imponga agli altri: quindi abolizione di monarchie, repubbliche, parlamenti, eserciti, polizie, magistratura, ed ogni qualsiasi istituzione dotata di mezzi coercitivi.

3. Organizzazione della vita sociale per opera di libere associazioni e federazioni di produttori e consumatori, fatte e modificate secondo la volontà dei componenti, guidati dalla scienza e dall'esperienza e liberi da ogni imposizione che non derivi dalle necessità naturali, a cui ognuno, vinto dal sentimento stesso della necessità ineluttabile, volontariamente si sottomette.

4. Garantiti i mezzi di vita, di sviluppo, di benessere ai fanciulli ed a tutti coloro che sono impotenti a provvedere a loro stessi.

5. Guerra alle religioni ed a tutte le menzogne, anche se si nascondono sotto il manto della scienza. Istruzione scientifica per tutti e fino ai suoi gradi più elevati.

6. Guerra alle rivalità ed ai pregiudizi patriottici. Abolizione delle frontiere: fratellanza fra tutti i popoli.

7. Ricostruzione della famiglia in quel modo che risulterà dalla pratica dell'amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso

2. Vie e mezzi

Abbiamo esposto a sommi capi qual'è lo scopo che vogliamo raggiungere quale l'ideale pel quale lottiamo.

Ma non basta desiderare una cosa: se si vuole ottenerla davvero bisogna impiegare i mezzi adatti al suo conseguimento. E questi mezzi non sono arbitrari, ma derivano, necessariamente, dal fine cui si mira e dalle circostanze nelle quali si lotta; giacché ingannandosi sulla scelta dei mezzi, non si raggiungerebbe il fine propostosi, ma un altro, magari opposto che sarebbe conseguenza naturale, necessaria, dei mezzi adoperati. Chi si mette in cammino e sbaglia strada, non va dove vuole, ma dove lo porta la strada percorsa.

Occorre dunque, dire quali sono i mezzi che, secondo noi, conducono allo scopo prefissoci, e che noi intendiamo adoperare.

Il nostro ideale non è di quelli il cui conseguimento dipende dall'individuo considerato isolatamente. Si tratta di cambiare il modo di vivere in società, di stabilire tra gli uomini rapporti di amore e solidarietà, di conseguire la pienezza dello sviluppo materiale, morale e intellettuale, non per un dato partito, ma per tutti quanti gli esseri umani - e questo non è cosa che si possa imporre colla forza, ma deve sorgere dalla coscienza illuminata di ciascuno ed attuarsi mediante il libero consentimento di tutti.

Nostro primo compito quindi deve essere quello di persuadere la gente. Bisogna che noi richiamiamo l'attenzione degli uomini sui mali che soffrono e sulla possibilità di distruggerli. Bisogna che suscitiamo in ciascuno la simpatia pei mali altrui ed il desiderio vivo del bene di tutti.

A chi ha fame e freddo noi mostreremo come sarebbe possibile, e facile, assicurare a tutti la soddisfazione dei bisogni materiali. A chi è oppresso e vilipeso, noi diremo come si può vivere felicemente in una società di liberi e uguali; a chi è tormentato dall'odio e dal rancore, noi additeremo la via per raggiungere, amando i propri simili, la pace e la gioia del cuore.

E quando saremo riusciti a far nascere nell'animo degli uomini il sentimento di ribellione contro i mali ingiusti ed inevitabili di cui si soffre nella società presente, ed a far comprendere quali sono le cause di questi mali e come dipenda dalla volontà umana l'eliminarli; quando avremo ispirato il desiderio vivo, prepotente, di trasformare la società per il bene di tutti, di coloro che li han preceduti nella convinzione, si uniranno e vorranno, e potranno, attuare i comuni ideali.

Sarebbe - lo abbiam già detto - assurdo ed in contraddizione col nostro scopo di voler imporre la libertà, l'amore fra gli uomini, lo sviluppo integrale di tutte le facoltà umane, per mezzo della forza. Bisogna dunque contare sulla libera volontà degli altri, e la sola cosa che possiamo fare è quella di provocare il formarsi ed il manifestarsi di detta volontà. Ma sarebbe però egualmente assurdo e contrario al nostro scopo l'ammettere che coloro i quali non la pensano come noi c'impediscano di attuare la nostra volontà, sempre che essa non leda il loro diritto ad una libertà uguale alla nostra.

Libertà dunque per tutti di propagare ed esperimentare le proprie idee, senza altro limite che quello che risulta naturalmente dall'eguale libertà di tutti.

Ma a questo si oppongono - e si oppongono colla forza brutale - coloro che sono i beneficiari degli attuali privilegi e dominano e regolano tutta la vita sociale presente.

Essi hanno in mano tutti i mezzi di produzione; e quindi sopprimono non solo la possibilità di esperimentare nuovi modi dì convivenza sociale, non solo il diritto dei lavoratori di vivere liberamente col proprio lavoro, ma anche lo stesso diritto all'esi-stenza; ed obbligano chi non è proprietario a lasciarsi sfruttare ed opprimere se non vuole morire di fame.

Essi hanno polizie, magistrature, eserciti creati appositamente per difendere i loro privilegi; e perseguitano, incarcerano, massacrano coloro che vogliono abolire quei privilegi e reclamano i mezzi di vita e la libertà per tutti.

Gelosi dei loro interessi presenti ed immediati, corrosi dallo spirito di dominazione paurosi dell'avvenire. essi, i privilegiati, sono, generalmente parlando, incapaci di uno slancio generoso, sono incapaci benanco di una più larga concezione dei loro interessi. E sarebbe follia sperare ch'essi rinunzino volontariamente alla proprietà ed al potere, e si adattino ad essere gli eguali dì coloro che oggi tengono sottoposti.

Lasciando da parte l'esperienza storica (la quale dimostra che mai una classe privilegiata si è spogliata, in tutto o in parte dei suoi privilegi, e mai un governo ha abbandonato il potere se non vi è stato obbligato dalla forza o dalla paura della forza), bastano i fatti contemporanei per convincere chiunque che la borghesia ed i governi intendono impiegare la forza materiale per difendersi, non solo contro l'espropriazione totale, ma anche contro le più piccole pretese popolari, e son pronti sempre alle più atroci persecuzioni, ai più sanguinosi massacri. Al popolo che vuole emanciparsi non resta altra via che quella di opporre la forza alla forza.

Risulta da quanto abbiamo detto che noi dobbiamo lavorare, per risvegliare negli oppressi il desiderio vivo di una radicale trasformazione sociale, e persuaderli che unendosi, essi hanno la forza di vincere; dobbiamo propagare il nostro ideale e preparare le forze morali e materiali necessari a vincere le forze nemiche, e ad organizzare la nuova società. E quando avremo la forza sufficiente dobbiamo, profittando delle circostanze favorevoli che si producono o creandole noi stessi, fare la rivoluzione sociale, abbattendo, colla forza, il governo, espropriando, colla forza, i proprietari; mettendo in comune i mezzi di vita e di produzione, ed impedendo che nuovi governi vengano ad imporre la loro volontà e ad ostacolare la riorganizzazione sociale fatta direttamente dagli interessati.

Tutto questo però è meno semplice di quello che potrebbe a prima giunta parere. Noi abbiamo da fare cogli uomini quali sono nell'attuale società, in condizioni morali e materiali disgraziatissime; e c'inganneremo pensando che basta la propaganda per elevarli a quel grado di sviluppo intellettuale e morale che è necessario all'attua-zione dei nostri ideali.

Tra l'uomo e l'ambiente sociale vi è un'azione reciproca. Gli uomini fanno la società come essa è e la società fa gli uomini come essi sono, e da ciò risulta una specie di circolo vizioso. Per trasformare la società bisogna trasformare gli uomini e per trasformare gli uomini bisogna trasformare la società.

La miseria abbruttisce l'uomo e per distruggere la miseria bisogna che gli uomini abbiano coscienza e volontà. La schiavitù educa gli uomini ad essere schiavi e per liberarsi dalla schiavitù v'è bisogno di uomini aspiranti alla libertà. L'ignoranza fa sì che gli uomini non conoscano le cause dei loro mali e non sappiano rimediarvi, e per distruggere l'ignoranza bisogna che gli uomini abbiano il tempo ed il modo d'istruirsi.

Il governo abitua la gente a subire la legge ed a credere che la legge sia necessaria alla società; e per abolire il governo bisogna che gli uomini siano persuasi della sua inutilità e del suo danno.

Come uscire da questo circolo vizioso?

Fortunatamente la società attuale non è stata formata dalla volontà illuminata di una classe dominante, che abbia potuto ridurre tutti i dominati a strumenti passivi ed incoscienti dei suoi interessi. Essa è il risultato di mille lotte intestine, di mille fattori naturali ed umani agenti casualmente senza criteri direttivi; e quindi non vi sono divisioni nette né tra gli individui né tra le classi.

Infinite sono le varietà dì condizioni materiali; infiniti i gradi di sviluppo morale ed intellettuale; e non sempre - diremmo quasi molto raramente - il posto che uno occupa in società corrisponde alle sue facoltà ed alle sue aspirazioni. Spessissimo alcuni individui cadono in condizioni inferiori a quelle a cui sono abituati, ed altri, per circostanze eccezionalmente favorevoli, riescono ad elevarsi a condizioni superiori a quelle in cui sono nati. Una parte notevole del proletariato è già arrivata ad uscire dallo stato di miseria assoluta, abbrutente, o non ha mai potuto esservi ridotta; nessun lavoratore, o quasi nessuno si trova nello stato di incoscienza completa, di completa acquiescenza alle condizioni che gli fanno i padroni. E le stesse istituzioni, quali sono state prodotte dalla storia, contengono delle contraddizioni organiche che sono come dei germi di morte, i quali sviluppandosi producono la dissoluzione dell'istituzione e la necessità della trasformazione.

Da ciò la possibilità dei progresso; ma non la possibilità di portare, per mezzo della propaganda, tutti gli uomini al livello necessario perché vogliano e facciano l'anarchia, senza un'anteriore graduale trasformazione dell'ambiente.

Il progresso deve camminare contemporaneamente, parallelamente negli individui e nell'ambiente; dobbiamo profittare di tutti i mezzi di tutte le possibilità, dì tutte le occasioni che ci lascia l'ambiente attuale, per agire sugli uomini e sviluppare la loro coscienza ed i loro desideri; dobbiamo utilizzare tutti i progressi avvenuti nella coscienza degli uomini per indurli a reclamare ed imporre quelle maggiori trasformazioni sociali che sono possibili e che meglio servono ad aprire la via a progressi ulteriori.

Noi non dobbiamo aspettare dì poter fare l'anarchia ed intanto limitarci alla semplice propaganda. Se facessimo così, presto avremmo esaurito il campo; avremmo convertiti cioè, tutti quelli che nell'ambiente sono suscettibili di comprendere ed accettare le nostre idee e la nostra ulteriore propaganda resterebbe sterile; o se delle trasformazioni d'ambiente elevassero nuovi strati popolari alla possibilità di ricevere idee nuove, ciò avverrebbe senza l'opera nostra, forse contro l'opera nostra e quindi con pregiudizio delle nostre idee.

Noi dobbiamo cercare che il popolo, nella sua totalità o nelle sue frazioni, pretenda, imponga, prenda da sé tutti i miglioramenti, tutte le libertà che desidera, man mano che giunge a desiderarle ed ha la forza di imporle; e propagandando sempre tutto intero il nostro programma e lottando sempre per la sua attuazione integrale, dobbiamo spingere il popolo a pretendere ed imporre sempre di più fino a che non ha raggiunto l'eman-cipazione completa.

3. La lotta economica

L'oppressione che, oggi, più direttamente preme sui lavoratori, e che è la causa principale dì tutte le soggezioni morali e materiali cui i lavoratori sottostanno, è l'oppres-sione economica, vale a dire lo sfruttamento che i padroni e i commercianti esercitano su di loro, grazie all'accaparramento di tutti i grandi mezzi di produzione e di scambi.

Per sopprimere radicalmente e senza pericolo di ritorno questa oppressione, occorre che il popolo tutto sia convinto del diritto che esso ha all'uso dei mezzi di produzione, e che attui questo suo diritto primordiale espropriando i detentori dei suolo e di tutte le ricchezze sociali e mettendo quello e queste a disposizione di tutti.

Ma si può ora stesso metter mano a questa espropriazione? Si può oggi passare direttamente, senza gradi intermedi, dall'inferno in cui si trova ora il proletariato, al paradiso della proprietà comune?

I fatti dimostreranno di che cosa i lavoratori sono oggi capaci. Compito nostro è quello di preparare il popolo, moralmente e materialmente, a questa necessaria espropriazione; e di tentarla e ritentarla, ogni volta che una scossa rivoluzionaria ce ne presenta l'occasione fino al trionfo definitivo Ma in che modo possiamo preparare il popolo? In che modo preparare le condizioni che rendano possibile, non solo il fatto materiale dell'espropriazione, ma l'utilizzazione, a vantaggio di tutti, della ricchezza comune?

Abbiamo detto antecedentemente che la sola propaganda, parlata o scritta, è impotente a conquistare alle nostre idee tutta quanta la grande massa popolare. Occorre una educazione pratica, la quale sia a volta a volta causa ed effetto di una graduale trasformazione dell'ambiente Occorre che a mano a mano che si sviluppati nei lavoratori il senso di ribellione contro le ingiuste e inutili sofferenze di cui son vittime, ed il desiderio di migliorare le loro condizioni, essi, uniti e solidali tra loro, lottino per il conseguimento di quel che desiderano. E noi, e come anarchici e come lavoratori, dobbiamo provocarli ed incoraggiarli alla lotta e lottare con loro.

Ma sono possibili, in regime capitalistico, questi miglioramenti? Sono essi utili, dal punto di vista della futura emancipazione integrale dei lavoratori?

Qualunque siano i risultati pratici della lotta per i miglioramenti immediati, l'utilità principale sta nella lotta stessa. Con essa gli operai imparano ad occuparsi dei loro interessi di classe, imparano che il padrone ha interessi opposti al loro e che essi non possono migliorare le loro condizioni ed anche meno emanciparsi, se non unendosi e diventando più forti dei padroni. Se riescono ad ottenere quello che vogliono, staranno meglio: guadagneranno di più, lavoreranno meno, avranno più tempo e più forza per riflettere alle cose che loro interessano, e sentiranno subito desideri maggiori, bisogni maggiori. Se non riescono, saran condotti a studiare le cause dell'insuccesso ed a riconoscere la necessità di maggiore unione, di maggiore energia; e comprenderanno infine che a vincere sicuramente e definitiva niente occorre distruggere il capitalismo. La causa della rivoluzione, la causa dell'elevamento morale del lavoratore e della sua emancipazione non possono che guadagnare dal fatto che i lavoratori si uniscono e lottano per ì loro interessi.

Ma, ancora una volta, è possibile che i lavoratori riescano, nell'attuale stato di cose, a migliorare realmente le loro condizioni?

Ciò dipende dal concorso di una infinità di circostanze. Malgrado ciò che dicono alcuni, non esiste una legge naturale (legge dei salari), la quale determina la parte che va al lavoratore sul prodotto del suo lavoro: o, se legge si vuol formulare, essa non potrebbe essere che questa: il salario non può scendere normalmente ai disotto di quel tanto che è necessario alla vita, né può normalmente salire tanto da non lasciare nessun profitto al padrone.

