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martedì 2 novembre 2010

E LO CHIAMANO futuro TENTATIVI DI INNOVAZIONE ANCORATI A GRIGLIE DI ANALISI VECCHIE E ARIDE



Al documento culturale promosso dalle associazioni di area finiana hanno aderito anche molti intellettuali di sinistra, convinti della necessità di «un nuovo patto fondativo». Oltre le regole della convivenza, c'è, però, la politica vera, che nella sua forma democratica richiede scelte divergenti e divisive ALBERTO SAVINIO, ARIEL

Giuliano Battiston
ilmanifesto.it

Appellandosi ad alcuni numi tutelari della teoria politica come Machiavelli e Hannah Arendt, e a uno dei padri della Costituzione repubblicana, Piero Calamandrei, il «Manifesto di ottobre» aspira a «riaccendere l'immaginazione progettuale della società» e a ristabilire un fertile legame tra cultura e politica, in opposizione alle «logiche privatistiche, antipolitiche, anticulturali che in questi anni hanno monopolizzato la sfera istituzionale». Il punto di partenza, spiega Fiorello Cortiana, uno degli estensori del testo, tra i fondatori dei Verdi, è stato da un lato «lo sconcerto di fronte alla deriva dell'antipolitica, frutto della crisi delle forme e dei contenuti dei partiti popolari, che ha prodotto un'esperienza come il berlusconismo, che a sua volta ha confermato e plasmato questa antipolitica», dall'altro l'«esplicita e lucida consapevolezza che siamo in un periodo che deve essere di nuovo costituente».

Ermafroditismo ideologico
L'obiettivo è promuovere una politica che torni a rispondere «a interessi generali», e ridia senso alle parole e all'alfabeto di cui si compongono. Perché, dice Monica Centanni, filologa e storica del teatro all'Università Iuav di Venezia, direttrice della rivista online Engramma, «si è corroso non solo il discorso sulle parole, la loro consistenza, il loro significato, ma la stessa grammatica del pensiero, la sintassi del ragionamento». Da qui deriva la «totale disaffezione rispetto al presente, considerato non più come risorsa ma come controcanto negativo di un passato mitizzato o di un futuro dilazionato». Occorre invece alimentare la passione del presente, quella «dimensione di ulteriorità che è la politica, come ci insegnano Aristotele e Hannah Arendt, intesa non come necessità, ma come passione e desiderio, come attivazione di un campo energetico, per dirla con Warburg». E ad Hannah Arendt fa riferimento anche un altro promotore del Manifesto, Peppe Nanni, figura di riferimento della destra milanese, che indica nella «riqualificazione della politica come attività che connota l'essere umano e non come male necessario, e nella libertà politica come partecipazione alle procedure del governo» gli obiettivi di questa operazione politico-culturale, che aspira a sganciarsi dal Novecento, a superare «le vecchie e inaridite appartenenze, congedando le ossessioni e i ricatti delle memorie ferite», come recita il testo presentato il 26 ottobre. Un'operazione dolorosa, sostiene Nanni, «perché occorre strapparsi alle proprie appartenenze, aggredire il passato alle spalle, per dirla con Giorgio Galli», ma che è vitale, perché la politica è «slegamento, rottura, innovazione, cominciamento».
E di «rigenerazione della politica» parla il filosofo Giacomo Marramao, che respinge le obiezioni di ecumenismo scolorito mosse al Manifesto (tra gli altri da Pierluigi Battista sul «Corriere della Sera»), individuando invece «nella validità del patriottismo costituzionale come base del discorso», fatta propria da intellettuali post-missini, «nell'esigenza di una sfera pubblica basata su principi e valori condivisi» una «denuncia durissima degli elementi di corruzione presenti nel modo di gestione politica del governo berlusconiano». E soprattutto un elemento storicamente rilevante, di cui va dato atto a chi, finora, non aveva ancora riconosciuto così esplicitamente «i valori della costituzione repubblicana, nata dalla resistenza e dall'antifascismo».

Per lo storico Franco Cardini le accuse di ermafroditismo ideologico suonano sospette: «è la risposta, un po' sconcertata, di chi trova d'accordo, su questioni essenziali, persone che non dovrebbero neanche salutarsi», persone mosse non da uno sterile eclettismo, ma, «in termini kantiani, da un imperativo morale svincolato da qualsiasi interesse personale». Cardini non manca però di sottolineare quella che per lui è la principale lacuna di questa «piattaforma, aperta e inclusiva», che segnala indirizzi, non dogmi, e lascia spazio al dissenso: la scarsa attenzione «allo sviluppo abnorme e incontrollabile della volontà di alcuni, che ha creato una concentrazione di ricchezza e di potere decisionale nelle mani di pochi». In altri termini, la questione della «giustizia sociale». A quella di Cardini, vengono da aggiungere almeno tre altre osservazioni critiche. La prima: è salutare che, all'osceno della cultura politica berlusconiana, fin qui pigramente subito o favorito, si contrapponga non solo l'indignazione della denuncia, troppo spesso consolatoria, ma un rinnovato esercizio di vitalità politica. Ma si tratta di un esercizio ritardato, che avviene quando, ormai, «i buoi sono usciti dalle stalle», anche a causa dell'acquiescenza di quella destra che ora prova a smarcarsi, con un'operazione culturale in grande stile, dal Capo. Il secondo: la rivendicata apertura «generativa», il «pensiero di rottura delle consuetudini usurate», l'energia produttiva sprigionata dalla crisi della politica rientrano, interamente, in una cornice così circoscritta e prevedibile da depotenziare qualsiasi «azione trasformatrice»: la cornice westfaliana dello Stato-nazione, l'orizzonte della comunità politica ancorata alla demarcazione territoriale sancita dalla sovranità statale.

Chiusi nel «particulare»
Nel Manifesto, infatti, non c'è nessuna allusione, nessuna consapevolezza che i problemi della democrazia rappresentativa, la difficoltà di dare voce «ai clandestini della politica», ai «senza parte» di Rancière - su cui pure tanto si insiste - dipendono ormai anche dalla rottura di quella cornice, e che non possono essere risolti senza interrogarsi sul cosmopolitismo, sulla giustizia globale, sulla limitatezza del nazionale come unica chiave di lettura della società. A dispetto delle sue ambizioni, dunque, si tratta di un Manifesto troppo «introflesso», ripiegato sul particulare nazionale, ancorato a griglie analitiche novecentesche, queste sì spuntate e inaridite. Un difetto che, forse, deriva dal terzo: nonostante i nobili ideali a cui aspira, la genesi dell'appello sembra dipendere, prima ancora che dal «sommovimento geologico delle categorie della politica», dal molto più epidermico riposizionamento tattico del presidente della Camera, Gianfranco Fini.
Un condizionamento troppo evidente per aspettarsi la nascita di un'effettiva, nuova cultura politica. Se è vero, come recita il Manifesto, che «senza cielo politico non c'è cultura, ma soltanto erudizione e retorica», è altrettanto vero che, quando quel cielo è troppo basso, la cultura ne rimane inevitabilmente schiacciata.
read.


Il manifesto di ottobre

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/122142/il_manifesto_dottobre_il_dibattito

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/122141/il_manifesto_di_ottobre


mercoledì 16 maggio 2018

COMPRENDERE LA QUARTA TEORIA POLITICA DI DUGIN

COMPRENDERE LA QUARTA TEORIA POLITICA DI DUGIN

FRANCESCO MAROTTA
GEOPOLITICA
SA DEFENZA 






In questo scritto, vogliamo analizzare e provare a dare una chiave di lettura della “Quarta Teoria Politica” del filosofo e saggista Aleksandr Gel’evic Dugin. Non mancheranno degli spunti di riflessione come ha scritto lo stesso Dugin, trattasi di un “cantiere aperto”, accessibile a tutti ed in fase di osservazione e studio. Nella seconda edizione dell’opera, pubblicata da Nova Europa Edizioni il 1 novembre 2017, troviamo dei testi inediti e la Prefazione scritta dell’autore per il pubblico italiano. L'introduzione dell’editore a cura di Luca Siniscalco, invoglia a comprendere l’ispirazione ermeneutica di Dugin, i suoi studi antropologici, sociologici, filosofici, dell’economia, della geopolitica, delle civiltà e dei tempi in cui viviamo. Anche se non ci convince pienamente… Un primo doveroso e sentito ringraziamento va a Camilla Scarpa.

