Tutto quello che non torna nella tragedia del Moby Prince
Luca Longo
sputniknews
Sa Defenza
La più grande tragedia della marina civile italiana. La più grande strage sul lavoro della storia della Repubblica. 140 morti. Errore di manovra? Distrazione? Nebbia fittissima? O cose che non si possono dire? Quella notte in cui il traghetto avvolto dalle fiamme girò in tondo davanti al porto di Livorno.
Indietro tutta a 28 anni fa. Il Muro di Berlino è già per terra, l’Unione Sovietica traballa. Al Quirinale Francesco Cossiga. Giovanni Spadolini e Nilde Jotti guidano le Camere. Palazzo Chigi ospita per la terza volta Giulio Andreotti che guida un dream team: Martelli, Scotti, De Michelis, Cirino Pomicino, Russo Jervolino. E poi ancora Rognoni, Bianco, Prandini, Maccanico,... I cordoni della borsa del Tesoro sono saldamente tenuti da Guido Carli. Carlo Azeglio Ciampi è alla Banca d’Italia.
Mercoledì 10 aprile 1991. Ore 22:25:20. Tutti stanno guardando altri due dream teams: Juventus e Barcellona si scontrano allo stadio Campo Nou per la semifinale di andata della Coppa delle Coppe. Il gol di Casiraghi è stato cancellato da una doppietta di Stoichkov. Si mette male per le zebre in trasferta, ma finirà pure peggio.
In quel momento
In quel momento, Goicoechea segna la terza rete per il Barcellona superando Tacconi e sigillando la partita in favore dei padroni di casa.
In quel momento, alle 22:03, il traghetto Moby Prince della NavArMa - in servizio di linea fra Livorno e Olbia – 65 membri dell’equipaggio e 76 passeggeri, 31 auto e camion, molla gli ormeggi e comincia a manovrare nella rada del porto di Livorno. Destinazione Olbia. Non vi arriverà mai.
Il pilota di porto, comandante Federico Sgherri, in quel momento ha il controllo della Moby Prince; abbandona la banchina Calata Carrara n.55 e conduce la manovra di uscita. Alle 22:12 sfila davanti alla Vegliaia - la diga a protezione dell’imboccatura Sud - saluta via radio l’avvisatore marittimo e porta la nave verso il mare aperto. Terminato il suo compito, cede i comandi a Ugo Chessa, il comandante della Moby Prince, saluta tutto il personale in plancia e sale sulla pilotina in accosto al traghetto insieme al marinaio Renzo Cavallini, per rientrare a terra. Non lo sa, ma si è messo in salvo.
Appena la pilotina si separa dalla nave, Sgherri accende la radio sul Canale 16 VHF, il canale internazionale di chiamata e soccorso in mare. Sente così la regolare chiamata della Moby Prince alla Capitaneria di Porto di Livorno:
In quel momento, nel bacino del porto, tutto prosegue regolarmente: la Atlantic Horizon ormeggia e la Car Express entra in rada. L’unica nave a salpare a quell’ora è la Moby Prince. La nave successiva programmata per la partenza è il traghetto merci Adige, che verrà fermato prima di poter mollare gli ormeggi.
In quel momento, la petroliera Agip Abruzzo è ancorata alla fonda nella parte sud della rada di Livorno, a sole 2,7 miglia dalla Vigliaia. Trasporta 82.000 tonnellate di petrolio greggio di tipo “iranian light” proveniente dal terminal egiziano di Sidi Kerir. E’ lì da 24 ore aspettando il suo turno per scaricare i serbatoi.
Nel momento successivo
Nel momento successivo la Moby Prince entra in collisione con la Agip Abruzzo sfondandone il serbatoio numero 7 contenente circa 2700 tonnellate di petrolio.
Gli idrocarburi del serbatoio 7 investono la prua del traghetto e si riversano in mare. L’iranian light è un petrolio leggerissimo e molto volatile: “praticamente benzina” lo definirà il comandante Superina. Le frazioni più leggere si mescolano subito all’aria. Le scintille prodotte dallo sfregamento delle lamiere innescano i vapori. Una palla di fuoco. Si incendia la sezione posteriore della Agip Abruzzo e la Moby Prince si trasforma lentamente in un inferno di fuoco. Muoiono tutte le 140 persone a bordo del traghetto. Tutte tranne uno: il giovane mozzo Alessio Betrand di Napoli che – incolume - abbandonerà la nave in fiamme un’ora e mezzo dopo.