È chiaro che nel primo caso gli operai morrebbero e quindi non riscuoterebbero più salario, e nel secondo i padroni cesserebbero di far lavorare e quindi non pagherebbero più salari. Ma tra questi i due estremi impossibili vi sono una infinità di gradi, che vanno dalle condizioni miserabili di molti lavoratori agricoli fino a quelle quasi decenti degli operai dei buoni mestieri nelle grandi città.

Il salario, la lunghezza della giornata e tutte le altre condizioni del lavoro sono il risultato della lotta tra padroni e lavoranti. Quelli cercano di dare ai lavoranti il meno che possono e di farli lavorare fino a esaurimento completo; questi cercano, o dovrebbero cercare, di lavorare il meno e guadagnare il più che possono. Dove i lavoratori si contentano di tutto, o, anche essendo scontenti. non sanno opporre valida resistenza ai padroni, sorto presto ridotti a condizioni animalesche di vita: dove invece essi hanno un concetto alquanto elevato del modo come dovrebbero vivere degli esseri umani, e sanno unirsi e, mediante il rifiuto di lavoro e la minaccia latente o esplicita di rivolta, imporsi rispetto ai padroni, essi sono trattati in modo relativamente sopportabile. In modo che può dirsi che il salario dentro certi limiti, è quello che l'operaio (non come individuo, s'intende, ma come classe) pretende.

Lottando dunque, resistendo contro i padroni, i lavoratori possono impedire, fino ad un certo punto. che le loro condizioni peggiorino ed anche ottenere dei miglioramenti reali. E la storia del movimento operaio ha già dimostrato questa verità.

Bisogna però non esagerare la portata di questa lotta combattuta tra operai e padroni sul terreno esclusivamente economico. I padroni possono cedere, e spesso cedono, innanzi alle esigenze operaie energicamente espresse, fino a quando non si tratti di pretese troppo grosse, ma quando gli operai incominciassero (ed è urgente elle incomincino) a pretendere un tale trattamento che assorbirebbe tutto il profitto dei padroni e riuscirebbe così ad una espropriazione indiretta, è certo che i padroni farebbero appello si governo e cercherebbero di costringere gli operai a restare nella loro posizione di schiavi salariati.

Ed anche prima, ben prima che gli operai possano pretendere di ricevere in compenso del loro lavoro l'equivalente di tutto ciò che han prodotto, la lotta economica diventa impotente a continuare a produrre il miglioramento delle condizioni dei lavoratori.

Gli operai producono tutto e senza di loro non si può, vivere: quindi sembrerebbe che rifiutando il lavoro essi potessero imporre tutto ciò che vogliono. Ma l'unione di tutti i lavoratori anche di un sol mestiere, anche di un sol paese, è difficile ad ottenere, ed all'unione degli operai si oppone l'unione dei padroni. Gli operai vivono alla giornata e, se non lavorano, presto mancano di pane; mentre i padroni dispongono, mediante il denaro, di tutti i prodotti già accumulati, e quindi possono tranquillamente aspettare che la fame abbia ridotti a discrezione i loro salariati. L'invenzione o l'introduzione di nuove macchine rende inutile l'opera di un gran numero di operai ed accresce il grande esercito dei disoccupati, che la fame costringe a vendersi a qualunque condizione. L'immigrazio-ne apporta subito nei paesi dove gli operai riescono a star meglio, delle folle di lavoratori famelici che, volendo o no, offrono ai padroni il modo di ribassare i salari. E tutti questi fatti, derivanti necessariamente dal sistema capitalistico, riescono a controbilanciare il progresso della coscienza e della solidarietà operaia: spesso camminano più rapidamente di questo progresso e lo arrestano e lo distruggono. Ed in tutti i casi resta sempre il fatto primordiale che la produzione, in sistema capitalistico, è organizzata da ciascun capitalista per il suo profitto individuale e non già per soddisfare come sarebbe naturale, nel miglior modo possibile, i bisogni dei lavoratori. Quindi il disordine, lo sciupio di forze umane, la scarsezza voluta dei prodotti, i lavori inutili e dannosi, la disoccupazione, le terre incolte, il poco uso delle macchine ecc. - tutti mali che non si possono evitare se non levando ai capitalisti il possesso dei mezzi di lavoro e quindi la direzione della produzione.

Presto dunque si presenta per gli operai, che intendono emanciparsi o anche solo di migliorare seriamente le loro condizioni, la necessità di attaccare il governo, il quale, legittimando il diritto di proprietà e sostenendola colla forza brutale, costituisce una barriera innanzi al progresso, che bisogna abbattere colla forza se non si vuole restare indefinitamente nello stato attuale e peggio.

Dalla lotta economica bisogna passare alla lotta politica, cioè alla lotta contro il governo; ed invece di opporre ai milioni dei capitalisti gli scarsi centesimi a stento accumulati dagli operai, bisogna opporre ai fucili ed ai cannoni che difendono la proprietà, quei mezzi migliori che il popolo potrà trovare per vincere la forza con la forza.

4. La lotta politica

Per la lotta politica intendiamo la lotta contro il governo. Governo è l'insieme di quegl'individui che detengono il potere, comunque acquistato, di far la legge ed imporla ai governanti, cioè al pubblico.

Conseguenza dello spirito di dominio e della violenza con cui alcuni uomini si sono imposti agli altri, esso è, nello stesso tempo, creatore e creatura del privilegio e suo difensore naturale.

Erroneamente si dice che il governo compie oggi la funzione di difensore del capitalismo, ma che abolito il capitalismo esso diventerebbe rappresentante e gerente degli interessi generali. Prima di tutto il capitalismo non si potrà distruggere se non quando i lavoratori, cacciato il governo, prendano possesso della ricchezza sociale ed organizzino la produzione ed il consumo nell'interesse di tutti, da loro stessi, senza aspettare l'opera di un governo il quale, anche a volerlo, non sarebbe capace di farlo.

Ma v'è di più: se il capitalismo fosse distrutto e si lasciasse sussistere un governo, questo, mediante la concessione di ogni sorta di privilegi lo creerebbe di nuovo poiché non potendo accontentar tutti avrebbe bisogno di una classe economicamente potente che lo appoggi in cambio della protezione legale e materiale che ne riceve.

Per conseguenza, non si può abolire il privilegio e stabilire solidamente e definitivamente la libertà e l'uguaglianza sociale se non abolendo il governo, non questo o quel governo, ma l'istituzione stessa del governo.

Però, in questo, come in tutti i fatti d'interesse generale, più che in qualunque altro occorre il consenso della generalità: e perciò dobbiamo sforzarci di persuadere la gente che il governo è inutile e dannoso, e che si può vivere meglio senza governo.

Ma, come abbiamo già ripetuto, la sola propaganda è impotente a convincere tutti - e se noi volessimo limitarci a predicare contro il governo, aspettando altrimenti inerti, il giorno in cui il pubblico sarà convinto della possibilità ed utilità di abolire completamente ogni specie di governo, quel giorno non verrebbe mai.

Sempre predicando contro ogni specie di governo, sempre reclamando la libertà integrale, noi dobbiamo favorire tutte le lotte per le libertà parziali, convinti che nella lotta s'impara a lottare e che incominciando a gustare un po' di libertà si finisce col volerla tutta. Noi dobbiamo sempre essere col popolo, e quando non riusciamo a fargli pretender molto, cercare che almeno cominci a pretender qualche cosa: e dobbiamo sforzarci perché apprenda, poco o molto che voglia, a volerlo conquistare da sé, e tenga in odio ed in disprezzo chiunque sta o vuole andare al governo.

Poiché il governo tiene oggi il potere di regolare, mediante le leggi, la vita sociale ed allargare o restringere la libertà dei cittadini, noi non potendo ancora strappargli questo potere, dobbiamo cercare di diminuirglielo e dì obbligarlo a farne l'uso meno dannoso possibile Ma questo lo dobbiamo fare stando sempre fuori e contro il governo, premendo su di lui mediante l'agitazione della piazza minacciando di prendere per forza quello che si reclama. Mai dobbiamo accettare una qualsiasi funzione legislativa, sia essa generale o locale, poiché facendo così diminuiremmo l'efficacia della nostra azione e tradiremmo l'avvenire della nostra causa.

La lotta contro il governo si risolve, in ultima analisi, in lotta fisica, materiale.

Il governo fa la legge. Esso dunque deve avere una forza materiale (esercito e polizia) per imporre la legge, poiché altrimenti non vi ubbidirebbe che chi vuole ed essa non sarebbe più legge, ma una semplice proposta che ciascuno è libero di accettare e di respingere. Ed i governi questa forza l'hanno, e se ne servono per potere con leggi fortificare il loro dominio e fare gl'interessi delle classi privilegiate, opprimendo e sfruttando i lavoratori.

Limite all'oppressione del governo è la forza che il popolo si mostra capace di opporgli. Vi può essere conflitto aperto o latente, ma conflitto v'è sempre; poiché il governo non si arresta innanzi il malcontento ed alla resistenza popolare se non quando sente il pericolo dell'insurrezione.

Quando il popolo sottostà docilmente alla legge, o la protesta è debole e platonica, il governo fa i comodi suoi senza curarsi dei bisogni popolari; quando la protesta diventa viva, insistente, minacciosa, il governo, secondo che è più o meno illuminato, cede o reprime. Ma sempre si arriva all'insurrezione, perché se il governo non cede, il popolo acquista fiducia in sé e pretende sempre di più, fino a che l'incompatibilità tra la libertà e l'autorità diventa evidente e scoppia il conflitto violento.

È necessario dunque prepararsi moralmente e materialmente perché allo scoppio della lotta violenta la vittoria resti al popolo.

L'insurrezione vittoriosa è il fatto più efficace per l'emancipazione popolare, poiché il popolo, scosso il giogo, diventi libero di darsi a quelle istituzioni che egli crede migliori, e la distanza che passa tra la legge, sempre in ritardo, ed il grado di civiltà a cui è arrivata la massa della popolazione, è varcata d'un salto. L'insurrezione determina la rivoluzione, cioè il rapido attuarsi delle forze latenti accumulate durante la precedente evoluzione.

Tutto sta in ciò che il popolo è capace di volere. Nelle insurrezioni passate il popolo, inconscio delle ragioni vere dei suoi mali, ha voluto sempre molto poco, e molto poco ha conseguito.

Che cosa vorrà nella prossima insurrezione? Ciò dipende in parte dalla nostra propaganda e dall'energia che sapremo spiegare.

Noi dovremmo spingere il popolo ad espropriare i proprietari e mettere in comune la roba, ed organizzare la vita sociale da sé stesso, mediante associazioni liberamente costituite, senza aspettare gli ordini di nessuno e rifiutando di nominare o riconoscere qualsiasi governo, qualsiasi corpo costituito, che sotto un nome qualunque (costituente, dittatura, ecc.) si attribuisca, sia pure a titolo provvisorio, il diritto di far la legge ed imporre agli altri con la forza la propria volontà.

E se la massa dei popolo non risponderà all'appello nostro, noi dovremo - in nome del diritto che abbiamo di esser liberi anche se gli altri vogliono restare schiavi e per l'efficacia dell'esempio - attuare da noi quanto più potremo delle nostre idee, e non riconoscere il nuovo governo, e mantenere viva la resistenza, e far si che le località dove le nostre idee saranno simpaticamente accolte si costituiscano in comunanze anarchiche, respingano ogni ingerenza governativa, stabiliscano libere relazioni con le altre località e pretendano di vivere a modo loro.

Noi dovremo, soprattutto, opporci con tutti i mezzi alla ricostituzione della polizia e dell'esercito, e profittare dell'occasione propizia per eccitare i lavoratori delle località non anarchiche a profittare della mancanza di forza repressiva per imporre quelle maggiori pretese che a noi riesca indurli ad avere.

E comunque vadano le cose continuare sempre a lottare, senza un istante di interruzione, contro i proprietari e contro i governanti avendo sempre in vista la emancipazione completa, economica, politica e morale di tutta quanta l'umanità.

5. Conclusione

Noi vogliamo dunque abolire radicalmente la dominazione e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, noi vogliamo che gli uomini affratellati da una solidarietà cosciente e voluta cooperino tutti volontariamente al benessere di tutti; noi vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il massimo benessere possibile, il massimo possibile sviluppo morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza.

E per raggiungere questo scopo supremo noi crediamo necessario che i mezzi di produzione siano a disposizione di tutti, e che nessun uomo, o gruppo di uomini possa obbligare gli altri a sottostare alla sua volontà né esercitare la sua influenza altrimenti che con la forza della ragione e dell'esempio.

Dunque, espropriazione dei detentori dei suolo e del capitale a vantaggio di tutti, abolizione del governo. Ed aspettando che questo si possa fare: propaganda dell'ideale; organizzazione delle forze popolari; lotta continua, pacifica o violenta secondo le circostanze, contro il governo e contro i proprietari per conquistare quanto più si può di libertà e di benessere per tutti.



domenica 4 settembre 2011

Quando l’Europa ha svoltato a destra


il manifesto 
Bengt-Aake Lundvall*
ilmanifesto

Aprendo il dibattito su “La rotta d’Europa” aperta da il manifesto, Sbilanciamoci.info e openDemocracy.net, Rossana Rossanda ha chiesto agli economisti e ad altri una valutazione della crisi dell’euro e dell’Unione economica e monetaria (Uem). Mario Pianta e Donatella della Porta hanno dato le loro risposte e io sono d’accordo con le loro tesi di fondo. Pianta ha ragione nel sottolineare che la crescente diseguaglianza economica e il dogma neoliberale hanno contribuito alla crisi presente. E Donatella della Porta ha ragione a indicare nella mancanza di legittimazione democratica uno dei problemi più grossi della situazione attuale, in cui l’integrazione europea è spinta dalla necessità di evitare una crisi economica mondiale. Vorrei mostrare come la forma e profondità di tale crisi rivelino la debolezza di fondo dei percorsi intrapresi dall’integrazione europea. La Strategia di Lisbona lanciata nel 2000 è stata dirottata a metà strada verso una via

neoliberale, e ora la Strategia Europa 2020 continua sul binario sbagliato. Tali iniziative non hanno costruito le fondamenta necessarie per l’Uem. E l’Unione monetaria, pensata per proteggere i paesi membri dall’instabilità economica, è diventata essa stessa una fonte d’instabilità per tutto il mondo. Se la Uem è stata una costruzione sbagliata fin dall’inizio, ora è estremamente pericoloso lasciarla disintegrare. Nonostante la retorica che addossa tutte le colpe ai governi degli stati, i leader nazionali potrebbero essere costretti a portare l’Europa verso una federazione, non perché questo faccia parte della loro visione, ma perché devono evitare una depressione globale. Si tratta di scelte difficili che che si scontreranno con il populismo nazionalista di un’Europa senza una visione democratica radicata e comune che vada al di là del mercato unico.

Questa è una crisi morale


di Orazio Licandro
ilfattoquotidiano



Italiani terrorizzati, manovra lacrime e sangue, attacco ai diritti, alle pensioni, ai servizi… Insomma un caos inaccettabile, e grottescamente c’è chi si appassiona alla legge elettorale per un bipolarismo maturo o chi dopo un protagonismo esagerato e reiterati appelli alla concordia tace. Non si sa cosa accadrà, quali misure adotterà questo governo e quale dibattito parlamentare ne verrà fuori, e soprattutto quali conseguenze deriveranno.