Metastoria e Quarta Teoria Politica


Il corso degli eventi storici che ha sancito la fine della Modernità e l’inizio della post-modernità, spesso viene interpretato quale fosse una linea retta che contempla un approccio riguardante il futuro mai improntato sull'avvenire, bensì su ciò che possiamo scorgere e che è di lì a poco a venire. La lettura del passato, viene mortificata dall'adorazione di uno e più periodi storici, quando nulla nella Storia si è mai riproposto in maniera identica. Simile ma non identica. Comprendere il presente è sempre più difficile, poiché viene intrappolato dalla fenomenologia del presentismo e da «La Cultura del narcisismo», divenendo pressappoco un oggetto inanimato del solipsismo del desiderio — qui, ora e subito — che va ad aggiungersi al condizionamento della futurologia contemporanea. A distanza di anni dal 9 novembre 1989, la data dell’abbattimento del Muro di Berlino, la convinzione di impiantare le tre ideologie moderne, il liberalismo, il comunismo ed il fascismo, all'interno di una attualità, che non dimentichiamolo è dominata esclusivamente dal neo-liberalismo, spinse Dugin ad elaborare La Quarta Teoria Politica, intensa come il superamento delle ideologie dell’epoca moderna. La sua volle essere — lo è tuttora — una critica ed uno sprono a trovare un'alternativa al liberalismo e alla globalizzazione, privi di una visione ideologica. Nonostante il perdurare del nichilismo capitalistico dove però, è ancora possibile scorgere un’alternativa a questa visione del mondo.


La Quarta Teoria Politica e il Dasein di Heidegger
Riprendendo giustamente quello che ha scritto Luca Siniscalco nella sua Introduzione, capire la visione del proprio mondo richiede un esercizio che pochi hanno voglia di intraprendere, per il motivo che implica Fare i conti con se stessi. E questo, ancor prima di osservare scrupolosamente il modello geopolitico unipolare guidato dagli Stati Uniti e dai loro alleati occidentali; l’esempio di quanto l’Occidente sia in grado di auto-produrre un americanismo automatico, nonostante il declino del soft power sia evidente ovunque, i meccanismi che regolano l’economia di mercato della globalizzazione, la «società depressiva» e lo sfascio dell’ideologia neo-liberale. Insomma, prima di porre una critica serrata al «Pensiero Unico», dobbiamo necessariamente rafforzare il processo di completamento con il proprio Sè attraverso ciò che non è l’Io, individuabile nell'Altro; ovvero, in quelle realtà che non siano parte completa e non vogliono sottostare al nichilismo post-moderno. Presenti, anche in Nord America, in America Latina, in Medio Oriente, in Europa, in Asia, ecc… A tal proposito, il professor Dugin pone l’attenzione su l’uomo in quanto Dasein — l’Esserci, o Essere Qui — di Heidegger, libero dall'individuo empirico e conscio della categoria ontologica. Suggerendoci, nella Quarta Teoria Politica, una netta distinzione dalle tre ideologie della Modernità in quanto «è pluralista» e «crede nella molteplicità e nella diversità dei Dasein di ogni cultura e civiltà», per la motivazione che ogni società possiede il proprio Dasein, malgrado la Concezione del mondo neoliberale continui ad anteporre l’individuo al posto dell’uomo.


La teoria di un inizio aperta ad ogni contributo
Se il Dasein riveste il ruolo di “soggetto” della Quarta Teoria Politica, ognuno può cimentarsi nelle riflessioni che ritiene opportune. Per quello che ci riguarda, siamo propensi a pensare che il Dispotismo senza frontiere e il nuovo regime di libero scambio che cita in giudizio gli stati in tribunale, quando nei rari casi la Politica fa il proprio mestiere e fissa un argine alle de-regolamentazioni che gli impediscono di sfruttare al massimo gli investimenti a costo zero dai facili profitti, tutto sommato non sia poi così in crisi. Per riappropriarci della natura implicita del Politico che Dugin riprende dal filosofo Giorgio Agamben, il Politico o è verticale oppure non esiste, bisogna porre un occhio di riguardo al neo-liberalismo che pur di non scomparire, «orienta i suoi sforzi sulla forza di espandersi e contrarsi a seconda dell’utilizzo degli spazi perfino temporali, volgendo lo sguardo avanti e rifacendosi al passato». Ma contemporaneamente anche al Capitalismo, il quale pur di aumentare la sostenibilità del profitto, favorisce la dialettica dell’illimitatezza per giustificare ogni nefandezza possibile ed inimmaginabile. In breve, dobbiamo considerare l’ideologia liberale e del Progresso, la pastoia dottrinale di cui si serve il Capitalismo post-moderno e non il contrario.


La filosofia politica della Quarta Teoria Politica
Addentrandoci nel pensiero di Dugin, è possibile intravedere l’essenza della metapolitica che racchiude in sé le cose al di fuori della politica, al suo interno, nell'ambito dell’antropologia politica, diventando fonte di ispirazione per la Politica. Evidenziando, l’esistenza di un asse orizzontale della governance «che ha cancellato il nostro patrimonio di riferimenti politici per sostituirli con i termini tendenziosi del management» cui si contrappone un asse verticale dal basso verso l’alto, del popolo contro le élite. La Quarta Teoria Politica, intravede le storture dei «politici diventati biopolitici» e della Politica che da qualsiasi parte la si guardi, da destra come da sinistra, riflette le principali declinazioni del liberalismo politico. Ma soprattutto, vuole anche indicare che esiste un altro modo di intendere la Politica che esula dall'utilitarismo, dalla metodologia del “coaching” politico, della gestione-azienda e dell'economizzazione amministrativa della Politica. È un dato di fatto che il ritornello dell’ideologia dei diritti umani che impone un egualitarismo totalizzante senza riconoscere le differenze, convince sempre meno. Il mondo, contrariamente a quello che ha scritto Dugin, non si appresta ad assistere all'imminente Apocalisse e tanto meno, la post-modernità non somiglia al “regno dell’Anticristo”. Piuttosto…


Capire il momento storico che non è un continuum
Tralasciando l’ambito teologico, la comparsa del deismo, dell’ateismo e del materialismo delle «società monoteiste che erano influenzate dal razionalismo» citati da Dugin, dobbiamo fare un ulteriore ragionamento. Per comprendere a pieno la società della post-modernità, dobbiamo pensare ad una forma di liquidità quasi onnicomprensiva. Al giorno d’oggi, sono davvero pochi i popoli che riescono a sottrarsi da una governance in cui è mentalizzata nel profondo, l’idea che la società sia un qualcosa di diverso dal mercato (dal latino. sociětas -atis, der. di socius «socio»), senza rispettarne alla lettera il significato etimologico. Il dibattito verte sul tipo di «Comunicazione Emozionale» che intercorre tra la governance e la società: l’uomo non è più il bersaglio della programmazione della coscienza di un mercato, oppure, un consumatore famelico come negli anni ‘90. Da inizio secolo, è entrato a pieno titolo nel processo di produttività accelerata della logica della merce come fruitore non più subordinato. Questa mentalità è diffusa in ogni affranto delle società: trattasi ormai di un automatismo rispondente alle consuetudini umane. Il primo nemico è la società in quanto tale, e, la sua forma mentis non è circoscritta, al solo Occidente. Ed è per questa ragione, come ha scritto Dugin, dobbiamo fare il massimo sforzo per costruire «un’ontologia fondamentale e lo studio dell’Essere», lasciatici in eredità da Heidegger. Nell'insieme, trattasi di una congiuntura che non è irreversibile ma temporale. Sta solo a noi capire il «momento», facendo il possibile per sancire la fine.


Il concetto degli spazi e della geografia
Dal mondo unipolare a guida americana e occidentale, in realtà qualcosa è cambiato. Innanzitutto, abbiamo davanti ai nostri occhi un assetto internazionale sempre più multipolare, rappresentato in prevalenza dalle alleanze di Europa, Russia, Stati Uniti, Cina-India, Centro-Sud America, Giappone e Corea. La guida unica, quella del blocco dei Paesi aderenti al Patto Atlantico e l’intera civiltà occidentale che sotto la guida degli Stati Uniti diedero il via al mercato economico globale, sono costretti a rivedere i loro piani. Nel saggio che vi proponiamo e che molti di voi avranno già letto, emerge il configurarsi del Nomos della terra di smithiana memoria. Le potenze di mare, difensori della globalizzazione e della “Modernità liquidità”, si confrontano con un ritrovato senso di «Spazio» e le derivazioni del Nomos della terra, riaffiorano: la spinta primigenia del legame smarrito fra Ordnung e Ortung, dello stabilire un ordine, di ubicarlo e localizzarlo hanno rivitalizzato l’arcaica pulsione dell’occupazione del suolo. La Geografia dei luoghi, andata continuamente scemando per via dell’impossibilità di definire delle coordinate spaziali nell'epoca della globalizzazione, torna ad essere di primaria importanza. E con lei, la nozione di ethnos: intesa come «una comunità caratterizzata da omogeneità di lingua, cultura, tradizioni e memorie storiche, stanziata tradizionalmente su un determinato territorio», composta da tutte le distinzioni del caso ma nell'insieme, con molte più cose in comune, all'Origine, di qualsiasi altre.


