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domenica 4 agosto 2024

L'arte del vivere e del morire

di Gary 'Z' McGee
TheMindUnleashed
Questa è l'arma a doppio taglio della filosofia...

"Quando Socrate di Platone afferma nel Fedone che la filosofia è melete thanatou , vale a dire un'intensa pratica della morte, potrebbe voler dire non solo che l'obiettivo della filosofia dovrebbe essere quello di aiutarci a gestire meglio la nostra mortalità, ma anche che chi pratica la filosofia dovrebbe comprendere i rischi che accompagnano questo lavoro."


Costica Bradatan

La filosofia è uno strumento...

Detto in modo più succinto, la filosofia è un rasoio. Utilizza domande per tagliare le idee . Qualunque risposta dovrebbe emergere da tale interrogazione viene semplicemente tagliata da domande migliori.

Il filosofo è quindi colui che elimina il superfluo dalla propria percezione della realtà attraverso domande sempre più efficaci, più ragionevoli e più logiche, senza tuttavia perdere il senso dell'immaginazione.

Se la filosofia è un rasoio, allora la filosofia autoinflitta è un'arma a doppio taglio affilata come un rasoio, con cui il filosofo si trafigge per ottenere una rinascita continua.

È un modo di mitizzare l'esperienza personale, trasformando così una vita altrimenti banale nel viaggio di un eroe. Una vita immaginaria autorealizzata piena di Eudaimonia .

Da vittima a eroe a eroe cosmico, il filosofo autoinflitto è sempre in preda alla metanoia .

Quando ci trafiggiamo con questa particolare spada, siamo allo stesso tempo l'eroe e il cattivo, il giullare e il saggio, l'eterno bambino e il guerriero.

giovedì 29 marzo 2012

Ernst Cassirer: segno, simbolo..L’anti-ontologia

L’anti-ontologia  Ernst Cassirer Hans Jörg Sandkühler
http://www.filosofia.it/
Il presente studio si concentra sul ruolo del linguaggio e della scienza nella teoria della conoscenza di Ernst Cassirer. L’interpretazione data della posizione di Cassirer e di stampo costruttivista: il linguaggio e inteso come sistema complesso di segni arbitrariamente prodotti dalla mente umana per conferire senso e significato al mondo. La concezione cassireriana è anzi presentata alla stregua di un modello ideale per quel filone dell’epistemologia contemporanea che vuole affermare il pluralismo, tenendosi tuttavia a distanza dalle tentazioni scettiche, relativiste e soggettivistiche del nostro tempo.




Linguaggio, segno, simbolo.
L’anti-ontologia di Ernst Cassirer
Hans Jörg Sandkühler
Articolo pubblicato su invito, ricevuto il 10 maggio 2010
█ Riassunto Il presente studio si concentra sul ruolo del linguaggio e della scienza nella teoria della conoscenza di Ernst Cassirer. L’interpretazione data della posizione di Cassirer è di stampo costruttivista: il linguaggio è inteso come sistema complesso di segni arbitrariamente prodotti dalla mente umana per conferire senso e significato al mondo. La concezione cassireriana è anzi presentata alla stregua di un modello ideale per quel filone dell’epistemologia contemporanea che vuole affermare il pluralismo, tenendosi tuttavia a distanza dalle tentazioni scettiche, relativiste e soggettivistiche del nostro tempo.

PAROLE CHIAVE: Ernst Cassirer; Forma simbolica; Epistemologia; Costruttivismo; Linguaggio.
█ Abstract Language, Sign, Symbol. The Anti-Ontology of Ernst Cassirer - This paper investigates the role of language and the function of science in Ernst Cassirer’s theory of knowledge. Cassirer’s position is interpreted in a constructivist way: language is presented as a complex system of signs arbitrarily produced by the human mind to imbue the world with sense and meaning. Indeed, Cassirer’s theory is proposed as an ideal model for that part of the contemporary epistemology which agrees with the general principles of pluralism, but intends at the same time to stay away from sceptical, relativistic and subjectivist temptations which are very popular in our time.

KEYWORDS: Ernst Cassirer; Symbolic Form; Epistemology; Constructivism; Language.

OGGETTO DI QUESTE PAGINE SARÀ la Filosofia delle forme simboliche di Ernst Cassirer 1o, per meglio dire, la sua teoria della conoscenza. La prospettiva sistematica in cui s’inserisce questa
rilettura di Cassirer è quella di una  antiontologia. Prima di esporre le mie considerazioni in merito, vorrei portare l’attenzione su due precondizioni storiche: si tratta di due “rivoluzioni copernicane”. La prima ha luogo in filosofia ed è legata al nome di Immanuel Kant. Ernst Cassirer elabora la propria prospettiva filosofica seguendo le orme di Kant e del Neokantismo.
La seconda ha luogo a partire dalla metà del XIX secolo all’interno delle scienze della natura.
2La filosofia di Ernst Cassirer è legata alla matematica e alla fisica come poche altre.



█ Due rivoluzioni copernicane
Le due “rivoluzioni” di cui si è appena detto hanno dissolto quella fin troppo semplicistica convinzione per cui il nostro sapere sarebbe qualcosa di oggettivo. Nell’ambito della filosofia, come in quello delle scienze e delle arti, giunge a compimento la dissoluzione di ciò che si presumeva essere certo. Ha luogo
qui la dissoluzione del dato, ossia l’erosione di quell’idea per cui ci sarebbe una realtà precostituita che richiede soltanto di essere rappresentata per mezzo di copie riproduttive.
Con l’obsolescenza dell’idea di una rappresentazione speculare e riproduttiva,  s’indebolisce anche la fiducia ingenua nella percezione quale unico strumento di accesso “oggettivo” alla realtà. Come  già notava durante gli  anni Trenta Alfred N. Whitehead, la percezione sensibile non è qualcosa che ci fornisce il dato nei termini in cui noi successivamente lo interpretiamo.
3Esito di questa rivoluzione è l’affermarsi di una prospettiva costruttivista circa la costituzione della realtà all’interno della conoscenza. E dal momento che non esiste un’unica modalità
di corretta costituzione della realtà, da questa prospettiva trae origine una posizione ulteriore,
quella relativa alla  pluralità dei mondi, le cui implicazioni possono anche essere  descritte
come segue: il mondo non ci obbliga a una conoscenza che gli sia assolutamente conforme. È
nella conoscenza e nel linguaggio che il “mondo oggettivo” – relativo ai diversi contesti e ai diversi ambiti del sapere – diventa il nostro mondo. Noi non parliamo tutti la stessa lingua; esiste
ben più di un'unica e sola versione del mondo.
Secondo Nelson Goodman ciò  con  cui dobbiamo fare i conti è la “molteplicità” e “varietà” di mondi, ossia la loro «dipendenza da sistemi di simboli costruiti da noi, la varietà degli standard di correttezza cui sono sottoposte le nostre costruzioni». Questo  è l’approdo decisivo della  filosofia moderna,
quella filosofia che prese avvio allorché Kant ha operato il passaggio dalla struttura del mondo a quella della mente […] e che ora continua col passaggio dalla struttura dei concetti a quella dei diversi
sistemi simbolici delle scienze, della filosofia delle arti, della percezione e del discorso quotidiano.
Il movimento è da un’unica verità e da un mondo fisso e dato a una varietà di versioni corrette e anche in conflitto, ossia di mondi in fabbricazione.
4D’altro canto non si può ignorare che, così come si sono dati momenti di contestazione nei confronti della critica kantiana, anche l’idealismo ontologicamente neutrale  ha incontrato forti opposizioni  nell’ambito della teoria della conoscenza. Inoltre, proprio nelle scienze cosiddette “positive” si rinnova periodicamente la comparsa di posizioni opposte, quali il materialismo, il naturalismo e il
riduzionismo, che non trovano un punto di appoggio unicamente nelle scienze naturali.
Tanto la prima quanto la seconda “rivoluzione copernicana” lanciano  continuamente  la
loro sfida: mettere in discussione il materialismo nei suoi vecchi principi, attardo la sua
tesi fondamentale per cui ogni cosa, in quanto elemento del mondo materiale, cioè della natura, può essere spiegata con i mezzi della fisica. Per questa posizione tutto – e di conseguenza anche la coscienza o la mente – può essere spiegata mediante le leggi della natura.
E possiamo anche dire  – senza timore di
esagerazione – che, per quanto riguarda le tendenze oggi dominanti, il nuovo spirito scientifico si concentra sul soggetto, dotato di un atteggiamento critico e seguace di un certo scetticismo metodologico. E inoltre il linguaggio in cui si esprime non è solo descrittivo, ma anche prescrittivo: noi imponiamo alla natura le leggi della nostra mente. In questo senso la conoscenza non può essere caratterizzata attraverso un’obiettività garantita dalla “datità” degli oggetti e della corrispondenza fra teoria e realtà.
Se le cose stanno in questo modo, allora la strada è aperta per una trasformazione complessiva dell’immagine del mondo. Il nuovo clima culturale relativizza anche ciò che in precedenza pareva essere ovvio e scontato: e cioè che la conoscenza scientifica debba essere posta sul gradino più alto nella gerarchia delle forme di razionalità. La scienza diviene una forma simbolica fra altre culture epistemiche che hanno pari dignità e rango. Questa idea non entra solo a far parte di una mutata


comprensione di sé da parte delle scienze, ma si trova anche alla base, intesa in un senso
molto più ampio, di una nuova mentalità e di un nuovo stile di pensiero.
La nuova epistemologia di cui voglio parlare qui è un’epistemologia ontologicamente
neutrale e tuttavia – in un certo senso – ancora realistica. Quattro sono i tratti caratteristici che ne definiscono il profilo
.