Allora, poiché è insopportabile il gioco della critica senza proposte, mi permetto di indicarne qualcuna con cifre tratte dai rapporti in mano a tutte le istituzioni:

* 120 miliardi di euro di evasione fiscale;
* 24 miliardi di euro di spese militari;

* 44 miliardi di euro di sostegno alle imprese;
* 60 miliardi di euro di costo della corruzione e del malaffare;

* 135 miliardi di euro di fatturato 2010 della Mafia Spa.


Totale: 383 miliardi di euro.


Appena un quarto di questo totale è circa il doppio della cosiddetta manovra anticrisi che però devasterà l’Italia e gli italiani. Si tratta di indicazioni semplici, che non meriterebbero nessun dibattito e non dovrebbero procurare nessun distinguo tra forze politiche, eppure non si intende prendere in considerazione, se non a chiacchiere, queste voci. Perché? Perché le grandi autorità morali e politiche di ciò che resta di questo Paese cincischiano? Possibile che in ciò che residua della classe dirigente non sia maturata la consapevolezza di riporre ipocrisia, opportunismi e tatticismi?

Sul Fatto Quotidiano oggi in edicola è stata pubblicata una lettera aperta dei partecipanti al 69° Corso di studi cristiani organizzato dalla Cittadella di Assisi, che rivolgono al presidente della Repubblica (e per conoscenza ai presidenti dei due rami del Parlamento) un appello per salvare il patrimonio storico e paesaggistico dalla svendita ai privati, dagli abusi edilizi e dalla cementificazione.

Condivido e sottoscrivo quest’appello, come condivido pienamente il lucido monito lasciatoci da José Saramago quattro giorni prima della morte. Dinanzi alla moglie e agli amici più fidati quella sera affermò: “Non viviamo una crisi economica, è una crisi morale, per questo sarà tanto più difficile uscirne“.

Sì, Saramago, un grande intellettuale che ci mancherà, aveva proprio ragione: la nostra è innanzitutto una crisi morale e se non si imbocca subito la strada giusta a pagare saranno sempre i più deboli, mentre privilegi e diseguaglianze cresceranno a dismisura. Parli presidente, parli!

venerdì 2 settembre 2011

Altra vittoria per il BDS: Veolia in crisi finanziaria

Emma Mancini
alternativenews.org

“Veolia paga il prezzo del sostegno alla politica israeliana di occupazione e apartheid contro il popolo palestinese”. Le parole di Jamal Juma, coordinatore di Stop the Wall riassumono la nuova vittoria della campagna globale per il boicottaggio di Israele: la multinazionale francese Veolia ha annunciato la perdita di 67,2 milioni di dollari.

boicottaggio israele


Vignetta di Latuff per la campagna globale BDS (Fonte www.bdsmovement.net)



Il BDS, Boycott, Divestment and Sanctions, campagna mondiale per il boicottaggio economico, culturale e accademico dello Stato di Israele, ha da tempo come target la compagnia di gestione delle risorse idriche e dei rifiuti, colpevole di intrattenere stretti rapporti commerciali con Tel Aviv. La perdita milionaria che ha colpito Veolia si aggiunge alla decisione della settimana scorsa del Comune di Londra di non confermare un contratto precedentemente firmato con la multinazionale. Un contratto che avrebbe fatto entrare nelle case di Veolia circa 300 milioni di dollari nei prossimi quindici anni per la gestione dei rifiuti domestici, della pulizia delle strade e degli spazi pubblici a Ealing, quartiere Ovest di Londra.



“La perdita del contratto, che segue al fallimento di altri numerosi e importanti accordi in Gran Bretagna, Irlanda e nel resto del mondo, è il chiaro segno che Veolia paga lo scotto della sua complicità con l’occupazione israeliana e la violazione del diritto internazionale”, ha detto Sarah Colborne, direttrice della Palestine Solidarity Campaign. Tra i progetti seguiti da Veolia in Palestina, la costruzione del tram in superficie che collega Gerusalemme agli insediamenti illegali nei Territori Palestinesi Occupati poco fuori dalla città.



Un punto a favore del BDS, che recentemente aveva festeggiato un’altra importante vittoria: la compagnia agricola israeliana Agrexco, da tempo nel mirino della campagna di boicottaggio, si è ritrovata in tribunale a Tel Aviv per bancarotta. Una bancarotta che i dirigenti di Agrexco hanno imputato alla crisi economica globale, ma che il comitato nazionale palestinese del BDS attribuisce invece alle forti pressioni interne ed esterne contro la società.


treno veolia gerusalemme


Il nuovo tram costruito da Veolia a Gerusalemme per connettere la città alle colonie illegali in Cisgiordania



Cos’è il BDS. Il movimento globale Boycott, Divestment and Sanctions contro Israele è nato all’interno della società civile palestinese nel 2005 ed è coordinato dal Palestinian BDS National Committee, creato nel 2007. La campagna del BDS ha come obiettivo una presa di coscienza globale che spinga opinioni pubbliche e società civili straniere a giocare un ruolo di primo piano nella lotta palestinese per la giustizia e la liberazione. Nel BDS sono coinvolti oltre 170 gruppi palestinesi, tra partiti politici, organizzazioni, movimenti e sindacati.



Il Boycott ha come target prodotti e compagnie israeliane e internazionali che traggono profitto dalla violazione dei diritti umani dei palestinesi e allo stesso modo prende di mira istituzioni sportive, culturali e accademiche. Tutti possono boicottare i beni israeliani, semplicemente controllando al momento dell’acquisto che non siano prodotti in Israele o da compagnie israeliane (beni identificati con il numero 729 all’inizio del codice a barre). Il BDS invita i consumatori a non comprare beni israeliani e i commercianti a non venderne.



Obiettivo del boicottaggio sono anche le istituzioni culturali ed accademiche israeliane che contribuiscono a mantenere, difendere e sostenere l’oppressione contro il popolo palestinese, e allo stesso tempo che tentano di mostrare un’immagine pulita di Israele a livello internazionale attraverso collaborazioni accademiche e culturali. Grazie alla campagna BDS, sta aumentando il numero di artisti che rifiuta di esibirsi in Israele e il numero di università che non accettano collaborazioni con quelle israeliane.



Il Divestment ha come target le compagnie che si rendono complici della violazione dei diritti dei palestinesi. La campagna globale compie pressioni sulle società e sui potenziali acquirenti, pubblici e privati, perché non sostengano economicamente la politica di apartheid israeliana, ma al contrario utilizzino il loro potere economico per costringere Israele a porre fine all’occupazione.



Sanctions sarà il passo successivo, lo strumento essenziale per dimostrare disapprovazione a livello globale alle politiche israeliane. La partecipazione di Israele a numerosi forum diplomatici ed economici mondiali fornisce a Tel Aviv un’aurea immeritata di rispettabilità e di conseguenza di accondiscendenza ai suoi crimini. Chiamando a sanzioni contro Israele, il BDS vuole educare la società contro la violazione sistematica del diritto internazionale e chiedere al resto del mondo di non rendersi più complice di tali crimini.


Per ulteriori informazioni: www.bdsmovement.net

mercoledì 31 agosto 2011

Quasi la metà dei bambini che vivono nella regione di Fukushima hanno iodio radioattivo nelle loro ghiandole tiroidee

Natural News
Jonathan Benson
tradutzioni de Sa Defenza

thyroid

Un anonimo funzionario del governo giapponese è recentemente venuto a conoscenza di sorprendenti risultati di test condotti sui bambini irradiati a Fukushima poco dopo il disastroso terremoto e lo tsunami che ha colpito l'impianto nucleare di Fukushima Daiichi. Secondo www.dawn.com il funzionario ha rivelato che il 45 per cento dei bambini esaminati avevano iodio radioattivo presente nelle loro ghiandole tiroidee.

Il governo giapponese sul problema nucleare ha improntato una task force su l'incidente ed ha testato 1.149 bambini di 15 anni e più giovani, solo poche settimane dopo gli eventi del 11 marzo. 1.080 di questi test sono stati confermati per essere validi, 482 di loro, che rappresentano 44,6 per cento dei bambini, ha confermato la presenza di iodio radioattivo a danno delle loro ghiandole tiroidee.

La ghiandola tiroidea, che si trova nella parte anteriore del collo, appena sotto la laringe, è responsabile della regolazione del metabolismo del corpo, che produce gli ormoni necessari per tutti i tessuti del corpo, aumenta la sintesi delle proteine, che regolano il consumo di ossigeno da parte delle cellule, e il bilanciamento di calcio.

Questa importante ghiandola , che è stato progettato per l'assorbimento del nutriente, nella versione di iodio minerale, è in grado anche di assorbire iodio radioattivo mortale e le altre sostanze chimiche tossiche come il fluoruro. In questo caso, la tiroide non è in grado di funzionare correttamente, e la produzione di ormoni viene alterata o inibita. Il risultato finale è lo sviluppo potenziale di una vasta gamma di malattie.

Interrogato dai numerosi partecipanti, alla conferenza stampa, sul perché ci sia ​​voluto tanto tempo per rilasciare i risultati del test, l'agente "anonimo" ha risposto che presumibilmente i livelli di iodio radioattivo erano al di sotto della soglia limite posta dal governo di 0,2 microsieverts (mSv), e quindi non era considerata una minaccia per la salute.

Lo iodio radioattivo viene effettivamente utilizzata come trattamento per l'ipertiroidismo, noto anche come tiroide iperattiva, al fine di rallentare la funzionalità della ghiandola tiroidea. Ripetute o sovraesposizioni allo iodio radioattivo può portare al cancro della tiroide, che a sua volta è in grado di distruggere completamente la ghiandola, se non curata.




domenica 28 agosto 2011

La Cina governa le terre rare

Riteniamo di grande interesse guardare e diffondere tra i nostri amici quanto accade intorno ai minerali rari che sono la base delle nuove e attuali tecnologie.....
Sa Defenza




Pepe Escobar
http://www.rebelion.org/

tradutzioni de Sa Defenza



L'Asia è al centro dello sviluppo inevitabilmente portare il nostro mondo digitale: le guerre future minerales.El dal computer che si utilizza quando leggendo questo articolo come parte di una guerra mondiale.

Guerre per il petrolio? Guerre per l'acqua? Certo, continuano a definire la geopolitica dei primi anni del ventunesimo secolo. Tuttavia, in termini di alta tecnologia, niente può essere paragonato alle prossime guerre di minerali. E il nome del gioco è terre rare.

L'Asia è il territorio dei minerali delle terre rare che hanno permesso la rivoluzione digitale ha avuto luogo, e fare che la tecnologia verde è una realtà. La Cina non controlla meno del 95% della produzione mondiale di terre rare.

Il carattere fondamentale in questo gioco di alto rischio è Baotou Acciaio Rare Earth (Group) Co. Hi-tech, Mongolia Interna, il più grande produttore al mondo di elementi delle terre rare.

La Cina ha imposto quote di esportazione di elementi di terre rare per tre anni per rafforzare la loro industrie high-tech. Il piano di base è lo sviluppo di sofisticate tecniche di fusione Cina per terre rare, invece di limitarsi a vendere materie prime. Quando si raggiunge questa fase, le azioni della Terra Baotou acciaio rari sul mercato azionario di Shanghai salirà vertiginosamente e inarrestabile.


Una piccola parte del modello in scala della zona di sviluppo di Terra Baotou Rare nella Mongolia Interna, in Cina, dove 200.000 persone lavorano dice


Grande Cina, tra cui Taiwan, è il più grande produttore al mondo e assemblatore di microchip, computer e apparecchiature di rete, l'anima di Internet.

Pertanto, questo processo può essere visto come un altro capitolo della rinascita asiatica del capitalismo globale, lo sviluppo globale positivo negli ultimi tre decenni (e ci sono stati molti).

- Ossido complesso di niobio e tantalio contenente ferro e manganese.
- Campione 520 xxa (radioattivo: 1,097 cps - 0,548 microSv/h).
- Località: Piano del Lavonchio, Craveggia, Val Vigezzo, Val d'Ossola, Piemonte.
- Ritrovamento (15/07/1975), collezione e foto (Copyright): Dr. Edoardo Pone.
- Licenze CC: Attribuzione, Non opere derivate, Non commerciale.
- Sito web: http://cristalli.ponesoft.it/

Ho e userò niobio

Cina, Giappone, Corea del Sud, oltre a Germania, Stati Uniti, Russia e Francia, tutti in prima linea delle nuove tecnologie, sono profondamente coinvolti nella 'Grande Gioco' di minerali.
La maggior parte della popolazione mondiale non troverà un collegamento tra Samsung e il Salar de Uyuni, il deserto di sale spettacolare nel sud della Bolivia. Tuttavia, accade che la Bolivia ha enormi quantità di litio.

Non sorprende che la visita del presidente Evo Morales a Seoul, Corea del Sud srotolare un tappeto rosso di lusso. Dopo tutto, Samsung, Hyundai, LG e altri giganti industriali della Corea del Sud sanno che l'accesso illimitato al litio è essenziale per il controllo del mercato globale per le batterie notebook, telefoni cellulari e auto elettriche. Seoul è profondamente coinvolto in una strategia di investimento per assicurare un accesso disinibito alle terre rare.

Praticamente tutti gli Stati Uniti l'elettronica avanzata dipende dalle terre rare. Alla fine dell'anno scorso, il Dipartimento dell'Energia elencato i cinque metalli rari "chiave", la più importante per la produzione di energia pulita, disprosio, neodimio, terbio, europio e ittrio. Tutti sono essenziali per la produzione di veicoli ibridi e fibra ottica, per esempio.
http://www.bambini-news.it/wp-content/uploads/2010/11/tavola_periodica_elementi.gif

La tavola periodica delle terre rare


Entro il 2025, gli Stati Uniti dipendono essenzialmente alla Cina di accedere a questi metalli delle terre rare. In queste circostanze, quali possibilità ci sono? Ci sono tre possibilità: sviluppare sostituzioni, aumentare il riciclaggio o aumentare la produzione locale di terre rare, per esempio, investendo 500 milioni di dollari una miniera gigante in California.

Dal punto di vista del Pentagono, i metalli delle terre rare sono il più decisivo e sul quale il vasto degli Stati Uniti complesso militare-industriale per motori aerei e missili. Ancora una volta, l'unico fornitore globale è la Cina.



La miniera a cielo aperto in Mountain Pass (passo di montagna) in California, USA. UU., Molycorp proprietà della società, una volta fornito la maggior parte delle terre rare. E 'attualmente in una fase di espansione e modernizzazione.


La Commissione europea (CE) ha una propria lista di minerali della massima importanza, che comprende il cobalto (usato nelle batterie per telefoni cellulari), palladio (per la dissalazione), magnesio (utilizzato nelle raffinerie e acciaierie); la fluorite (per la chimica) e niobio (92% della produzione globale concentrata in Brasile).

Il mito di mercati aperti e non si applica alle principali risorse naturali. La Cina impone il trend imponendo quote di esportazione per le terre rare. Attualmente, gli stati stanno lottando duramente per cercare di diversificare i suoi fornitori, come ad esempio quando i sudcoreani Woo boliviani.