La Grande Europa è la sfida alla globalizzazione
In ultimo, per lasciare al lettore un ampio margine di considerazioni sulla Quarta Teoria Politica e sui tanti argomenti del saggio, quali sono: il simbolismo — interessante—, l'escatologia dell’esistenza —apprezzabile—, l'ermeneutica —notevole—, senza tergiversare sui richiami alchemici dell’Introduzione di Siniscalco —ultimamente, pare siano di gran moda— che troviamo azzardati, preferiamo occuparci d’altro. E lo stesso discorso, vale per le argomentazioni sullo « spirito dell'angelomorfismo» della Quarta Teoria Politica ed «il sesso del soggetto di questa come il sesso degli angeli», descritto da Dugin. Francamente, non capiamo cosa c’entri con l’antropologia politica e la Teoria in questione. Cosa ben diversa dai pensieri espressi su una “Grande Europa” che de-occidentalizzata e sempre meno soggetta ad essere la periferia della centralizzazione americana potrebbe riscattare una sua autonomia, politica e culturale. Volgendo lo sguardo «ai suoi vicini, a Occidente, a Oriente e a Sud» , purché recuperi una forma di polo e/o ente con una visione d’Impero: tornando a Carl Smith, alla nozione di Grossraum degli «spazi» e delle regioni. Per concludere, pensando sia pertinente, quello che abbiamo scritto in “Il mondo multipolare e l’Italia dei giocolieri”: «I piccoli stati che si impegnano in un protezionismo sono ammirevoli ma, pressoché inefficaci nel neutralizzare le spire della globalizzazione, sono messi dinanzi ad una scelta: come ha scritto giustamente Alain de Benoist, essere una parte attiva di «spazi ampi “omogenei”, costituendo altrettanti poli politici, economici e civili», cioè della stessa natura e affini, oppure scegliere di continuare ad adattarsi agli eventi». Possiamo dire che è un nodo focale, parecchio importante, della Quarta Teoria Politica. Buona Lettura

http://sadefenza.blogspot.it/2018/05/comprendere-la-quarta-teoria-politica.html


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venerdì 19 agosto 2016

Theresa May e il cambiamento di paradigma

Theresa May e il cambiamento di paradigma

Jacques Sapir Жак Сапир
russeurope
tlaxcala-int.org
Trd Francesco Mazzuoli










Un avvenimento di notevole importanza ha appena avuto luogo in Gran Bretagna, un avvenimento che potrebbe annunciare una svolta importante tanto per la politica interna britannica quanto, con le sue ripercussioni, per la Francia e numerosi altri paesi europei.

Theresa May, il primo ministro britannico succeduto a David Cameron dopo il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (il famoso Brexit), ha fatto un passo logico, eppure, nel contesto del suo Paese, quasi rivoluzionario. Presiedendo la prima riunione della commissione interministeriale sulla « strategia economica e industriale », martedì 2 Agosto, la May si è impegnata a mettere in piedi una vera politica industriale. Nella Gran Bretagna devastata da più di 35 anni di « neo-liberalismo » ciò equivale ad una piccola rivoluzione.

Il fatto che questa politica sia intrapresa da un primo ministro conservatore, il partito di Margaret Thatcher, sottolinea ancor più il carattere rivoluzionario della svolta operata da Theresa May.

Questa svolta annuncia un cambiamento di paradigma. Gli ultimi studi di organizzazioni come il FMI dipingono oggi la globalizzazione e il suo bilancio in maniera molto più negativa di quanto facessero una quindicina di anni or sono. Si comprende attualmente che il concetto di globalizzazione, predicato dal FMI (dieci anni fa) o dall’ OCSE, non è la soluzione. Il ritorno in grazia di un certo volontarismo, notato già con Arnaud Montebourg nel 2012-2013, è palese.

Una rivoluzione?

È necessario, quindi, soffermarci su questa decisione, che non fa che mettere in pratica ciò che era già contenuto nel discorso di investitura di Theresa May. Il portavoce del governo, in un comunicato pubblicato dopo la riunione interministeriale, ha dichiarato: « Il primo ministro ha sottolineato che l’obiettivo della nuova politica industriale dovrebbe essere quello di mettere in piedi un’economia che funzioni per tutti ».

Che cosa significa? C’è un aspetto opportunistico in questa politica. Theresa May aveva dichiarato prima della riunione che se la Gran Bretagna vuole « approfittare delle opportunità offerte dal Brexit, è necessario che tutta la nostra economia sia sfruttata ». Se le misure restano per il momento vaghe, è la prima volta che un capo del governo britannico afferma il suo interesse per il settore secondario, dopo che, trenta anni fa, Margaret Thatcher ha sotterrato il concetto di politica industriale.

Questa nuova politica industriale indirizza quindi il governo verso l’aiuto alle industrie che fanno la forza del Regno Unito, come l’automobile (Jaguar, Land Rover) e l’aeronautica con BAE Systems, ma anche le nuove industrie, come la casa produttrice di microchip ARM Systems, che è stata venduta alla Japan Soft Bank in Luglio per 32 miliardi di lire, ossia 38 miliardi di euro. Anche la siderurgia potrebbe beneficiare di aiuti: Tata Steel aveva annunciato a fine Marzo la vendita delle sue attività nel Regno Unito, mettendo in pericolo migliaia di posti di lavoro. Infine ha dichiarato di voler tornare sulle sue decisioni e ha iniziato delle trattative con la Thyssenkrupp per l’eventuale creazione di una joint venture. In effetti, la caduta della lira sterlina favorisce la competitività delle produzioni in Gran Bretagna. Il gruppo farmaceutico GlaxoSmithKline ha annunciato mercoledì scorso 275 milioni di lire di nuovi investimenti nei suoi siti produttivi in Gran Bretagna. Questo gruppo si prepara ad un secondo semestre molto promettente, in virtù della svalutazione della lira sterlina, dal momento che i suoi costi saranno in lire e le sue entrate in altre valute.

La svalutazione della lira e oltre

Il deprezzamento della lira sterlina costituisce un elemento di questa politica industriale. Certo, questo elemento resta primitivo. Ma non si è mai vista una politica industriale in un paese la cui moneta sia sopravvalutata. Ora, uno studio del FMI mostra che in media il tasso di cambio reale della lira nel 2015 era sopravvalutato del 12,5%.

Se si guardano gli sviluppi dopo il referendum sul Brexit, si constaterà che il deprezzamento attuale ha corretto una parte degli squilibri che si erano creati a partire dall’inizio del 2014. Si può considerare che il tasso di 0,85 lire per 1 euro corrisponda a ciò di cui la Gran Bretagna ha oggi bisogno.



Fonte : Bloomberg


Ma è chiaro che una politica industriale non si può ridurre ad una forte svalutazione monetaria.

Il comitato ha quindi anche annunciato che sosterrà la formazione di operai qualificati, sempre più richiesti nell’industria, e potrebbero essere annunciate altre misure per favorire l’investimento, e tanto più in quanto la Gran Bretagna sarà presto liberata dalla morsa dei regolamenti della UE. E in questa politica industriale vediamo pure manifestarsi un’idea di pianificazione del territorio. Il ministro delle finanze, M. Philip Hammond, durante la stessa riunione del comitato, ha stimato che la riduzione dello scarto di competitività fra Londra e il resto del Paese, cui mira questa politica, dovrebbe generare il 9% di crescita, e fare rientrare 150 miliardi di lire (179 miliardi di euro) supplementari nelle casse dello Stato.

I fondamenti di una svolta politica

Questa politica ha sorpreso gli osservatori, perché dà prova di un dinamismo di cui la Gran Bretagna non era più accreditata. Essa va contro i pronostici catastrofistici sul post-Brexit diffusi con compiacimento, specialmente in Francia. La Banca Centrale (Bank of England) lo mostra in uno studio datato 20 Luglio e dice in modo inequivocabile: » Per il momento, non c’è una chiara indicazione di un rallentamento netto e generalizzato ». Il mercato del lavoro resta ben orientato, e il consumo delle famiglie è aumentato del 1,1% in Luglio, uno dei migliori risulati degli ultimi mesi. Lungi dall’essere la catastrofe predetta, il Brexit va avanti con calma. Certamente ci sono dei problemi importanti. L’incertezza generata dalla separazione con l’UE può compromettere gli investimenti. Ed è giustamente per evitare questo che Theresa May ha adottato questa politica volontaristica Ed è altrattanto chiaro che ella intenda con tale politica ritrovare una dinamica perduta prima del Brexit.


