giovedì 1 ottobre 2020

C’È LA CINA DIETRO LA BANDA LARGA DI STATO

Claudio Antonelli

La Verità











Oggi Mike Pompeo approda in Italia per parlare di 5G. Alla vigilia del suo arrivo i produttori di fibra ottica denunciano a Bruxelles la concorrenza sleale di Pechino. I dispositivi Huawei sarebbero usati sia da Open fiber sia da Retelit, un tempo assistita da Giuseppe Conte.

Proveniente dalla Grecia, lo sbarco a Roma di Mike Pompeo, segretario di Stato Usa, è previsto per stamattina. Presenzierà a un simposio dedicato al ruolo della diplomazia per tutelare la libertà religiosa, un chiaro messaggio destinato al Vaticano e al Partito comunista cinese. Da lanciare 24 ore prima dell’incontro con il collega d’Oltretevere, Pietro Parolin, e il segretario per i Rapporti con gli Stati, l’arcivescovo Richard GallagherPompeo infatti contrariamente a quanto avevamo scritto assieme al resto della stampa italiana avrebbe ridefinito la due giorni romana. Spostando l’incontro con gli alti prelati a domani e confermando questo pomeriggio quello con Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Forse le informazioni precedenti non erano volutamente precise per motivi di sicurezza, oppure il mancato incontro con il Papa ha imposto un cambio di programma. La sostanza non cambia. Pompeo arriva dopo aver affrontato il tema della Turchia nel Caucaso e ripartirà giovedì sera alla volta della Croazia dove affronterà gli stessi temi al centro dell’incontro con il governo italiano: la Via della seta e il 5G.

Temi sempre più caldi con le notizie dell’ultim’ora che squarciano il velo di ipocrisia dei giallorossi. Dall’incontro di maggioranza tenutosi lo scorso giovedì è emersa una sorta di pax europea sulla tecnologia 5G. Le dichiarazioni dei rappresentanti di governo sono state tutte a favore dell’ampliamento dei rapporti con gli Usa purché nell’alveo di un progetto comunitario che preveda uno sviluppo tecnologico congiunto. La realtà è ben diversa. Primo perché una tecnologia 5G europea richiederebbe anni. Secondo perché, come abbiamo scritto ieri, al di là delle dichiarazioni di facciata l’esecutivo nasconde le mosse effettuate fino ad ora. Non vuole fare saper quanti Dpcm siano stati firmati per autorizzare acquisti Huawei Zte ad aziende italiane. Abbiamo svelato quello dello scorso agosto. Ne sono stati firmati ben quattro a settembre 2019. In mezzo quanti altri sono andati alla firma, senza alcuna pubblicazione in Gazzetta ufficiale?, ci siamo chiesti ieri. Viene ora in soccorso la denuncia depositata a Bruxelles dai produttori di cavi a fibra ottica contro le attività di dumping firmate Pechino. Un articolo del Corriere della Sera rivela che «in agosto l’associazione dei produttori europei di cavi – con l’italiana Prysmian nella posizione di leader di mercato – ha presentato un esposto a Bruxelles contro i concorrenti cinesi. L’accusa: scaricano sull’Europa i loro beni a prezzi di molto inferiori ai normali costi di produzione». Esattamente come avviene con i fabbricanti di acciaio o di pannelli solari, i principali fabbricanti cinesi lavorano sottopagando «la manodopera e nel frattempo godono del sostegno dello Stato che riduce loro il costo dell’energia e garantisce un flusso di credito facile dalle banche», conclude il Corriere. A seguito della denuncia, l’Ue ha avviato formalmente una procedura anti dumping. Inutile dire che potrebbe portare anche a forti dazi, cambiando lo scenario delle reti in fibra in Europa e soprattutto in Italia. Siamo andati a pescare la denuncia dove si legge che gli operatori che beneficerebbero della tecnologia «scontata» in Italia sarebbero Vodafone, Valtellina spa, Retelit e Open fiber. La notizia è bomba. Apprendiamo da questa denuncia che la società pubblica che sviluppa la banda larga userebbe tecnologia cinese. La Verità avrebbe la conferma che sarebbero già stati ordinati qualche milioni di chilometri di fibra dal fornitore Huawei. Nessuna richiesta specifica al comitato del golden power perché le normative non lo prevedono. Ma la domanda è molto semplice. Quando si fonderanno Open fiber e rete Tim che succederà? Come reagirà l’azionista americano del fondo Kkr che ha appena fatto la sua mossa nella rete non core di Tim? Open fiber ha appena fatto un accordo con Wind per l’uso di tecnologia 5G. In questo caso utilizza Huawei? Esiste un Dpcm pronto alla firma? E magari è fermo in un cassetto in atteso che Mike Pompeo se ne torni in Patria?

Gli interrogativi sono tanti. Ma la denuncia dei produttori europei non è certo casuale. Come non lo è la diffusione della notizia che arriva sulle colonne dei giornali giusto per finire nella rassegna stampa dell’ambasciata americana a Roma. Sarebbe, dunque, il caso di rendere pubbliche certe informazioni. Quanta tecnologia cinese sta impiegando Open fiber e quanta ne ha in programma di usare è un dato fondamentale per il futuro della nostra rete. Se domani tale tecnologia finisse nel mirino dei dazi Ue ci troveremmo fregati due volte. Non dimentichiamo che Cdp reti è in mano per una fetta superiore al 30% a China State Grid. Se la Casa Bianca un giorno la dovesse mettere in blck list o dovesse dichiarare bannate le aziende che utilizzano tecnologia Huawei o Zte, la principale infrastruttura del nostro Paese si troverebbe di colpo ai margini della Nato. E tutto ciò ragionando soltanto su Open fiber. Non ci occupiamo in questo momento di Retelit, che è l’azienda per cui il primo governo Conte ha usato il golden power nel primo cdm utile e poche settimane dopo che l’avvocato Conte fornisse alla stessa Retelit un parere tecnico. Allora la vicenda ha quasi rischiato di farlo cadere. Adesso scopriamo che Retelit viene accusata di usare tecnologia cinese. Forse servirebbe un chiarimento da parte di Palazzo Chigi.


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