▶  I processi cognitivi e le affermazioni vertenti sulla realtà dipendono fondamentalmente dalla tipologia di concezioni relative al rapporto tra conoscenza e realtà di volta in volta  privilegiata. Queste concezioni sono anch’esse parti di cornici più ampie, cioè di punti di vista o immagini che hanno a oggetto il mondo e anche noi stessi.
▶ Il mondo esterno e le sue proprietà non forniscono di per sé garanzia alcuna per la correttezza della nostra conoscenza. La nostra conoscenza è sottoposta a specifiche condizioni
epistemiche di carattere culturale. Queste condizioni, per esempio, possono essere gli schemi
della percezione e dell’esperienza, gli schemi di descrizione, i contesti delle forme simboliche,
ma anche le forme culturali in cui si inscrivono l’azione e il comportamento. Ci sono quindi
verità che sono solo contestuali e indessicali; ogni verità deve  essere corredata dall’indice
dello schema sulla cui base la si afferma.
▶  Le conoscenze non sono indipendenti dall’intenzionalità dei nostri atteggiamenti
proposizionali, ossia dalle credenze, dalle opinioni e dai desideri. L’oggettività delle
proposizioni è sempre permeata dalla soggettività propria degli atteggiamenti proposizionali.
▶ Dal momento che le conoscenze sono costruzioni, esse sono contestuali e prospettiche,
e quindi anche relative. Non possono essere garantite a priori contro le obiezioni scettiche.
Questi quattro presupposti si ripercuotono sulla nozione di “riferimento”. Il senso comune spontaneamente ci porta a ritenere che noi ci riferiamo in maniera diretta a qualcosa che ci è semplicemente dato. Gli sviluppi del pensiero filosofico dal XIX secolo fino a oggi tuttavia hanno portato con sé una critica radicale a questo bel sogno. Oggi con “riferimento” non si può più intendere il fatto che, quando impieghiamo  il linguaggio della conoscenza, noi parliamo la lingua degli oggetti.
L’originale è piuttosto il linguaggio della conoscenza, mentre gli oggetti menzionati sono
le sue variabili, non il contrario.
La filosofia contemporanea ha dato a questo problema denominazioni diverse. Indipendentemente da come la si voglia qualificare, questa questione riguarda qualunque tipologia
di elemento terzo, chiamato a fare da “ponte” tra soggetto e oggetto, tra conoscenza e realtà.
A volte  si usa l’espressione “interpretante”, talvolta “cornice teorica”, talaltra “gioco linguistico”, qualche altra ancora “schema concettuale”.5Tutti questi nomi indicano qualcosa che era ben noto già ai tempi di Kant: noi non conosciamo le cose così come esse sono, ma le conosciamo solo all’interno di una specifica cornice concettuale. La variante wittgensteiniana di questo problema recita: «la verità di  certe proposizioni empiriche appartiene al
nostro sistema di riferimento».
6A partire da questo paradigma, tipico della filosofia moderna, Nicholas Rescher in tempi più recenti ha tratto alcune conclusioni relative alle scienze della natura:
la scienza della natura non riproduce la “realtà” in sé, piuttosto ci fornisce un’immagine della realtà, così come questa ci si presenta – e va tenuto conto che noi siamo ricercatori di un genere assolutamente
particolare,  ai quali spetta una posizione altrettanto  particolare  nel contesto delle cose del mondo. […] Le scienze della natura che pratichiamo sono un artefatto umano che deve essere limitato in un
aspetto decisivo proprio dal fatto che si tratta delle  nostre scienze. Il mondo così
come lo conosciamo è pertanto il nostro mondo  – è il correlato della mente in un’immagine del mondo concepita secondo categorie di comprensione che sono caratteristiche degli esseri umani.
7Dall’assunto per cui l’ordine del conosciuto è l’ordine del conoscere sorge il problema


della relatività concettuale. Questa parola indica un relativismo8che segue in maniera apparentemente necessaria dal significato fondamentale dei concetti e dall’applicazione degli schemi concettuali. Nei fatti non si tratta d’altro che della relazionalità. Non ci sono cose e nemmeno una natura che non siano il risultato del rapporto con i concetti nel momento stesso in cui divengono oggetto della nostra conoscenza e del nostro linguaggio.
Per dirla diversamente: con questo processo, la filosofia, le scienze e le arti hanno imparato
a resistere alla loro brama di oggettività. Tradotto in un linguaggio più propriamente filosofico: la concezione ingenua della conoscenza come rappresentazione sosteneva che qualcosa viene rappresentato solo a patto che la rappresentazione si conformi in ampia misura a
questo qualcosa; ossia solo a patto che si dia un isomorfismo tra ciò che rappresenta e la cosa
rappresentata. È questa idea dell’immagine del mondo a essere entrata in crisi.
Una filosofia che  abbia il coraggio di assumere queste posizioni  diventa inevitabilmente una filosofia che si fa portatrice di una modestia ontologica. In effetti, nella misura in
cui la realtà si tramuta in segni, in forme simboliche e in versioni del mondo, tanto la conoscenza quanto la scienza perdono il mondo delle “cose” così come queste sono “in se stesse”.  L’esito cui  approda la ricerca di Ernst Cassirer sottolinea come ciò che sembra consolidare la nostra conoscenza dei fatti e ampliarla, è piuttosto  proprio quello che  ci  distanzia in misura maggiore dal nucleo di ciò
che è “fattuale”. La concettualizzazione pertanto implica sempre una perdita del contenuto autentico e profondo del reale.
9Nei segni e nelle forme simboliche noi riconquistiamo quel tanto di mondo fenomenico che
somiglia alla nostra mente e che pertanto possiamo comprendere e in cui possiamo agire.
Qui però vengono alla luce alcuni problemi:  che ne è del mondo esterno, della realtà
oggettiva? Può forse essere che essi non  esistano? Nient’affatto. Essi ci sono. La filosofia
di cui stiamo parlando non è antirealistica nel senso che nega l’esistenza del mondo esterno.
Essa afferma piuttosto che il cosiddetto “problema del mondo esterno”
10non è di  alcun interesse filosofico. Come scriveva Rudolf Carnap nella sua autobiografia, «per il sistema della scienza la tesi della realtà del mondo esterno è un ingrediente vuoto».
11Questo punto di vista muta radicalmente lo stile e l’autocomprensione  della filosofia,
cosa ben chiara allo stesso Cassirer: non il punto di vista di una filosofia, ma la
sua “ottica” è ciò che per essa davvero conta. Questa non vuole semplicemente schizzare una cartografia dell’essere a partire da una posizione già data, in cui i singoli ambiti
della realtà vengono registrati come se fossero già noti e dati una volta per tutte. Essa
mira piuttosto a una lontananza ancora sconosciuta, che bisogna in primo luogo scoprire e che può essere aperta in prima istanza solo grazie al concetto.