I giapponesi, per esempio, sapendo che il litio, tantalio, il germanio, e ciascuno dei diciassette minerali delle terre rare sono essenziali per la fascia alta di elettronica per l'uso quotidiano, auto ibride e le industrie di precisione, sono preoccupati per la idea di un monopolio cinese.

Pertanto, i giapponesi hanno intrapreso un viaggio turbolento globale, dal Vietnam al Sud Africa, Tanzania in Kazakistan per diversificare l'accesso e garantire il loro approvvigionamento, prima che la Corea del Sud o anche della Cina raggiungere proprio loro.

Digital messaggio Benvenuti nel mondo in cui la politica estera non è dettato dalla necessità di petrolio e gas, ma cobalto, litio e niobio.

mercoledì 24 agosto 2011

L’uscita dall’euro prossima ventura

Alberto Bagnai
ilmanifesto


Il 19 luglio scorso, il manifesto
, ospitava un editoriale di Rossana Rossanda. Un articolo che dava la linea di questo giornale, ma la cui fumosità era pari solo alla sua contraddittorietà. La sostanza era semplice: uscire dall'euro non si può fare [??], e se si potesse sarebbe una scelta "liberista e di destra" [!!]—ciò dopo aver scritto che l'euro nacque appunto da una visione liberista. Conclusione sconcertante: meglio tenersi a destra per evitare di andare a destra.

Un anno fa, discorrendo con Aristide, chiedevo come mai la sinistra italiana rivendicasse con tanto orgoglio la paternità dell’euro: non vedeva quanto esso fosse opposto agli interessi del suo elettorato? Una domanda simile a quella di Rossanda. Aristide, economista di sinistra, mi raggelò: “caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra! Questo agghiacciante paternalismo può sembrare più fisiologico in un democristiano, ma non dovrebbe esserlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice re Desiderio. Il cattolico Prodi l’Adelchi l’ha letto solo fino a qui. Proseguendo, avrebbe visto che per il cattolico Manzoni la Realpolitik finisce in tragedia: il fine non giustifica i mezzi. La nemesi è nella convinzione che “più Europa” risolva i problemi: un argomento la cui futilità non può essere apprezzata se prima non si analizza la reale natura delle tensioni attuali.

Il debito pubblico non c’entra.

Sgomenta l’unanimità con la quale destra e sinistra continuano a concentrarsi sul debito pubblico. Che lo faccia la destra non è strano: il contrattacco ideologico all’intervento dello Stato nell’economia è il fulcro della “controriforma” seguita al crollo del muro. Questo a Rossanda è chiaro. Le ricordo che nessun economista ha mai asserito, prima del trattato di Maastricht, che la sostenibilità di un’unione monetaria richieda il rispetto di soglie sul debito pubblico (il 60% di cui parla lei). Il dibattito sulla “convergenza fiscale” è nato dopo Maastricht, ribadendo il fatto che queste soglie sono insensate. Maastricht è un manifesto ideologico: meno Stato (ergo più mercato). Ma perché qui (cioè a sinistra?) nessuno mette Maastricht in discussione? Questo Rossanda non lo nota e non se lo chiede. Se il problema fosse il debito pubblico, dal 2008 la crisi avrebbe colpito prima la Grecia (debito al 110% del Pil), e poi Italia (106%), Belgio (89%), Francia (67%) e Germania (66%). Gli altri paesi dell’eurozona avevano debiti pubblici inferiori. Ma la crisi è esplosa prima in Irlanda (debito pubblico al 44% del Pil), Spagna (40%), Portogallo (65%), e solo dopo Grecia e Italia. Cosa accomuna questi paesi? Non il debito pubblico (minimo nei primi paesi colpiti, altissimo negli ultimi), ma l’inflazione. Già nel 2006 la Bce indicava che in Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna l’inflazione non stava convergendo verso quella dei paesi “virtuosi”. I Pigs erano un club a parte, distinto dal club del marco (Germania, Francia, Belgio, ecc.), e questo sì che era un problema: gli economisti sanno da tempo che tassi di inflazione non uniformi in un’unione monetaria conducono a crisi di debito estero (prevalentemente privato).

Inflazione e debito estero.

Se in X i prezzi crescono più in fretta che nei suoi partner, X esporta sempre meno, e importa sempre più, andando in deficit di bilancia dei pagamenti. La valuta di X, necessaria per acquistare i beni di X, è meno richiesta e il suo prezzo scende, cioè X svaluta: in questo modo i suoi beni ridiventano convenienti, e lo squilibrio si allevia. Effetti uguali e contrari si producono nei paesi in surplus, la cui valuta diventa scarsa e si apprezza. Ma se X è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o X deflaziona, o i suoi partner in surplus inflazionano. Nella visione keynesiana i due meccanismi sono complementari: ci si deve venire incontro, perché surplus e deficit sono due facce della stessa medaglia (non puoi essere in surplus se nessuno è in deficit). Ai tagli nel paese in deficit deve accompagnarsi un’espansione della domanda nei paesi in surplus. Ma la visione prevalente è asimmetrica: l’unica inflazione buona è quella nulla, i paesi in surplus sono “buoni”, e sono i “cattivi” in deficit a dover deflazionare, convergendo verso i buoni. E se, come i Pigs, non ci riescono? Le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si deve indebitare con l’estero per finanziare le proprie importazioni. I paesi a inflazione più alta sono anche quelli che hanno accumulato più debito estero dal 1999 al 2007: Grecia (+78 punti di Pil), Portogallo (+67), Irlanda (+65) e Spagna (+62). Con il debito crescono gli interessi, e si entra nella spirale: ci si indebita con l’estero per pagare gli interessi all’estero, aumenta lo spread e scatta la crisi.

Lo spettro del 1992.

E l’Italia? Dice Rossanda: “il nostro indebitamento è soprattutto all’interno”. Non è più vero. Pensate veramente che ai mercati interessi con chi va a letto Berlusconi? Pensate che si preoccupino perché il debito pubblico è “alto”? Ma il nostro debito pubblico è sopra il 100% da 20 anni, e i nostri governi, anche se meno folcloristici, sono stati spesso più instabili. Non è questo che preoccupa i mercati: quello che li preoccupa è che oggi, come nel 1992, il nostro indebitamento con l’estero sta aumentando, e che questo aumento, come nel 1992, è guidato dall’aumento dei pagamenti di interessi sul debito estero, che è in massima parte debito privato, contratto da famiglie e imprese (il 65% delle passività sull’estero dell’Italia sono di origine privata).

Cui Prodest?

Calata nell’asimmetria ideologica mercantilista (i “buoni” non devono cooperare) e monetarista (inflazione zero) la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio diventa strumento di lotta di classe. Se il cambio è fisso, il peso dell’aggiustamento si scarica sui prezzi dei beni, che possono diminuire o riducendo i costi (quello del lavoro, visto che quello delle materie prime non dipende da noi) o aumentando la produttività. Precarietà e riduzioni dei salari sono dietro l’angolo. La sinistra che vuole l’euro ma non vuole Marchionne mi fa un po’ pena. Chi non deflaziona accumula debito estero, fino alla crisi, in seguito alla quale lo Stato, per evitare il collasso delle banche, si accolla i debiti dovuti agli squilibri esterni, trasformandoli in debiti pubblici. Alla privatizzazione dei profitti segue la socializzazione delle perdite, con il vantaggio di poter incolpare a posteriori i bilanci pubblici. La scelta non è se deflazionare o meno, ma se farlo subito o meno. Una scelta ristretta, ma solo perché l’ottusità ideologica impone di concentrarsi sul sintomo (lo squilibrio pubblico, che può essere corretto solo tagliando), anziché sulla causa (lo squilibrio esterno, che potrebbe essere corretto cooperando). Alla domanda di Rossanda “non c’è stato qualche errore?” la risposta è quella che dà lei stessa: no, non c’è stato nessun errore. Lo scopo che si voleva raggiungere, cioè la “disciplina” dei lavoratori, è stato raggiunto: non sarà “di sinistra”, ma se volete continuare a chiamare “sinistra” dei governi “tecnici” a guida democristiana accomodatevi. Lo dice il manuale di Acocella: il “cambio forte” serve a disciplinare i sindacati.

Più Europa?

Secondo la teoria economica un’unione monetaria può reggere senza tensioni sui salari se i paesi sono fiscalmente integrati, poiché ciò facilita il trasferimento di risorse da quelli in espansione a quelli in recessione. Una “soluzione” che interviene a valle, cioè allevia i sintomi, senza curare la causa (gli squilibri esterni). È il famoso “più Europa”. Un esempio: festeggiamo quest’anno il 150° anniversario dell’unione monetaria, fiscale e politica del nostro paese. “Più Italia” l’abbiamo avuta, non vi pare? Ma 150 anni dopo la convergenza dei prezzi fra le varie regioni non è completa, e il Sud ha un indebitamento estero strutturale superiore al 15% del proprio Pil, cioè sopravvive importando capitali dal resto del mondo (ma in effetti dal resto d’Italia). Dopo cinquanta anni di integrazione fiscale nell’Italia (monetariamente) unita abbiamo le camicie verdi in Padania: basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania. L’integrazione fiscale non è politicamente sostenibile perché nessuno vuole pagare per gli altri, soprattutto quando i media, schiavi dell’asimmetria ideologica, bombardano con il messaggio che gli altri sono pigri, poco produttivi, che “è colpa loro”. Siano greci, turchi, o ebrei, sappiamo come va a finire quando la colpa è degli altri.

Deutschland über alles.

Le soluzioni “a valle” dello squilibrio esterno sono politicamente insostenibili, ma lo sono anche quelle “a monte”. La convivenza con l’euro richiederebbe l’uscita dall’asimmetria ideologica mercantilista. Bisognerebbe prevedere simmetrici incentivi al rientro per chi si scostasse in alto o in basso da un obiettivo di inflazione. Il coordinamento del quale Rossanda parla andrebbe costruito attorno a questo obiettivo. Ma il peso dei paesi “virtuosi” lo impedirà. Perché l’euro è l’esito di due processi storici. Rossanda vede il primo (il contrattacco del capitale per recuperare l’arretramento determinato dal new deal post-bellico), ma non il secondo: la lotta secolare della Germania per dotarsi di un mercato di sbocco. Ci si estasia (a destra e a sinistra) per il successo della Germania, la “locomotiva” d’Europa, che cresce intercettando la domanda dei paesi emergenti. Ma i dati che dicono? Dal 1999 al 2007 il surplus tedesco è aumentato di 239 miliardi di dollari, di cui 156 realizzati in Europa, mentre il saldo commerciale verso la Cina è peggiorato di 20 miliardi (da un deficit di -4 a uno di -24). I giornali dicono che la Germania esporta in Oriente e così facendo ci sostiene con la sua crescita. I dati dicono il contrario. La domanda dei paesi europei, drogata dal cambio fisso, sostiene la crescita tedesca. E la Germania non rinuncerà a un’asimmetria sulla quale si sta ingrassando. Ma perché i governi “periferici” si sono fatti abbindolare dalla Germania? Lo dice il manuale di Gandolfo: la moneta unica favorisce una “illusione della politica economica” che permette ai governi di perseguire obiettivi politicamente improponibili, cavandosela col dire che sono imposti da istanze sopraordinate (quante volte ci siamo sentiti dire “l’Europa ci chiede...”?). Il fine (della lotta di classe al contrario) giustificava il mezzo (l’ancoraggio alla Germania).

La svalutazione rende ciechi.

È un film già visto. Ricordate lo Sme “credibile”? Dal 1987 al 1991 i cambi europei rimasero fissi. In Italia l’inflazione salì dal 4.7% al 6.2%, con il prezzo del petrolio in calo (ma i cambi fissi non domavano l’inflazione?). La Germania viaggiava su una media del 2%. La competitività italiana diminuiva, l’indebitamento estero aumentava, e dopo la recessione Usa del 1991 l’Italia dovette svalutare. Svalutazione! Provate a dire questa parola a un intellettuale di sinistra. Arrossirà di sdegnato pudore virginale. Non è colpa sua. Da decenni lo bombardano con il messaggio che la svalutazione è una di quelle cosacce che provocano uno sterile sollievo temporaneo e orrendi danni di lungo periodo. Non è strano che un sistema a guida tedesca sia retto dal principio di Goebbels: basta ripetere abbastanza una bugia perché diventi una verità. Ma cosa accadde dopo il 1992? L’inflazione scese di mezzo punto nel ’93 e di un altro mezzo nel ’94. Il rapporto debito estero/Pil si dimezzò in cinque anni (da -12 a -6 punti di Pil). La bolletta energetica migliorò (da -1.1 a -1.0 punti). Dopo uno shock iniziale, l’Italia crebbe a una media del 2% dal 1994 al 2001. La lezioncina sui danni della svalutazione (genera inflazione, procura un sollievo solo temporaneo, non ce la possiamo permettere perché importiamo il petrolio) è falsa.

Irreversibile?

Si dice che la svalutazione non sarebbe risolutiva, e che le procedure di uscita non sono previste, quindi... Quindi cosa? Chi è così ingenuo da non vedere che la mancanza di procedure di uscita è solo un espediente retorico, il cui scopo è quello di radicare nel pubblico l’idea di una “naturale” o “tecnica” irreversibilità di quella che in fondo è una scelta umana e politica (e come tale reversibile)? Certo, la svalutazione renderebbe più oneroso il debito definito in valuta estera. Ma porterebbe da una situazione di indebitamento estero a una di accreditamento estero, producendo risorse sufficienti a ripagare i debiti, come nel 1992. Se non lo fossero, rimarrebbe la possibilità del default. Prodi vuol far sostenere una parte del conto ai “grossi investitori istituzionali”? Bene: il modo più diretto per farlo non è emettere Eurobond “socializzando” le perdite a beneficio della Germania (col rischio camicie brune), ma dichiarare, se sarà necessario, il default, come hanno già fatto tanti paesi che non sono stati cancellati dalla geografia economica per questo. È già successo e succederà. “I mercati ci puniranno, finiremo stritolati!”. Altra idiozia. Per decenni l’Italia è cresciuta senza ricorrere al risparmio estero. È l’euro che, stritolando i redditi e quindi i risparmi delle famiglie, ha costretto il paese a indebitarsi con l’estero. Il risparmio nazionale lordo, stabile attorno al 21% dal 1980 al 1999, è sceso costantemente da allora fino a toccare il 16% del reddito. Nello stesso periodo le passività finanziarie delle famiglie sono raddoppiate, dal 40% all’80%. Rimuoviamo l’euro, e l’Italia avrà meno bisogno dei mercati, mentre i mercati continueranno ad avere bisogno dei 60 milioni di consumatori italiani.

Non faccia la sinistra ciò che fa la destra.

