lunedì 19 luglio 2010

Cari, amici lettori,

per prima cosa mi voglio scusare con Pintore e con Sirigu per aver peccato di leggerezza nel pubblicare l'articolo su sa defenza e da me subito rimosso dopo aver letto su Facebook che trattasi di impostura, l'autenticità dell'autore era discutibile e percò ho creduto bene di rendere giustizia al Re.

Da parte di Sa defenza non vi è nessuna voglia o motivo di volere prevaricare nessuno studioso ne sardo ne altro, ne tantomeno voler entrare in polemica con studiosi della loro levatura, il blog sa defenza è, e, rimane un luogo di riporto di quanto succede nella nostra terra con un'attenzione particolare alle teorie e ai fatti che possono avvalorare la possibilità di valorizzare e sostenere una possibile futura sovranità sarda.

Niente altro da aggiungere , se non che voglio solo voglio ribadire le nostre pubbliche scuse al Sig. Zuanne Pintore che al Sig. Roberto Sirigu, e a tutti i lettori che a loro insaputa hanno letto un articolo firmato da un autore abusivo.

cum amistade
Vaturu

tratto dall'articolo che contestava giustamente la provenienza dell'articolo sottostante

"La notizia della tavoletta indecifrabile comunque esce, su questo blog, e crea un panico visibile e, forse, altri sotterranei. Quello visibile è del nostro GAP, che prima accusa comuni amici di aver violato la consegna del silenzio, dimenticando di averne parlato lui non al bar o a una riunione di amici, ma su Facebook; poi minaccia querele per divulgazione di un segreto da esso stesso rivelato potenzialmente a milioni di persone e, infine, chiudendo la sua pagina in Internet che ora a chi la cerca risponde: “Questo contenuto non è disponibile”. Inghiottito insieme ai numerosi commenti al suo articolo originario e allo stesso articolo, lo stesso o parte di un articolo che, come mi ha avvertito l'archeologo dr Roberto Sirigu, era uscito nel blog sadefenza ) qualche giorno prima: “Voglio precisare che si tratta di un mio articolo, copiato di sana pianta, intitolato "Le tombe degli eroi
nella necropoli di Monti Prama", pubblicato nel 2006 nel Quaderno n. 1 della rivista "Darwin".” Anche l'articolo su sadefenza è sparito: “Spiacenti, la pagina che cerchi nel blog Sa defenza sotziali non esiste”. Non è mai esistito e il dr Sirigu ha equivocato o è prematuramente scomparso?
Bene, gli elementi per risolvere questo piccolo giallo estivo ci sono, a questo punto, tutti. È davvero esistita la tavoletta sarda con iscrizioni indecifrabili? È uno scherzo andato male, tipo: adesso metto in giro false iscrizioni e a chi le decifra racconto della burla? E, in più, esiste davvero un Giuseppe Asdrubale Puggioni, il GAP della nostra storia, archeologo, funzionario di una soprintendenza archeologica? Si accettano soluzioni del noir. Le migliori saranno premiate con un buono caffè da spendere da Vittorio, dove Michele fa il miglior caffè della costa orientale.

commento sulla vicenda del Dr Roberto Sirigu:

"Personalmente ritengo che nessun essere umano sia esente dal rischio di errori. Ciò che conta è il modo in cui si pone rimedio agli errori commessi. Ringrazio dunque Sa defenza per la rettifica e per la correttezza con cui hanno voluto farsi pubblicamente carico di quanto è accaduto. In tempi come questi in cui lo sport nazionale sembra essere quello di defilarsi, incontrare persone oneste e responsabili è di grande conforto. Ho visionato il sito dopo che è stato di nuovo reso disponibile il testo del mio articolo che appare però mutilo della parte iniziale e senza la mia firma. Approfitto, se posso, dell'ospitalità in questo blog per chiedere, se permane l'intenzione de Sa defenza di ripubblicare il mio articolo, che tale pubblicazione avvenga restituendo all'articolo la sua integrità e associando all'articolo la mia firma.
Un grazie cordiale"
Roberto Sirigu

http://gianfrancopintore.blogspot.com/2010/07/il-giallo-della-tavoletta-sarda.html


QUESTO E' L'ARTICOLO DA CUI ABBIAMO DEPURATO LA FIRMA ABUSIVA

IL DR ROBERTO SIRIGU HA GENTILMENTE CONCESSO A SA DEFENZA LA PUBBLICAZIONE ,

GRAZIE DI CUORE DA SA DEFENZA DR ROBERTO.