12
█ Ernst Cassirer e la critica al realismo metafisico
Il Saggio sull’uomo, una delle ultime opere di Cassirer, si apre con la ripresa di un noto
interrogativo kantiano:  che cos’è l’uomo? I passi iniziali rappresentano una testimonianza critica rivolta contro il dogmatismo ontologico e  tutte le  verità  “troppo certe”.  Qui Cassirer scrive: «che la conoscenza di sé sia il fine più alto dell’indagine filosofica, sembra generalmente riconosciuto».
13Questo non è stato messo in questione dallo scetticismo: nella storia della filosofia lo scetticismo è
stato la semplice controparte di un deciso umanismo. Con la negazione e la distruzione della certezza oggettiva del mondo esteriore lo scettico spera di ricondurre il pensiero dell’uomo verso il proprio essere.
Egli afferma che la conoscenza di sé è la condizione prima e necessaria per la realizzazione di sé.
14Quello di Cassirer è un esercizio abituale di scepsi, ma allo stesso tempo è la scepsi stessa
che diventa costantemente oggetto d’indagine epistemologica: per mettere in luce allo stato puro l’operazione dell’espressione, è necessario che il contenuto che serve da segno venga sempre
più spogliato del suo carattere di cosa; in tal modo però il significato oggettivante, che gli viene attribuito, perde il suo migliore punto d’appoggio. La teoria della rappresentazione
rischia così di ricadere sempre nello scetticismo: infatti che certezza abbiamo che il simbolo  dell'essere, che crediamo di avere nelle nostre rappresentazioni, riproduca esattamente la forma di esso, senza alterarla proprio nei suoi tratti essenziali?
15È dalla perdita della certezza che nasce la convinzione della necessità di una filosofia critica.
Ciò che contraddistingue la filosofia della conoscenza di Cassirer è il coerente disvelamento epistemologico della  relazionalità –che qui vuol dire  relatività – all’interno di
tutte le forme di conoscenza e di sapere, comprese le scienze. Questo tratto caratteristico compare già nel primo volume de Il problema della conoscenza nella filosofia moderna, edito nel 1906.
16Quattro anni più tardi, in Sostanza e funzione,  Cassirer raffina la propria tesi: «la verità dell’oggetto dipende dalla verità di determinati assiomi e non ha alcun fondamento diverso e più saldo. In tal modo
certamente non c'è alcun essere assoluto, bensì soltanto uno relativo». Siamo qui di fronte
a un’apologia del relativismo? Il relativismo sarebbe una conseguenza necessaria della critica al realismo metafisico? Decisamente no. Cassirer sgombra subito il campo da  questi
possibili  fraintendimenti:  «questa relatività non significa evidentemente la dipendenza
fisica dai singoli soggetti pensanti, bensì la dipendenza logica dal contenuto di determinate premesse universalmente valide di ogni conoscenza in generale».
17Quel che resta quindi èuna forma di circolarità viziosa, quella di voler spiegare la relatività della conoscenza in base all’universale azione reciproca delle cose, giacché proprio questa azione
reciproca è invece soltanto una di quelle idee di relazione che la conoscenza introduce nella molteplicità sensibile per riportarla a una forma unitaria.
18Il problema della relazionalità/relatività si lega a quello della soggettività delle condizioni della conoscenza e degli interessi impliciti alla conoscenza stessa. Come afferma Cassirer
non c’è alcun punto archimedeo della conoscenza, né vi sono possibilità di trattare i problemi filosofici,prescindendo da uno specifico punto di vista.
19
█ La teoria della conoscenza nel passaggio dalla critica della ragione alla critica della
cultura: linguaggio, segno e simbolo Cassirer concepisce la sua  Filosofia delle forme simboliche, la cui stesura prende avvio all’incirca dal 1920, come una sorta di “ponte” filosofico capace di collegare la critica della ragione conla critica della cultura: la critica della ragione diviene critica della civiltà. Essa cerca di intendere e di mostrare come ogni contenuto della civiltà, in quanto è più di un semplice contenuto singolo, in quanto è fondato su di un generale principio formale, ha come presupposto una originaria attività dello spirito.
20Sulla strada che porta da una critica della ragione verso la critica della cultura Cassirer approda infine a una nuova determinazione tanto della teoria della conoscenza quanto della relazione fra epistemologia e ontologia, dal momento che quello di cui va alla ricerca è una teoria «delle forme fondamentali della
comprensione del mondo». La sua tesi epistemologica è forte e prevede che «la teoria della conoscenza, in fondo,  non  è altro che un’ermeneutica della conoscenza».
21Al centro dell’immagine del mondo che Cassirer ha contribuito a formare in manieraconsiderevole  troviamo l’uomo quale essere vivente che si esprime mediante i simboli presenti nelle diverse culture. L’animal symbolicum  realizza nelle culture la propria libertà.
Ciò che nelle diverse modalità della conoscenza e nelle forme del sapere si oggettiva non è l’effetto di una determinazione naturale, né designa un fatto dato “per natura”. Per dirla con lo stesso Cassirer: «a una considerazione ingenua delle cose la conoscenza si presenta come un processo nel quale noi portiamo alla coscienza, riproducendola, una realtà che è di per sé esistente, ordinata e articolata».
22La nuova teoria della conoscenza, che si muove lungo le orme di Kant 23e che, neokantianamente, si spinge oltre Kant,24affronta questo problema partendo da un principio completamente diverso: «non possiamo cercare il vero “immediato” là fuori, nelle cose, ma dobbiamo cercarlo in noi stessi».
25Già in Sostanza e funzione il problema non è più quello di «sapere su quale separazione nell'assoluto si fondano le opposizioni tra “interno” ed “esterno”, tra “rappresentazione” e “oggetto”», bensì quello di conoscere semplicemente «da quali punti di vista e in base a quale necessità il  sapere stesso pervenga a queste distinzioni».
26Cassirer non ha in mente una teoria speculativa della conoscenza, ma lavora lungo tutto il corso della sua vita a una fenomenologia della conoscenza. In una riflessione più tarda Cassirer sottolinea come
la filosofia delle forme simboliche non vuole essere una metafisica della conoscenza, ma una fenomenologia della conoscenza.  Essa assume per questo la parola “conoscenza” nel senso più ampio e piùesteso. Essa comprende con questo termine non solo l’atto  del concepire scientificamente  e dello spiegare  teoreticamente, ma qualsiasi attività spirituale in cui noi ci costruiamo un “mondo” nella sua  forma caratteristica, nel suo ordine e nel suo “esser-così” […] Di conseguenza,  la filosofia delle forme simboliche non vuole, per principio, costruire  una determinata teoriadogmatica dell’essenza degli oggetti e delle loro proprietà fondamentali, ma, al suo posto, cogliere e descrivere, in un paziente lavoro critico,  i modi dell’oggettivazione,come essi siano propri e caratteristici dell'arte, della religione, della scienza.27In questa maniera la filosofia delle forme simboliche cerca di seguire la via indicata da Kant con la filosofia critica. Essa non vuole prendere le mosse da un principio universale dogmaticamente istituito sulla natura dell’essere assoluto, ma vuole in primo luogo indagare che cosa significhi in generale fare affermazioni su un essere, su un “oggetto della conoscenza” e per quali vie  e con quali mezzi in generale l’oggettualità sia accessibile e raggiungibile.
28In una riflessione ulteriore, risalente allaseconda metà degli anni Trenta, Cassirer osserva che «una teoria della conoscenza, che non voglia restar ferma alle sole analisi deiconcetti fondamentali delle scienze, deve [...] sapere in quale regione della conoscenza essa si trovi», perché, secondo Cassirer le “regioni” sono “tre mondi”: la soggettività dell’Io, l’intersoggettività tra gli uomini e infine
l’articolazione  natura/cultura,  assunte  quali due forme distinte della realtà. Chiarisce infatti lo stesso Cassirer:non [può] trattarsi qui naturalmente di livelli interni di una realtà assoluta, così come la metafisica da sempre ha tentato di distinguerli di collocarli di fronte a noi in un ordinamento gerarchico. Si tratta piuttosto soltanto dell’articolazione della conoscenza stessa e delle relazioni che sono presenti in essa.29Il prospettivismo di Cassirer  – l’idea del costruttivismo proprio di ogni forma del percepire e del conoscere, così come la sua critica a ogni  realismo ingenuo e a ogni oggettivismo 30– si basa soprattutto sull’indicazione dell’intenzionalità quale fonte di ogni ricono-scimento oggettuale: le relazione con un oggetto, l’intenzione diretta verso l’oggettualità, non si aggiunge alla percezione in un secondo momento, sgorgando da una qualche altra fonte, ma si trova sin dall’inizio in essa. Essa costituisce un momento costitutivo e ineliminabile della percezione stessa.
31L’intenzionalità è quella proprietà della coscienza tale per cui essa è diretta verso gli oggetti in quanto oggetti di coscienza, piuttosto che sugli oggetti esterni del mondo; per Cassirer come per
Brentano l’intenzionalità è legata a una “oggettualità immanente”, ossia  alla  inesistenza intenzionale
(ovvero mentale) di un oggetto.
32Sulla base della libertà conquistata  mediante l’uso di segni e simboli ha origine una relazione asimmetrica tra il “mondo” del senso comune, “nel quale noi conosciamo” e il mondo che è reso oggettivo da noi. Più inseriamo i singoli dati tratti dall’esperienza del mondo all’interno dei concetti generali dei sistemi simbolici che noi stessi creiamo e meno rimane di quel mondo che la comprensione del senso comune erroneamente concepisce come una realtà “data”.Il sapere non è né parte dell’essere né la sua copia e non viene neppure ammessa la sua relazione con questo essere, tanto che essa viene invece fondata da un altro punto di vista. È infatti la funzione del conoscere che ora costruisce e costituisce l’oggetto, non come assoluto, ma come condizionato da questa stessa funzione, come “oggetto nel fenomeno”.
33Questo è il motivo ispiratore dell‘opera di Cassirer: «la riduzione del “dato” alle funzioni pure della conoscenza  costituisce il fine ultimo, il risultato e il frutto della dottrina critica».
34La  funzione conoscitiva, che di volta in volta viene chiamata in causa, determina la forma  «dell’oggetto nella manifestazione». Attraverso la filosofia delle forme simboliche il concetto di simbolo diventa  un universale teorico-culturale. All’alba degli anni Venti, in un contributo intitolato Der Begriff der symbolischen Form im Aufbau der Geisteswissenschaften, Cassirer delinea una  sistematicagenerale delle forme simboliche: con “forma simbolica” si deve intendere quell’energia dello spirito grazie a cui  un contenuto spirituale significante viene collegato a un segno sensibile concreto, venendo  intimamente assimilato a quest’ultimo.
35Ogni forma simbolica ha la propria origine in una specifica cultura, innervandola profondamente di sé. Tutte le forme simboliche sono “indici” dei «casi di rifrazione che
l’essere in sé unitario e unico subisce non appena esso è afferrato e fatto proprio dal “soggetto”».
36Dal punto di vista della teoria della conoscenza ciò implica che «l’identità tra il sapere come tale e il suo contenuto oggettivo venga abbandonata»,
37identità che era sottesa all’ipotesi corrispondentista della  adaequatio rei et intellectus, dal momento che «la “comprensione” del mondo non è un semplice accogliere, non è un ripetere una data struttura della realtà, ma implica una libera attività dello spirito». Così hanno origine i “mondi”(possibili versioni di mondo) con i loro indici – il mondoM del mito, il mondoR della religione, il mondoS delle teorie scientifiche – detto in breve, ha origine «la pluridimensionalità del mondo spirituale».
38Il significato delle “cose” di cui si
parla all’interno di ogni forma simbolica è contestuale e indessicale.39Nello sviluppo del pensiero di Cassirer la filosofia del linguaggio acquisisce pian piano un’importanza sempre maggiore. Non è un caso che la prima parte della  Filosofia delle forme simboliche sia dedicata al linguaggio,
così come non è casuale che qui si trovi  un passo che ricorda il primo Illuminismo europeo: «il linguaggio già nella pura forma rappresenta l’antitesi della pienezza e concretezza del mondo dei sensi e delle emozioni.