Dall’euro usciremo, perché alla fine la Germania segherà il ramo su cui è seduta. Sta alla sinistra rendersene conto e gestire questo processo, anziché finire sbriciolata. Non sto parlando delle prossime elezioni. Berlusconi se ne andrà: dieci anni di euro hanno creato tensioni tali per cui la macelleria sociale deve ora lavorare a pieno regime. E gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso. Sarà ancora una volta concesso alla sinistra della Realpolitik di gestire la situazione, perché esiste un’altra illusione della politica economica, quella che rende più accettabili politiche di destra se chi le attua dice di essere di sinistra. Ma gli elettori cominciano a intuire che la macelleria sociale si può chiudere uscendo dall’euro. Cara Rossanda, gli operai non sono “scombussolati”, come dice lei: stanno solo capendo. “Peccato e vergogna non restano nascosti”, dice lo spirito maligno a Gretchen. Così, dopo vent’anni di Realpolitik, ad annaspare dove non si tocca si ritrovano i politici di sinistra, stretti fra la necessità di ossequiare la finanza, e quella di giustificare al loro elettorato una scelta fascista non tanto per le sue conseguenze di classe, quanto per il paternalismo con il quale è stata imposta. Si espongono così alle incursioni delle varie Marine Le Pen che si stanno affacciando in paesi di democrazia più compiuta, e presto anche da noi. Perché le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Ma mi rendo conto che in un paese nel quale basta una legislatura per meritarsi una pensione d’oro, il lungo periodo possa non essere un problema dei politici di destra e di sinistra. Questo spiega tanta unanimità di vedute.



giovedì 18 agosto 2011

Le rivolte di Londra secondo Chris Knight


ENRICO PIOVESANA
http://it.peacereporter.net/articolo/29926/Le+rivolte+di+Londra+secondo+Chris+Knight

Intervista all'antropologo cacciato dalla East London University per aver partecipato alle proteste contro il G20, figura di spicco dell'anarchismo britannico

Abbiamo chiesto un parere sulle rivolte di Londra al professor Chris Knight, figura di riferimento della sinistra libertaria londinese, cacciato nel 2009 dalla East London University in cui insegnava antropologia per aver partecipato alle proteste contro il G20.

Il professor Knight è una delle figure di spicco di Network X, rete di movimenti anarchici, pacifisti, rivoluzionari, anticapitalisti, ambientalisti e femministi che riunisce sigle come Whitechapel Anarchists Group, Neo-Millennium Liberation Army, Democracy Village, Direct Action Group e Class War.

Il primo ministro britannico, David Cameron, ha definito le rivolte come "pura criminalità". E' d'accordo?

Bruciare case con la gente dentro, saccheggiare negozi, investire persone con l'intento di ucciderle: tutto questo è ovviamente criminalità. E il crimine va contrastato, tutti siamo d'accordo su questo. Ma perché il contrasto sia efficace deve essere fatto a tutti i livelli, partendo DALL'ALTO. Bisogna iniziare con gli avidi e irresponsabili banchieri che hanno scatenato la crisi finanziaria nel 2008 e con i politici criminali che in un modo o nell'altro sono al loro servizio. Per non parlare delle violazioni del diritto internazionale che questo regime ha commesso invadendo l'Iraq e continuando a fare uso della violenza in Afghanistan, Libia, ecc. Il recente scandalo della corruzione nella polizia metropolitana non fa che accrescere l'immagine dell'illegalità che regna agli alti livelli. I ricchi e i potenti sono responsabili di saccheggi e violenze su vastissima scala: arrestiamo e condanniamo i criminali d'alto bordo, poi occupiamoci di quelli minori.

Secondo lei tutte queste rivolte sono completamente spontanee? Oppure c'è dietro lo zampino di forze politiche anti-sistema: anarchici, anticapitalisti, sinistra radicale...

C'è una forma di auto-organizzazione molto sottile e sofisticata. Le gang locali, prima ostili l'una all'altra, si sono unite per combattere la polizia, invece che combattersi a vicenda. Sono giovani arrabbiati, ma non politicizzati in senso tradizionale. E sono organizzati mille volte meglio di quanto lo siano anarchici o altri attivisti politici. La sinistra anticapitalista non ha avuto nessun ruolo in tutto questo, veramente. Salvo offrire sostegno alle famiglie colpite. Nei prossimi giorni, però, molti di noi parteciperanno alle assemblee di quartiere nel tentativo di incanalare questa rabbia in direzioni più creative.

Crede che queste rivolte razziali siano simili a quelle già viste in passato oppure sono rivolte sociali di tipo nuovo, legate in qualche modo alla crisi economica?

E' un fenomeno nuovo. Queste rivolte sono interetniche. In alcuni quartieri di Londra, i rivoltosi e saccheggiatori erano giovani bianchi. Forse è una delle tante scintille che accenderanno l'imminente insurrezione in tutta Europa. E ad agitarsi non sono le classi lavoratrici, ma il sottoproletariato, spinto dalla povertà ma ancora di più dall'immoralità e dall'avidità dell'establishment. Il capitalismo globale è di fatto morto nel settembre 2008: da allora il sistema sembra vivo, ma è tenuto in vita artificialmente. Poi è arrivato il nuovo crollo finanziario e la macchina che teneva in vita il sistema non ha retto. La rivoluzione è già cominciata: è partita dal Nordafrica all'inizio del 2011, si è estesa nel mondo arabo e ora ha raggiunto Londra.

Qual è la condizione sociale nei ghetti di Londra? Recentemente nelle periferie di Londra sono emersi tassi di diffusione della tubercolosi peggiori di quelli di molti Paesi del terzo mondo...

Sì, questo descrive bene la situazione nei quartieri più poveri di Londra, ma anche di Bristol, Liverpool e Manchester.

C'è chi ha invocato l'intervento dell'esercito e l'imposizione della legge marziale: secondo lei è uno scenario realistico?

I tabloid lo chiedono a gran voce, ma il governo e i militari non sono così stupidi. Sanno bene che dovrebbero iniziare a sparare alla gente entrando nei loro quartieri, l'esplosione di violenza che ne deriverebbe farebbe impallidire quello che abbiamo visto in questi giorni.




Per concessione di Peace Reporter
Fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/29926/Le+rivolte+di+Londra+secondo+Chris+Knight

lunedì 15 agosto 2011

Abituarsi a vivere senza cibo

F. William Engdahl

Tradotto da Curzio Bettio
Fonte: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25483
Wall Street, BP, bio-etanolo e la morte di massa
Abituarsi a vivere senza cibo


Mio nonno, ora defunto, un uomo di robusta razza contadina norvegese-americana, che in seguito divenne direttore di giornale e attivista politico durante la Prima guerra mondiale, era solito dire: “Un uomo può abituarsi con il tempo a qualsiasi cosa, tranne morire…e anche a questo, con una certa pratica.”

Bene, com’è nel destino delle cose, sembra che noi, la stragrande maggioranza del genere umano, siamo in procinto di verificare questa massima per quanto riguarda la disponibilità del nostro stesso pane quotidiano.

Il cibo è una di quelle cose singolari per cui è difficile vivere senza. Tutti noi tendiamo a dare per scontato che il nostro supermercato locale continuerà a offrire tutto ciò che vogliamo, in abbondanza, a prezzi accessibili o quasi. Eppure vivere senza cibo sufficiente, è la prospettiva che sempre più centinaia di milioni, se non miliardi, di esseri umani dovranno affrontare nei prossimi anni.

In un certo senso, questo è veramente paradossale. Il nostro pianeta ha tutto quello che serve per procurare cibo nutriente naturale per sfamare tutta la popolazione mondiale, per più volte. Questo è un dato di fatto, nonostante le devastazioni prodotte dall’agricoltura industrializzata nel corso dell’ultimo mezzo secolo e oltre.


Allora, come può essere che il nostro mondo dovrà affrontare, secondo alcune previsioni, la prospettiva di un decennio o più di carestie su scala globale?

La risposta sta nelle forze e nei gruppi d’interesse che hanno deciso di provocare artificialmente la scarsità di cibo nutriente. Il problema ha diverse importanti dimensioni.

Eliminare le riserve di emergenza

La capacità di manipolare a volontà il prezzo di alimenti essenziali in tutto il mondo - quasi senza tenere conto della reale disponibilità e della domanda di cereali al presente - è piuttosto recente. E questo si comprende anche a stento.
Fino alla crisi cerealicola della metà degli anni ‘70 non esisteva un singolo “prezzo mondiale” per il grano, parametro di riferimento per il prezzo di tutti gli alimenti e dei prodotti alimentari. I prezzi del grano erano determinati a livello locale in migliaia di borse in cui acquirenti e venditori s’incontravano. L’inizio della globalizzazione economica è stato di cambiare tutto questo radicalmente in peggio, quando una modesta percentuale di granaglie commercializzata a livello internazionale era in grado di fissare il prezzo globale per la maggior parte dei cereali coltivati.
Fin dal periodo delle prime tracce lasciate dalla civiltà dei Sumeri, circa duemila anni prima di Cristo, nella regione tra i fiumi Tigri ed Eufrate dell’Iraq di oggi, quasi tutte le civiltà hanno avuto la consuetudine di conservare uno stock di scorte dei raccolti di granaglie - fino ai tempi più recenti. La ragione erano le guerre, le siccità e le carestie. Quando correttamente conservato, il grano poteva essere tranquillamente immagazzinato per un periodo di circa sette anni, permettendo scorte di riserva nei casi di emergenza.
Dopo la Seconda guerra mondiale, Washington istituiva un Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT) che doveva servire come cuneo per dare impulso al libero scambio tra le grandi nazioni industriali, in particolare nell’ambito della Comunità europea. Durante le discussioni negoziali iniziali, l’agricoltura veniva deliberatamente esclusa dal tavolo delle trattative su insistenza degli Europei, soprattutto dei Francesi, che consideravano la difesa politica europea della Politica Agricola Comunitaria (PAC) e le protezioni all’agricoltura europea come non negoziabili.
A partire dagli anni ’80, con le crociate politiche di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, le posizioni estremiste del libero mercato sulle posizioni estremiste di Milton Friedman della scuola di Chicago divennero sempre più accettate dai principali circoli di potere europei. Passo dopo passo la resistenza all’agenda del libero commercio in agricoltura dettata da Washington andava a dissolversi.
Dopo oltre sette anni d’intenso mercanteggiamento, di pressioni e di azioni lobbistiche, nel 1993 l’Unione Europea finalmente accettava l’Accordo GATT Uruguay Round, che esigeva una forte riduzione del protezionismo delle agricolture nazionali. Al centro dell’Accordo dell’Uruguay Round vi era l’intesa su un cambiamento importante: le riserve di granaglie nazionali, come manifestazione di responsabilità dei governi, dovevano dirsi concluse.
Secondo il nuovo patto GATT del 1993, formalizzato con la creazione di un’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) delegata a vigilare sugli accordi attraverso sanzioni applicabili contro i trasgressori, il “libero commercio” di prodotti agricoli assumeva per la prima volta una priorità concordata fra le nazioni commerciali più importanti del mondo, una fatale decisione, per usare un eufemismo.
D’ora in avanti, le riserve di granaglie dovevano essere gestite secondo le regole del “libero mercato” da compagnie private, le più grandi fra queste erano rappresentate dai giganti del Cartello del Grano degli Stati Uniti, i colossi dell’affarismo agro-alimentare statunitense. Le imprese di granaglie sostenevano che sarebbero state in grado di colmare eventuali lacune di emergenza in modo più efficiente e che avrebbero difeso i governi dai costi relativi. Questa sconsiderata decisione avrebbe aperto le cateratte agli imbrogli e alle manipolazioni senza precedenti del mercato del grano.
La ADM (Archer Daniels Midland), la Continental Grain, Bunge e, prima inter pares, la Cargill— la più grande società privata per il commercio di granaglie e nel settore agro-alimentare nel mondo, sono risultate le grandi vincitrici nel processo del WTO.
L’esito delle trattative GATT sull’agricoltura risultava di sicuro gradimento alla gente della Cargill. Questo non sorprendeva gli addetti ai lavori. L’ex amministratore delegato della Cargill, Dan Amstutz, aveva svolto il ruolo chiave nella stesura della sezione commerciale per l’agricoltura del GATT Uruguay Round.[1]
Nel 1985, D. Gale Johnson dell’Università di Chicago, un collega di Milton Friedman, era co-autore di una relazione di grande rilievo per la Commissione Trilaterale di David Rockefeller, che costituiva il programma per quello che definivano come “riforma dell’agricoltura orientata al mercato”. Il gruppo Rockefeller e i suoi comitati di esperti erano gli architetti di una “riforma dell’agricoltura”, la più radicale nel nostro mondo post-1945.

Il processo di eliminare le riserve di grano governative nei principali paesi produttori è avvenuto con gradualità, ma con l’approvazione del progetto di legge “Farm Bill” del 1996, gli Stati Uniti praticamente eliminavano le loro scorte di grano. L’Unione Europea seguiva poco dopo. Oggi, tra i paesi maggiori produttori agricoli, solo Cina e India continuano a perseverare in una politica di sicurezza strategica nel conservare riserve di grano a livello nazionale. [2]