autore DR Roberto Sirigu
www.sardegnacultura.it/documenti/7_93_20070720115442.pdf




Le tombe degli eroi nella necropoli di Monti Prama

Le statue sembrano ribadire che l’identità culturale dei nuragici non era stata intaccata dal profondo mutamento che si verifica nella prima Età del Ferro
ROBERTO SIRIGU


NEL DIBATTITO CULTURALE contemporaneo, la riflessione sulla memoria e sul ricordo intesi come temi culturali ha assunto un posto di primo piano. Tra le varie ragioni che possono spiegare questo rinnovato interesse verso tali tematiche è certamente possibile annoverare il moltiplicarsi delle occasioni di contatto tra esponenti di differenti culture, determinato dalla globalizzazione, e la conseguente preoccupazione che il contatto si trasformi in contaminazione. Ora, nei casi in cui questo fenomeno venga percepito come un pericolo per la salvaguardia della propria cultura e quindi per la propria identità, non è infrequente che a esso ci si opponga ricercando in un passato più o meno remoto le ragioni culturali della propria fisiono mia identitaria. Il passato, rivissuto attraverso il filtro selettivo della memoria – individuale o collettiva che sia, la memoria è infatti sempre, per definizione, selettiva – in questi casi viene ad assumere la funzione di argine da contrapporre a ogni potenziale pericolo di cambiamento.

Derive Identitarie.
Accanto a quest’uso del passato e del ricordo come strumenti di difesa dai pericoli di derive identitarie, però, si assist all’affermarsi anche di un altro atteggiamento, che appare in qualche misura speculare al primo. Si tratta di un atteggiamento che affiora tra i membri di gruppi o comunità che per varie ragioni aspirano ad acquisire una propria autonomia rispetto a una qualche macrocomunità dalla quale ci si vuole affrancare.

In questi casi, la memoria culturale, secondo la definizione elaborata dall’egittologo tedesco Jan Assmann, la “storia delle origini mitiche e degli eventi posti in un passato assoluto” a cui i membri di una determinata comunità attribuiscono un valore fondante nel processo culturale che ha portato alla formazione della propria identità culturale, diventa lo strumento attraverso cui determinare il cambiamento che si intende perseguire: la legittimazione delle proprie rivendicazioni identitarie e la separazione dal gruppo o dalla comunità di appartenenza originari di cui non ci si sente parte integrante. All’interno di queste dinamiche il “discorso archeologico”, per usare un termine del filosofo Michel Foucault, viene non di rado impiegato come strumento di persuasione retorica. In realtà la lettura interpretativa dei dati archeologici viene richiamata a fondamento giustificativo di scelte o situazioni del presente.
Atteggiamenti e volontà di questo tipo si manifestano anche in Sardegna, infatti una parte non secondaria del mondo culturale dell’isola, che ha fatto delle rivendicazioni indipendentiste un nucleo progettuale finalizzato a creare intorno a sé aggregazione identitaria, ricorre all’archeologia nel tentativo di trovare nei dati archeologici un sostengno scientifico per la legittimità delle proprie rivendicazioni.

Ora, appare legittimo chiedersi, sino a che punto può essere considerato corretto un simile uso dell’archeologia?
Riflettere sulla riscoperta delle sculture di Monti Prama da parte della comunità ci può aiutare a dare una risposta a questo interrogativo: il rinnovato interesse per questi reperti appare infatti collocarsi esplicitamente nel filone del dibattito identitario isolano, come è facile verificare
attraverso una semplice ricognizione tra i vari blog dedicati al tema di queste sculture. Partiamo allora da un breve riassunto delle tappe principali che hanno segnato la storia recente di queste opere.

Nel marzo del 1974, nella località di Monti Prama, nel Comume di Cabras in provincia di Oristano, un contadino rinviene, nel corso di lavori di aratura, una testa di scultura in pietra e altri elementi
scultore di considerevoli dimensioni. La segnalazione del ritrovamento desta l’immediato interesse della stampa e infatti La Nuova Sardegna ne riferisce il 31 marzo del 1974. La segnalazione determina un primo intervento di scavo da parte della Soprintendenza alle Antichità, condotto tra il 1974 e il 1975 dagli archeologi Alessandro Bedini e Giovanni Ugas. Nel gennaio del 1977 gli archeologi Giovanni Lilliu ed Enrico Atzeni si recano sul posto per una nuova verifica , che porta al rinvenimento di altri frammenti di statue e di altri elementi litici.

L’intervento di scavo sistematico del sito di rinvenimento delle statue ha luogo nel corso del
1979, per conto della Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano, sotto la guida dell’archeologo Carlo Tronchetti.

