giovedì 18 giugno 2020

Mafia a 5 Stelle? Nuovi referenti per una nuova trattativa. Il Caso De Raho e Palamara. Parte 1

Chris Barlati
Sa Defenza




Si è generalmente portati a pensare che i riferenti di una nuova trattativa tra Stato e mafia debbano, e possano, forzatamente, essere politici corrotti o, per lo meno, personaggi che propongano costantemente l'abolizione del 41 bis, lo smantellamento di ogni tutela inerente il pentitismo e l'opposizione ad ogni sequestro e confisca di beni mafiosi. Per quanto possa apparire inusuale, succitato sentiero, seguendo logica e raziocinio mafioso, non sarebbe più percorribile.

La linfa mafiosa
L'esistenza di un'associazione per delinquere di stampo mafioso è inversamente proporzionale all'efficienza delle misure anti mafia presenti nei codici dello Stato padrone, nonché alla lealtà dei relativi uomini che ne compongono le istituzioni.
Per sopravvivere all'azione repressiva della giustizia, storia criminale ha dimostrato che il mondo della politica(quello che crea le leggi), non è affatto affidabile, nemmeno quando si è tentato di proiettare i propri esponenti all'interno di Senato e Parlamento.

'Stato' di Cose(nuove)
Il vero nemico dell'associazionismo mafioso è rappresentato, in uno stato giuridicamente sviluppato, dall'applicazione certa della pena, ovvero dalla giustizia; e il mezzo attraverso il quale sconfiggere l'applicazione della pena è, contrariamente a quanto si pensa, non l'eliminazione dello Stato, ma la neutralizzazione della sua componente più pericolosa: il potere giudiziario. Non è la corruzione, tanto meno l'eliminazione, la soluzione finale atta a garantire lo sviluppo di una struttura di potere parastatale(guardare gli effetti degli omicidi Falcone e Borsellino), ma la neutralizzazione del pericolo dell'applicabilità del codice, a cui deve seguire l'inesorabile fagocitazione dell'organismo. L'assimilazione, quindi, per lo meno della maggioranza del potere di cui si discute, afferente il mondo dell'antimafia e delle influenze che risiedono di concerto nei palazzi di giustizia, si presta come l'unico modo che permette alla mafia di diventare non solo ''mafia di stato'', ma potere istituzionale, di mercato e d'agire politico, indispensabile alle funzionalità della macchina delle Istituzioni.

Ma quali sono i punti nevralgici da attaccare, sottomettere e assimilare organicamente per realizzare tale diabolica strategia? Semplice: DIA, DNA E CSM.

La mafia ha vinto
La mafia per sopravvivere non deve solo legalizzarsi, ma divenire lo strumento che dovrebbe combatterla.

Da un punto di vista d'attuazione militare, entrare attivamente nella DNA(Direzione Nazionale Antimafia) ed operare con propri uomini nella DIA(Direzione Investigativa Antimafia) permetterebbe il raggiungimento ultimo della strategia mafiosa per eccellenza: la disgregazione della struttura d'indagine tanto cara a Falcone, che ha permesso la quasi totale sconfitta delle mafie nella metà degli anni '90.

La mafia nell'antimafia? Vecchia strategia di  Cosa Nostra Americana
Vi ricordate il film il Padrino? Quando Michael parla con il padre, don Vito, ormai vecchio, stanco, mentre sorseggia del vino? L'anziano boss ad un tratto scoppia quasi a piangere, rammentando che quella vita, la vita di mafia, seppur di onore e orgoglio, non fosse il destino di Mike. Intelligente, colto, a detta del Padrino sarebbe potuto diventare un colletto bianco. Un giudice, chissà.
Il colloquio tra padre e figlio della famiglia Corleonese non è solo un dialogo nato dal genio di Francis Coppola, ma una strategia partorita da Cosa Nostra americana sin dagli anni '70: infiltrarsi nelle istituzioni, nella giustizia, nell'antimafia. Riciclare e mimetizzarsi. A concretarla, perfettamente, saranno quasi mezzo secolo dopo il clan dei casalesi e Bernardo Provenzano.