Wall Street puzza di sangue

L’eliminazione delle riserve nazionali di grano negli Stati Uniti e nell’Unione Europea e negli altri principali paesi industrializzati dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) poneva le basi per il passaggio successivo nel processo, l’eliminazione della regolamentazione sui prodotti derivati ​​delle materie prime agricole, che permetteva manipolazioni incontrollate di una speculazione sfrenata.
Sotto la giurisdizione del Ministero del Tesoro di Clinton (1999 - 2000), la deregolamentazione dei controlli governativi sulla speculazione delle materie prime agricole veniva formalizzata dalla Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’ente governativo incaricato di sovrintendere il commercio dei derivati ​​negli scambi delle materie prime, così come dalla Direzione generale del Commercio di Chicago o dalla Borsa Mercantile di New York (NYMEX) - e nella legislazione redatta da Tim Geithner e Larry Summers al Ministero del Tesoro.
Come descritto più avanti, non è stato un caso che Wall Street abbia promosso Geithner, ex presidente della New York Federal Reserve, a diventare Ministro del Tesoro di Obama nel 2008, nel bel mezzo della peggiore debacle finanziaria della storia. Qualcosa a che fare con volpi poste a guardia di pollai!
Nel 1972-1973, Henry Kissinger, come segretario di Stato, agendo in combutta con il Dipartimento di Agricoltura e le principali società nel commercio di granaglie degli Stati Uniti, orchestrava un balzo senza precedenti, il 200%, del prezzo del grano. A quel tempo, l’aumento del prezzo veniva innescato dal fatto che gli Stati Uniti avevano sottoscritto un contratto triennale con l’Unione Sovietica, che aveva appena attraversato il disastro di un fallimentare raccolto.
L’accordo USA-URSS veniva a cadere in mezzo ad una siccità globale e a raccolti gravemente ridotti in tutto il mondo, un periodo che avrebbe dovuto richiamare alla prudenza nel vendere l’intero armadio del grano degli Stati Uniti a un apparente avversario nella Guerra Fredda. La vendita avveniva nel corso di un raccolto mondiale di cereali largamente deficitario, che conduceva a un rialzo dei prezzi esplosivo. Allora, voci critiche nella stampa degli Stati Uniti molto appropriatamente ribattezzavano tutto ciò come la Grande Rapina del Grano.
Kissinger aveva anche organizzato che la gran parte dei costi delle spedizioni di grano ai Sovietici doveva essere a carico dei contribuenti statunitensi. Cargill e tutta la compagnia se la ridevano nel guadagnare molto e così facilmente. [3]
Intorno allo stesso periodo, le grandi compagnie cerealicole statunitensi - Cargill, Continental Grain, ADM, Bunge – davano inizio a quello che sarebbe stato un ventennale processo di trasformazione dei mercati mondiali dei cereali in sedi opportune a tenere sotto controllo la sostanziale nutrizione umana e animale, manipolando i prezzi delle granaglie a prescindere dalla disponibilità e dalle forniture.
Il ventennale processo da parte degli Stati Uniti per guadagnare il controllo sui mercati e sui prezzi mondiali dei cereali compiva un gigantesco balzo in avanti negli anni ‘80 con l’avvento dell’“index trading” finanziario delle materie prime e di altri derivati.
La nuova versione della rapina del grano a Wall Street da parte della “ banda Geithner-Summers”, soprattutto dopo il 2006, avrebbe fatto impallidire quella che Kissinger e soci avevano progettato negli anni ’70.
Nel 1999, sotto la spinta delle grandi banche di Wall Street come la Goldman Sachs, JP Morgan, Chase Manhattan e la Citibank, l’Amministrazione Clinton stilava uno statuto che avrebbe radicalmente alterato la storia del commercio dei cereali. Questo protocollo veniva chiamato “Commodity Futures Modernization Act”, e diventava legge nel 2000.
I due artefici chiave della nuova legge di Clinton erano l’ex consulente della Goldman Sachs e allora Ministro del Tesoro dell’amministrazione Clinton Larry Summers, e il suo assistente al Tesoro Tim Geithner, l’amico di Wall Street, e oggi Ministro del Tesoro di Obama.
Come ministro, Summers si dimostrava anche un protagonista chiave nell’ostacolare gli sforzi per regolare gli strumenti finanziari derivati riguardanti le materie prime e i prodotti finanziari.[4]
Le raccomandazioni Summers-Geithner erano contenute in un rapporto del novembre 1999 inviato al Congresso dal gruppo operativo del Presidente sui mercati finanziari, il famigerato “Plunge Protection Team”. [5]
In quel periodo, la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) proponeva anche di deregolamentare la negoziazione dei derivati ​​tra le banche o gli istituti finanziari più importanti, inclusi i derivati ​​del grano e di altri prodotti agricoli. [6]
La deregulation storica e senza precedenti ha aperto un enorme buco nella supervisione governativa della commercializzazione dei derivati, un buco che alla fine ha facilitato quel gioco dei derivati ​​che ha portato al collasso finanziario del 2007. Ha anche prodotto la deregolamentazione senza limitazioni che sta dietro la gran parte della recente esplosione dei prezzi dei cereali.
Alcuni anni prima, nel 1991, la Goldman Sachs aveva lanciato sul mercato il proprio “indice” sulle materie prime, che doveva diventare il punto di riferimento mondiale per la negoziazione dei derivati ​​di tutte le merci, compresi i prodotti alimentari e del petrolio.
Il “Goldman Sachs Commodity Index” o GSCI era un nuovo derivato che seguiva l’andamento dei prezzi di circa 24 prodotti - dal mais, ai maiali, al caffè, dal frumento ai metalli preziosi e all’energia.
Dal punto di vista di Wall Street, l’idea era geniale. Permetteva agli speculatori di scommettere sul prezzo futuro di un intera gamma di materie prime in un unico passaggio, una sorta di versione di Wall Street come centro commerciale specializzato nel gioco d’azzardo ...
Con la deregolamentazione CFTC del commercio delle materie prime nel 1999, la Goldman Sachs è stata posta nella condizione di raccogliere dolci ricompense finanziarie con i suoi GSCI.
Banchieri e “hedge funds” (fondi assicurativi) e altri speculatori di alto profilo ora erano in grado di assumere posizioni di enorme predominio o di scommettere sul prezzo futuro dei cereali, in definitiva senza alcuna necessità di fare incetta sostanziale di frumento o di mais in magazzini reali.
Ora il prezzo del grano veniva gestito dai padroni del nuovo casinò delle forniture di granaglie - da Wall Street a Londra e oltre - che commerciavano futures (contratti a termine e a premio su merci o titoli per garantirsi da future oscillazioni) e contratti di opzioni di grano a Chicago, Minneapolis, Kansas City.
Non era più il prezzo del future una forma di copertura (da rischi di fluttuazioni, con acquisti o vendite a termine) limitata ai partecipanti ben informati attivi nel settore cerealicolo, o agli agricoltori o ai mugnai o ai grandi utilizzatori finali di granaglie - ai singoli operatori economici che confidavano su contratti futures per oltre un secolo, in modo da tutelare se stessi dai rischi di raccolti fallimentari o da calamità.
Il grano era diventato un nuovo terreno speculativo per chiunque avesse voglia di rischiare il capitale degli investitori, per i giocatori d’azzardo di alte poste in gioco, come Goldman Sachs o Deutsche Bank o fondi assicurativi ad alto rischio collocati in “paradisi fiscali”.
Il frumento, come prima il petrolio, era ormai quasi completamente svincolato dall’offerta del giorno e dalla domanda nel breve termine. Il prezzo poteva venire manipolato per brevi periodi tramite voci di corridoio, dicerie piuttosto che sulla base di fatti reali. [7]
A differenza dei soggetti direttamente coinvolti, come mugnai o agricoltori o le grandi catene della ristorazione, gli speculatori non producevano né conservavano nei magazzini il mais o il frumento, con cui giocavano d’azzardo. Costoro non avrebbero potuto immagazzinare 10 tonnellate di grano duro detto “red winter”, e conservarlo. Il loro gioco consisteva in una nuova forma complessa di arbitraggio (acquistando e vendendo simultaneamente diversi beni in piazze diverse), dove l’unica regola era di comprare al ribasso e vendere al rialzo.
Le istituzioni finanziarie dei derivati ​​e il governo degli Stati Uniti erano compiacenti nel consentire una negligenza nella regolamentazione, permettendo ai giocatori potenziali di ottenere profitti da un gioco speculativo che spesso si ripeteva per molte volte.
Ma esisteva un’altra spirale perversa: il derivato GSCI della Goldman Sachs era strutturato in modo che gli investitori potevano solo acquistare il contratto. Si trattava, secondo la definizione del settore, di un derivato “long only”.
Con ciò, nessuno avrebbe previsto (e scommesso) su un calo del prezzo dei cereali. Ci si attendeva solo di fare profitti su un costante incremento del prezzo di grano, e quello che è successo è che investitori sempre più ingenui venivano risucchiati dentro una rischiosissima speculazione delle materie prime, dando luogo a una sorta di “profezia che si auto-avvera”.[8]
Questo future “long only” era stato costruito per incoraggiare i clienti della banca a lasciare per un lungo periodo il loro denaro alle banche o in un fondo, consentendo così ai banchieri di giocare con i soldi degli altri, con la potenzialità di enormi profitti eccezionali per i banchieri - mentre le perdite si riversavano sui clienti.
L’errore fatale si rivelava quando la struttura del derivato GSCI non consentiva “vendita a breve”, che avrebbe costretto i prezzi al ribasso nei momenti di surplus di cereali. Gli investitori venivano attirati in un sistema che imponeva loro di comprare e continuare a comprare, una volta che i prezzi del grano salivano per un qualsiasi motivo.
Presto altre banche, tra cui Barclays, Deutsche Bank, Pimco, JP Morgan Chase, AIG, Bear Stearns e Lehman Brothers, lanciavano i loro “index funds” sulle materie prime.[9]
Per la prima volta, investire ad alto rischio sulle materie prime - anche sui cereali e su altri prodotti agricoli - diventava un prodotto finanziario per il “piccolo uomo” che sapeva poco o nulla di ciò in cui stava per essere coinvolto, di ciò per cui il suo banchiere o il suo consulente di investimenti gli facevano tanta urgenza a investire.
Le banche, come al solito giocano con “i soldi degli altri” - a scapito degli “altri”.
In una dettagliata analisi della bolla del prezzo del grano del 2007-2008, Olivier de Schutter, un relatore speciale dell’ONU sul diritto all’alimentazione, ha recentemente concluso che “una parte significativa degli aumenti di prezzo e la volatilità dei beni alimentari di prima necessità possono essere spiegate solo dalla comparsa di una bolla speculativa”. [10]
Il tempismo di quella bolla fu notevole per compensare convenientemente le perdite enormi di quelle stesse mega-banche che erano andate sotto acqua a causa dei loro eccessi nel cartolizzare ipoteche sulla casa e per altre follie nel casinò di Wall Street.
Schutter aggiungeva: “In particolare, vi sono ragioni per credere che un ruolo significativo è stato giocato dall’entrata nei mercati dei derivati ​​basati sui prodotti alimentari dei grandi, potenti investitori istituzionali come i fondi assicurativi, i fondi pensione e le banche di investimento, che generalmente erano disinteressati dai fondamentali del mercato agricolo. Tale ingresso era stato reso possibile dalla deregolamentazione dei mercati dei derivati ​​sui beni essenziali, a partire dal 2000.” [11]
A seguito dello sgonfiamento della bolla dei titoli delle dot.com nel 2000, quando Wall Street e gli altri principali attori finanziari hanno cominciato a cercare alternative, le materie prime e i derivati ad alto rischio ​​basati su panieri di materie prime divennero per la prima volta un terreno importante degli investimenti speculativi.
Dal 2000 il complessivo dei dollari investiti nei diversi “index funds” delle materie prime – considerevoli i GSCI della Goldman Sachs - è aumentato da circa $13 miliardi nel 2003 a un sbalorditivo ammontare di $ 317 miliardi nel corso della bolla speculativa del petrolio e del grano nel 2008. Questo è stato documentato in uno studio della Lehman Brothers, poco prima che il ministro del Tesoro Henry Paulson usasse questi fondi come agnello sacrificale per salvare la sua cricca di Wall Street. [12]
Dal 2008 con qualche oscillazione, i fondi di investimento hanno continuato a riversarsi in fondi delle diverse materie prime, mantenendo i prezzi degli alimentari elevati e sempre crescenti. Dal 2005 al 2008, il prezzo mondiale del cibo è aumentato di un 80 per cento - e ha continuato ad aumentare. Nel periodo dal maggio 2010 al maggio 2011 il prezzo del grano è salito ancora circa dell’85%.
“È senza precedenti quanto capitale d’investimento è stato impegnato nei mercati delle materie prime”, ha detto Keith Kendell, presidente della National Grain and Feed Association, in una recente intervista. [13]
L’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) delle Nazioni Unite stima che dal 2004 i prezzi degli alimentari sono aumentati in media di un 240%, senza precedenti. L’offerta di prodotti alimentari come alternativa speculativa da parte delle grandi banche e fondi assicurativi è esplosa nel 2007, quando lo tsunami finanziario dei “sub-prime” negli Stati Uniti ha colpito per primo. Da allora, la speculazione sui prodotti alimentari ha raccolto più slancio, quando altri investimenti in azioni e obbligazioni si erano rivelati molto pericolosi.
Come risultato vi è stato un aumento prevedibile e rapido della privazione di cibo, della fame e della malnutrizione nelle popolazioni più povere di tutto il mondo.
La FAO calcola che i paesi con deficit alimentare saranno costretti a sborsare sicuramente il 30% in più per importare cibo - con un valore globale che si aggira sui $ 1.300 miliardi.
Tre decenni fa, questo mercato internazionale era ridotto, oggi è dominato prevalentemente da una piccola manciata di giganti statunitensi dell’agribusiness. Gli affari sull’agro-alimentare, allo stesso modo delle esportazioni militari, costituiscono un nucleo del settore strategico degli Stati Uniti, e da tanto tempo sono sostenuti attraverso misure straordinarie da Washington.
Tutto ciò fa parte di un programma più ampio, e piuttosto riservato, delineato decenni fa, sotto l’egida delle Fondazioni Rockefeller e Ford e dei sostenitori dell’eugenetica. [14]
L’importazione di cibo è oggi la regola piuttosto che l’eccezione, visto che prodotti agro-alimentari globalizzati, a volte di scarsa qualità, spesso sotto pressione del Fondo Monetario Internazionale, vengono imposti alle popolazioni del mondo in via di sviluppo, e molti di questi popoli una volta erano autosufficienti nelle loro produzioni agro-alimentari, ed ora sono stati resi dipendenti da cibo importato.
Questo viene attuato in nome del “libero mercato” o di una agricoltura che viene spesso etichettata come “orientata al mercato”. Viene passato sotto silenzio il fatto che il cosiddetto “mercato” è di una colossale inefficienza e malsano, letteralmente e finanziariamente.
La dipendenza da cibo importato, viene creata artificialmente dai grandi conglomerati multinazionali come Tyson Foods, Smithfield, Cargill o Nestlé, giganti multinazionali la cui preoccupazione ultima sembra riguardare la salute e il benessere di quelli fra noi che devono consumare i loro prodotti alimentari industriali.
Le importazioni di prodotti agro-alimentari di scadente qualità spesso colpiscono i prezzi dei raccolti coltivati ​​localmente, inducendo milioni di persone ad abbandonare la loro terra per trasferirsi in città sovraffollate alla disperata ricerca di un posto di lavoro.
Oggi il prezzo dei derivati ​​del grano, o “grano di carta”, determina e controlla il prezzo del frumento reale, quando speculatori come Goldman Sachs, JP Morgan Chase, HSBC, Barclays o fondi di copertura nei “paradisi fiscali” - con poco interesse per i cereali se non come fonte di profitto - ora superano quattro a uno coloro che sono impegnati in modo onesto nell’industria agro-alimentare.
Questo ha capovolto completamente la situazione che ha dominato i prezzi dei cereali negli ultimi cento anni o più. Per circa 75 anni, la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) ha imposto dei limiti sulla quantità di alcuni prodotti agricoli - tra cui frumento, cotone, soia, farina di soia, mais, e avena – che possono ora essere negoziati da protagonisti non di quel settore commerciale, che non fanno parte dell’industria alimentare.
I cosiddetti “introdotti” in questo settore commerciale, come agricoltori o produttori alimentari, in precedenza potevano commerciare una quantità limitata per gestire il loro rischio. Non così in presenza della pura speculazione.
Tali limitazioni erano state individuate per evitare la manipolazione e la distorsione insite nei mercati relativamente piccoli. Con il passaggio del Commodity Modernization Act di “Summers-Geithner” del 2000 e la famigerata “scappatoia Enron” - che permetteva l’esenzione dall’osservare il regolamento governativo - il commercio tira e molla dei derivati ​​energetici veniva rapidamente ampliato con l’inclusione dei prodotti alimentari.
Il ghiaccio veniva rotto nel 2006, quando Deutsche Bank chiedeva ed otteneva il permesso dalla CFTC di essere esonerata da ogni limite nelle contrattazioni. Le autorità di regolamentazione assicuravano che non ci sarebbero state sanzioni per il superamento dei limiti. Altri seguirono, come gregge di pecore.[15]
Per circa due miliardi di persone nel mondo che spendono più della metà del loro reddito per cibo, gli effetti sono stati terribili. Durante l’esplosione del prezzo del grano dovuta alla speculazione nel 2008, quasi un miliardo di esseri umani divennero come l’ONU li ha definiti, dall’“alimentazione insicura”, un nuovo record. [16]
Necessariamente, questo non sarebbe mai avvenuto, se non per le diaboliche conseguenze della speculazione sul grano frutto della deregolamentazione del governo degli Stati Uniti, con il sostegno del Congresso degli Stati Uniti negli ultimi dieci anni o più.
All’inizio del 2008, oltre il 35% di tutte le terre arabili degli Stati Uniti veniva piantato a mais, per essere bruciato come biocombustibile nel quadro degli incentivi dell’Amministrazione Bush. Nel 2011 si è superato un totale del 40%.
Così, la scena è stata preparata in modo tale che una minima crisi in un mercato minore può far detonare la bolla speculativa nei mercati dei cereali.

