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mercoledì 10 luglio 2024

I POTERI FORTI IN UK: il “laburista” è stato scelto da Blacrock

Il primo ministro inglese, Keir Starmer

Larry Fink, CEO di BlackRock ha detto: "Sono molto contento di vedere come il partito laburista nel Regno Unito sia passato dall'essere un partito estremista con un leader marxista a Keir Starmer, che ha dimostrato una vera forza come partito laburista moderato".


E se lo dice il CEO di BlackRock stai sicuro che questo Keir Starmer, risulta essere  l'espressione delle muiltinazionali finanziarie globali, altro che bene del popolo britannico... 
SaDefenza
Maurizio Blondet

Illuminante intervento di Zibordi

E’ stato un colpo di stato strisciante dal 2017 culminato alla fine oggi con il Labour pro finanza e sionista che stravince, ma con pochi voti. Prima hanno purgato il partito laburista di Jeremy Corbin, che hanno cacciato e hanno rifatto il partito laburista per Blackrock, la finanza della City e la lobby sionista. Poi hanno inserito Sunak nei Conservatori per demolire il partito, dividere l’elettorato in 6 gruppi e così far vincere il nuovo “Labour” della finanza e sionista. In questo modo hanno installato ora il partito immigrazionista più spinto, più trans-gay ecc.. e però anche fedele al 100% alla finanza e Blackrock.

Qui sembra che nessuno sappia niente di cosa è successo in UK negli ultimi anni

lunedì 28 ottobre 2024

Fino a 41 miliardi di dollari di finanziamenti della Banca Mondiale per il clima non contabilizzati, scopre Oxfam

MERYL NASS

Un ringraziamento speciale a Exposing the Darkness. Un'altra prova che ai TPTB non importa del clima, ma usano la scusa del clima per acquisire enormi fondi.


Sembra che il fondo per la bonifica climatica della Banca Mondiale sia in realtà un fondo nero (ma per chi?) derivato dai soldi dei contribuenti destinati ad aiutare i poveri, e una notevole quantità dei suoi fondi è semplicemente scomparsa. Non puoi perdere 41 miliardi di dollari. Ci sono assegni, bonifici bancari o altri documenti a cui Oxfam potrebbe non aver avuto accesso, ma sicuramente le nazioni che contribuiscono alla Banca (e gli Stati Uniti possono sempre scegliere il direttore generale della Banca Mondiale) possono seguire la traccia del denaro. Se dovessero scegliere di farlo.

mercoledì 15 febbraio 2012

Luciano Gallino: «Come affrontare il finanzcapitalismo»