L’obiezione di Gorgia: “parla colui che parla,
ma non il colore o la cosa”, ha ancor più valo-re se alla realtà oggettiva sostituiamo la realtà
soggettiva. In quest’ultima domina la massima individualità e l’assoluta determinatezza».
40Cassirer argomenta in favore di una nuova
visione tanto della relazione tra soggetto e oggetto quanto di quella tra oggettività e soggettività.
[Per la] critica della conoscenza [...] il
problema non è come noi possiamo giungere dall’oggettivo al soggettivo, ma, al
contrario, come noi passiamo dal soggettivo all’oggettivo. Essa non conosce altra e
superiore oggettività che non sia quella
che data nell’esperienza stessa in conformità alle sue condizioni.
41“Oggettività” non è più un attributo di entità indipendenti dalla coscienza, come nella metafisica della sostanza; l’oggettività di cui Cassirer parla è il risultato di un’operazione di oggettivazione in cui le entità hanno origine mediante un’opera di strutturazione messa in atto dalla mente.
Il motivo centrale del rivolgimento epistemologico verso la soggettività non deve essere fraintesa nel senso di una forma di soggettivismo ;
42si tratta piuttosto delle ragioni che stanno al fondo dell'opposizione nei confronti del realismo metafisico e della  teoria del rispecchiamento che discendono da una visione metafisica della conoscenza. Tali ragioni non provengono esclusivamente dall’idealismo; per Cassirer è soprattutto lo sviluppo delle scienze che ha desolidificato «il rigido concetto di essere»; e «nella misura in cui questo punto di vista si  dispiega  e si afferma nella scienza, in essa  viene sottratto il terreno all’ingenua teoria della conoscenza in quanto rispecchiamento». Al posto del «passivo  rispecchiamento di un essere già dato»fanno la loro comparsa «simboli  intellettuali liberamente creati».
43Le “cose” e gli “stati di cose” non sono per la coscienza dei contenuti già  dati; si tratta piuttosto della “modalità” e della direzione della loro “formazione”, che sono determinati soggettivamente. Da tutto ciò non segue alcun anarchismo epistemologico. Il compito prioritario della critica alla conoscenza consiste nello scoprire le regole generali della trasformazioni delle rappresentazioni in cose: concentrando l’attenzione su tutte le molteplici espressioni della regola logica che il sapere segue nei suoi diversi livelli e nelle sue diverse fasi, sorge per noi l'idea di un’unica realtà in sé coerente. È questo
modo che si compie la “rivoluzione copernicana” che sposta il movimento nello spettatore, anziché attribuirlo agli oggetti.
44Il sapere concettuale non è “riproduzione”bensì “strutturazione”, formazione interiore. Supportato dalla sua conoscenza dei risultati fondamentali della matematica, della fisiologia, della psicologia e soprattutto della fisica post-newtoniana, Cassirer continua a ricercare all’interno delle scienze delle evidenze capaci di avallare la sua tesi: «è l'intelletto scientifico a porre ormai le condizioni e le pretese che gli sono
proprie come misura dell'essere». Una volta che i concetti scientifici non possono essere più intesi
come  «imitazioni di cose che hanno una loro esistenza oggettiva», ma si sono rivelati in quanto «simboli degli ordinamenti e delle connessioni funzionali che si presentano all’interno della realtà»,
45la critica della conoscenza si trova ad affrontare un compito diverso:quando domandiamo se per il pensiero sussiste qualche possibilità di oltrepassare il piano di ciò che è semplicemente simbolico e significativo e di cogliere dietro di esso la realtà “immediata” e senza veli, risulta da sé che questa meta, quand’anche fosse raggiungibile, non lo sarebbe mai sulla via della esperienza “esterna”. È difficile mettere seriamente in dubbio il fatto che quest’ultima, cioè la conoscenza del
mondo delle cose, è legata a ben determinati presupposti e a ben determinate condizioni di carattere teoretico e che perciò il processo di oggettivazione, quale si compie progressivamente nella conoscenza della natura, è sempre al tempo stesso un pro-cesso di mediazione logica. È difficile metterlo in dubbio, diciamo, dopo tutti i progressi che l’analisi critica della conoscenza ha compiuto nel campo della fisica moderna.  Sennonché tanto più necessario appare ora invertire la direzione della ricerca. Non possiamo cercare il vero “immediato” nelle cose esteriori, ma lo dobbiamo cercare in noi stessi. Non già la natura come complesso degli  oggetti nello spazio e nel tempo, bensì il nostro proprio io, non già il mondo delle cose, bensì il mondo della nostra esistenza, della nostra vita vissuta, sembra poterci condurre alla
soglia di questo immediato.
46Volendo  trarre qualche conclusione da quanto detto fin qui, quel che interessa Cassirer non è più, come nel caso della tradizionale concezione realistica del rapporto tra ontologia ed epistemologia, una comprensione della trasformazione delle cose in rappresentazioni. Quel che gli sta a cuore è piuttosto
l’inversione del problema e quindi interrogarsi sul come sia possibile che i contenuti della coscienza diventino contenuti del “mondo esterno”.

█ Un nuovo spirito scientifico, ovvero riconoscere che tutto il fattuale è già teoria
All’inizio delle mie considerazioni, avevo detto che le precondizioni di questa posizione
teorica in quanto  forma precipua di antiontologia  risiedono in due “rivoluzioni copernicane”. Così come la crisi epistemologica delle scienze dal 1840 ha rappresentato il trampolino di lancio del neokantismo, anche la filosofia delle forme simboliche di Cassirer non sarebbe stata pensabile senza un  mutamento intervenuto  nella matematica, nella fisiologia e nella fisica. La filosofia critica segue le scienze empiriche e le teorie delle scienze induttive, non le precede.
Tra i promotori della nascita di un nuovo spirito scientifico nelle scienze empiriche che
furono importanti  per  Cassirer sono da  ricordare  anzitutto Johannes Müller 47e il suo allievo Hermann von Helmholtz,
48per quanto concerne la fisiologia della visione, ma anche  Heinrich Hertz per quanto riguarda l’epistemologia della fisica.In linea con Helmholtz, Cassirer definisce il mondo della conoscenza come un «mondo di puri segni».
49Heinrich Hertz è per Cassirer, come del resto egli stesso scrive, «l’autore
di una “rivoluzione del modo di pensare” nel
campo della teoria fisica», poiché costui «per
la prima volta e nel modo più decisivo ha
fatto passare la fisica dalla “teoria del rispecchiamento” a una pura “teoria simbolica”».
50Alla luce dei lavori fondamentali di Cassier in materia di critica della conoscenza e di
epistemologia delle scienze naturali non  si
può restare sorpresi dal fatto che egli sia stato
tra i primi filosofi a sentirsi  attratto  dalla
formulazione della teoria della relatività speciale e generale – e che quindi si sia dedicato
intensamente alla sua comprensione filosofica. Come egli stesso ebbe a rimarcare, la teoria della conoscenza lega il proprio destino
allo sviluppo delle scienze esatte.51Versol’inizio degli anni  Venti, Cassirer lavorò intensamente sulla teoria della relatività di Einstein, con l’intento di metterne in luce «il nucleo puramente filosofico».
52Vide che in quel momento  «si annuncia[va] un rivoluzionamento della nostra immagine del mondo» e che si stava trasformando radicalmente  «il concetto di natura e di conoscenza della natura».
53La consonanza tra la nuova fisica e la “critica della conoscenza” è dovuta al fatto che entrambe sanno che spazio e tempo sono «puri concetti formali e di ordine, non concetti fattuali o di cose».
54In  Zur Einsteinschen Relativitätstheorie, lavoro ambizioso sia da un punto di vista filosofico che scientifico, Cassirer affronta questi temi in una sezione intitolata Concetti di misura e concetti di cosa, volendo mostrare come l’idea di un unico punto archimedeo per una considerazione coerente dell’universo,  cui Newton ancora credeva di poter  accedere, si fosse dissolto con la nascita di una pluralità di geometrie.55Nel contesto della sua interpretazione della fisica einsteiniana,
56e nella discussione  con Moritz Schlick che ne seguì, Cassirer  fa il punto sulla situazione, affermando che sono le trasformazioni del concetto di oggetto nella scienza esatta che spingono  anuove impostazioni  nell’ambito della teoria della conoscenza.57Egli riteneva che la peculiarità della teoria della relatività – considerata  nell’ottica  di una teoria  generale  della conoscenza – sta nel fatto che in essa si compie,in maniera più consapevole e trasparente di quanto accaduto in passato, il passaggio da
una teoria corrispondentista della conoscenza a una teoria funzionale della stessa.58In breve,
questo vuol dire che  un  «oggetto empirico non vuol dire nient’altro che un insieme legale di relazioni».59Altrove Cassirer esprime questo punto in maniera più generale:  «“natura” non indica un particolare modo di datità delle cose come tali, essa indica piuttosto una direzione fondamentale della riflessione».60In altri termini, nella totalità dei possibili concetti di realtà, “natura” è solo uno di questi; 61in una determinata prospettiva la realtà per noi si trasforma in “natura”.Proprio nell’analisi epistemologica della fisica moderna Cassier  fornisce  la prova del fatto che  la concettualizzazione della conoscenza ispirata al realismo in quanto rappresentazione riproduttiva e speculare, un tempo
legata alle scienze della natura, è ormai diventata  dubbia.  Acquista così  interesse il  problema della  costruzione e della  articolazione della versione  teoretica del mondo. Ciò che
Cassirer  vuole mostrare  è che conoscere scientificamente non vuol dire riprodurre una
sostanza, bensì operare mediante simboli.
La filosofia critica vede già un errore nell’interrogarsi sulla “corrispondenza” tra rappresentazione e oggetto, cosa che porta in un vicolo cieco, porta cioè ad associare simboli concettuali a “cose in sé” di carattere trascendentale. I nostri concetti possono “riferirsi” a oggetti proprio perché questi stessi
sono costruiti in quanto oggetti attraverso concetti. In Zur Einsteinschen RelativitätstheorieCassirer  suggerisce che  a ogni misurazione oggettiva si  debba  aggiungere  immediatamente  un determinato indice soggettivo, capace di rendere  riconoscibile le particolari condizioni sotto cui essa è sorta,
62 e questo per evitare che tanto le scienze quanto la filosofia si lascino sedurre da quelle “cose” il cui
carattere di datità sarebbe in apparenza anche ciò che funge da garante della loro oggettività ontologica:
cosa vuol dire l’espressione “fatto scientifico”? Evidentemente nessun fatto del genere ci è fornito da osservazioni casuali o dal semplice accumulo di dati sensoriali. I fatti della scienza presuppongono sempre un elemento teoretico, il che vuol dire un elemento simbolico. Molti, se non la maggior parte dei fatti scientifici, che hanno segnato un punto di svolta nella storia delle scienze, sono stati in primo luogo fatti ipotetici, prima di diventare fatti osservabili.63Questa posizione viene ripresa e sviluppata anche nel primo dei cinque studi sulla Logica delle scienze della cultura, dove  Cassirer
argomenta  a partire dal “teorema” di Giambattista Vico: «ogni essere comprende e coglie veramente solo ciò che egli stesso produce».
64Ciò cui Cassirer in ultima istanza aspira è, secondo le sue stesse parole, una sorta di “antropomorfismo” in “senso criticotrascendentale”. Egli condivide con Goethe quella convinzione per cui  «la cosa più importante è riconoscere che ogni fatto è già teoria».
65 E da Goethe prende in prestito anche un’altra massima antropomorfica: «nella natura noi possiamo osservare, misurare, calcolare, pesare come vogliamo, ma è pur sempre soltanto un nostro misurare e un nostro pesare, nel senso in cui l'uomo è la misura di tutte le cose».
66 Sul presupposto di  questo principio protagoreo, un’ontologia del riferimento
diretto e  la teoria della conoscenza come rispecchiamento che a essa si accompagna, diventano semplicemente impossibili.




