martedì 9 luglio 2013

Erdogan non cede alla piazza e allontana la Turchia dall'Europa 
Il braccio di ferro con gli antigovernativi tiene in scacco il Paese 

di PAOLA PEDUZZI
www.unionesarda.it

L'uomo che sta fermo, in silenzio, in piedi, con le mani in tasca è diventato il nuovo simbolo della piazza turca. Attorno a lui si radunano altre persone, ferme anche loro, finché non diventano troppe e arriva la polizia a disperderle: neppure il silenzio è tollerato in questa Turchia spaccata a metà da una rivolta che non si placa. Ogni giorno ci sono decine di arresti e una prova di forza permanente da quando, alla fine di maggio, sono iniziate le proteste al parco Gezi, in piazza Taksim, che le autorità di Istanbul vogliono sostituire con un rifacimento della caserma Taksim, antico simbolo della cultura ottomana costruita all'inizio dell'Ottocento dal sultano Salimm III (la caserma in realtà era stata trasformata in uno stadio nel Novecento e poi rasa al suolo nel 1940: nel progetto odierno l'edificio ospiterà un centro commerciale). 
La riprogettazione in chiave ottomana della città più cosmopolita della Turchia è una delle ambizioni del premier, Recep Tayyip Erdogan, che di Istanbul è stato il sindaco prima di entrare nella politica nazionale (la città è tuttora guidata da un esponente del partito di governo, l'Akp, islamico moderato). 


IL PROBIZIONISMO

 L'assalto all'urbanistica di Istanbul è andata di pari passo con un'ingerenza del premier nella vita privata dei turchi: non si può fumare, non si può bere, non ci si può baciare in pubblico, si devono fare almeno tre figli e via dicendo. L'islamizzazione della Turchia che va avanti, strisciante ma decisa, da dieci anni, cioè da quando Erdogan è arrivato al potere nel 2003 (l'Akp ha poi vinto le legislative altre due volte alle elezioni), è uscita dalle università, dai centri di potere, dalle epurazioni nell'esercito e una volta che ha toccato la vita quotidiana dei turchi è diventata intollerabile. La piazza raccoglie questa insofferenza, che è più culturale che politica, e affonda le sue radici in una società gelosa delle sue istituzioni e del suo laicismo, in una regione sfinita dagli scontri religiosi. Erdogan è duro con questa protesta: ha iniziato definendo i manifestanti “çapulcu”, sciacalli, e quella parola la si sente ripetere - spesso inglesizzata - in tutti i ritornelli e gli slogan, come la deliziosa canzonetta “Ogni giorno I'm chapulling”. 

I RAID E GLI ARRESTI 

La polizia antiterrorismo da giorni fa raid nelle principali città del paese, soltanto ad Ankara ci sono stati quasi un migliaio di arresti, dopo che le autorità hanno annunciato che avrebbero trattato come terroristi chi continuava ad andare in piazza. «La caccia alle streghe è iniziata», dicono molti commentatori, ricordando che spesso i metodi di Erdogan nei confronti delle opposizioni - a cominciare da quella storica e importante, incarnata nell'esercito e nel kemalismo laico di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Turchia moderna - è stato così: una piccola ma costante vendetta contro chi dissente. In questo modo, già ora l'opposizione all'Akp è diventata quasi un fantasma dal punto di vista politico, e nell'esercito i kemalisti sono stati decimati.
La piazza - che s'è radunata sotto l'organizzazione Taksim Solidarity che rifiuta connotazioni politiche se non la natura anti Erdogan - ha chiesto il rilascio di tutti i cittadini arrestati, ma il governo come unica concessione ha proposto un referendum sulla sorte del parco Gezi. È evidente che Erdogan vuole ridurre la rivolta a una dimostrazione ambientalista in difesa di quattro alberi, usando poi i suoi metodi repressivi per mettere a tacere la voce, ben più articolata, della piazza. La violenza è equiparata: Erdogan ha aperto un'inchiesta sulla polizia (che sappiamo già come andrà a finire) ma ha anche detto che investigherà «uno per uno chi ha fatto provocazioni sui social media e chi ha fornito ogni genere di sostegno logistico alla piazza». 


LA VIOLENZA 

La violenza è però in gran parte usata dalle forze dell'ordine, con quei cannoni che sparano acqua sulla folla mista non si sa a che cosa, ma è una sostanza che toglie il respiro e brucia la pelle. 
La gestione della crisi ha mostrato la frattura all'interno del partito di governo che passa attraverso l'opposizione tra Erdogan e il presidente, Abdullah Gül. Il primo è per le maniere forti, il secondo per un dialogo con la piazza, ma non certo per ragioni umanitarie o illuminate: Gül non vuole ingaggiare uno scontro culturale così forte con metà del paese, soprattutto perché l'anno prossimo ci saranno le elezioni. Erdogan è invece elettoralmente aggressivo: dice che per tre volte ha vinto nelle urne e che se qualcuno non lo vuole lo buttasse fuori con il voto, perché sa di contare su una base di consenso forte per quanto invisibile in questi contesti di rivolta più urbani. Il premier vuole farsi eleggere presidente ed è popolare in molte parti del paese, soprattutto in Anatolia. Gül invece vuole annichilire le ambizioni presidenziali di Erdogan e per farlo usa la piazza, lasciando aperta la soluzione del dialogo e dell'ascolto di quel che i manifestanti dicono. Il suo portavoce è il vicepremier Bulent Arinc. È stato Arinc a costringere Erdogan a un incontro con i rappresentanti della piazza (finito ovviamente nel nulla) ed è stato sempre lui a dover puntualizzare le sue parole quando le agenzie di stampa hanno iniziato ad attribuirgli frasi sull'utilizzo dell'esercito imminente per disperdere le proteste. Non che Arinc non sia a favore dell'utilizzo dell'esercito - di una dittatura stiamo pur sempre parlando - ma lui, cioè Gül, gioca la parte del poliziotto buono. 