Ma questa politica ha sorpreso gli osservatori anche perchè denota una volontà di ricostruire un’ economia su una base più giusta, un’economia che, per riprendere le parole di Theresa May, porti beneficio a tutti. Ella ha messo il suo mandato sotto l’imperativo della lotta contro la « bruciante ingiustizia »: « Ciò significa lottare contro l’ingiustizia bruciante che fa sì che, se siete nati poveri, morirete in media nove anni prima degli altri. Se siete neri, sarete trattati dal sistema penale più duramente che se foste bianchi. Se siete un ragazzo bianco, di classe operaia, avrete meno possibilità di chiunque altro in Gran Bretagna di andare all’università. Se frequentate una scuola di Stato, avrete meno possibilità di accedere alle migliori professioni che se foste istruiti nel sistema privato. Se siete una donna, guadagnerete meno di un uomo. Se soffrite di malattie mentali, non avrete abbastanza aiuto a disposizione. Se siete giovane, troverete più difficile che mai possedere una casa di proprietà. »

Queste parole avrebbero potuto (e dovuto) essere pronunciate da Jeremy Corbyn, il leader dei laburisti. Il fatto che siano state pronunciate da un primo ministro conservatore è dunque sorprendente. Che il primo ministro voglia plasmare un Paese che « funzioni per tutti » e prenda apertamente posizione per una politica volontaristica non dovrebbe però sorprendere quanti ricordano la « grande tradizione » dei conservatori britannici, una tradizione di fatto opposta alla politica neo-liberale di Margaret Thatcher e le cui radici rinviano a Benjamin Disraeli, l’autore di Sybil, un romanzo sociale della metà del XIX secolo.

La sovranità e i laburisti

È, dunque, significativo che il Brexit abbia affrancato una parte dei conservatori dall’ideologia « neo-liberale ». Bisogna qui ritornare sopra uno studio realizzato da un politologo in Gran Bretagna, che mostra come quasi il 70% delle circoscrizione che hanno eletto un deputato laburista abbiano votato per il « leave » e ciò mentre il partito laburista faceva ufficialmente campagna per il « remain ». Il fatto illustra bene la contraddizione esistente tra l’opinione difesa dai quadri di un partito e ciò che sentono i militanti o i simpatizzanti della base. Questa contraddizione è tanto più forte in quanto si poteva pensare che l’odiosa morte della deputata laburista Joe Cox, una settimana prima della votazione, avrebbe provocato un moto di simpatia per il « remain ». Ora, se tale sentimento ha potuto esistere, non è stato sufficinente per invertire la tendenza delle opinioni. Perché gli elettori laburisti comprendevano, anche confusamente, che nessuna rottura con il neo-liberalismo sarebbe stata possibile fino a che il Regno Unito fosse rimasto legato a l’Unione Europea.

Se Jeremy Corbin si ritrova oggi in difficoltà, non può che prendersela con sè stesso e la propria mancanza di coerenza. È una lezione valida per tutta la sinistra europea.

Perché questo capovolgimento politico possa esistere, perchè una rottura con il « neo-liberalismo » thatcheriano sia possibile, il Regno Unito doveva ritrovare la propria sovranità. È quello che ha fatto con il Brexit. Si constata, così, come il concetto di sovranità non si lasci rinchiudere nelle categorie di « sinistra » o « destra ». Non che queste categorie non siano necessarie al dibattito, ma esse abbracciano giudizi divergenti su ciò che è il « bene comune », giudizi che sono possibili soltanto in una società, una Nazione, uno Stato, sovrani.

Un cambiamento d'identità?

Si comprende, allora, perché l’idea di una sovranità « di sinistra », come quella di una uscita « di sinistra » dall’euro, siano delle pericolose scempiaggini, delle quali si compiacciono ancora troppe anime belle. Una porta deve essere aperta o chiusa e poco importa quale mano si appoggi sulla porta per aprirla o chiuderla: se bisogna aprirla, allora non serve a niente fare i difficili su chi l’aprirà. Invece, una volta che la porta sia aperta, la questione di quale direzione prendere si porrà, ed è là che le differenze tra « sinistra » e « destra » riacquisteranno tutto il loro senso. Avere risolto un problema che appartiene all’ordine del politico (lo scontro amico/nemico), permette alla politica di riprendere il suo posto.

Tuttavia, si dà il caso che il Brexit abbia prodotto il cambiamento di identità che abbiamo indicato in seno al partito conservatore. La svolta operata da Theresa May rischia, quindi, di svuotare di significato il dibattito. Occupando sul terreno economico e sociale le posizioni che avrebbe dovuto adottare il partito laburista, facendolo per lo più con la legittimità che le dona il Brexit, Theresa May è in grado di presidiare la totalità dello spazio politico. Ella ha – forse – messo a segno un colpo da maestro.


 

domenica 10 maggio 2015

LA DOMANDA POSTA DAGLI USA A YEVTUSHENKO NEL 1961: I RUSSI VOGLIONO LA GUERRA? E OGGI, GLI USA VOGLIONO LA GUERRA?

La situazione politica generale nel mondo versa in cattive condizioni , poiché essa non è  più vera e propria espressione della volontà dei popoli sovrani, ma di piccole élite, di interessi particolari, delle  grandi corporation e della grande finanza...    Vedi la politica italiota da Monti in poi, sono etero-diretti dall'estero, dai burocrati della UE, BCE e dall'alta finanza americana... Il saggio che riportiamo è motivo di riflessione politica per i paesi ancora sovrani che dovrebbero porvi ragionamento serio e profondo per attivare le giuste decisioni politiche.
Sa Defenza

LA DOMANDA POSTA DAGLI USA A YEVTUSHENKO NEL 1961: I RUSSI VOGLIONO LA GUERRA? E OGGI, GLI USA VOGLIONO LA GUERRA?







Zinoviev Club Timofey Sergeytsev
sputniknews


Questa domanda è stata ripetutamente posta a Yevtushenko negli Stati Uniti nell'autunno del 1961. In risposta è stata scritta una famosa canzone che è stata quasi bandita come pacifista. Un anno dopo scoppiò la crisi dei missili cubani.
I russi risposero a questa domanda con i fatti nel 1962. Ci ritirammo tatticamente. Lontano dal peccato. Questa domanda oggi viene posta all'Occidente, quasi allo stesso modo. Non la eviteremo. La ferita aperta dell'Ucraina ha messo in evidenza l'anatomia delle nostre relazioni con l'Occidente. I fatti sono chiari. Qui non sono richieste intuizioni. La difesa dell'evidente di fronte alle menzogne è importante, ma viene in secondo piano. Il nocciolo della questione è all'interno di queste relazioni. La questione principale non è l'economia, non sono le sanzioni. Il problema principale è questione di guerra o pace.
Il problema di guerra o pace non può essere risolto con motivi particolari. Nè la cultura, né l'economia, né la morale, né la religione, né il diritto né le questioni umanitarie hanno sufficiente coerenza, complessità e totalità se considerate come motivi. Si potrebbe dire il contrario. Il dilemma tra guerra e pace non si può risolvere sulla base dei cosiddetti "valori" (tutti sopracitati). La guerra e la pace non hanno prezzo.

Si può illustrare quanto detto con un semplice esempio. Quando il coro di propagandisti filo-occidentali ha cominciato a cantare armoniosamente che Leningrado non andava difesa perché il prezzo sarebbe stato troppo alto, non si può sostenere che una simile affermazione fosse stata immorale, o diciamo in contrasto con la fede, se quest'ultimi fossero intesi come valori e non come basi della vita. Infatti i valori sono solo valori e si rappresentano come un caso particolare di accettazione (non accettazione) e valutazione. Ma proprio questa fede e morale sono comprese oggi.

I bambini di Leningrado durante l'assedio nazista.












































La coerenza (totalità) di base per affrontare la questione della guerra o della pace è la politica. Non c'è niente di particolarmente nuovo.


La dialettica tra guerra e pace riguarda tutti, nonostante il mito liberista cerchi di dimostrare che la stessa questione sia privata, come tutte le altre nella società (il punto di vista liberale). Gli antichi greci chiamavano una persona disinteressata alla politica "idiotikos", vale a dire idiota. "Idiotikos" significa anche proprietario, proprietà. Ovvero interessato della sua proprietà…quindi la condizione tecnica della soluzione del dilemma tra guerra e pace è la cultura politica.