Una tragedia che non è mai stata chiarita del tutto. Leggendo le testimonianze, gli atti processuali, la sentenza di primo grado del 1988, la sentenza d’appello del 1999 e larelazione finale della commissione parlamentare di inchiesta del 2018, i conti non tornano
Nella nebbia
Nella sentenza della terza sezione del Tribunale di Firenze al Processo di Appello del 5 febbraio 1999 ovunque si parla di nebbia. Le deposizioni parlano di:
Romeo Ricci, avvisatore marittimo, di turno quella sera, invece dichiara:
Anche i primi soccorritori, che escono in mare subito dopo la collisione, non notano nebbia. Cesare gentile, capitano della Finanza: “C’era una chiarezza impressionante, mare calmissimo e senza nebbia”.
Domenico Màttera, comandante del rimorchiatore Tito Neri VII:
Però, andando a rileggere le singole deposizioni, troviamo una realtà diversa. Paolo Termes, ufficiale dell’Accademia Navale, depone invece: “Non ho mai avuto la sensazione che vi fosse nebbia”. Roger Olivieri, altro ufficiale dell’Accademia: “Non ho assolutamente visto nebbia in mare quella sera”.
Nel cielo
L’assenza di nebbia viene confermata da Enzo Bertolini, comandante del volo Alitalia Roma-Pisa AZ 1102, che segnala alla torre di controllo della città di destinazione la presenza sotto di lui - proprio nelle acque davanti a Livorno - di “un punto di fuoco molto considerevole e di altri intorno più piccoli”.
Non è l’unico velivolo presente nella zona in quel momento. Il perito della Procura Ing. Salvatore Fabbricotti analizzerà il tracciato radar della stazione di Poggio Lecceta e scoprirà la presenza di un mezzo che procede a velocità elevata: 38 nodi. Un elicottero che sfiora le onde oppure un’imbarcazione veloce lanciata ad altissima velocità. Non si troverà mai traccia di questo mezzo.
La teste Marcella Bini e la figlia Giulia Campi alle 22:25 del 10 aprile 1991 scorgono bagliori in mare dalla finestra di casa loro. Dopo, vedono un elicottero volare sul tratto di mare nel quale è avvenuta la collisione per poi dirigersi verso nord. Anni dopo, quando infuriano le polemiche sui soccorsi e le autorità affermano che è stato impossibile far intervenire mezzi aerei, la Bini si presenta dal PM.
In udienza, il 26 gennaio 1996, conferma la presenza dell’elicottero e spiega che questo la rassicura: non lancia l’allarme perché pensa che “i soccorsi sono già arrivati”.
Anche il teste Massimo Vernace - militare di guardia all’Accademia Navale - depone il 27 aprile 1993 di aver visto un elicottero intorno alle ore 23.
Ulteriore conferma arriva dall’avvisatore marittimo Romeo Ricci. Ne è certo perché la sua postazione sulla torre è molto leggera: quando passa un elicottero avverte forti vibrazioni, inconfondibili.
Aeronautica militare, Marina e Vigili del fuoco negano che sia decollato un loro elicottero la sera dell’11 aprile. Viene anche spiegato che in ogni caso esistono tempi tecnici per la mobilitazione del personale, l’allestimento del velivolo e il viaggio: l’orario in cui viene visto il misterioso elicottero non è compatibile con queste procedure.
La teste Bini indica nell’intervallo 22:40-22:45 il momento in cui vede l’elicottero e l’avvisatore marittimo è preciso nell’indicare l’ora in cui parte l’allarme: 22:31. L’elicottero misterioso sorvola la zona della tragedia tra i 9 e i 14 minuti successivi all’allarme via radio. Non è decollato dopo l’allarme, ma si trova già lì.
Molti elementi fanno pensare a un elicottero militare con i trasponder spenti. A Camp Darby ci sono elicotteri, ma gli americani negano che esista un sistema radar. Per cui non hanno visto cosa è accaduto in rada e non possono seguire i loro velivoli.