La nuova strategia. La Cosa Nostra di Provenzano
Siamo negli anni '90. Nel comune di Villabate erano successi troppi fatti di mafia. Il prefetto era convinto che quel comune bisognava essere sciolto, e ciò, per i ''postini'' di Provenzano, già incalzati dalle forze dell'ordine, avrebbe significato altre difficoltà: problemi di natura logistica, ritardi nella consegna dei pizzini, nella gestione del comando, nell'impartire ordini e, cosa più importante, nella riscossione delle tangenti.
Che fare, dunque, per tentare di risolvere l'inconveniente? L'idea di Provenzano fu quella di dissimulare. Ovvero, offrire una falsa immagini della realtà, contraria e opposta all'allora stato di cose. Come riportato nel libro ''Il Codice Provenzano'', scritto da Michele Prestipino e Salvo Palazzolo, a pag. 64, leggiamo:
''Villabate è stato uno dei tanti laboratori di Cosa Nostra, dove la mafia, se necessario, studia da antimafia, dissimulando la propria presenza dietro i buoni sentimenti e le migliori intenzioni di chi la mafia vuole combatterla sul serio. Ecco, la faccia più sfuggente e trasformista di Cosa Nostra, ma anche la più pericolosa. Quando ormai il secondo scioglimento dell’amministrazione comunale era più di una probabilità, il colpo di genio non tardò ad arrivare. L’idea, nella sua originalità, non era affatto banale. Una bella mano di antimafia, certo di maniera, ma con i fuochi di artificio, e il gioco sarebbe stato fatto. Salvare il salvabile, a ogni costo, questa la parola d’ordine. Arrivò perfino l’autorizzazione di Provenzano. E sul filo di lana si tenne una bella giornata antimafia, organizzata dall’amministrazione comunale, con l’impegno personale di Francesco Campanella. Quel giorno fu consegnato anche un premio, all’attore Raul Bova, per l’interpretazione dell’ufficiale del Ros che il 15 gennaio 1993 aveva ammanettato Totò Riina. Ovviamente, sia l’attore che l’ufficiale erano all’oscuro di ogni retroscena. Tutto quasi perfetto, eppure il risultato sperato non venne raggiunto. Il prefetto di Palermo, Giosuè Marino, aveva perfettamente intuito la strumentalità dell’iniziativa e presto avrebbe avviato le procedure per lo scioglimento dell’amministrazione di Villabate.''

Caso tipico
Esempi dell'infiltrazione nell'antimafia, o di vere e proprie collusioni, le troviamo nelle vicende relative il pentito Carmine Schiavone, colui che ha permesso la scoperta dei traffici statali inerenti armi e rifiuti nucleari, nonché l'affondamento di navi cargo radioattive al largo del Mediterraneo.

Nel corso del processo Spartacus, processo che vede coinvolto il clan dei casalesi, esponenti dell'antimafia appartenenti al Partito Democratico, giornalisti al soldo dei clan e tanto altro ancora, notiamo, inconfutabilmente, l'esistenza di una vera e propria struttura parallela agli uffici delle forze dell'ordine ufficiali, e che riconosce nel servizio centrale antimafia il fulcro dell'illecito e del marcio presente mefiticamente nelle istituzioni.

Il piano Sterminio

Siamo nel maggio dell'anno 1996. Giovanni Russo, uomo di Francesco Cirillo, dirigente della DIA di Napoli, tentò di assassinare Carmine Schiavone, utilizzando un veleno caro ai Servizi Segreti: la stricnina. Giovanni Russo fu successivamente condannato, e si accertò, tra le altre cose, che godette per l'operazione dell'appoggio di altri due personaggi, un certo Cufalo e Foglia.

Strategia parallela(fallita) dei clan sarebbe dovuta essere quella di dar vita ad una nuova stagione stragista, con il fine di destabilizzare l'opinione pubblica ed impedire agli ex capiclan(non solo Schiavone) di svelare l'esistenza di una collusione tra istituzioni e servizi segreti, in un mercato fatto di traffico internazionale di rifiuti nucleari, droga ed armi, e che vedeva addirittura coinvolto l'ex Presidente della Repubblica Eugenio Scalfaro, già toccato dallo scandalo della ricezione di somme ingenti di denaro da parte dei Servizi Segreti.

Tra le tante pagine che caratterizzarono il processo Spartacus(circa 6000) è da constatare che Francesco Cirillo, in un colloquio ufficiale con Carmine Schiavone, propose al boss di accusare Silvio Berlusconi. Schiavone, al punto, si rifiutò dichiarando: ''Berlusconi può essere anche il più mafioso d'Italia, ma io come mafioso non lo conosco.''