Il critico del liberalismo Schmitt riteneva che la politica fosse complessiva, dunque la guerra era un punto estremo della politica e la guerra, secondo Schmitt, era un affare pubblico, generale e di vita. Lasciando da parte il dibattito dei liberali pro e contro Schmitt, notiamo che nella nostra situazione è abbastanza il contrario, perché di fronte ad una più rigorosa logica, siamo già immersi in questa materia, nella questione della guerra. Quindi dobbiamo pensare politicamente, complessivamente e in modo sistematico. I valori non ci aiuteranno, vi si può sempre rinunciare attraverso il loro rapporto con il prezzo. Si tratta della nostra esistenza.

Schmitt considerava al limite della realtà la distinzione politica tra amico e nemico. Amici e nemici sono avversari, al limite sono solo parti in conflitto. Possiamo aggiungere: la politica è il coinvolgimento nei propri affari del maggior numero di sostenitori, ovvero amici. La distrazione dal nostro affare comune con gli amici è dei nemici. Con i nemici non si può avere in comune l'economia. Vedi la storia delle sanzioni.

Ma qualcosa è accaduto nella politica dal momento in cui sembrava ovvio che gli avversari avrebbero combattuto. Oggi la guerra nel suo insieme sistemico (quindi la politica) si organizza con una terza forza, che crea "nemici" e "amici" a piacimento. La stessa forza stabilisce la qualifica di "amico" o "nemico" per chiunque. Anche se si utilizza tale status, è una menzogna deliberata. La principale esperienza di alienazione del vantaggio dall'alto per la parte della "terza" forza "neutrale" dietro gli "amici" e "nemici" nel XX secolo lo hanno ricevuto gli Stati Uniti durante le due guerre mondiali. Questa esperienza ha plasmato la loro politica. Proprio la partecipazione degli Stati Uniti in queste battaglie è stata minima in relazione ai "principali" e "veri" nemici. Subito dopo la sconfitta della Germania nazista, gli Stati Uniti in modo efficace "sono passati" sul suo lato. In seguito gli Stati Uniti hanno perfezionato questa tecnica, sfuggendo efficacemente dal ruolo di amico, quindi cosa più importante, dal ruolo di nemico dell'Urss e poi della Russia.

Costringere a combattere gli altri è possibile per una superpotenza solo in pace. Senza entrare nei dettagli della formazione di questo concetto da Hobbes a Nietzsche fino a Zinoviev, faremo a meno che la superpotenza sottometta molti Stati ad uno senza il loro coinvolgimento nel suo insieme, né politico o giuridico. La pace degli Stati (altro non è) è considerata dal sovrano di questo ordine come campo di applicazione del proprio diritto illimitato di resistergli, alla superpotenza assicurano "sicurezza", la cessazione della "guerra di tutti contro tutti." Cioè, il concetto del Leviatano non è applicato agli individui-persone, ma ai soggetti-Stato. E' per l'interpretazione dello Stato come individuo in questo ordine è richiesto il noto principio di "integrità territoriale".

© AFP 2015/ SERBIAN TV
Un fotogramma televisivo che illustra il bombardamento NATO del 4 aprile 1999 a Novi Sad.


Nella realtà storica gli Stati sono anche divisibili (cioè non indivisibili). Ma nella realtà della storia con la moltitudine di tutte le guerre e nonostante la guerra sia forse l'essenza della storia, non esiste una "guerra di tutti contro tutti". Tutto è sempre molto preciso. Per quanto si faccia la guerra ed una superpotenza sovrana sia coinvolta, si usa la formula della guerra contro "il nemico di tutti", "il male mondiale" è il terrorismo e sono i terroristi, in generale, "i criminali mondiali" (Paesi canaglia). Prendono questi epiteti tutti quegli Stati che non riconoscono la "legge" istituita per volontà del sovrano del mondo, il super Leviatano.

Naturalmente non si parla in nessun codice di diritto internazionale di tale ordine mondiale. In termini rigorosi, il diritto internazionale come legge è rimasto fermo al 19° secolo ed è stato completamente sepolto dalle guerre mondiali del XX secolo. Allora si chiamava "Concerto europeo", ovvero il consenso di molti Stati della civiltà europea sulle regole della guerra. Oggi non ci sono queste regole e non è richiesto il consenso di nessuno. L'ultimo atto del diritto internazionale è stato il processo di Norimberga. Oggi, niente di tutto questo è possibile, almeno non ancora. Al posto della realtà del diritto internazionale esistono (dopo aver conquistato il loro posto) le organizzazioni internazionali, che svolgono il ruolo della superpotenza sovrana.

L'obiettivo politico degli USA è costringere la Russia a combattere con l'Ucraina. Sarebbe meglio un'invasione russa. Per questo scenario è stato fatto, se non tutto il possibile, almeno già molto. L'attacco dell'Ucraina alla Crimea è inoltre un'opzione, anche se più debole. Gli Stati Uniti devono stare al di sopra delle parti, evitando il ruolo di amico o nemico. Lo stesso dovrebbe fare l'Europa, i Paesi della UE. Il mondo di "sicurezza", "garantito" dagli Stati Uniti, può allora salire bruscamente nel valore. I criminali e gli emarginati saranno entrambe le parti. Ma in generale i russi. Perché in Europa, e ancora di più nel mondo intero (diciamo, per esempio in Malesia) in linea di principio non ci distinguono dagli ucraini. Ciò significherebbe che i violenti e rozzi russi combattono tra di loro. Quindi è necessario separarli ed isolarli. Hanno cresciuto i talebani ed ora saranno distrutti. Hanno messo al potere Saddam e poi lo hanno appeso. Hanno fatto nascere ISIS ed ora lo bombardano. Non piace? Ma voi, voi tutti (il Vecchio Mondo in generale, l'Europa occidentale e orientale e la Russia) siete capaci di fare solo la guerra, una non vi è bastata. Sotto di noi è meglio. Credeteci. Ma guardando all'Ucraina, non ci crediamo. Di sicuro non sarà meglio per noi. Molto probabilmente non esisteremo più in questo modo.

© FLICKR.COM/ US MARINE CORPS /




















Non dobbiamo combattere con l'Ucraina. Non perché ci vivono i nostri "fratelli" (questa motivazione non è mai stata presa in considerazione da nessuno), ma perché non ha alcun senso politico. Dall'Ucraina ci dipingono come "nemico", ma questo è un falso nemico, non reale, nonostante un comportamento piuttosto convincente. 

Tuttavia in questi vent'anni di trasformazione non abbiamo mai interferito. E' quasi impossibile risolvere qualcosa con la guerra, piuttosto il contrario, serve solo per completare ed eseguire il passaggio dell'Ucraina nell'orbita della superpotenza. Quindi non dobbiamo cedere. Quello che fa Putin. Arrivederci.

Ma se ci toccherà combattere, il nostro obiettivo politico può essere solo la necessità di conquistare una posizione di amico o nemico degli Stati Uniti e dell'Europa. Questo è il loro punto debole. E' difficile credere che gli Stati Uniti possano diventare un amico. Questo è improbabile. Ma non vogliono essere il nemico, entrambe le determinazioni privano il loro status di superpotenza sovrana. Poi tutto crollerà, sia il dollaro e la loro influenza in Europa (tra l'altro anche su di noi). Così che diventino il nemico. Sopravviveremo. Saremo più forti. Ma i Paesi europei, non tutti, possono essere gli amici di cui abbiamo bisogno. Tuttavia in tale veste serve ancora educarli. Ma è possibile, gli Stati Uniti non possono essere loro amico. Credo che qui ed ora discutere gli obbiettivi militari sia inadeguato. Tuttavia la stessa minaccia di una guerra (assolutamente reale e crescente) mette già innanzi proprio questo tipo di compito politico.

Finiamola con il delirio sul Mondo Russo. Non esiste nulla. Esistono la Russia, l'emigrazione, la diaspora, l'esilio. I russi sono un'unità politica. Dove non ci sono Stati di nazione politica russa non c'è Mondo Russo. Non ci sono russi, ma solo russofoni. In teoria questi Stati potrebbero essere diversi. Ecco la Bielorussia: è uno Stato di nazione politica russa? Allo stesso modo gli USA, il Regno Unito, l'Australia, il Canada e la Nuova Zelanda sono Stati di nazione politica anglosassone? Anche la Bielorussia non lo è? Che parte prenderà nella questione di guerra o pace? Che dire dell'Ucraina di oggi. La Novorossiya può diventare uno Stato, ma nella realtà politica è ancora lontana da quel punto. La questione dell'espansione della Russia è esattamente il problema della guerra o pace, la "democrazia" e "il diritto all'autodeterminazione" qui non aiuteranno.