█ Note
1
Per una panoramica generale sul pensiero di
Ernst Cassirer cfr. H.J. SANDKÜHLER (Hg.), Konstruktion und Realität, Peter Lang, Frankfurt a.M.
1994;  H.J. SANDKÜHLER,  Das Buch der Natur in
der Schrift der Kultur. Empirie und die Herausstellung der Phänomene, in: «Dialektik», n. 3, 1993,
pp. 93-108; H.J. SANDKÜHLER, D. PÄTZOLD (Hg.),
Kultur und Symbol, Metzler, Stuttgart-Weimar
2003.
2
In proposito cfr.  H.J. SANDKÜHLER,  Nature et
culture épistémiques, Klimé, Paris 2003.
3
Cfr. A.N. WHITEHEAD, Modes of Thought (1938),
Firepress New York 1968
2
(trad. it. I modi del pensiero, a cura di P.A. ROVATTI, Il Saggiatore, Milano 1972).
4
N.  GOODMAN,  Ways of Worldmaking, Hackett,
Indianapolis 1978, pp. ix-x (trad. it. Vedere e costruire il mondo, traduzione di C. MARLETTI, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. viii-ix).
5
Donald Davidson rimarca per esempio che i confini del nostro linguaggio coincidono con quelli
del nostro mondo. Cfr. D. DAVIDSON, On the Very
Idea of a Conceptual Scheme, in: «Proceedings and
Adresses of the American Philosophical Association (1973-1974)», vol. 47, pp. 5-20 (trad. it.
Sull’idea stessa di uno schema concettuale, in: R.
EGIDI (a cura di),  La svolta relativistica
nell’epistemologia contemporanea, Franco Angeli,
Milano 1988, pp. 152-167).
6
L. WITTGENSTEIN, On Certainty (1969), edited
by G.E.M. ANSCOMBE, G.H. VON WRIGHT, Basil
Blackwell, Oxford 2003
13
, p. 76 (trad. it.  Della
certezza. L’analisi filosofica del senso  comune, a
cura di M. TRINCHERO, Einaudi, Torino 1999
2
, p.
16).
7
N.  RESCHER,  Studien zur Naturwissenschaftlischen Erkenntnislehre, herausgegeben von A.
WÜSTEHUBE, Königshausen & Neumann, Würzburg 1996, p. 107.
8
In proposito cfr. S.  FREUDENBERGER,  Relativismus, in:  H.J. SANDKÜHLER (Hg.),  Enzyklopädie
Philosophie, vol. II, Felix Meiner, Hamburg 1999,
pp. 1378-1384.
9
Cfr. E. CASSIRER, An Essay on Man – An Introduction to a Philosophy of Human Culture (1944),
in:  E. CASSIRER,  Gesammelte Werke, Bd. 23, herausgegeben von M.  LUKAY, Felix Meiner, Hamburg 2006 (trad. it. Saggio sull’uomo. Una introduzione alla filosofia della cultura umana, a cura di L.
LUGARINI, Armando, Roma 1969).
10
Cfr. G. PAPPAS, Problem of External World, in: J.
DANCY, E. SOSA (eds.), A Companion to Epistemology, Blackwell, Oxford 1993, p. 381:  «il mondo
esterno, nel senso in cui I filosofi hanno inteso
questo termine, non è un qualche distante pianeta,
esterno alla terra. Né il mondo esterno è, a rigore,
un mondo. Il mondo esterno consiste piuttosto di
quegli oggetti ed eventi che esistono esternamente
al soggetto percipiente».
11
R. CARNAP, Mein Weg in die Philosophie, Reclam
Verlag, Stuttgart 1993, p. 71.
12
E. CASSIRER, Ziele und Wege der Wirklichkeitserkenntnis, in:  E. CASSIRER,  Nachgelassene Manuskripte und Texte, Bd. 2, herausgegeben von J.M.
KROIS, K.C.  KÖHNKE, O.  SCHWEMMER, Felix
Meiner, Hamburg 1999, p. 24.
13
E. CASSIRER, An Essay on Man, cit., p. 5 (trad. it.
p. 45).
14
Ibidem.
15
E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff. Untersuchungen über die Grundfragen der
Erkenntniskritik (1910), in:  E. CASSIRER,  Gesammelte Werke, Bd. 6, herausgegeben von R.
SCHMÜCKER, Felix Meiner, Hamburg 2000, pp.
305-306 (trad. it. Sostanza e funzione, a cura di M.
FERRARI, La Nuova Italia, Firenze 1999
2
, pp. 375-
376).
16
Cfr. E. CASSIRER, Das Erkenntnisproblem in der
Philosophie und Wissenschaft der neueren Zeit.
Erster Band (1906), in:  E. CASSIRER,  Gesammelte
Werke, Bd. 2, herausgegeben von T. BERBEN, Felix
Meiner, Hamburg 1999, pp. x, 3 (trad. it.  Storia
della filosofia moderna. Il problema della conoscenza nella filosofia e nella scienza, vol. I, tomo I, a
cura di A.  PASQUINELLI, Einaudi, Torino 1971
7
,
pp. x, 3).
17
E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff, cit., p. 321 (trad. it. p. 394).
18
Ivi, p. 331 (trad. it. p. 406, trad. modificata).
19
Cfr.  E. CASSIRER,  Erkenntnistheorie nebst den
Grenzfragen der Logik und Denkspsychologie
(1927), in:  E. CASSIRER,  Gesammelte Werke, Bd.
17, herausgegeben von T.  BERBEN, Felix Meiner,
Hamburg 2004, pp. 13-81 (trad. it. La teoria della
conoscenza e le questioni di confine della logica e
della psicologia del pensiero, in: E. CASSIRER, Conoscenza, concetto, cultura, a cura di G.  RAIO, La
Nuova Italia, Firenze 1998, pp. 67-133).
20
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Erster Teil. Die Sprache (1923), in: E. CASSIRER, Gesammelte Werke, Bd. 11, hrsg. von C. ROSENKRANZ, Felix Meiner, Hamburg 2001, p. 11 (trad. it.  Filosofia delle forme simboliche, vol. I, a
cura di E. ARNAUD, La Nuova Italia, Firenze 1996,
p. 12).
21
E. CASSIRER,  Zur Metaphysik der symbolischen
Formen, in:  E. CASSIRER,  Nachgelassene Manuskripte und Texte, Bd. 1, hrsg. von J.M. KROIS, O.
SCHWEMMER, Felix Meiner, Hamburg 1995, p.
165 (trad. it.  Metafisica delle forme simboliche, a
cura di G. RAIO, Sansoni, Firenze 2003, p. 199).
22
E. CASSIRER, Das Erkenntnisproblem in der Philosophie und Wissenschaft der neueren Zeit. Erster
Band (1906), cit., p. 1 (trad. it. p. 17).
23
Al di là di altri punti di riferimento importanti
per Cassirer, Kant può definirsi il suo segnavia.
Nel periodo dell’esilio, Cassirer ha spesso tenuto
lezioni o conferenze su Kant, anche in relazione
alle scienze della natura moderne, p. es. in relazione alla biologia.
24
Lascio qui aperta la questione se Cassirer debba
essere ritenuto un neokantiano o meno. Quel che
tuttavia lo accomuna al neokantismo – e in particolare al neokantismo marburghese  – emerge
chiaramente dalla redazione della voce  NeoKantianism per la  Enciclopedia Britannica: «loro
si interrogano sulla possibilità della filosofia come
scienza con l’intenzione di formularne le condizioni». Cfr. E. CASSIRER, Neo-Kantianism, in: Encyclopaedia Britannica, vol. 16, London-New York
1929
14
, p. 215).
25
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Dritter Teil. Phänomenologie der Erkenntnis
(1929), in:  E. CASSIRER,  Gesammelte Werke, Bd.
13, hrsg. von J. CLEMENS, Felix Meiner, Hamburg
2002, p. 27 (trad. it. Filosofia delle forme simboliche, vol. III tomo I, a cura di E. ARNAUD, La Nuova Italia, Firenze, 1989, terza rist., p. 31, traduzione lievemente modificata).
26
E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff, cit., p. 293 (trad. it. p. 360, trad. modificata).
27
E. CASSIRER, Zur Logik des Symbolbegriff (1938),
in: E. CASSIRER, Wesen und Wirkung des Symbolbegriffs, Wissenschaftlische Buchgesellschaft, Darmstadt 1956, p. 209 e segg. In questo testo Cassirer
discute le obiezioni di Marc-Wogau: non è mai
possibile uscire dal circolo delle forme, se
l’oggettività non può mai essere presente se non in
forme simboliche.
28
Ivi, p. 227 e segg.
29
E. CASSIRER, Ziele und Wege der Wirklichkeitserkenntnis, cit., p. 12 e segg. Sulla critica dello psicologismo cfr. E. CASSIRER La teoria della conoscenza
e le questioni di confine della logica e della psicologia
del pensiero, cit.
30
Ivi, p. 27.
31
Ivi, p. 26. Sul significato dell’intenzionalità si
veda  E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff, cit., p. 24 (trad. it. p. 19 e segg.).
32
Cfr. F. Brentano,  Psychologie vom empirischen
Standpunkt. Von der Klassifikation der psychischen
Phänomene (1874), in: F.  BRENTANO,  Sämtliche
veröffentliche Schriften Bd. I, hrsg. von T. BINDER,
A. CHRUDZIMSKI, Ontos Verlag 2010 (trad. it. La
psicologia dal punto di vista empirico, vol. I, a cura
di L. ALBERTAZZI, Laterza, Roma-Bari 1997).
33
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Dritter Teil, cit., p. 4 (trad. it. p. 8).
34
E. CASSIRER, Das Erkenntnisproblem in der Philosophie und Wissenschaft der neueren Zeit, Zweiter
Band, (1906), in: E. CASSIRER, Gesammelte Werke,
Bd. 3, herausgegeben von D. VOGEL, Felix Meiner,
Hamburg 1999, p. 638 (trad. it. Storia della filosofia moderna.  Il problema della conoscenza nella
filosofia e nella scienza, vol. II tomo III, a cura di
G. COLLI, Einaudi, Torino 1971
7
, p. 824).
35
E. CASSIRER, Der Begriff der symbolischen Formen
im Aufbau der Gesiteswissenschaften (1921/22), in:
E. CASSIRER,  Wesen und Wirkung des Symbolbegriffs, cit., p. 174 e segg.
36
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Dritter Teil. Phänomenologie der Erkenntnis,
cit., p. 1 (trad. it. p. 3).
37
Ivi, p. 4 (trad. it. p. 7).
38
Ivi, p. 15 (trad. it. p. 19).
39
Cfr.  E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff, cit., p. 296 e segg. (trad. it. p. 365 e segg)
dove Cassirer parla di “punti logici di riferimento“
e di “gradazione logica”, che sono propri di ogni
giudizio. Più avanti si legge inoltre: «ogni singolo
elemento riceve un indice che ne esprime la posizione rispetto al tutto e in questo indice si manifesta il suo valore oggettivo» (ivi, p. 314; trad. it. p.
386 ).
40
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Erster Teil. Die Sprache, cit., pp. 134-135
(trad. it., pp. 159-160, corsivo aggiunto).
41
E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff, cit., p. 300 (trad. it. pp. 368-369, traduzione
modificata).
42
Cassirer prende esplicitamente posizione contro
il soggettivismo. Cfr. E. CASSIRER, Was ist „Subjektivismus“?, in: «Theoria», n. 2, 1939, pp. 279-332
(trad. it. Che cos’è “soggettivismo”?, in: E. CASSIRER,
Conoscenza, concetto, cultura, cit., pp. 175-201.
43
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen For-men. Erster Teil. Die Sprache, cit., p. 3 (trad. it. p.
5).
44
E. CASSIRER, Goethe und die mathematische Physik, in:  E. CASSIRER,  Idee und Gestalt. Goethe,
Schiller, Hölderlin, Kleist. Funf Aufsätze, Bruno
Cassirer Verlag, Berlin 1921, p. 65.
45
E. CASSIRER, Das Erkenntnisproblem in der Philosophie und Wissenschaft der neueren Zeit. Erster
Band (1906), cit., pp. 2-3 (trad. it. p. 19).
46
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Dritter Teil. Phänomenologie der Erkenntnis,
cit., p. 25-26 (trad. it. pp. 30-31).
47
Cfr.  E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff, cit., p. 309 (trad. it. p. 380).
48
Nel suo articolo Neo-Kantianism Cassirer chiarisce quanto sia stato importante per lui la figura
di Helmholtz per lo stretto rapporto fra neokantismo e sviluppo della scienza: «il neokantismo si
trova a confrontarsi con un compito nuovo poiché
deve avere a che fare con un nuovo stato della
scienza stessa» (ivi, p. 215).
49
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Dritter Teil. Phänomenologie der Erkenntnis,
cit., p. 23 (trad. it. p. 28).
50
Ibidem.
51
Cfr. E. CASSIRER, Zur Einsteinschen Relativitätstheorie. Erkenntnistheoretische Betrachtungen
(1921), in:  E. CASSIRER,  Zur modernen Physik,
Wissenschaftliche  Buchgesellschaft, Darmstadt
1987
6
, p. 8 (trad. it. Teoria della relatività di Einstein,
a cura di G. RAIO, Newton, Roma 1981, p. 41).
52
E. CASSIRER, Philosophische Probleme der Relativitätstheorie, in: «Neue Rundschau», vol. 31, n. 2,
1920, p. 1337.
53
Ivi, p. 1338.
54
Ivi, p. 1351.
55
E. CASSIRER, Zur Einsteinschen Relativitätstheorie cit., p. 5 (trad. it. p. 38).
56
Cfr. M.  PLÜMACHER, H.J. SANDKÜHLER,  Im
Streit über die „Wirklichkeit“. Distanzen und Nä-
hen zwischen Ernst Cassirer und Moritz Schlick, in:
«Dialektik», n. 1, 1995, pp. 121-132; A. BARTELS,
Die Auflösung der Dinge, in:  H.J. SANDKÜHLER
(Hg.), Philosophie und Wissenschaften. Formen und
Prozesse ihrer Interaktionen, Peter Lang, Frankfurt
a.M. 1997, pp. 193-210.
57
E. CASSIRER, Erkenntnistheorie nebst den Grenzfragen der Logik und Denkspsychologie, cit., p. 46 e
segg. (trad. it. p. 99 e segg.).
58
Cfr. E. CASSIRER, Zur Einsteinschen Relativitätstheorie, cit., p. 49 (trad. it. p. 88).
59
Ivi, p. 41 (trad. it. p. 80).
60
E. CASSIRER, Ziele und Wege der Wirklichkeitserkenntnis, cit., p. 157.
61
Cfr. E. CASSIRER, Zur Einsteinschen Relativitätstheorie p. 109 (trad. it. p. 157 e segg.).
62
Cfr. ivi, p. 11 e segg. (trad. it. p. 41 e segg.).
63
E. CASSIRER, An Essay on Man, cit., p. 65 (trad.
it. p. 129).
64
E. CASSIRER,  Zur Logik der Kulturwissenschaften, Göteborg, Erlander 1942, p. 9 (trad. it. Sulla
logica delle scienze della cultura, a cura di M. Maggi, La Nuova Italia, Firenze 1979, p. 8).
65
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Dritter  Teil. Phänomenologie der Erkenntnis
cit., p. 29 (trad. it. p. 35).
66
E. CASSIRER, Zur Einsteinschen Relativitätstheorie p. 107 (trad. it. p. 157).






