La necropoli
Dopo il rinvenimento, le statue vengono portate nei magazzini del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e successivamente alcuni frammenti vengono esposti in una sala dello stesso Museo. Recentemente, infine, i frammenti scultorei sono stati affidati al laboratorio di restauro di Li Punti della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Sassari e Nuoro, che ne sta seguendo il restauro in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Cagliari e Oristano. Come ribadisce lo stesso Tronchetti in una recentissima pubblicazione sull’argomento 1, lo scavo riporta alla luce una necropoli composta da 33 tombe a pozzetto irregolare, ciascuna delle quali sigillata da un lastrone in arenaria gessosa di circa 1 metro di diametro per 14 cm di spessore. Queste ultime risultano del tutto prive di corredo,
a eccezione della tomba n. 25, al cui interno viene rinvenuto uno “scaraboide egitizzante tipo Hyksos” databile non prima della fine del VII sec. a.C., e delle tombe 24, 27 e 29 che restituiscono frammenti di vaghi di collana in pasta vitrea.

In base a questi elementi, Tronchetti data la realizzazione della necropoli – che a suo avviso sarebbe stata utilizzata da più generazioni – nel corso del VII secolo a.C.
A nord della necropoli costituita dalle tombe a pozzetto era dislocata un’altra area funeraria di tombe a cista litica realizzate con pietra differente dall’arenaria impiegata nelle tombe a pozzetto. A circa 20 metri a sud-ovest della necropoli si legge ancora la presenza di una capanna nuragica e altre strutture sono visibili nei dintorni.

Le sculture vengono ritrovate esattamente al di sopra della necropoli: più di 2.000 frammenti di statue scolpite nell’arenaria gessosa, riconducibili a circa 25 esemplari. La disposizione dei frammenti al di sopra delle tombe consente di affermare che essi erano stati gettati già in frammenti a formare un cumulo informe di materiali. A dimostrare questa tesi sarebbe in particolare il rinvenimento tra i frammenti di un torso di arciere rotto in tre pezzi rinvenuti in situ.
Le statue si possono suddividere in tre gruppi: il primo rappresenta figure umane, il secondo modelli di nuraghe e il terzo betili. Le figure umane sono rappresentazioni di arcieri e di “pugilatori”, ovvero figure di guerrieri che si proteggono il capo con lo scudo. Dal punto di vista
dello stile iconografico queste figure appaiono pienamente coerenti con la piccola statuaria in bronzo, i famosi bronzetti per intenderci. Di grande interesse appaiono poi anche i modelli di nuraghe, raffiguranti sia il tipo di nuraghe monotorre che il tipo complesso e i betili.

Ma a quale periodo deve essere ricondotto questo insieme di opere scultoree?

Tendenzialmente gli studiosi sembrano orientati a collocarle cronologicamente nelle fasi intorno all’VIII-VII sec. a.C., basandosi soprattutto sulla datazione della necropoli proposta da Tronchetti
e sull’ipotesi che tra le sculture e la necropoli esistesse una stretta correlazione.
L’importanza archeologica di queste opere sarebbe dunque notevolissima: basti pensare che queste opere sarebbero da collocarsi in un contesto mediterraneo che le vedrebbe cronologicamente
coeve con le produzioni della statuaria arcaica greca.

Il problema ovviamente non è solo cronologico: a seconda della fase di attribuzione varia notevolmente la funzione simbolica che appare possibile attribuire alle sculture.
Connessa alla datazione all’VIII-VII sec. a.C. è l’interpretazione delle sculture e della necropoli come una sorta di heroon, termine greco che designa un sepolcro in cui si ritiene sia stato deposto il corpo di un personaggio eroico. È questa l’ipotesi formulata da Giovanni Lilliu, che immagina la necropoli come luogo di sepoltura di una sorta di gens, una famiglia di ordine militare distintasi per particolari motivi e quindi degna di ricevere sepoltura in tombe singole, non più nelle tradizionali e collettive tombe dei giganti. In accordo con questainterpretazione appare anche la proposta di lettura avanzata da Carlo Tronchetti, che interpreta la necropoli e le statue come un organico testo simbolico: “una necropoli-santuario in cui viene glorificata una famiglia, o una famiglia allargata o un clan”, attraverso una eclatante manifestazione di simboli culturali – l’immagine degli eroi, del monumento-simbolo e del segno della sacralità – da proporre
come propria immagine identitaria alle nuove entità culturali, Fenici e Greci, che si affacciano in questo periodo sul suolo sardo.