Piantamola del mito"eurasiatico" come nuova "ideologia" per la Russia. Non solo perché non abbiamo praticamente bisogno dell' "ideologia", ce ne siamo appena sbarazzati, abbiamo bisogno di una politica, di obiettivi politici giusti e di comprensione da parte della popolazione.Non esiste alcuna "Eurasia" come Stato ed entità politica. Dovrebbe esserci (e già c'è) la politica della Russia nella regione asiatico-pacifica. Abbiamo bisogno di amici lì. Può nel loro numero entrare la Cina? È fattibile? E' necessario?

Pensiamo concretamente a risolvere il dilemma tra guerra e pace.

sabato 27 luglio 2024

Aggiornamento Operazione DAWN: un voto guadagnato, non dato


RITTER SCOTT

Fai valere il tuo voto a novembre e salva il mondo nel frattempo.

Mentre l'America si confronta con la questione di chi uscirà vincitore dal circo a tre piste delle elezioni presidenziali del 2024, si parla sempre di più della natura esistenziale di queste elezioni e del ruolo svolto dai due candidati primari, la presunta candidata del Partito Democratico, Kamala Harris, e il suo sfidante, il candidato del Partito Repubblicano, Donald Trump, nel portare la nazione sull'orlo del baratro quando si tratta del futuro della democrazia americana come istituzione. Le scelte non potrebbero essere più nette: l'incarnazione vivente del "politico dell'establishment DEI" (Harris) contro la definizione da manuale di un "outsider politico populista" (Trump).


Per molti versi, la retorica sulla natura critica della corsa presidenziale del 2024 non è esagerata: in termini di sostenibilità politica sostenuta, la posta in gioco non potrebbe essere più alta. Una vittoria di Harris porrebbe effettivamente fine al movimento MAGA, poiché è in gran parte un esercizio populista costruito attorno al culto della personalità che ha circondato Donald Trump, che la maggior parte delle persone concorda stia correndo la sua ultima corsa politica. Una vittoria di Trump, tuttavia, proietterebbe nel mainstream politico il suo compagno di corsa, JD Vance, a cui verrebbe data l'opportunità di rivendicare il trono MAGA nel 2028, creando il potenziale per una corsa MAGA di 12 anni che potrebbe benissimo significare la fine della politica istituzionale nell'America come la conosciamo.

venerdì 27 giugno 2014

''SI RISCHIA CHE LA FINE DELL'EURO AVVENGA NEL CAOS PIU' TOTALE PER COLPA DELL'ACCANIMENTO DEL CETO POLITICO EUROPEO''

''SI RISCHIA CHE LA FINE DELL'EURO AVVENGA NEL CAOS PIU' TOTALE PER COLPA DELL'ACCANIMENTO DEL CETO POLITICO EUROPEO''



  L'Antidiplomatico
Alessandro Bianchi
traduzione Sandra Vailles

"L'élite al potere oggi è più rappresentativa dell'epoca feudale che della modernità"


Brigitte Granville. Prof. di Economia internazionale e politica economica all'Università di Londra Queen Mary. Autrice di Remembering inflation, Princeton Press, 2013

 
- Con le elezioni europee del 25 maggio scorso, le popolazioni hanno inviato un messaggio chiaro a Bruxelles: gli europei non sono più disposti a rinunciare ulteriormente a quote della loro sovranità e vogliono rinegoziare le concessioni fatte in passato. La nuova Commissione e il nuovo Parlamento europeo ascolteranno questa volontà di cambiamento? 
 
Certamente no, il loro comportamento sarà tale da rendere inutile il voto dato agli anti-euro, che costruiranno una minoranza che sarà ignorata completamente. In funzione del mandato democratico, l'élite politica considera che nulla è cambiato e che, proprio per questo, ha tutto il diritto di continuare ad agire come se nulla fosse accaduto.
 
 
- La propaganda pre-elettorale dei governi al potere e di Bruxelles ha voluto rassicurarci sulla situazione economica attuale della zona euro, anche se le economie italiane di Italia, Olanda e Portogallo sono tornate a contrarsi e la Francia è in una situazione di stagnazione. Inoltre, l'area monetaria è in una situazione di inflazione molto bassa – deflazione per diversi paesi – che rende sempre meno sostenibile la traiettoria debito/Pil di diversi paesi. In un tale contesto, ritiene che la zona euro rischia una nuova crisi che potrebbe rimettere in discussione gli strumenti creati o davvero « il peggio è dietro di noi » come ci hanno detto?
 
E' certo che una nuova crisi sia alle porte. Il debito è eccessivo e consiglio vivamente la lettura del mio libro Remembering Inflation, nel quale spiego molto chiaramente in che modo un debito troppo alto porta inevitabilmente ad una crisi finanziaria. Inoltre, la politica di svalutazione interna – la riduzione dei salari come unico mezzo per i paesi del sud per mantenere la competitività all'interno della zona euro -  non fa altro che rafforzare ed aggravare tale situazione. In questo contesto si arriverà ad un'inevitabile ristrutturazione dei debiti all'interno della zona euro, vale a dire ad una modificazione unilaterale dei contratti e questo equivale ad un default. 

 
- Durante il suo intervento alla Conferenza organizzata da A-simmetrie « Un'Europa senza euro », che si è svolta a Roma il 12 aprile scorso, ha affermato come la crisi della zona euro non si risolverà attraverso la cooperazione franco-tedesca e che presto Berlino scoprirà il bluff di Parigi. Ci può spiegare meglio? 
 
La Germania e la Francia hanno due priorità fondamentalmente opposte:
Da un lato, la Germania, non potendo svalutare l'euro, favorisce il rigore fiscale e la svalutazione interna, una riduzione degli stipendi e dei prezzi. Ed è su questa logica che basa la sua competitività e crescita. In altre parole, i costi della mano d'opera unitari relativamente più bassi rispetto agli altri paesi della zona euro spiegano il successo tedesco. Questo successo è stato possibile grazie alle “riforme Hartz” del Cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder ed è questo modello che si vuole esportare agli altri paesi tra cui la Francia. I problemi di questa politica è che richiede un periodo di tempo lungo prima di vedere i suoi frutti e presuppone una situazione in cui la traiettoria debito/Pil non aumenti. 
Dall'altro lato, in Francia, il peso del debito è elevato e aumenterà ulteriormente a causa della bassa inflazione e della crescita zero, dovuta all'aumento delle tasse e all'incertezza creata dal governo di François Hollande per ridurre il deficit. Il tasso di disoccupazione è arrivato a circa l'11 %. Al governo serve una  crescita economica per rilanciare la propria immagine, ma le tensioni sociali stanno crescendo e rischiano di aggravare la crisi economica: l'ascesa del Front National esprime alla perfezione lo sbandamento dei francesi e il loro sentimento sempre più diffuso di non essere ascoltati dal governo al potere. 

L'intransigenza della Germania e l'impossibilità della Francia di attuare le riforme richieste, dovuta ai vincoli politici e temporali, determinano una situazione tale per cui coloro che costituivano i due pilastri della costruzione europea non procedono più nella stessa direzione. 
In questo contesto, la Francia può solo effettuare riforme che sa di non potere ultimare. 

 
– Quali sono le sue previsioni sull'economia della Francia per i prossimi mesi? Esiste nella mente del governo francese un punto di non ritorno, vale a dire un livello di riduzione dei fondamentali macroeconomici oltre il quale Parigi metterà in discussione la partecipazione alla zona euro? 
 
Il punto non è ciò che il governo considera come tollerabile ma, come ogni altro paese della zona euro, la Francia deve conformarsi alle esigenze del Fiscal compact e rispettarle. Qui non c'è spazio per la scelta, la Francia ha preso impegni. Purtroppo, le misure da prendere per rispettare gli impegni sono dolorose e dunque costose a livello politico. François Hollande è già il presidente più impopolare della Quinta Repubblica, dunque in un certo senso non ha più niente da perdere, ma politicamente, vista la sua mancanza di credibilità, se le riforme saranno imposte ai francesi, il suo governo rischia di destabilizzare le istituzioni della V Repubblica. Le proiezioni economiche per il 2014 non sono certo incoraggianti. La Corte dei conti ha pubblicato il 17 giugno una relazione annua su “la situazione e le prospettive delle finanze pubbliche“ con le conclusioni seguenti:
1. Il deficit pubblico dovrebbe raggiungere il 4% invece del 3,8% annunciato dal governo per piegarsi alle esigenze del Fiscal Compact
2. L'obiettivo di crescita dell' 1% per il 2014  presentato dal governo al Parlamento è stato giudicato possibile ma difficile.
3. Il deficit strutturale sarà anch'esso superiore a quello annunciato dal governo del 2%, la Corte dei conti prevede un deficit strutturale (calcolato senza gli effetti della congiuntura) del 2,1% del PIL.
4. Un debito pubblico di più di 2000 miliardi di euro, ovvero “un rischio supplementare di 2 a 3 miliardi di euro”.
 