martedì 15 agosto 2023

Sei donne filosofe dell'antica Grecia

Michel Corneille il Giovane: Aspasia circondata da antichi filosofi greci. Credito: Wikipedia/ Pubblico dominio.
Di Dawn LaValle Norman*
Quando pensiamo agli antichi filosofi greci, tendiamo a immaginare i vecchi come i profondi pensatori. Ma anche le donne hanno contribuito a plasmare il pensiero moderno.

Quando evochiamo gli antichi filosofi greci, l'immagine che ci viene in mente potrebbe essere un Socrate calvo che discorre con giovani uomini al sole, o un erudito Aristotele che fa lezione tra fredde colonne.

Ma che dire di Aspasia, l'amante straniera del più importante politico di Atene che dava consigli sia politici che erotici? O Sosipatra, la mistica, madre e neoplatonica che era un'insegnante più popolare di suo marito Eustazio?

Le donne hanno anche plasmato lo sviluppo della filosofia. Sebbene i loro scritti, in generale, non sopravvivano, il loro insegnamento verbale ha avuto un impatto significativo sui loro contemporanei e le loro voci risuonano attraverso i secoli.

martedì 22 giugno 2021

LA REALTÀ NON È REALE



Alexander Dugin

Un popolo porta il mondo dentro di sé - come suo atto intenzionale gigante cumulativo.

Di tanto in tanto ho deciso di dedicare le mie Direttive alla filosofia. Oggi parliamo della fenomenologia.

La fenomenologia è diventata una delle tendenze più importante della filosofia del XX secolo grazie al lavoro unico del filosofo tedesco Edmund Husserl (img a sx). Husserl era un seguace diretto del altro filosofo - austriaco Franz Brentano, il padre-fondatore di questo corrente del pensiero. Le idee di Husserl furono poi sviluppate dal suo brillante allievo Martin Heidegger, il principe dei filosofi.
Husserl catturò rapidamente le menti di molti pensatori del mondo con una svolta inaspettata. Il punto principale della sua filosofia era questo.
Egli propose di costruire un'immagine del mondo mettendo fuori in parentesi (ἐποχή) la questione se le cose al di fuori della regione della nostra percezione siano reali o no.

Per Kant questa cosa in sé - Ding-an-sich, le cose fuori di noi, le cose in quanto tali - poneva già un problema. Husserl propone non di risolverlo, ma di dimenticarlo del tutto - anche solo per un po'. E di concentrarsi di più su come percepiamo e comprendiamo cosiddetta “realtà”. Dopo tutto, la parola 'realtà' deriva dal latino "res", cioè “cosa”. E non dovremmo trasformarla in un idolo. Nessuno invade la realtà. I fenomenologi ci invitano solo alla sua demistificazione.

È qui che iniziano le cose più interessanti.

Franz Berntano

Husserl afferma: la nostra coscienza è sempre diretta a qualcosa. Questa è l'idea principale dell'intenzionalità introdotta da Brentano. E ciò a cui è diretta è dentro la nostra coscienza. Essa contiene i nomi, le forme, le qualità e gli attributi delle cose percepite, "intese". Le cose sono costruite all'interno della percezione, e solo allora - a posteriori - le mettiamo in relazione (convenzionalmente) con ciò che dovrebbe essere fuori dalla coscienza. Ma Husserl mostra che una tale prova di confronto tra interno ed esterno non è affatto necessaria per costruire una vera e propria filosofia della coscienza. Possiamo fare abbastanza bene senza di essa.