Il dissidio tra Schiavone e Cirillo terminò quando la direzione antimafia di Roma prese in consegna Schiavone, su indicazione dello stesso, avendo subito più di un tentativo di omicidio da parte di istituzioni ''deviate''.

Cirillo, a detta di Schiavone, era da tempo ''chiacchierato'', ed aveva potuto continuare nell'esercizio delle sue funzioni solo perché ''salvato da Gianni De Gennaro''.

La corruzione presente nella direzione antimafia della sezione di Napoli emergeva fin dall'inizio della collaborazione di Schiavone. Al verbalizzare luoghi, depositi di armi e bunker del clan dei Casalesi, a poche ore di distanza da suddette dichiarazioni, le forze dell'ordine, nell'immediatezza dei loro blitz, trovavano immancabilmente suddetti nascondigli ricoperti da cemento fresco. Lo stesso Schiavone, nel vedere tale scempio, affermava senza peli sulla lingua che tra gli uffici della direzione investigativa si nascondevano, a rigor di logica, spie colluse e corrotte, al soldo dei clan ed operanti per i Servizi Segreti.

Il clan dei giudici deviati e smemorati

Chi è Cafiero de Raho?

Cafiero De Raho, uomo di punta della Direzione Nazionale Antimafia, è assurto alle cronache per fatti non troppo onorevoli. La sua condotta degli ultimi anni, seguendo scienza antimafia, nonché le indicazioni presenti nei rapporti DIA degli anni '90-2000, fanno presupporre l'esistenza di una trattativa in corso tra governo PD-5Stelle e mafie('Ndrangheta in primis). Ma quali sono le ragioni che sorreggono tale affermazione?

Punto 1) Avvisi imminenti di arresti di super latitanti, come nel caso di Messina Denaro
Negli anni delle stragi di stato, l'unico caso di imminente e dichiarato arresto fu quello riguardante Totò Riina.
Vi è tuttavia un'incongruenza: un super latitante di caratura internazionale, nonché estremamente pericoloso, non lo si avvisa con dichiarazioni ufficiali, urlate al vento o passate per televisione. Un super latitante lo si arresta e basta, cercando di evitare quanto più possibile fughe di notizie.

Le indagini di Nino Di Matteo, e la sentenza riguardo la trattativa intercorsa tra sezioni delle istituzioni e Cosa Nostra, ha esplicitato senza alcun dubbio che trattativa c'è stata e che ha avuto come oggetto di scambio Salvatore Riina, capo dell'ala militare di Cosa Nostra.


De Raho non è uomo privo di esperienza e sa che avvisare Messina Denaro il quel modo significa solo due cose:
a) fornirgli un chiaro aiuto;
b) inviargli un inconfondibile messaggio, in perfetto stile trattativa 2.0.

Punto 2) Cafiero De Raho afferma che Messina Denaro non è il capo dei capi
Dopo l'arresto di Riina, stando a De Raho, la cupola si sarebbe ibernata, aspettando la morte del corleonese per riunirsi e spartirsi Palermo.

Nulla di più errato! Tali ufficiali asserzioni  rispecchiano la totale mancanza di conoscenze in materia. Può uno come de Raho, conoscitore dei reali mandanti dell'omicidio/suicidio Mensorio, commettere un errore tanto elementare? Assolutamente, no! Tale condotta, seguendo sempre scienza antimafia, potrebbe essere l'esclusiva agire:
a) di un incompetente male informato;
b) di un depistatore. Poiché sappiamo, per scienza giuridica, intercettazioni e sentenze che la nuova cupola, costituita dai vari capi dei rispettivi mandamenti, dopo l'arresto di Riina, aveva al vertice Provenzano, che li riuniva all'occorrenza.