 
– C'è un paese che più di altri potrebbe essere costretto a lasciare la zona euro nei prossimi mesi?
 
Se parliamo del rischio di lasciare la zona euro, si tratta di una questione politica. L'euro è stata creato per una volontà politica, essenzialmente di François Mitterrand, e non c'era alcuna logica economica. Nello stesso modo l'euro sarà dissolto da una volontà politica. Se si presenterà questa volontà politica, potrà anche venire da paesi come la Francia o l'Italia e sarà il riflesso dell'impazienza di popoli che considerano che il costo delle riforme e delle misure economiche richieste sia troppo alto rispetto a risultati mediocri. Una grande fetta della popolazione colpita da queste riforme è giovane, il tasso di disoccupazione che tocca i meno di 25 anni è elevato, questi giovani non hanno lo stesso senso storico di “preservare l'euro ad ogni costo” dei loro padri. A livello economico, il cataclisma potrebbe ad un tratto arrivare dal peso del debito per paesi come l'Italia o la Francia, soprattutto se la politica monetaria degli Stati Uniti divenisse ancora più restrittiva ed i tassi d'interesse aumentassero. I mercati potrebbero essere in allerta. Ma finché i mercati troveranno una sicurezza nelle azioni della Banca Centrale europea, non accadrà nulla. 

 
- In una fase in cui i partiti tradizionali la pensano allo stesso modo su tutto - in molti paesi governano insieme e getteranno la maschera della finta opposizione anche nella prossima Commissione europea - ha ancora senso per Lei parlare oggi di destra e sinistra in Europa? Non crede per questo che la vera divisione politica dei prossimi anni sarà tra sovranità e internazionalismo, vale a dire tra coloro che vorranno riappropriarsi di quote di sovranità nazionali per tornare ad incidere realmente sul benessere delle loro popolazioni e coloro che continueranno a credere in deleghe ad enti sovranazionali che, al contrario, stanno erodendo giorno dopo giorno i diritti e le principali conquiste sociali e costituzionali degli ultimi anni? 
 
È vero che nell'Europa continentale vi sono poche differenze tra i partiti di sinistra e di destra, escludendo gli estremismi. Credo che il principale problema con i partiti politici europei sia il fatto che essi non corrispondono più alla realtà della nostra epoca. La maggior parte non ascolta la voce del popolo ed il loro comportamento è più rappresentativo dell'epoca feudale che della modernità. Il modo in cui quell'élite politica viene formata e poi “eletta” non ha nulla di democratico se non il nome, poiché la scelta è circoscritta ad un'élite che conosce tutti gli ingranaggi della politica ma che ignora le necessità economiche attuali. In Francia, ad esempio, molta della classe politica si è formata all'ENA, il cui scopo iniziale era di selezionare alti funzionari di stato, ossia persone in grado di eseguire e di mettere in atto delle azioni decise da politici eletti e rappresentativi dell'opinione pubblica. Questi alti funzionari si sono oggi impadroniti del potere.

Questa burocrazia dominante, composta da tecnocrati e centralizzata all'estremo, soffoca le popolazioni. Questa burocrazia di Stato degna di Courteline, Kafka e Orwell è una macchina infernale nella quale funzionari di stato, non eletti, come ad esempio all'interno della Commissione europea o del FMI, prendono decisioni senza che nessun abbia mai conferito loro un mandato.
Non potendo essere sentito, il popolo si sente escluso e questa frustrazione lo spinge a votare per i partiti estremisti. Di fronte a questa situazione, l'élite politica ripete che bisogna “educare” i popoli, considerando essenzialmente le persone come degli imbecilli e ignorando sistematicamente il loro voto, come è avvenuto in occasione del “No” olandese e francese alla Costituzione europea nel 2005.
La conseguenza dell'arroganza di questa élite politica europea è, da una parte, l'ascesa dei partiti nazionalisti come il Front national e, dall'altra, il desiderio d'indipendenza di città o di regioni come nel caso della Catalogna, del Veneto e quant'altro. La gente è stanca che siano partiti di centro a prendere tutte le decisioni, con delle politiche che non solo non hanno alcuna comprensione della vita quotidiana del cittadino medio, ma che volutamente ignorano la loro voce. Questa élite politica è convinta di essere l'unica detentrice di ogni soluzione e ci conduce ciecamente verso una  nuova crisi che sarà non solo economica ma anche politica.
 
 – Lei è una delle firmatarie del Manifesto di solidarietà europeo, un progetto a cui hanno aderito diversi economisti con cui si chiede una segmentazione controllata della zona euro come unica possibilità per salvare il resto del progetto europeo. Farete a breve delle proposte concrete alla politica? E qual è secondo lei il miglior scenario possibile di dissoluzione della zona euro? 
 
Insieme ai firmatari del Manifesto, stiamo stabilendo le varie tappe da seguire. Per quanto mi riguarda, sono convinta che la zona euro finirà, non conosco né l'ora né il momento, ma il rischio è che tale dissoluzione avvenga nel caos più totale per colpa dell'accanimento ideologico della classe politica e del suo rifiuto di contemplare il fallimento politico costituito dal progetto euro. 

sabato 8 febbraio 2025

Perché l'attacco di Trump all'USAID potrebbe cambiare per sempre la politica estera degli Stati Uniti

 © Kevin Dietsch/Getty Images

Di Timofey Bordachev , Direttore del programma del Valdai Club
L'offensiva del presidente contro lo "stato nello stato" americano segna la fine di un'era

Nel corso dei decenni, l'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) si è evoluta in uno "stato nello stato" all'interno della politica estera americana. Con la stessa importanza del Dipartimento della Difesa o del Dipartimento di Stato, l'USAID è da tempo un potente strumento per promuovere l'agenda globale di Washington. Tuttavia, le recenti azioni della nuova amministrazione a Washington, guidata da Donald Trump, segnano un cambiamento significativo, prendendo di mira questa agenzia d'élite anti-corruzione con ampie riforme. Per la Russia, questi sviluppi comportano sia sfide che opportunità.

giovedì 25 gennaio 2024

La menzogna è diventata in se stessa il fine della politica. La politica è, puramente e semplicemente, articolazione sociale del falso

Antonello Boassa

"LA MENZOGNA E' DIVENTATA IN SE STESSA IL FINE DELLA POLITICA. LA POLITICA E’, CIOE', PURAMENTE E SEMPLICEMENTE L'ARTICOLAZIONE SOCIALE DEL FALSO".

UNA STILETTATA GENIALE DI AGAMBEN SUL MODUS VIVENDI DEI GIORNI NOSTRI GOVERNATI DALLA MENZOGNA DEL POTERE QUALE FORMA PERVASIVA DI SPETTACOLO. ZELENSKY, MELONI, BIDEN, NETANYAHU, VON DER LOYEN, BORRELL...  

la menzogna nella politica, nella cultura, nelle pratiche quotidiane è oggi il luogo comune da cui non ci si può sottrarre se non si vuole l'emarginazione, l'isolamento, l'annientamento. La menzogna, come mi pare osservi Agamben, non nasconde la verità, la travalica, la ignora, la sottomette al falso. 

mercoledì 5 marzo 2014

La BCE è irrilevante e l'euro è un fallimento

 La BCE è irrilevante e l'euro è un fallimento


pieria.co.
Frances Coppola

Sulla rivista online Pieira, Frances Coppola finalmente esce allo scoperto e dice quello che pensa DAVVERO sull'euro. I dati economici dell’eurozona sono terribili, il progetto dell’euro è stato un enorme errore, prima di tutto da un punto di vista storico e culturale. L’euro è “il più grande pericolo per la pace in Europa occidentale che io abbia mai visto in tutta la mia vita” ed è “tempo di relegarlo nella polvere della storia”. 




L'aggregato monetario M3 va particolarmente male.[....]