Se questo è il sistema di difesa antiaerea di una delle più grandi basi NATO…
In mare
Ma quella sera in rada a Livorno si trova anche la Agip Napoli, petroliera gemella della Agip Abruzzo. Sul nastro che registra il contatto radio fra Vito Cannavina - il comandante della Napoli -
e la Capitaneria di Porto di Livorno pochissimi minuti dopo l’impatto mortale rimane inciso:
Luca Longo
sputniknews
Sa Defenza
La più grande tragedia della marina civile italiana. La più grande strage sul lavoro della storia della Repubblica. 140 morti. Errore di manovra? Distrazione? Nebbia fittissima? O cose che non si possono dire? Quella notte in cui il traghetto avvolto dalle fiamme girò in tondo davanti al porto di Livorno.
Indietro tutta a 28 anni fa. Il Muro di Berlino è già per terra, l’Unione Sovietica traballa. Al Quirinale Francesco Cossiga. Giovanni Spadolini e Nilde Jotti guidano le Camere. Palazzo Chigi ospita per la terza volta Giulio Andreotti che guida un dream team: Martelli, Scotti, De Michelis, Cirino Pomicino, Russo Jervolino. E poi ancora Rognoni, Bianco, Prandini, Maccanico,... I cordoni della borsa del Tesoro sono saldamente tenuti da Guido Carli. Carlo Azeglio Ciampi è alla Banca d’Italia.
Mercoledì 10 aprile 1991. Ore 22:25:20. Tutti stanno guardando altri due dream teams: Juventus e Barcellona si scontrano allo stadio Campo Nou per la semifinale di andata della Coppa delle Coppe. Il gol di Casiraghi è stato cancellato da una doppietta di Stoichkov. Si mette male per le zebre in trasferta, ma finirà pure peggio.
In quel momento
In quel momento, Goicoechea segna la terza rete per il Barcellona superando Tacconi e sigillando la partita in favore dei padroni di casa.
In quel momento, alle 22:03, il traghetto Moby Prince della NavArMa - in servizio di linea fra Livorno e Olbia – 65 membri dell’equipaggio e 76 passeggeri, 31 auto e camion, molla gli ormeggi e comincia a manovrare nella rada del porto di Livorno. Destinazione Olbia. Non vi arriverà mai.
Il pilota di porto, comandante Federico Sgherri, in quel momento ha il controllo della Moby Prince; abbandona la banchina Calata Carrara n.55 e conduce la manovra di uscita. Alle 22:12 sfila davanti alla Vegliaia - la diga a protezione dell’imboccatura Sud - saluta via radio l’avvisatore marittimo e porta la nave verso il mare aperto. Terminato il suo compito, cede i comandi a Ugo Chessa, il comandante della Moby Prince, saluta tutto il personale in plancia e sale sulla pilotina in accosto al traghetto insieme al marinaio Renzo Cavallini, per rientrare a terra. Non lo sa, ma si è messo in salvo.
Appena la pilotina si separa dalla nave, Sgherri accende la radio sul Canale 16 VHF, il canale internazionale di chiamata e soccorso in mare. Sente così la regolare chiamata della Moby Prince alla Capitaneria di Porto di Livorno:
“Compamare Livorno, Compamare Livorno, Moby Prince, ore 22.14.33, ho doppiato la Vigliaia e sto uscendo in mare. Rotta vera 195”.Tutto regolare: è la solita rotta per Olbia.
In quel momento, nel bacino del porto, tutto prosegue regolarmente: la Atlantic Horizon ormeggia e la Car Express entra in rada. L’unica nave a salpare a quell’ora è la Moby Prince. La nave successiva programmata per la partenza è il traghetto merci Adige, che verrà fermato prima di poter mollare gli ormeggi.
In quel momento, la petroliera Agip Abruzzo è ancorata alla fonda nella parte sud della rada di Livorno, a sole 2,7 miglia dalla Vigliaia. Trasporta 82.000 tonnellate di petrolio greggio di tipo “iranian light” proveniente dal terminal egiziano di Sidi Kerir. E’ lì da 24 ore aspettando il suo turno per scaricare i serbatoi.