È questo un momento cronologico sul quale le ricerche archeologiche si sono ultimamente intensificate, producendo risultati di grande interesse. Vari siti nuragici – ricordiamo quello certamente più noto: il nuraghe di Sant’Imbenia, nel territorio di Alghero – stanno restituendo attestazioni archeologiche della presenza, oltre che ovviamente dei sardi nuragici, di Fenici e di Greci Euboici. Il dato però più significativo consiste nel fatto che la convivenza tra gli esponenti di questi differenti mondi culturali sembra essere stata pacifica e proficua sia sul piano
commerciale che, più in generale, sul piano culturale. Da queste ricerche emerge un quadro storico d’insieme decisamente differente da quello ritenuto attendibile anche solo qualche anno fa.

La Sardegna della prima Età del Ferro appare essere un’isola intensamente frequentata da genti e culture differenti, capaci di incontrarsi attraverso forme di contatto tanto intenso quanto pacifico.

Il mito delle origini
Il rinvenimento archeologico di Monti Prama sembra inserirsi dal punto di vista
cronologico-culturale proprio in questo articolato e movimentato quadro d’insieme, offrendoci un’immagine efficace di come i processi culturali in atto in Sardegna in quel periodo dovevano essere vissuti dai sardi nuragici. Se infatti i contatti e gli inevitabili scambi tra culture differenti si svolsero in un clima sostanzialmente pacifico, ciò non significa che un simile processo non abbia in qualche misura determinato paure e tensioni sul piano più squisitamente identitario. Anzi, le statue di Monti Prama starebbero a dimostrare il contrario.

Sarebbero infatti il segno tangibile del fatto che i sardi nuragici avvertissero la necessità di mostrare – e quindi al tempo stesso di ribadire – che la propria identità culturale non era stata intaccata dall’insieme di fenomeni di inevitabile
mutamento che erano in atto in Sardegna in quel periodo. Se queste ipotesi risultassero fondate, il sistema sculture-necropoli sarebbe dunque da interpretarsi come una esplicita manifestazione della memoria culturale, un insieme di segni culturali attinti da un passato in cui la cultura nuragica collocava la proprio origine mitica e che, nel presente caratterizzato da profondi mutamenti culturali, doveva esercitare la funzione di argine contro il pericolo di derive identitarie che appaiono analoghe, per certi versi, a quelle a cui abbiamo fatto cenno all’inizio.

Alternativa a questa ipotesi è invece quella che vede nelle sculture rappresentazioni non legate al passato, anche se più o meno prossimo, ma immagini tratte dal presente a cui appartenevano i committenti di queste opere. Questa ipotesi si lega a cronologie più vicine al IX, se non addirittura al X sec. a.C. Comunque sia, il dibattito appare quanto mai aperto su queste e su altre questioni interpretative connesse con lo studio della civiltà nuragica.
Da questo insieme di fattori, e da altri elementi, nasce il notevole valore scientifico di queste opere. Le sculture di Monti Prama, lo abbiamo appena ricordato, sembrano aver svolto già in antico la funzione di segni della memoria culturale, quindi identitaria, dei sardi nuragici. Ma questo è sufficiente per fondare su quei simboli, e quindi su quel passato, le scelte politico-culturali del presente? Si sente spesso parlare di queste opere come di manifestazioni di una presunta superiorità
della cultura nuragica rispetto a quelle coeve, una superiorità che viene altrettanto spesso evocata per riscattare i sardi da secoli di dominazioni e di subalternità.

Ma può mai un breve scorcio del passato riscattarci dalle insoddisfazioni che suscita il nostro stesso presente? In ogni caso l’elezione di quei simboli identitari non riuscì a impedire che la civiltà nuragica si trasformasse, prima o poi, in qualcosa d’altro. È una riprova del fatto che nessun simbolo identitario, nemmeno se tratto dal passato, può arginare con efficacia i mutamenti che inevitabilmente investono qualunque sistema culturale. L’archeologia, come del resto la storia, non può fornire alcun aiuto scientifico in tal senso: nessuna scoperta archeologica potrà mai né legittimare né delegittimare le nostre scelte identitarie di oggi. Perché l’identità non è un dato naturale, ma semmai una scelta culturale.

Roberto Sirigu,Università di Cagliari

1 C. Tronchetti, “Le tombe e gli eroi. Conside-
razioni sulla statuaria di Monti Prama”, in P.
Bernardini, R. Zucca (a cura di), Il Mediterra-
neo di Herakles.Studi e ricerche, Roma, 2005,
pp. 145-167.


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