Agribusiness come strategia di lungo termine

L’aumento record dei prezzi dei cereali e degli alimentari in anni recenti non costituisce solo un espediente per ottenere profitti, e peraltro si sono realizzati profitti in modo osceno.
Piuttosto, questo con tutta evidenza fa parte integrante di una strategia di lungo termine le cui radici bisogna far risalire agli anni subito dopo la Seconda guerra mondiale, quando Nelson Rockefeller e soci hanno tentato di organizzare la catena alimentare mondiale secondo il medesimo modello monopolistico che avevano utilizzato per il petrolio mondiale.
Da allora in avanti, il cibo sarebbe diventato un’altra materia prima, come il petrolio o lo stagno o l’argento, la cui disponibilità e il prezzo venivano in conclusione controllati da un piccolo gruppo di potenti operatori borsistici.
Allo stesso tempo, i fratelli Rockefeller stavano espandendo i loro ricchi affari globali dal petrolio all’agricoltura nel mondo in via di sviluppo mediante il paradigma post-bellico della “Verde Rivoluzione” guidata dalla tecnologia, e per questo stavano finanziando presso l’Università di Harvard un progetto, senza comunque darne pubblico rilievo. Il progetto avrebbe costituito l’infrastruttura del loro piano di globalizzare la produzione alimentare mondiale sotto il controllo centrale di una manciata di imprese private.
I creatori del progetto lo denominarono “agribusiness”, per differenziarlo dall’agricoltura tradizionale basata sulla coltivazione della terra per la produzione di raccolti destinati alla nutrizione e al sostentamento degli uomini.
La spinta a porre nelle mani dei privati le riserve cerealicole destinate alle emergenze da parte dei governi nazionali mondiali non rappresentava altro che la logica espansione dell’originale strategia dell’agribusiness di Rockefeller, come lo era la tanto falsamente decantata “Rivoluzione Verde” , che in buona sostanza semplicemente si riduceva a promuovere una enorme vendita di prodotti statunitensi per l’agricoltura, dai trattori John Deere (per cui venivano utilizzati grandi volumi di prodotti della Standard Oil Rockefeller) ai fertilizzanti chimici di altre compagnie statunitensi sempre gravitanti nell’orbita dei Rockefeller, provocando la tendenza su larga scala per milioni di agricoltori ad abbandonare la terra per le città industriali, dove andavano a costituire un bacino di lavoratori a basso prezzo per le grandi multinazionali.
Comunque, i tanto reclamizzati rendimenti dei raccolti si ribaltavano per diventare vere e proprie rovine dopo alcune stagioni di raccolto. [17]
Agribusiness e Rivoluzione Verde andavano in stretta relazione. Facevano parte di una grandiosa strategia che, pochi anni più tardi, avrebbe previsto anche il finanziamento da parte della Fondazione Rockefeller della ricerca per lo sviluppo dell’alterazione genetica di piante.
John H. Davis era stato vice-ministro all’agricoltura durante la presidenza di Dwight Eisenhower nei primi anni ’50. Nel 1955 lasciava Washington per trasferirsi alla Scuola Superiore di Economia di Harvard, a quel tempo un’insolita posizione per un esperto di agricoltura. Davis aveva una chiara strategia. Nel 1956 aveva scritto un articolo nella Rivista di Economia di Harvard in cui dichiarava, “il solo modo di risolvere il problema dell’agricoltura, ed evitare così al governo una fastidiosa programmazione, è di avanzare sulla strada che porta dall’agricoltura all’agribusiness.”
Egli sapeva precisamente quello che aveva in mente, e pochi osservatori avevano idea di tutto questo. [18]
Davis, collaborando con un altro professore della Scuola di Economia di Harvard, Ray Goldberg, formava un gruppo di lavoro ad Harvard con l’economista di origine russa Wassily Leontief, che allora stava monitorando l’intero sistema economico degli Stati Uniti in un progetto finanziato dalla Fondazione Rockefeller.
Durante la guerra, il governo degli Stati Uniti aveva incaricato Leontief di sviluppare un metodo di analisi dinamica del sistema economico nel suo complesso, a cui egli faceva riferimento come analisi ‘input-output’. Leontief operava per conto del Ministero del Lavoro degli Stati Uniti e per l’OSS, l’Ufficio per i Servizi Strategici, il predecessore della CIA. [19]
Nel 1948 Leontief ricevette un’importante assegnazione quadriennale di $100.000 dalla Fondazione Rockefeller per impostare ad Harvard il “Progetto di Ricerche Economiche sulla Struttura del Sistema Economico Americano”.
Un anno dopo, l’Aviazione Militare degli Stati Uniti entrava nel progetto di Harvard, un curioso impegno per uno dei settori principali dell’esercito degli Stati Uniti. Da considerare che proprio allora i computers a transistor ed elettronici erano stati sviluppati con i metodi della programmazione lineare, che avrebbe permesso di processare enormi quantità di dati statistici in campo economico. Presto, anche la Fondazione Ford avrebbe contribuito ai finanziamenti del progetto Harvard. [20]
Il progetto Harvard e la sua componente dell’agribusiness facevano parte del cruciale tentativo di rivoluzionare la produzione alimentare negli Stati Uniti, e più tardi nel mondo. Occorsero quattro decenni prima di assumere il dominio dell’industria alimentare.
Il professor Goldberg in seguito faceva riferimento alla rivoluzione dell’agribusiness e allo sviluppo dell’economia di una agricoltura geneticamente modificata come al “cambiamento della nostra società e del nostro sistema economico globale più drammatico rispetto ad ogni altro avvenimento nella storia dell’umanità”. [21] Ed egli era nel giusto, come noi possiamo essere testimoni sul decennio a venire.
Come Ray Goldberg si vantava in anni successivi, l’idea fondamentale che ispirava il loro progetto di agribusiness era la reintroduzione di una “integrazione verticale” nella produzione alimentare degli Stati Uniti.
Negli anni ’70, molti americani avevano dimenticato quante dure battaglie erano state combattute prima della Prima guerra mondiale e durante gli anni ’20 per far passare in Congresso leggi che proibivano l’integrazione verticale da parte di società giganti conglomerate, e che smantellavano concentrazioni di imprese (trust) come la Standard Oil, in modo da prevenire la formazione di monopoli in interi settori industriali fondamentali.
Questo, fino alla presidenza di Jimmy Carter, supportata da David Rockefeller, alla fine degli anni ’70, quando il sistema affaristico delle multinazionali statunitensi è stato in grado di dare inizio all’arretramento dopo decenni di disposizioni di leggi attentamente costruite dai governi degli Stati Uniti per regolamentare la sanità, la sicurezza alimentare e la protezione dei consumatori, e quindi spalancare le porte ad una nuova ondata di integrazioni verticali nei settori agrari. Il processo di integrazione verticale veniva spacciato ai cittadini inconsapevoli sotto la bandiera dell’“efficienza economica” e dell’“economia di scala”. [22]
Un ritorno all’integrazione verticale e al conseguente agribusiness veniva introdotto mediante una campagna pubblicitaria promossa dai più importanti mezzi di comunicazione di massa e dal sistema industriale che proclamava che il governo si era intromesso di troppo nelle esistenze quotidiane dei cittadini e doveva essere ridimensionato per ripristinare una condizione ordinaria di “libertà” per gli americani.
L’urlo di battaglia dei promotori della campagna era “deregulation”!
Naturalmente, de-regolamentazione da parte del governo voleva dire semplicemente aprire la porta al controllo privatistico – una diversa forma di regolamentazione – da parte di gruppi di imprese di grandi dimensioni e potentissime in ogni campo della produzione. Questo ha riguardato anche il campo dell’agricoltura – dagli anni ’70 ad oggi, quattro grandi compagnie del cartello cerealicolo hanno dominato i mercati mondiali delle granaglie. Queste compagnie hanno operato in combutta con i grandi giocatori nel campo dei derivati a Wall Street, come la Goldman Sachs e la JP Morgan Chase e Citigroup.
Nell’ultima parte del 2007, negoziare derivati alimentari veniva completamente deregolamentato da Washington, e le riserve di cereali dal governo degli Stati Uniti portate ad esaurimento. Era il modo più evidente per suscitare un drammatico aumento dei prezzi dei prodotti alimentari.
La macchina della speculazione che si era insediata a Wall Street e i suoi amici banchieri avevano creato il potenziale per una rilevante e di lunga durata inflazione alimentare. Ma questa inflazione necessitava di un maggior “libero sfogo” per consentire alla “palla di correre veramente”. Questo doveva accadere con l’arrivo di George W. Bush.

La mazzata killer – la BP, il bioetanolo e il genocidio

Nel 2007, proprio quando una autentica crisi nel settore immobiliare degli Stati Uniti stava producendo le prime ondate sconvolgenti di uno tsunami finanziario a Wall Street, l’amministrazione Bush instaurava importanti pubbliche relazioni per cercare di convincere il mondo che gli Stati Uniti si erano trasformati nel “migliore amministratore dell’ambiente”. Troppa carne al fuoco per una montatura giornalistica truffaldina!
Il centro del programma di Bush, annunciato nel suo Messaggio sullo Stato dell’Unione del gennaio 2007, poteva essere definito come “20 in 10” – prevedendo un taglio del 20% nei consumi di carburanti a partire dal 2010. La motivazione ufficiale fornita all’opinione pubblica era quella di “ridurre la dipendenza dalle importazioni di petrolio”, e di tagliare le emissioni di gas provocanti un indesiderato “effetto serra”.
Naturalmente, non si trattava proprio di questo, ma tutto ciò rendeva buona pubblicità. Ripetere spesso questo messaggio, forse poteva indurre tanta gente a crederci! Forse la gente non era in grado di realizzare che le tasse dei contribuenti servivano per aumentare la produzione di cereali destinati alla preparazione di etanolo invece che all’uso alimentare, e di conseguenza questo avrebbe mandato alle stelle il prezzo del pane quotidiano.
L’obiettivo primario del piano di Bush consisteva nell’enorme espansione dell’uso del bio-etanolo come carburante per il sistema dei trasporti, sfruttando la tassazione dei contribuenti.
In origine, il piano del presidente Bush prevedeva la produzione di 35 miliardi di galloni (circa 133 miliardi di litri) di etanolo all’anno dal 2017. Il Congresso aveva già dato mandato, mediante l’Energy Policy Act del 2005, che l’etanolo come carburante prodotto dal granturco doveva aumentare dai 4 miliardi di galloni del 2006 ai 7,5 miliardi di galloni nel 2012.
Per avere certezza che questo avvenisse, i produttori e i giganti dell’agribusiness, come l’ADM, ricevevano generosi contributi dall’erario per aumentare la produzione di grano per carburanti al posto del grano per alimentazione. Le aziende agricole del sistema delle imprese di David Rockefeller erano fra i maggiori destinatari dei sussidi agricoli concessi dal governo degli Stati Uniti.
Attualmente, negli Stati Uniti i produttori di etanolo ricevono una sovvenzione di 51 cents per gallone di etanolo. Il sussidio viene pagato al mescolatore, di solito una compagnia petrolifera, che miscela l’etanolo con il carburante petrolifero, per poi metterlo in vendita. Per il raccolto annuale del 2011, si valuta che il 40% di tutto il seminativo a cereali negli Stati Uniti sia destinato alla produzione di granaglie per bio-carburanti.
Come risultato di queste generose sovvenzioni da parte del governo degli Stati Uniti per la produzione di carburanti al bio-etanolo, e delle nuove disposizioni di legge, l’industria statunitense della raffinazione è stata investita al massimo livello nella costruzione di speciali nuove distillerie di etanolo, molto simili alle raffinerie di petrolio. Attualmente, il numero di questi impianti in costruzione supera il numero complessivo delle raffinerie di petrolio costruite negli Stati Uniti negli ultimi 25 anni. Quando questi impianti verranno portati a termine nei prossimi 2-3 anni, la richiesta di granturco e di altri cereali per la produzione di etanolo come carburante per autotrazione raddoppierà dagli attuali livelli.
Non consentendo di passare in secondo ordine, i burocrati dell’Unione Europea a Bruxelles – senza dubbio generosamente incoraggiati da BP, Cargill, ADM e dai più importanti gruppi di pressione favorevoli ai biocarburanti -- hanno aderito alla questione con un loro schema “10 in 20”, una disposizione normativa per cui il 10% di tutto il carburante per autotrazione nell’Unione Europea dal 2020 dovrà essere costituito da bio-carburante.
Scandalosamente, hanno legiferato così malgrado l’esistenza di un rapporto della stessa Commissione Europea sul pericoloso impatto di una tale massiccia svolta a sostenere l’uso di bio-carburanti.
Il The London Times riportava che uno studio della Commissione sulle implicazioni dell’uso di terreno agricolo per bio-carburanti, ora come fonte di un solo 5,6% del carburante per trasporto in Europa da bio-carburanti, concludeva che un significativo aumento oltre quel 5,6% avrebbe “rapidamente” accresciuto le emissioni di anidride carbonica e “avrebbe corroso la sostenibilità ambientale dei biocarburanti”…
Come per molti diktat politici, la cifra del 10% veniva imposta senza grandi riflessioni e nessuno della Commissione aveva la minima idea, nell’assumere questa decisione politica, di come l’industria dei carburanti, a prescindere da qualsiasi ordinanza, desse luogo ad un enorme aumento di piantagioni per bio-carburanti nei paesi tropicali. [23]
In breve, l’uso di terreno agricolo nel mondo per la produzione di bio-etanolo e altri bio-carburanti – viene bruciato prodotto alimentare piuttosto che usarlo per la nutrizione umana ed animale! – è stato considerato a Washington, nell’Unione Europea, in Brasile e in altri importanti centri come la più importante industria in fase di sviluppo.
Comunque, l’impatto sugli esseri umani è decisamente tutto opposto. Rapidamente sta sviluppandosi una industria di morte, la morte di milioni di esseri umani innocenti incapaci di procurare il nutrimento per se stessi e per le loro famiglie.
Attualmente, gli Stati Uniti sono di gran lunga i maggiori produttori al mondo di bio-carburante ad etanolo come carburante per trazione. Nel 2010, gli Stati Uniti hanno prodotto 13 miliardi di galloni pari a 50 miliardi di litri di carburante al bio-etanolo, una percentuale vicina al 60% di tutta la produzione mondiale. L’Unione Europea contribuisce per un 6% al totale globale, come numero tre dietro al Brasile nella macabra competizione di vedere quale paese può distruggere la maggior quantità di cibo bruciandolo come carburante tossico. [24]
L’aspetto più allarmante dell’intero imbroglio dei bio-carburanti sta nel fatto che tre anni dopo l’esplosione del prezzo del grano del 2008 veniva dimostrato che gli aumenti erano direttamente collegati alla rimozione di milioni di acri di terreno agricolo negli Stati Uniti – passando da coltivazione di granaglie per alimentazione a granaglie per carburanti – e nessun provvedimento veniva adottato dal Congresso degli Stati Uniti, né dall’Unione Europea e nemmeno da altre istituzioni per ribaltare questa politica insana.
La sbalorditiva inazione sembra testimoniare il potere politico della lobby dei bio-carburanti. Chi sono costoro?
Non fa sorpresa che questi lobbisti siano gli stessi giganti dell’agribusiness e petroliferi che sovrintendono alle politiche alimentari ed energetiche negli Stati Uniti e in Europa. Gli attori principali: BP, Shell, Exxon Mobil, Chevron, ADM, Cargill ed altri consimili. Si tratta di una lobby potente, una gallina che può letteralmente depositare tante uova d’oro nella forma di disposizioni che impongono la necessità di bio-carburanti da parte dell’Unione Europea, degli Stati Uniti ed in altri paesi.
Nel gennaio di quest’anno, l’Institute for European Environment Policy (IEEP), (Istituto per le Politiche Ambientali Europee), una organizzazione indipendente, ha pubblicato un documento sul ruolo delle bio-energie nei “piani di azione per le energie rinnovabili” dei governi dell’Unione Europea.
Recenti proclami da parte del governo della Germania che le rinnovabili sostituiranno la generazione di energia elettrica da centrali nucleari a partire dal 2020, e simili impegni di altri governi europei, tutti fanno assegnamento su una fantastica illusione che l’energia elettrica generata da grandi impianti nucleari può essere prodotta mediante il bio-diesel.
Lo studio dell’IEEP sottolinea come:
“Più di metà dell’energia rinnovabile che gli Stati Membri dell’Unione Europea si aspettano di consumare ogni anno dal 2020 consisterà di bio-energia, prodotta da bio-masse, bio-liquidi e bio-carburanti. Questo viene evidenziato in una prima valutazione della dimensione proposta dell’impiego di bio-energia da parte degli Stati Membri dell’Unione Europea nel periodo al 2020, come previsione nei loro Piani Nazionali di Azione su Energie Rinnovabili (NREAPs)...Viene anticipato un significativo aumento nel consumo totale di bio-energia.
Quindi, secondo i 23 piani esaminati, la bio-energia fornirà il principale contributo al settore delle energie rinnovabili. Complessivamente, si prevede che il contributo di bio-energia al consumo complessivo di energia diventerà più del doppio, passando dal 5,4% nel 2005 a quasi il 12% (124Mtoe, milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) nel 2020. La bio-energia avrà un ruolo quasi dominante nel settore delle energie rinnovabili dell’Unione Europea destinate al riscaldamento e al raffreddamento, e si prevede un suo contributo oltre l’80% all’obiettivo da raggiungere in questo settore. Nel settore elettrico, la quota di bio-energia sarà relativamente bassa, ma nel settore dei trasporti si prevede di raggiungere quasi il 90% del totale delle energie rinnovabili a partire dall’anno 2020.” [25]
L’Istituto IEEP ha condotto un’analisi sul terreno seminativo richiesto necessario per la coltivazione di un tale enorme aumento di cereali per bio-carburanti dal 2020. L’Istituto ha stimato, dopo la valutazione opportuna di tutti i fattori, che nell’Unione Europea sarà necessario un addizionale da “4,1 a 6,9 milioni di ettari” destinati alla produzione di bio-carburanti, un seminativo più di tre volte l’intero Stato del Kansas.
Inoltre, infrangendo il mito dell’Unione Europea che i biocarburanti contribuiscano alla riduzione di CO2 (fosse anche che la CO2 costituisca un problema, cosa che è altamente contestata da scienziati scrupolosi), lo IEEP calcola che l’enorme aumento nell’uso di bio-carburanti produrrà un quantitativo superiore di emissioni di CO2 da veicoli per autotrazione, come se venissero immessi in aggiunta sulle strade di Europa qualcosa come 26 milioni di veicoli. [26]
I bio-carburanti sono altamente indesiderabili per innumerevoli ragioni, come molte importanti organizzazioni ambientali hanno iniziato a ben comprendere. L’industria dell’etanolo da granaglie è in pieno sviluppo, e questo è largamente dovuto alle potenti lobby dei cereali e del petrolio. Parimenti la grande richiesta farà aumentare i prezzi del gas e dell’etanolo da cereali, visto che questo etanolo viene mescolato con la benzina. L’energia da etanolo ridimensiona l’economia dei carburanti per motori tradizionali. E cosa più importante, è semplicemente impossibile produrre la quantità di cereali richiesta per produrre un carburante che sia una alternativa valida al petrolio o a qualsiasi altra sorgente importante di energia. [27]