Nel momento successivo
Nel momento successivo la Moby Prince entra in collisione con la Agip Abruzzo sfondandone il serbatoio numero 7 contenente circa 2700 tonnellate di petrolio.
Ore 22:25:27: l’ufficiale radio della Moby Prince interrompe sul Canale 16: “Mayday Mayday Mayday, Moby Prince Moby Prince Moby Prince, Mayday Mayday Mayday, Moby Prince! Siamo in collisione, siamo entrati in collisione e prendiamo fuoco! Siamo entrati in collisione e prendiamo fuoco! Mayday Mayday Mayday, Moby Prince, siamo in collisione ci serve aiuto!”
Gli idrocarburi del serbatoio 7 investono la prua del traghetto e si riversano in mare. L’iranian light è un petrolio leggerissimo e molto volatile: “praticamente benzina” lo definirà il comandante Superina. Le frazioni più leggere si mescolano subito all’aria. Le scintille prodotte dallo sfregamento delle lamiere innescano i vapori. Una palla di fuoco. Si incendia la sezione posteriore della Agip Abruzzo e la Moby Prince si trasforma lentamente in un inferno di fuoco. Muoiono tutte le 140 persone a bordo del traghetto. Tutte tranne uno: il giovane mozzo Alessio Betrand di Napoli che – incolume - abbandonerà la nave in fiamme un’ora e mezzo dopo.
Una tragedia che non è mai stata chiarita del tutto. Leggendo le testimonianze, gli atti processuali, la sentenza di primo grado del 1988, la sentenza d’appello del 1999 e larelazione finale della commissione parlamentare di inchiesta del 2018, i conti non tornano
Cosa è successo realmente nella rada di Livorno? Come è possibile che il comandante e l’equipaggio della Moby Prince non abbiano visto una petroliera lunga 268 metri, larga 50 ed alta come un palazzo di cinque piani? Possibile che tutti quanti fossero incollati al televisore ed alle radioline per la partita? E c’era fitta nebbia, oppure no?
Nella nebbia
Nella sentenza della terza sezione del Tribunale di Firenze al Processo di Appello del 5 febbraio 1999 ovunque si parla di nebbia. Le deposizioni parlano di:
“sfilazze di nebbia e fili di nebbia” (pagina 5), “il banco aveva la forma di una nuvola”, “sembrava fumo tanto da far dubitare si trattasse di nebbia”, “certamente quella notte la nebbia era strana” (tutte a pagina 64), e così via. Ma leggendo ci si imbatte in una frase: “sulla petroliera vi era un banco di nebbia che lasciava pienamente visibili le altre navi alla fonda.” Una strana nebbia, che lasciava fili in tutta la rada ma che aveva scelto di concentrarsi soltanto sulla petroliera.
Romeo Ricci, avvisatore marittimo, di turno quella sera, invece dichiara:
“in quel momento c’era una visibilità discreta. Da qui - il suo punto di osservazione sulla torre all’imboccatura del Porto Mediceo all’uscita del Bacino Firenze - riuscivo a vedere sia la Agip Abruzzo che tutte le altre navi in rada”. Federico Sgherri - il pilota di porto che avvia la Moby Prince verso il suo ultimo viaggio - testimonia: “la visibilità delle navi alla fonda era normale e la Abruzzo, coi suoi fanali, era illuminata”. Massimo Bernace - marinaio dell’Accademia Navale di Livorno - monta la guardia sul molo dell’Accademia, proprio di fronte alla rada: “ricordo di aver osservato la petroliera e sono certo che non vi era assolutamente nebbia.”.
Anche i primi soccorritori, che escono in mare subito dopo la collisione, non notano nebbia. Cesare gentile, capitano della Finanza: “C’era una chiarezza impressionante, mare calmissimo e senza nebbia”.
Domenico Màttera, comandante del rimorchiatore Tito Neri VII:
“All’uscita del porto la visibilità era buona, poi all’improvviso è scesa quasi a zero a causa di quello che, presumo, fosse fumo. Infatti, non era fresco come la nebbia. E la gola bruciava”.Nebbia o fumo? Il petrolio greggio, infatti, è una miscela di idrocarburi di varie dimensioni mescolata a poche altre sostanze. Quando viene innescato sprigiona un denso fumo nero prodotto dalle particelle che vengono vaporizzate dal calore dell’incendio senza bruciare completamente. La visibilità era impedita da fili di nebbia freddi e biancastri o da un fumo denso e nero che brucia la gola? E questo si è sviluppato dopo … oppure prima dell’impatto?