Provenzano, contrariamente a quanto sostiene il pensiero comune e la disinformazione di giornalisti e periodici collusi, è sempre stato il vero capo di Cosa Nostra. Come affermano diversi collaboratori di giustizia di primo piano, tra cui Buscetta, Riina è stato solo il braccio armato dell'organizzazione, mentre la vera mente è sempre stata Binnu:

La prima testimonianza che voglio riportarvi è di Tommaso Buscetta, dal libro ''La mafia ha vinto'', di Saverio Lodato, pag. 42:
«Negli anni in cui si ricostituirono le famiglie sciolte dopo la strage di Ciaculli, dal 1972 in poi, ebbi modo di raccogliere testimonianze e lamentele di tutti i boss che mi capitava di incontrare mentre ero detenuto all’Ucciardone: Stefano Bontade, Antonio Salomone, Tano Badalamenti, Salvatore Scaglione, il capo del mandamento della Noce, soprannominato “il Pugile”, e tanti altri. Tutti, concordemente, chiamavano Provenzano “il Trattore”, a sottolinearne la rozzezza. E tutti si accorgevano che già a quei tempi, in “commissione”, non prendeva alcuna decisione poiché si riservava sempre di far conoscere la sua opinione nelle riunioni successive. Quando invece veniva, si faceva vivo sempre insieme a Totò Riina. E la circostanza veniva giudicata da tutti come un fatto grottesco. Tutti sapevano anche che il vero delfino di Luciano Liggio era proprio Provenzano. E in quel periodo Liggio era vivo, era detenuto, e restava l’indiscusso capo del clan dei corleonesi. Riina, al contrario, non era nel cuore di Liggio.»

Il secondo passo che vorrei sottoporvi proviene sempre dal libro ''Il codice Provenzano'', a pag. 83:
«Riina e Bagarella a Palermo in un lato – spiegava Corso allo zio, il giorno dell’arresto di Aglieri – dall’altro lato c’era lui e un’altra persona, capito? Di grande prestigio, di grandissimo prestigio». «Lui» era Aglieri. La persona di grandissimo prestigio, Bernardo Provenzano. «Allora lui gli diceva a quella persona – così proseguiva la spiegazione di Corso – ‘vossia guardi che vogliono mettere mani per noi altri’, e quello gli diceva ‘lascia stare che da noi non ci arrivano, lo sanno che non hanno dove arrivare’, perché quella persona aveva pure le sue cose». Ovvero, le alleanze con molte famiglie. «Resuttana, San Lorenzo, Uditore, Passo di Rigano, questi erano tutti con loro, mi sono spiegato. Quelli erano invece tutti Palermo centro». Nella ricostruzione di Corso, i vincitori erano senza dubbio Aglieri e Provenzano. «La gente comune cercava a lui – argomentava – non cercavano a quello, quello faceva gli interessi di quattro pazzi maniaci». Per questo Corso ribadiva orgoglioso: «Io a queste persone gli davo la vita. Ho l’onestà di dirlo io, Riina è un pazzo scatenato. Quello invece è un moderato, cominciamoci da qui. Io con il vecchio gli ho parlato, ci sono stato a mangiare. Un’altra pasta. Saggio».Quando Aglieri si era rifiutato di portare a termine la condanna a morte di un parente del pentito Contorno, Riina aveva preso la sua decisione. «Cominciò ad allontanarlo, cominciò a non chiamarlo più», spiegava Corso. A rassicurare Aglieri era ancora Provenzano, il vecchio: «Gli disse, lascia stare quello che ti ha detto... continua così. Non ti preoccupare, fregatene. Non partecipi alla riunione? Non ti preoccupare, quando vuoi sapere le cose me lo domandi a me che te la dico».

Dunque, stando così le cose, perché De Raho ha mentito sapendo di mentire?

Punto 3) L'inamicizia con Di Matteo.
Nino Di Matteo è un giudice molto stimato e competente. A detta di Gaspare Mutolo, che ho avuto il piacere di intervistare, Di Matteo assomiglia molto a Falcone perché ''non si ferma davanti a nessuno''.

Secondo predisposizione naturale ed etica di chi è rappresentante delle istituzioni, De Raho e Di Matteo avrebbero dovuto essere se non amici, almeno alleati in una lotta che vede nelle organizzazioni criminali il nemico comune da sconfiggere. Solo in ciò un giudice potrebbe peccare di imparzialità: nella sacralità della propria missione. Eppure, dall'ultimo scandalo inerente il ''clan Palamara'', la corrente politica di giudici poco trasparenti, che premeva per nomine e favori in politica e nelle procure, scopriamo che De Raho non solo è un referente politico istituzionale di Palamara, ma addirittura un avversario acerrimo di Nino Di Matteo.