IL DIALOGO 

A sostenere la linea del dialogo è anche Fetullah Gülen, multimiliardario con residenza negli Stati Uniti che ha fondato la confraternita islamica Hizmet che controlla decine di moschee in Turchia e fuori ed è proprietario di un grande impero mediatico nel paese. L'Akp deve molta della sua fortuna ai buoni auspici di Gülen, soprattutto Erdogan, ma oggi pare che questo signore chiacchieratissimo e misterioso si sia schierato con Gül, dopo che ha dichiarato: «Questi manifestanti hanno alcune richieste intelligenti».
Nessuno sa dire al momento come si uscirà da questa crisi, e se Erdogan ne verrà fuori più forte (e autoritario) o irrimediabilmente indebolito. Le due anime della Turchia che si combattono in questo momento sono socialmente strutturate in modo identico, sono come due colossi che si scontrano senza faglie sui livelli di reddito o sui livelli culturali: per questo è difficile dire se vince l'intolleranza dei laici (che hanno il grave difetto di non riuscirsi a unire in modo forte: è il difetto di tutte le opposizioni laiche della regione medio orientale e la prima ragione del loro insuccesso) o l'autoritarismo di Erdogan. 
Quel che è certo è che i paesi stranieri non sanno come intervenire né - e questo è peggio - che esito augurarsi. Le Nazioni Unite sono preoccupate, l'Unione europea è preoccupata, gli Stati Uniti sono preoccupati: tutti si augurano che il premier rispetti quel patto simildemocratico che ha siglato con l'occidente con il suo islamismo moderato, ma non sanno che fare se Erdogan dovesse invece decidere di affidarsi più all'islamismo che alla moderazione. L'Unione europea ha grandi responsabilità sulla questione turca: da anni corteggia e scaccia Ankara dal suo consesso, alza le richieste cui la Turchia deve rispondere per poter accedere all'Ue (cosa in sé giusta) salvo poi spaccarsi ogni volta che c'è bisogno di un maggior impegno da parte dei paesi europei nel coinvolgimento della Turchia. L'Europa è molto divisa perché l'ingresso di un paese a maggioranza musulmana creerebbe non pochi problemi all'identità europea (per non parlare dei suoi elementi costituitivi sulle radici giudaico-cristiane), e come spesso accade nel nostro continente ha pensato non di trovare una road map accettabile ma di ignorare il problema.

 
VIA DALL'EUROPA 

Il risultato è che la Turchia si è gradualmente staccata dal suo sogno europeo, e oggi Erdogan è il primo a dire che dell'Europa non gli interessa più granché. Preferisce le sue avventure asiatiche, come quando Ankara si fece mediatrice unica della questione nucleare iraniana, con esiti catastrofici che ancora oggi Erdogan paga nei confronti della leadership di Teheran. Preferisce quel rapporto di timore e insolenza che la lega alla Russia, nonostante adesso la bilancia sembri sempre più pendere per i diktat di Mosca a tutto svantaggio della Turchia (ironia vuole che Erdogan sia spesso paragonato al presidente russo Vladimir Putin: stessa dittatura, stessi metodi, stesse ambizioni da leadership eterna).
La Turchia non guarda più l'Europa, ma questo non sarebbe nemmeno un grande problema (per molti anzi è un sollievo). Il problema ora è tutto per gli americani. Nonostante i tanti sberleffi, Ankara è un alleato della Nato posizionato in modo strategico sia per le risorse energetiche sia come punto d'appoggio (e ben oltre) nella gestione dei conflitti medio orientali. La Turchia è talmente importante che il presidente americano Barack Obama è riuscito a convincere il premier israeliano Benjamin Netanyahu a chiedere scusa a Erdogan per il blitz delle forze speciali di Gerusalemme contro una nave battente bandiera turca che faceva parte di una flottiglia diretta a Gaza (fine maggio del 2010, nove morti). Le relazioni israeliano-turche si erano congelate dopo quell'episodio, e anzi la retorica antisemita di Erdogan era diventata sfacciata, ma Obama ha dovuto chiedere a Netanyahu di chiudere un occhio: perdere la Turchia è troppo rischioso.
La guerra in Siria è il contesto più pericoloso in cui la strategicità della Turchia risulta palese: Erdogan chiede la fine del regime di Bashar el Assad da tanto tempo, ospita i rifugiati siriani e buona parte dell'opposizione alla quale garantisce armi e protezione (compresi i fondamentalisti di al Qaida e questo non sarà a costo zero per la stabilità del paese). Sempre in Turchia sono stati posizionati i Patriot contro Damasco, a dimostrazione dell'imprescindibilità di questo avamposto occidentale nel mezzo di quella regione. Come può ora l'America, che ancora non ha una strategia in Siria e anzi tenta in tutti i modi di trovare una soluzione negoziata (sarebbe meglio dire raffazzonata), perdere la Turchia? Non può.


GLI STATI UNITI 

E da Washington arriva molta preoccupazione ma anche la speranza che Erdogan non sia troppo duro e violento, o almeno che non lo faccia vedere: così si potrà continuare a stare alleati, e a delegare alla Turchia quello che l'America non sa e non vuole più fare in Siria. Almeno fino a quando non interverrà Putin.



Reazioni:

0 commenti:

Subscribe to RSS Feed Follow me on Twitter!