Questo non è solo psicologia, anche se a prima vista può sembrare così. No. È precisamente un sistema filosofico, elaborato in dettaglio e brillantemente esposto e fondato.

La fenomenologia studia le cose come sono nella nostra mente, nella struttura dell'atto intenzionale (secondo Brentano) o come esistenziale (secondo Heidegger - Existentiale non Existentielle). Il fatto che possiamo sbagliarci su una cosa esterna, prendendo un'allucinazione per la realtà, non cambia essenzialmente nulla. In sociologia questo si manifesta chiaramente nella regola principale:
il fatto sociale non è ciò che è, ma ciò che la società crede essere.
La psicologia lo completa esaminando gli effetti dell'ipnosi, della trance, e la psicoanalisi con le teorie del desiderio e dei sogni.

Ma la fenomenologia è più di questo. È lo studio del mondo come costruito dalla coscienza umana - attraverso la percezione, il linguaggio, la distinzione, la valutazione, la relazione, la connessione e la disconnessione.

Husserl insiste che sottoponiamo tutte le scienze moderne a un serio ripensamento fenomenologico, a una revisione - altrimenti cadiamo costantemente sotto l'ipnosi dell'ingenuo 'mito della realtà', e anneghiamo nei paradossi fino a raggiungere l'orizzonte della teoria della relatività o della meccanica quantistica, dove le precedenti visioni meccaniche vengono respinte. Più la scienza è affidabile e precisa, più il fatto è chiaro: qualunque cosa l'uomo studi, studia solo se stesso. È meglio ammetterlo onestamente, senza aspettare il crollo totale della scienza.
La realtà non è scientifica. Riconoscendo questo, è possibile costruire un edificio completo di una nuova scienza. Sulla base della fenomenologia.
La fenomenologia è perfettamente adatta a comprendere le immagini del mondo di diversi popoli e civiltà. Non solo le religioni e i miti dipendono dall'ambiente culturale. Ogni popolo ha la propria idea del mondo, della materia, del tempo, dello spazio, dell'uomo.
Un popolo porta il mondo dentro di sé - come suo atto intenzionale gigante cumulativo.
Non per niente Martin Heidegger (img dx) chiama la nozione stessa di 'mondo' parte dell'esistenziale (Existential) - 'essere-nel-mondo', in-der-Welt-Sein.

Prevedo il pubblico scrollare le spalle con fastidio. Perché tutta quella roba? Di cosa tratta questa Direttiva? Cosa si deve fare?
La risposta della fenomenologia è: volgere lo sguardo verso l'interno.
Non possiamo occuparci correttamente di qualcosa all'esterno – aggiustare, migliorare - solo perché non abbiamo ordine all'interno. Non c'è proprio niente al di fuori se non quello che ci mettiamo noi. Mettiamoci qualcosa che sia più decente, bello e sublime...

domenica 23 giugno 2013

LA COMUNITA': L'ULTIMA SPERANZA

DI ALESSIO MANNINO
ilribelle.com
comedonchisciotte.org



L’attualità fa pena, e mi riferisco in particolare a quella italiana, paludosa, noiosa, deludente, avvilente. Mi scuseranno i lettori se oggi mi prendo una pausa dal commentare i fatti di politica interna e parlo di un oggetto scomparso dall’orizzonte del dibattito quotidiano: la filosofia. Sia chiaro: da orecchiante, quale è il sottoscritto.

La filosofia dovrebbe essere, assieme alla storia, la base culturale di un buon cittadino che vuole impegnarsi in prima persona nell’attività più alta: la politica.

In questi tempi di passioni tristi e ignoranza crassa, il personale politico non solo ha mediamente una cultura generale bassa, ma in genere sa quattro acche in croce di due materie che a scuola vengono relegate ad un ruolo secondario, inferiore all’inglese idioma della globalizzazione opprimente. Questo perché le conoscenze umanistiche, e in particolar modo le due materie di cui sopra, nonostante il bla bla dei convegni sono shit, per le esigenze del dio Mercato. E in Italia siamo ancora a livelli sopportabili, pensate un po’.


Ecco, vorrei parlare proprio dell’ideologia dominante dell’Economia (capitalismo assoluto, la chiama sulla scia di Preve l’ottimo Fusaro, uno dei pochi nouveau philosophes critici del piattume imperante: leggetevi il suo “Minima mercatalia”). Per contrastarla serve un pensiero forte da contrapporle. Ma niente sofismi, teoremi e sistemi: urge una filosofia d’azione, nel senso più ampio: filosofia politica e di vita. Perché contro l’irrazionalità del nostro modo di vivere, molto razionalista ma folle nel suo ridurre ogni cosa al costo di mercato, l’unica via di salvezza può essere la saggezza, una sapiente costruzione di concetti teorici e regole pratiche basate sul sentimento, sull’istinto di comunità, sugli insegnamenti della natura.

Di una rivoluzione come restaurazione necessitiamo come il pane. Un ordine interiore e comunitario insieme, perché gli sdegnosi “autarchi” chiusi nel proprio io non sono che il rovescio snob dell’individualismo gretto e pecoraio. Rivoluzionario, perché distruttore dell’esistente fin nella sua più intima logica, che è l’arida contabilità del denaro. Restauratore, perché in latino “rivoluzione” significa ritorno, e l’uomo post-moderno non deve fare altro, in fin dei conti, che riscoprire i suoi bisogni più elementari e umani, resi irriconoscibili dall’edonismo pompato da un’economia in perenne sovraccarico.

Il nostro non è il tempo per costruire: è il tempo per distruggere. Ma per poter fare tabula rasa dei falsi idoli, alle masse occorrono valori in base ai quali usare il martello, e per crederci bisogna vedere una luce in fondo al tunnel. La luce è una visione del mondo, fatta di poche semplici idee che chiunque possa capire e fare proprie perché le sente sue. Bando all’intellettualismo, dunque, per quanto lucido e veritiero. Abbiamo sete di una terra promessa a cui aspirare. Non un altro sol dell’avvenire o paradiso terrestre, non l’ennesimo “uomo nuovo” o impero millenario. Quel che manca per far ri-circolare il sangue nelle vene è un mito da interiorizzare, un orizzonte ideale che metta in moto la volontà, che dia l’immagine plastica della liberazione.

Mito: attenzione, non tanto, o non solo, in senso soreliano, cioè come méta irrazionale, motore di azione politica anzitutto, nel senso originario. Mito, di credenza mistica nella propria radice: «Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’animo umano», scriveva Simone Weil. La libertà sbracata in licenza nasconde in realtà la manipolazione più totalitaria che sia mai esistita – l’illusoria libertà di consumare l’esistenza come una merce. La direzione opposta è il recupero dell’etica
Volendo tradurre questo concetto in ambito sociale, il suo significato sta nel dotarsi del fine proprio dell’uomo-animale politico: la virtù. Bisogna tornare ad Aristotele, ricavandone l’insegnamento utile a sanare la malattia moderna dell’individualismo. Questo insegnamento, come hanno osservato già da alcuni decenni gli esponenti della corrente neo-aristotelica (non casualmente sorta negli Stati Uniti), può essere definito con la formula di comunitarismo.

Con il fallace argomento che la mia libertà finisce dove comincia quella altrui, restringono sempre di più la mia fino a schiacciarla. La Libertà è semplicemente poter esprimere ciò che si è. Il suo limite non sta nella libertà del prossimo, ma nei beni comuni, ovvero nel corpus di regole, di soggetti e di oggetti appartenenti alla comunità. Questa storia per cui posso fare tutto quel che mi pare purché non rechi danno al mio dirimpettaio presuppone una società di individui separati, isolati, auto-centrati, totalmente presi da sé stessi. È la concezione del singolo come privato, privo di legami, atomo indipendente e assoluto. Una monade leibniziana, o se si preferisce un idiota in senso greco.

Puro delirio. Gli esseri umani di ogni epoca e latitudine non sono mai venuti al mondo senza un padre e una madre, senza una famiglia, senza una società d’appartenenza, senza tradizioni, costumi, modi e visioni di vita predeterminati. Cioè senza quei fatti, dati a priori, che prescindono dal concepimento e dalla volontà. Ciascun uomo e ciascuna donna s’inserisce fin dal suo primo vagito in una trama di ciò che è venuto prima di lui o di lei, e non potrebbe essere diversamente. 

Il liberalismo, ideologia giustificatrice del borghese capitalista, assume invece come pre-giudizio un individuo che viene dal nulla e diviene “qualcosa” (che so: un adoratore di Satana o un geometra) esclusivamente per suo insindacabile arbitrio. Ora, questa, oltre ad essere una stupidaggine infondata e materialmente infattibile, è una belluina truffa filosofica, che come tutte le truffe danneggia il truffato, ossia chi ci crede. La sostanza che rende umano un uomo è, al contrario, la sua predisposizione alla socialità.

  Solo una bestia o un dio può vivere da solo. L’uomo è, per sua natura, un animale politico. Chiaro che gli uomini, insomma, sono mediamente dei pochi di buono, guicciardinianamente fissati sul proprio particulare. Ma su questa parte individualistica, distruttiva, ferina, fa aggio di gran lunga l’altra, l’animale sociale, che si accorda, coopera, cerca il calore e la sicurezza di un insieme più grande, fa progetti e immagina opere impossibili da realizzare senza il concorso altrui.


Attenti: non è l’idealizzazione rousseauiana del buon selvaggio. Ambizione, gloria, sete di ricchezza, fame di potere, ricerca del piacere sono tutti potenti stimolanti del comunitarismo, a patto di essere limitati e incanalati al servizio della collettività. Né Hobbes né Rousseau, ma il vecchio, insuperato e buon Aristotele, che andrebbe recuperato su tutta la linea per ciò che riguarda l’etica e la politica. Pensare che ogni capacità abbia un fine che si tratta di scoprire e sviluppare al meglio, a mio parere costituisce il più onesto e bel modo di battere la disperazione del non-senso. Onesto, perché se pure, se fossimo nichilisti, presupponessimo che ogni senso, ogni ideale, ogni virtù morale è una pia illusione mistificatrice, individuare comunque una finalità interna e immanente a ciascun essere, vuol dire essere sinceri e avere i piedi per terra.