Dalle chat del giudice Palamara, vero padrino della corrente Unicost, e più in generale della macrocorrente dei giudici vicina al Partito Democratico(espressione della finanza de benedettiana), scopriamo che tale corrente, soprannominata ''il partito dei pm'', ha agito nella piena consapevolezza di violare la legge per favorire l'immigrazione clandestina e, indirettamente, la mafia nigeriana presente in Italia, le quali coinvolgono, a loro volta, in interessi le cooperative rosse e le Ong favorite dalle illecite politiche immigrazioniste.

Punto 4) De Raho e la trattativa
Schiavone, nel corso delle sue interessantissime interviste rilasciate alla giornalista casertana Francesca Nardi, ha più volte affermato che De Raho fosse a conoscenza di tutti gli ''omissis'' presenti nei documenti del processo Spartacus e varbalizzati da Schiavone(inerenti persino le stragi di stato). Una parte di tale documentazione sarebbe stata secretata fino al 2050, mentre la rimanente fino al 2070.

Ciò che ci domandiamo tutti, in mala fede naturalmente, è: ''Vuoi vedere che De Raho, temendo per la propria vita, abbia deciso di colpo di cambiare atteggiamento, schierandosi con quei poteri che un tempo tentava di abbattere?''. Sempre in mala fede, siamo portati a rispondere di sì, dato che, non a caso, l'ultimo terreno di scontro tra il giudice Cafiero De Raho e Nino Di Matteo è stato presso il programma televisivo di Giletti ''Non è l'Arena'' ed ha riguardato la rimozione di Di Matteo da parte di De Raho dal pool Stragi.



Punto 5) Il clan dei giudici contro l'erede di Falcone e i processi di 'Ndrangheta
Causa della rimozione fu un'intervista rilasciata da Di Matteo nel maggio 2019, ove si procedeva ad un resoconto delle ipotesi enunciate nei tribunali e nel mondo dell'informazione(fatti, tra l'altro, riportati in sentenza). Tale intervista venne interpretata dal direttore della Direzione Nazionale Antimafia come un atto personalistico, incompatibile con il ruolo ricoperto da Di Matteo.
All'avvenuta rimozione del pm, il ''boss'' Palamara commentò con i suoi colleghi il gesto di De Raho, congratulandosi indirettamente con l'interessato per la cacciata di Di Matteo. Ma non è l'unico caso.

Palamara critica pesantemente anche Gratteri, incoraggiando i propri colleghi nel ''fermarlo'' al più presto. Scenari inquietanti, che manifestano come molti giudici vicino al partito dell'espressione finanziaria de benedettiana siano contrari ai magistrati che approfondiscano temi quali le connessioni tra istituzioni e criminalità e lo strapotere delle nuove organizzazione criminali economico-finanziarie('Ndrangheta).

Punto 6) L'elezione di Cantone
Un comitato nelle istituzioni
La posizione di Palamara, a capo delle correnti ''deviate'' e politiche della magistratura, nonché i suoi legami con il Governo PD-5Stelle, è finalmente stata resa pubblica. L'intreccio di giornalisti, M5 S, PD e magistrati chiarisce senza ombra di dubbio l'esistenza di una struttura parallela ed eversiva che esercita il potere nelle istituzioni, nell'informazione e nella politica. E Cafiero de Raho, data la sua vicinanza al Movimento 5 Stelle, e il proprio voluto atteggiamento, sembra pienamente farne parte.


Il comitato NATO -Europa occidentale
Non vi sono solo stranezze all'interno della magistratura, a quanto pare più inquinata rispetto a quello che si pensasse, poiché anche nell'informazione è presente un comitato molto simile: una direzione euro-natocentrica, proiezione dei Servizi Segreti filo occidentali(quelli erroneamente definiti deviati).

Nel 2007 il giornale la Voce delle Voci pubblicò uno scoop che passerà inosserveto, ma che esploderà negli anni a venire a seguito di un'interrogazione parlamentare: ''In Rai vi sono i Servizi Segreti?'' La risposta, seppur tardiva, arriverà: ''Esiste un punto di controllo Nato-Europa occidentale in ambito RAI che verifica e attua delle misure per tutelare le info classificate.''



Ma di ciò parleremo nella seconda puntata.


*****
https://sadefenza.blogspot.com/2020/06/mafia-5-stelle-i-nuovi-referenti-di-una.html


Grazie al nostro canale Telegram potete rimanere aggiornati sulla pubblicazione di nuovi articoli  ISCRIVITI AL NOSTRO CANALE TELEGRAM

0 commenti:

Subscribe to RSS Feed Follow me on Twitter!