LA VOCE DELLE VOCI: 14 Febbraio 2026 di: PAOLO SPIGA
“L’accordo con l’Iran è molto difficile e il cambio di regime a Teheran sarebbe la cosa migliore”.
Non ha certo peli sulla lingua ancora una volta il capo della Casa Bianca, Donald Trump, nell’annunciare il suo piano che più guerrafondaio non si può. E fornisce anche non pochi dettagli operativi sulla ormai prossima operazione di conquista, soprattutto dell’oro nero.
La ‘Invincibile Armada’ sta posizionando gli ultimi tasselli strategici, con la ciliegina sulla torta della superportaerei nucleare USS Gerald R.Ford, la numero uno della flotta a stelle e strisce dal Medioriente ai Caraibi. L’hanno preceduta 8 cacciatorpediniere lanciamissili in grado di intercettare missili balistici iraniani, sistemi di difesa antimissile terrestre e sottomarini capaci di lanciare missili da crociera Tomawak contro obiettivi nemici, nonché of course l’altro pezzo da novanta della Marina Usa, la superportaerei sempre nucleare USS John F.Kennedy.
Il Pentagono sta definendo solo gli ultimi dettagli d’attacco: nel mirino il programma nucleare iraniano e le sue capacità di lanciare missili balistici.
Esulta ancora il Tycoon: “Abbiamo un’enorme potenza di fuoco sul posto e altri stanno arrivando”. “Da 47 anni gli iraniani fanno parole, parole, parole. E nel frattempo abbiamo perso molte vite”. “L’attacco dello scorso anno (giugno 2025, ndr) ha annientato i loro siti nucleari. Cosa c’è da colpire adesso? Qualunque cosa rimanga”. La solita logica di lasciarsi un deserto alle spalle, come fu con l’invasione irachena nel 2003.
L’ultima speranza che non si arrivi alla catastrofe è legata ad un filo sottilissimo. L’incontro di martedì prossimo tra alcune autorità di Teheran e la solita coppia Usa per le missioni mediorientali: l’inviato speciale della Casa Bianca Steven Witkoff e il genero del Tycoon, ossia il miliardario Jared Kushner. I quali metteranno sul tavolo un ultimatum: azzerare ogni operazione che riguardi l’arricchimento dell’uranio. Dal canto suo, l’Agenzia nucleare iraniana fa trapelare che è disposta al massimo a ‘diluire’ il suo uranio altamente arricchito, in cambio della revoca delle sanzioni economiche che da anni penalizzano il Paese.
Il risultato è quasi scontato: un irrigidimento iraniano e un irrigidimento ancor maggiore degli Usa, di tutta evidenza decisi ad arrivare alla resa dei conti.
Tutto anche a costo di scatenare una guerra molto più ampia che potrà coinvolgere la Russia e soprattutto la Cina: quest’ultima, come abbiamo visto nei giorni scorsi, non ha nemmeno bisogno di usare armi nucleari o convenzionali, basta quella economico-finanziaria per mandare KO il colosso d’argilla yankee.
Vediamo quindi i reali motivi di tale accanimento Usa e quali sono le pressioni che contano.
Due in modo specifico: la possente pressione esercitata dalla potente lobby industriale petrolifera. E il non meno forte condizionamento esercitato dalla potentissima lobby ebraica negli Usa e dal governo guidato dal boia Bibi Netanyahu.
Per capire bene in che modo sta agendo la prima, puntiamo i riflettori su fresco vertice organizzato il 16 gennaio scorso a Washington dall’AMERICAN PETROLEUM INSTITUTE (API), dedicato allo ‘Stato dell’Energia americana”.
Di grossa importanza, quella convention, perché ha fatto emergere, in modo non velato, un ‘rimprovero’ rivolto nientemeno che al neo Imperatore del Mondo, ‘The Donald’ per essersi impelagato nell’operazione-Venezuela che può produrre non esaltanti benefici e solo a lungo termine, invece di procedere speditamente in direzione Teheran.
Grazie alle parole pronunciate da uno dei massimo esperti di oro nero, Bob McNally, ex consulente energetico di George W. Bush e oggi del colosso ‘Rapidan Energy Group’, filtra la vera strategia dei re Usa del greggio.
“L’Iran è la promessa più grande, sebbene rappresenti il rischio maggiore. Ma è anche la più grande opportunità davanti a noi. Se solo riuscite a immaginare le nostre industrie che ritornano là, otterremo molto, molto più petrolio, e molto prima, di quanto ne otterremo mai in Venezuela”.
E ha aggiunte, lanciando il guanto di sfida: “Vincere la guerra per il regime change sarà un giorno terribile per Mosca, un giorno meraviglioso per gli iraniani, per la nostra industria petrolifera e per la pace nel mondo”.
Scettico, invece, sulle prospettive venezuelane: “Un investimento ad alto rischio e non alta redditività”, lo bolla. E spiega, a colpi di barile: “Il premio in Venezuela è tornare da meno di 1 milione di barili al giorno a una produzione da 3-4 milioni, e questo lo misureremo tra molti anni, decenni. Questa è la verità. E l’industria sta dicendo questa verità all’amministrazione Trump”.
Il quale ha prontamente accettato il rimbrotto e capito la musica.
E tanta musica per le orecchie del nazista Netanyahu: che non vede l’ora di un attacco finale contro Teheran. Un paio di giorni fa il ‘Jerusalem Post’ ha pubblicato la notizia, trapelata da ambienti governativi, che Tel Aviv potrebbe anche decidere di attaccare da sola Teheran: “Abbiamo comunicato agli americani che attacchiamo se solo l’Iran oltrepassa la linea rossa fissata sui missili balistici”. Un vero chiodo fisso – per Bibi killer – quei missili balistici, considerati “una minaccia esistenziale per lo stato d’Israele”.
Altro ottimo motivo perché il Tycoon dia il colpo finale d’acceleratore.
Fonte originale: https://www.lavocedellevoci.it/2026/02/14/iran-lobby-del-petrolio-ed-ebraica-a-tutta-guerra-trump-obbedisce/
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