Anche se la BCE cerca di sembrare ottimista, "meno negativo" significa semplicemente "che scende più lentamente". Il fatto è che il credito in tutta l'Eurozona sta subendo una grave contrazione.
Questo non fa ben sperare. La crescita di M3 è rallentata nell'ultimo anno a causa dei rimborsi LTRO e ora è scandalosamente bassa, all’1,2%, anche se è un po’ meglio dell’1,0% di dicembre. Questa non è proprio deflazione, ma ci va pericolosamente vicina, e i dati M3 suggeriscono che la deflazione è probabile, qualsiasi cosa Draghi possa pensare.


La vera domanda per la BCE è se deflazione sarà di breve durata. Il suo obiettivo è la prospettiva di inflazione a medio termine, non le modifiche a breve. Questo post della Fed di NY suggerisce che la deflazione, se proprio dovesse accadere, avrebbe in realtà vita breve: le aspettative di inflazione sono “stabili”, e infatti a gennaiol’inflazione ha sorpreso in senso positivo, confermandosi stabile allo 0,8%, anche se molto inferiore all’obiettivo del 2%.  Ma i ricercatori della Fed di NY aggiungono che queste aspettative di inflazione stabile potrebbero essere dovute alla convinzione che la BCE dovrebbe allentare ulteriormente la politica monetaria. Quindi, in maniera perversa, le aspettative di inflazione stabile dovute alle anticipazioni di un allentamento della politica monetaria potrebbero indurre la BCE a non allentare affatto – un bell’esempio della Legge di Goodhart in azione.

Sembra che gli stessi modelli della BCE non indichino la deflazione come un rischio serio. Perciò, anche se la Commissione Europea apparentemente non è d’accordo, dubito che la BCE faccia del QE. A dirla tutta penso che la BCE non farà proprio nulla, eccetto forse abbandonare i suoi futili tentativi di sterilizzare l’acquisto di bond secondo il Securities Markets Programme (ora esaurito), e magari introdurre qualche misura per sostenere i prestiti bancari. Quando tutto quel che fai viene criticato dai falchi della Bundesbank, stare con le mani in mano sembra una buona scelta.

Ma in realtà non credo che sia importante quello che fa la BCE. Infatti penso che sia quasi irrilevante. E’ tempo che io esca allo scoperto e dica quello che penso DAVVERO riguardo al progetto dell’euro.


Ventitré anni fa, quando ero una giovane studentessa del MBA(Master in Business Administration), entrai in contrasto con il mio docente di macroeconomia riguardo alle virtù di una moneta unica. Questo avvenne durante il periodo dello sfortunato Exchange Rate Mechanism, del quale lui era un grande sostenitore e io un altrettanto grande detrattore. I fatti dell’anno successivo dimostrarono che avevo ragione. Ma lui era anche fermamente a favore di una moneta unica. L’avrebbe introdotta immediatamente: ”congelerei i tassi di cambio in questo momento”, diceva. Pensavo che avesse torto, e glielo dissi – da qui il nostro disaccordo. E anche adesso, a 14 anni dalla creazione della moneta unica, penso ancora che avesse torto.

La storia dell’Europa è lunga e macchiata di sangue. Non ha nulla a che vedere con gli Stati Uniti, che sono un paese giovane con una lingua comune, chiari confini  e una un'istituzione politica unica. Certo, gli USA hanno combattuto una guerra civile per ottenere l’attuale livello di unità politica, e ci sono ancora senza dubbio tensioni e ferite. Ma l’Europa – sempre che si debba considerarla una singola entità, cosa in sé problematica – ha combattuto CENTINAIA di guerre civili. Non abbiamo una sola lingua, ancora non siamo d’accordo su dove debbano situarsi i nostri confini e gli interessi nazionali prevalgono sempre sulla politica “europea”. Non si possono cancellare identità tribali e culturali che risalgono a migliaia di anni fa con un tratto di penna di alcuni politici.

Le mie obiezioni alla valuta comune, quindi, sono storiche e culturali, piuttosto che semplicemente economiche. Ho letto Mundell. Comprendo i benefici di una valuta comune, quando c'è convergenza delle economie. So che i fondatori del progetto dell’euro credevano che la disciplina imposta da una valuta unica avrebbe obbligato i Paesi europei a implementare le riforme che avrebbero portato, col tempo, alla necessaria convergenza economica. So che questo è ANCORA ciò che  i politici e gli eurocrati stanno cercando di ottenere con misure come il fiscal compact. Ma chiamatemi pure Cassandra: io penso che niente di tutto questo funzionerà.

L’Euro si basa principalmente su pie illusioni. Bisogna dire che si è rivelata essere  un'istituzione più forte di quanto ci si potesse aspettare. Ma la convergenza politica richiesta da un’unione monetaria non c’è. Non esiste alcun senso di essere “sulla stessa barca”. Al contrario, c’è divergenza politica e sociale; un senso di superiorità in quei paesi che – per ora – se la stanno cavando, e una rabbia crescente nelle popolazioni di quei paesi che stanno applicando misure dolorose e dannose di austerità, al fine di creare l’illusione di una convergenza economica.

La convergenza economica è un sogno impossibile senza unione fiscale e politica. Non può essere ottenuta con la distruzione su larga scala dei paesi più deboli in nome delle “riforme strutturali”, mentre i paesi più forti beneficiano di un costo del denaro inferiore, di afflussi di capitali e dell'immigrazione di lavoratori specializzati. Tutto questo crea DIVERGENZA economica, non convergenza. La realtà è che i paesi più deboli dell’eurozona stanno divergendo dai paesi più forti. La disoccupazione è al 5% in Germania, 12,8% in Italia e 25% in Spagna. E per quel che riguarda la Grecia - se questo rapporto di The Lancet è attendibile, gli standard sanitari si stanno indirizzando verso quelli di un paese del terzo mondo. Perfino la Francia ormai è in declino, anche grazie a un governo incredibilmente incompetente. Come possiamo considerare tutto questo un progresso?

Nessun paese dell’eurozona è pronto a rinunciare alla sua sovranità nazionale per creare una vera unione fiscale, politica e monetaria. I politici appoggiano solo a parole l’idea di un’”unione più stretta”, ma quando sono al tavolo dei negoziati, la politica nazionale prevale sempre. Non riescono nemmeno a mettersi d’accordo su un’unione bancaria funzionante! Come diavolo può funzionare un’unione monetaria quando il sistema bancario è frammentato da stato a stato? E come potrà mai funzionare se non esiste alcuna struttura di condivisione dei rischi?

Che la BCE faccia o no il QE – o qualsiasi altra forma di politica monetaria accomodante – farà poca differenza. Il QE non può essere fatto in modo che possa aiutare davvero la periferia senza incorrere nella contestazione politica e legale della Germania: c’è già una causa contro il programma OMT della BCE che ha impedito agli spread di Spagna e Italia di andare fuori controllo. Se il QE fosse fatto in maniera più neutrale (per esempio, comprando un paniere di bond pesato sulle varie economie) peggiorerebbe la biforcazione del credito, facendo diventare i bund tedeschi perfino più scarsi. Ci sono altre cose che potrebbe fare la BCE, come un altro giro di LTRO per aiutare le banche disfunzionali dell’eurozona ANCORA una volta, o un aiuto alle PMI del tipo FLS, o perfino comprando pacchetti di obbligazioni di PMI. Potrebbe perfino provare a mettere tassi negativi sulle riserve. Ma sono soltanto interventi cosmetici.

La combinazione di una moneta comune con la politica a livello nazionale è disastrosa. Senza un’unione politica e fiscale più spinta, che includa anche un’adeguata unione bancaria, una condivisione dei debiti e dei rischi, i benefici di un’unione monetaria sono una chimera. I risultati saranno una deflazione dei debiti e una depressione senza fine.

Bé, non proprio senza fine, in realtà – è fin troppo facile prevedere come finirà. L’euro è il più grande pericolo per la pace in Europa occidentale che io abbia mai visto in tutta la mia vita.

Perciò, finiamola qui. Anziché aspettare uscite unilaterali e un collasso disordinato (probabilmente quando l’alleanza tra tedeschi e francesi si spaccherà, come succederà se la Francia entra in depressione), potremmo mettere subito in atto dei piani per la dissoluzione ordinata dell’euro e il ritorno alle valute nazionali. Dovremmo garantire concessioni sui debiti e aiuti internazionali simili al piano Marshall a quei paesi che sono stati colpiti di più dall’assurdo progetto dell’euro. E dovremmo decapitare le banche-idra che hanno risucchiato la vita dai paesi della periferia dell’eurozona.

L’euro è un esperimento fallito. Non dovremmo sprecare altre energie per cercare di farlo funzionare. E’ tempo di relegarlo alla polvere della storia.

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