Una nuova desertificazione globale?

Quello che i propagandisti dei bio-carburanti – dalla BP ai fautori dell’agribusiness, in combinazione con le folli decisioni assunte dai governi, da Washington a Berlino e Parigi ed altri – hanno portato a compimento è l’eliminazione in tutto il mondo delle riserve cerealicole di sicurezza. Questo è stato vigorosamente mescolato con un cocktail di libere contrattazioni di derivati sulle merci senza alcuna regolamentazione, per creare gli ingredienti per la peggiore potenziale crisi alimentare nella storia dell’umanità.
Sfortunatamente, la verifica di questa ipotesi di crisi alimentare può già dirsi in fase di realizzazione a causa di forze ben lontane dalla capacità dell’uomo di essere controllate.
Al recente incontro annuale della Divisione di Fisica del Sole della Società Astronomica Americana, gli scienziati dell’Osservatorio Nazionale del Sole (NSO) e del Laboratorio di Ricerche dell’Aviazione Militare (AFRL) hanno presentato i risultati degli studi sull’attuale attività eruttiva solare, di gran lunga il fattore più importante che influenza le variazioni climatiche sulla Terra.
Le eruzioni avvengono ciclicamente secondo periodi di 11, 22 anni ed oltre. Gli studi sul Sole indicano che la Terra ora si trova all’inizio di quello che può essere un periodo di dieci anni o più di attività solare di gran lunga ridotta.
Una ridotta attività delle macchie solari significa un sole meno attivo. Il fisico olandese Gijs B. Graafland così si esprime: “Questo influenzerà in modo decisivo l’evaporazione dell’acqua degli oceani e quindi la quantità delle piogge. Questo comporta minori quantità di acqua disponibile per l’agricoltura e quindi minori raccolti e una scomparsa preoccupante di strati superficiali di terreno fertile diventati aridi. Ne deriverà un decennio di alti prezzi dei prodotti alimentari.” [28]
Per capirci più direttamente, questo potrebbe significare catastrofi climatiche, raccolti insufficienti, siccità e tempeste di polvere – come quelle che si abbatterono sul Midwest degli Stati Uniti durante la Grande Depressione degli anni ’30 – nelle regioni fertili del pianeta, e questo per una durata di tanti anni.
Se i fisici del Sole sono nel giusto, come l’eminente astrofisico russo Habibullo Abdussamatov, direttore delle ricerche spaziali dell’Osservatorio Astronomico Pulkovo di San Pietroburgo, che ha previsto similmente l’inizio di una nuova “Piccola Era Glaciale” [29] a partire dal 2014, noi possiamo già trovarci ad affrontare una crisi alimentare di una tale dimensione che il nostro pianeta mai ha dovuto assistere. [30]
Note:
[1] F. William Engdahl, Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation
(I semi della distruzione: l’agenda segreta della manipolazione genetica),
www.GlobalResearch.ca, Montreal, 2007, pp. 216-219.
[2] Sophia Murphy, Strategic Grain Reserves In an Era of Volatility (Riserve cerealicole strategiche in un’era di instabilità) , Institute for Agriculture and Trade Policy, Minneapolis, ottobre 2009.
[3] Anon., Un altro raccolto fallimentare nell’Unione Sovietica, Time, 28 novembre 1977 http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,919164,00.html#ixzz1NMsb5yQY
[4] PBS, L’avvertimento, Public Broadcasting System, 20 ottobre 2009, October 20, 2009, accessibile a http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/warning/view/#morelink.
[5] Lawrence Summers e altri, Over-the-Counter Derivatives Markets and the Commodity Exchange Act: Report of The President’s Working Group on Financial Markets (Le transazioni dei derivati su mercati ristretti e la norma sugli scambi di materie prime: relazione del gruppo di lavoro del Presidente sui mercati finanziari), Washington, D.C., novembre 1999.
[6] Cadwalader, Wickersham & Taft LLP, CFTC Releases Plan for Market Deregulation (la Commodity Futures Trading Commission rende pubblico il piano per la deregolamentazione dei mercati), 1 marzo 2000, accessibile a http://library.findlaw.com/2000/Mar/1/128962.html.
[7] Frederick Kaufman, How Goldman Sachs Created the Food Crisis (Come la Goldman Sachs ha creato la crisi alimentare), Foreign Policy, 27 aprile 2011, accessibile a http://www.foreignpolicy.com/articles/2011/04/27/how_goldman_sachs_created_the_food_crisis.
[8] Amine Bouchentouf e altri, Investing in Commodities via the Futures Markets (Investire in materie prime attraverso il mercato dei futures), accessibile a
http://www.dummies.com/how-to/content/investing-in-commodities-via-the-futures-markets.html#ixzz1PdYxiCqD.
[9] Ibid.
[10] Olivier de Scheutter, Food Commodities Speculation and Food Price Crises (Speculazione su materie prime alimentari e crisi dei prezzi degli alimenti), Briefing Note 02, settembre 2010, accessibile a http://www.srfood.org/images/stories/pdf/otherdocuments/20102309_briefing_note_02_en_ok.pdf
[11] Ibid.
[12] Frederick Kaufman, The Food Bubble: How Wall Street starved millions and got away with it (Come Wall Street ha affamato milioni di persone e l’ha fatta franca), luglio 2010, Harper’s Magazine, pp. 32, 24.
[13] Frederick Kaufman, How Goldman Sachs Created the Food Crisis (Come la Goldman Sachs ha creato la crisi alimentare, Foreign Policy, 27 aprile 2011, accessibile a http://www.foreignpolicy.com/articles/2011/04/27/how_goldman_sachs_created_the_food_crisis
[14] Neena Rai ed altri, High Food Prices Pose Threat to Poor Nations (Gli alti prezzi del cibo costituiscono una minaccia per le nazioni povere), The Wall Street Journal, 8 giugno 2011.
[15] Global Labour Institute, Food Crisis—Financializing Food: Deregulation, Commodity Markets and the Rising Cost of Food (La crisi alimentare – la finanziarizzazione del cibo: deregolamentazione, mercato delle materie prime e costo degli alimenti in aumento) Ginevra, 7 giugno 2008, accessibile a http://www.globallabour.info/en/2008/07/financializing_food_deregulati.html
[16] Ibid.
[17] Vedi F. William Engdahl, Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation (I semi della distruzione: l’agenda segreta della manipolazione genetica), 2007, Montreal, www.GlobalResearch.ca, pp.123-151, per un’analisi più circostanziata sull’impostura della Rivoluzione Verde e del suo “frumento meraviglioso”, così definito da Norman Borlaug, lui stesso prodotto dell’organizzazione di ricerca Rockefeller. [Norman Borlaug, statunitense, è stato agronomo ed ambientalista, vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1970, considerato il padre della Rivoluzione Verde.]
[18] Ibid.
[19] Ibid.
[20] Current Biography (Biografia più recente), 1967, Wassily Leontief; e Ray Goldberg.
[21] Ray Goldberg, The Evolution of Agribusiness (Lo sviluppo dell’agribusiness), Harvard Business School Executive Education Faculty Interviews:
W. Leontief, Studies in the Structure of the American Economy (Studi sulla struttura dell’economia Americana), 1953. International Science Press Inc., White Plains, New York.
Nella sua relazione annuale del 1956, la Fondazione Ford metteva in evidenza il contributo al “Progetto di ricerca economica ad Harvard”. Oltre a tutti gli altri programmi, veniva assegnato un contributo di 240.000 $ per appoggiare le attività del “Progetto di ricerca economica ad Harvard” per un periodo di sei anni. Questo centro, sotto la direzione del professor Wassily Leontief, era impegnato in una serie di studi quantitativi sulla struttura dell’economia usamericana, puntando l’attenzione soprattutto sulle relazioni inter-industriali e le interconnessioni fra industria e altri settori dell’economia. Veniva assegnato un identico contributo dalla Fondazione Rockefeller.
Vedere anche Ray Goldberg, The Genetic Revolution: Transforming our Industry, Its Institutions, and Its Functions, an address to The International Food and Agribusiness Management Association (IAMA) (La rivoluzione genetica: trasformare il nostro sistema industriale,le sue istituzioni e le sue funzioni, una comunicazione all’Associazione internazionale per la gestione dei prodotti alimentari e dell’agribusinness (IAMA). Chicago, 26 giugno 2000. Goldberg ha fondato e diretto lo IAMA e altri centri decisionali con riferimento ai consigli di amministrazione die gigantic dell’agribusiness Archer Daniels Midland, Smithfield Foods e Dupont Pioneer Hi-Bred. Egli ha messo in pratica ciò che è andato predicando.
[22] F. William Engdahl, op. cit.
[23] Carl Mortished, We’re on a green road to hell (Noi ci siamo incamminati su un sentiero verde verso l’inferno), The London Times, 10 aprile 2010.
[24] F.O. Lichts, Industry Statistics: 2010 World Fuel Ethanol Production (Statistiche industriali: la produzione mondiale di etanolo per carburanti nel 2010), Renewable Fuels Association, accessibile a http://www.ethanolrfa.org/pages/statistics#E.
[25] IEEP Study, The Role of Bioenergy in the National Renewable Energy Action Plans: A First Identification of Issues and Uncertainties (Il ruolo della bioenergia nei piani di azione nazionali per le energie rinnovabili: una prima identificazione delle problematiche e delle incertezze), 31 gennaio 2011, accessibile a http://www.ieep.eu/topics/climate-change-and-energy/energy/bioenergy/.
[26] IEEP Press Release, New Report Concludes that Indirect Impacts of EU Biofuel Policy will Create Major Environmental Pressure (Un recente rapporto conclude che le conseguenze indirette della politica sui bio-carburanti dell’Unione Europea produrranno una situazione di maggior sofferenza ambientale), 8 novembre 2010.
[27] P. Gosselin, German Ethanol Requirement Turns Into A Debacle (La richiesta di etanolo da parte della Germania porta al disastro), 4 marzo 2011, accessibile a notrickszone.com/2011/03/04/German-Ethanol-Requirement-Turns-Into-A-Debacle.
[28] Gijs B. Graafland, Effects of low sunspot levels on evaporation…(Effetti della bassa attività delle macchie solari sull’evaporazione…), 9 maggio 2011, e-mail privata all’autore.
[29] Jerome R. Corsi, New Ice Age to begin in 2014--Russian scientist to alarmists: 'Sun heats Earth!' (Inizio di una nuova era glaciale dal 2014 --- Uno scienziato russo agli allarmisti: “Il sole riscalda la terra!”) , 17 maggio 2010, WorldNetDaily.
[30] Solar Science Staff Writers, Major Drop In Solar Activity Predicted (Prevista una rilevante diminuzione dell’attività solare), 15giugno 2011, Boulder Colorado, accessibile a http://www.spacedaily.com/reports/Major_Drop_In_Solar_Activity_Predicted_999.html





Fonte: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25483

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