Ora, se l’ottica giusta è, realisticamente, estrarre dalla politica il suo senso intrinseco, questo non può che essere il vivere bene assieme, lo stare bene in comunità: il Bene comune. Presupposto indispensabile per metterlo in pratica è la libertà. L’uomo libero è colui che si auto-governa, che è contemporaneamente sovrano e suddito, ossia cittadino. La condizione di libero sfocia necessariamente nella ricerca di obbiettivi ritenuti validi e positivi per tutta la cittadinanza, perché altrimenti non avrebbe alcun senso, sarebbe una libertà vuota, visto che si agisce sempre in un dato contesto sociale. Si potrebbe dire: libero di far che, se non di realizzare il proprio valore secondo i valori del gruppo cui si appartiene? Sulla scia del filosofo del Liceo, il neo-comunitarista americano MacIntyre sintetizza alla perfezione questo concetto: «il mio bene in quanto uomo coincide assolutamente con il bene di quegli altri con cui sono legato in una comunità umana».

Ecco la via per superare la falsa dicotomia fra interesse privato e collettivo: la loro è una coincidenza di principio. Più mi impegno per fare il bene del mio prossimo, più faccio il mio. Più sono libero di essere me stesso, nel senso di coltivare il mio valore, maggiore è il servizio che rendo alla comunità. È un ribaltamento totale rispetto alla mentalità utilitaristica del liberale: per costui il pericolo da sventare è danneggiare l’altro, dando per scontata un’innata asocialità smentita dai fatti, mentre per il comunitarista la bussola è la libertà che diventa concreta e trova senso in attività associative e pubbliche, in scopi comuni con gli altri cittadini. Una libertà nella comunità, non fuori di essa o contro di essa.

Di qui il rifiuto radicale della grettezza, tipicamente moderna, di ridurre tutto ad una valutazione in termini di costi e ricavi, di profitti e di perdite. L’economia elevata a criterio totalizzante della vita sulla Terra: ecco l’ideologia del nostro tempo. A cui va contrapposta l’humanitas, l’etica dei valori intesi come l’eccellenza in ciascun campo. In politica, questo richiede «la capacità di giudicare e di fare la cosa giusta nel luogo giusto, al momento giusto e nel modo giusto» (MacIntyre). Non essere ricchi, belli, telegenici, raccomandati, ma bravi nelle competenze necessarie a fare politica: saper scrivere, saper parlare, conoscere la storia e le leggi, capire le esigenze popolari, immaginare soluzioni. E, prima e al di sopra di tutto ciò, lottare per il bene collettivo attraverso il conflitto tra idee – questa è la sola ragione per preferire la democrazia a sistemi di addomesticamento politico: perché dovrebbe permettere ai migliori di emergere nell’agone politico.

Il nuovo Umanesimo passa di qui, e solo di qui. E da domani torniamo a parlare del volgo profano.

Alessio Mannino
www.ilribelle.com
21.06.2013


Cagliari Sa die pro s'indipendentzia


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venerdì 6 settembre 2013

Antonio Gramsci e il comunismo nazionale


Antonio Gramsci e il comunismo nazionale


di Michele Marsonet. Si è molto discusso nel passato anche recente di una presunta diversità del comunismo italiano dovuta alla lettura gramsciana del marxismo. Nessuno – e meno che mai il sottoscritto – intende contestare la grandezza di Gramsci il quale, non a caso, gode oggi di molta notorietà all’estero, e in particolare negli Stati Uniti. Tuttavia alcune delle parole chiave del suo pensiero sono quanto meno ambigue, per esempio “egemonia”. Gramsci parla apertamente nei Quaderni di un “apparato egemonico” da istituire. D’accordo, l’egemonia si fonda sulla convinzione. Resta tuttavia il fatto – davvero essenziale – che al proletariato spetta l’egemonia perché esso, ed esso solo, possiede la Verità. Agli altri non resta che riconoscerlo.
In Francia è stato detto che lo sviluppo politico del concetto di egemonia rappresenta un grande progresso filosofico oltre che politico-pratico, perché necessariamente coinvolge e suppone una unità intellettuale e un’etica conforme a una concezione del reale che ha superato il senso comune. Si noti inoltre che, secondo il pensatore sardo, senza l’intellettuale organico, ossia senza il partito politico come strumento di elaborazione, diffusione e sperimentazione filosofica, non è possibile costruire un “blocco intellettuale-morale che renda politicamente possibile un progresso intellettuale di massa”. Ne consegue che “i partiti sono gli elaboratori delle nuove intellettualità integrali e totalitarie, cioè il crogiolo dell’unificazione di teoria e pratica”.
Siamo dunque in presenza di alcuni che possiedono la giusta visione del mondo, e di altri che debbono essere convinti ad adottarla mediante una “pedagogia” che deve puntare più sulla persuasione che sulla forza. Non è detto, ovviamente, che l’operazione riesca. Che cosa succede in caso di fallimento? Gramsci parla di costruire il consenso mostrando qual è la via giusta. Tra la conoscenza della politica e la lotta per trasformare la filosofia della prassi in una “filosofia di massa”, che sia al contempo strumento di trasformazione culturale e di critica della civiltà capitalistica, non esiste una vera differenza.
Ecco quindi che il marxismo di Gramsci si propone di diventare globale e capace di dar vita a una nuova civiltà. Istituire un legame privilegiato tra filosofia e politica significa definire le condizioni di una trasformazione culturale completa, che riguarda proprio i rapporti delle masse col loro modo di vita inteso nell’accezione più vasta. Secondo alcuni, in carcere Gramsci rielabora gli elementi teorici e pratici di una nuova strategia, tendente a investire le contraddizioni dei paesi capitalistici avanzati e quelle del loro Stato, per fare della politica una “scienza totale”. Ma proprio questo è il punto. La politica non può mai essere una scienza totale, poiché è sempre agganciata a ben precise circostanze storiche ed è sempre racchiusa nei limiti della nostra condizione di esseri fallibili e portati all’errore.
“D’altronde – sostiene Gramsci ne Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce – l’organicità di pensiero e la saldezza culturale poteva aversi solo se tra gli intellettuali e i semplici ci fosse stata la stessa unità che deve esserci tra teoria e pratica, se cioè gli intellettuali fossero stati organicamente gli intellettuali di quelle masse”. Molti si sono poi chiesti cosa avrebbero fatto dei comunisti gramsciani al potere nel 1948, oppure come si sarebbero comportati se l’Italia fosse stata inclusa nel blocco sovietico. Ma se si mettono le carte in tavola, e ci si domanda perché Gramsci attribuisse agli intellettuali organici proprio “quelle” funzioni, non si può fare a meno di rispondere che è così poiché essi possiedono lagiusta – e unica – visione della società e della storia.
Snaturare Gramsci facendolo passare per un democratico o, addirittura, per un liberale significa in fondo rendergli un cattivo servizio.
Scriveva Giorgio Bocca nella sua celebre biografia di Palmiro Togliatti: “Togliatti e Gramsci hanno pronunciato nell’occasione (1924) due paragoni destinati a durare nella storia dell’Internazionale, raccolti da Stalin, conditi in tutte le salse conformistiche. Togliatti ha ancora una volta parlato in termini sprezzanti del socialismo riformista, ma precisando l’accusa di ‘ala sinistra della borghesia’, da cui verrà la teoria del socialfascismo. E Gramsci, parlando di Bordiga, ha stabilito per la prima volta l’assioma che tutti gli oppositori di sinistra sono dei trotskisti, ha legato per la prima volta una vicenda del partito italiano a quello russo ‘L’atteggiamento di Trotsky in un primo periodo può essere paragonato a quello attuale di Bordiga, una opposizione – anche mantenuta nei limiti della disciplina formale – da parte di personalità spiccate del movimento operaio può non solo impedire lo sviluppo della situazione rivoluzionaria ma può mettere in pericolo le stesse conquiste della Rivoluzione. Un Gramsci dalla logica staliniana, che anticipa i rischi mortali dell’autoritarismo e che andrebbe ricordata da chi ama dare di lui un’immagine esclusivamente democraticistica”.
In realtà Gramsci riprende il tema del ruolo degli intellettuali affrontato pure da Karl Mannheim, ma pervenendo a una conclusione opposta. Mannheim aveva attribuito all’intelligentsia una funzione mediatrice nei confronti delle ideologie in conflitto, resa possibile dal carattere “distaccato” proprio degli intellettuali. Gramsci li vedeva coinvolti nella lotta di classe, e pertanto organici al partito e alla classe da esso rappresentata. Da un lato dovevano contribuire alla costruzione di una visione del mondo che riflettesse gli interessi della propria classe. Dall’altro avevano il compito di criticare le concezioni del mondo che esprimono gli interessi delle classi avversarie. L’intellettuale era un organizzatore del consenso e un critico delle ideologie concorrenti nello stesso tempo. E, com’è noto, la differenza essenziale tra il marxismo e le visioni del mondo alternative risiede nella scientificità del primo.
Tale scientificità si è poi dimostrata illusoria. Alla storicizzazione dell’economia politica faceva da contrappunto il tentativo di costruire una scienza della società che ne individuasse le leggi oggettive di sviluppo e consentisse quindi di spiegarne i processi e di predire la direzione dello sviluppo futuro. In seguito si è visto che il nesso tra scienza della società e concezione generale della storia, da cui derivava la pretesa di determinare la direzione dello sviluppo storico, era basato su fondamenti illusori. Ora si può più facilmente capire che era proprio quel nesso a generare da un lato la forza del marxismo, e dall’altro la sua grande capacità di suggestione. Ma è pressoché impossibile assegnare alle suggestioni il ruolo di linee guida della ricerca, dal momento che le ipotesi interpretative non si possono equiparare a verità acquisite.
Featured image, Antonio Gramsci nel 1922.

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