La sentenza sembra risolvere il dilemma a modo suo: “la nebbia, quella sera, aveva aspetto simile al fumo.” … “Lo confermano Melis, Cannavina, Termes, Olivieri, Rol”.
Però, andando a rileggere le singole deposizioni, troviamo una realtà diversa. Paolo Termes, ufficiale dell’Accademia Navale, depone invece: “Non ho mai avuto la sensazione che vi fosse nebbia”. Roger Olivieri, altro ufficiale dell’Accademia: “Non ho assolutamente visto nebbia in mare quella sera”.
Nel cielo
L’assenza di nebbia viene confermata da Enzo Bertolini, comandante del volo Alitalia Roma-Pisa AZ 1102, che segnala alla torre di controllo della città di destinazione la presenza sotto di lui - proprio nelle acque davanti a Livorno - di “un punto di fuoco molto considerevole e di altri intorno più piccoli”.
Non è l’unico velivolo presente nella zona in quel momento. Il perito della Procura Ing. Salvatore Fabbricotti analizzerà il tracciato radar della stazione di Poggio Lecceta e scoprirà la presenza di un mezzo che procede a velocità elevata: 38 nodi. Un elicottero che sfiora le onde oppure un’imbarcazione veloce lanciata ad altissima velocità. Non si troverà mai traccia di questo mezzo.
La teste Marcella Bini e la figlia Giulia Campi alle 22:25 del 10 aprile 1991 scorgono bagliori in mare dalla finestra di casa loro. Dopo, vedono un elicottero volare sul tratto di mare nel quale è avvenuta la collisione per poi dirigersi verso nord. Anni dopo, quando infuriano le polemiche sui soccorsi e le autorità affermano che è stato impossibile far intervenire mezzi aerei, la Bini si presenta dal PM.
In udienza, il 26 gennaio 1996, conferma la presenza dell’elicottero e spiega che questo la rassicura: non lancia l’allarme perché pensa che “i soccorsi sono già arrivati”.
Anche il teste Massimo Vernace - militare di guardia all’Accademia Navale - depone il 27 aprile 1993 di aver visto un elicottero intorno alle ore 23.
Ulteriore conferma arriva dall’avvisatore marittimo Romeo Ricci. Ne è certo perché la sua postazione sulla torre è molto leggera: quando passa un elicottero avverte forti vibrazioni, inconfondibili.
Aeronautica militare, Marina e Vigili del fuoco negano che sia decollato un loro elicottero la sera dell’11 aprile. Viene anche spiegato che in ogni caso esistono tempi tecnici per la mobilitazione del personale, l’allestimento del velivolo e il viaggio: l’orario in cui viene visto il misterioso elicottero non è compatibile con queste procedure.
La teste Bini indica nell’intervallo 22:40-22:45 il momento in cui vede l’elicottero e l’avvisatore marittimo è preciso nell’indicare l’ora in cui parte l’allarme: 22:31. L’elicottero misterioso sorvola la zona della tragedia tra i 9 e i 14 minuti successivi all’allarme via radio. Non è decollato dopo l’allarme, ma si trova già lì.
Molti elementi fanno pensare a un elicottero militare con i trasponder spenti. A Camp Darby ci sono elicotteri, ma gli americani negano che esista un sistema radar. Per cui non hanno visto cosa è accaduto in rada e non possono seguire i loro velivoli.
Se questo è il sistema di difesa antiaerea di una delle più grandi basi NATO…
In mare
Ma quella sera in rada a Livorno si trova anche la Agip Napoli, petroliera gemella della Agip Abruzzo. Sul nastro che registra il contatto radio fra Vito Cannavina - il comandante della Napoli -
e la Capitaneria di Porto di Livorno pochissimi minuti dopo l’impatto mortale rimane inciso:
“Evidentemente non avete ancora capito la gravità della situazione? Perché io ci sono a un miglio e mezzo e sto vedendo tutto quello che succede lì, eh? La nave è tutta a fuoco!”.











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