Intervento del 4 novembre 2011 alla Fiom di Torino in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Luciano Gallino, «Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi» (Einaudi, 2011), rivisto dall’autore.
Sono grato agli organizzatori, in particolare a Gianni Rinaldini, per avermi dato modo di discutere con un pubblico qualificato alcuni temi della crisi economica in corso. Comincerei suggerendo di prender nota di una frase, pronunciata da un personaggio autorevole, che per noi oggi è molto attuale: «D’ora innanzi regneranno i banchieri». Si può essere d’accordo. Oggi effettivamente i banchieri dominano la politica nel mondo, non perché abbiano sopraffatto la politica, ma perché la politica ha aperto loro le porte. Questa frase è stata pronunciata da un banchiere francese, Jacques Laffitte, alla fine della Rivoluzione di Luglio del 1830, mentre stava accompagnando il duca d’Orléans in trionfo all’Hôtel de Ville. Abbiamo pertanto a che fare con una questione che non ha fatto che ingrandirsi con il tempo, sebbene, va ricordato, nel corso del Novecento ad essa sia stato posto rimedio (sia pure per  un breve periodo): il New Deal rooseveltiano fu in primo luogo un riuscito imbrigliamento della finanza, la cui sregolatezza aveva provocato la crisi del 1929.  Un segno del fatto che la politica, oltre ad aprire le porte alla finanza, quando vuole riesce anche a chiuderle.
Alla luce di queste opposte considerazioni toccherò quattro-cinque punti, traendoli dal mio ultimo libro Finanzcapitalismo. Per prima cosa, la crisi ha uno dei suoi punti di origine nella creazione smodata di denaroda parte delle banche private. Lo hanno fatto anche le banche centrali e nazionali, ma sono state soprattutto le banche private che hanno creato un’immensa quantità di denaro dal nulla. La crisi – secondo punto – è nata dalla cosiddetta «finanza ombra», vale a dire dai flussi finanziari di capitale che circolano al di fuori della pur modesta presa dei regolatori, ossia dell’autorità di vigilanza. Terzo punto fondamentale, nel preparare e nel far esplodere la crisi, non gestendola e lasciandola inasprire fino a oggi, hanno avuto un ruolo fondamentale la politica, le leggi, le norme che sono state varate per liberalizzare sia i movimenti di capitale sia la creazione di denaro in nuove forme.  In questo quadro che ha visto la politica spalancare le porte alla finanza hanno svolto un ruolo centrale l’Europa, i suoi politici e le sue banche. Il punto finale lo riassumerei così: sarebbe indispensabile una riforma radicale del sistema finanziario, di cui parlano in molti oggi, ma di fatto mancano sia la volontà politica sia la capacità da parte dei politici di comprendere quale enorme problema abbiamo dinanzi, per cui le riforme di cui si parla anche nella Ue sono del tutto inadeguate. Ora, senza una riforma radicale del sistema finanziario, che dovrebbe essere il primo obiettivo dell’Unione Europea, visto che di lì nascono i suoi guai, le cose andranno sempre peggio sul fronte del lavoro, dell’economia, dello sviluppo,  dello stato sociale.
Partiamo dal primo punto: l’incredibile creazione di denaro che ha avuto luogo soprattutto negli anni 2000, sebbene fosse cominciata assai prima. Le banche private creano denaro dal nulla ogni volta che concedono prestiti. Molti pensano e sembrano dare per scontato – e fra questi, a volte, anche i commentatori in materie economiche che pur dovrebbero saperne qualcosa di più –che le banche raccolgano depositi (piccoli, medi, grandi) e sulla base di questi concedano dei prestiti alle imprese, alle famiglie, ai lavoratori. Non è affatto così:una grandissima parte del denaro viene creato dalle banche dal nulla attraverso il credito. Una volta si parlava di denaro scritturale perché veniva scritta in un libro dei conti, in una partita doppia, la somma prestata a Tizio o a Caio; oggi il denaro si crea con alcuni tocchi sulla tastiera. Una certa quantità di denaro viene ancora creata dalle banche centrali, in forma di prestiti e di  denaro contante – monete o banconote, gli unici oggetti per i quali si applichi ancora la dizione «stampare denaro» – ma quest’ultimo rappresenta meno del 3 per cento del denaro oggi in circolazione. È stata una modifica di grande portata. Basti pensare che ancora negli anni Cinquanta e Sessanta monete e banconote rappresentavano il quaranta per cento e più, a seconda dei paesi, del denaro circolante, mentre oggi in tutti i paesi sviluppati siamo intorno al tre per cento o meno. Forse un dieci per cento del denaro in circolazione è creato dalle banche centrali, compresa la Banca Centrale Europea. A questo proposito bisogna   tener conto che vi sono diversi tipi di denaro: c’è il denaro cash, il contante, il denaro  dei depositi, che vale più o meno lo stesso, e poi i prestiti  o i risparmi vincolati a tre mesi, i risparmi vincolati a due anni, le obbligazioni, i tanti titoli inventati dalla finanza.
Come hanno fatto le banche a partire degli anni Novanta e poi con una fortissima accelerazione negli anni Duemila a creare denaro senza limiti? Hanno utilizzato uno strumento micidiale che si chiamacartolarizzazione o titolarizzazione (dall’inglese titrisation o  securitisation). Esso consiste nella trasformazione di  attivi  che figurano nel  bilancio di una banca in titoli che si possono commerciare, rivendere, comprare. Il denaro viene creato concedendo un prestito: qualcuno, ad esempio, chiede un mutuo; questo prestito diventa un attivo (registrato sulla parte sinistra del bilancio che riguarda gli attivi) e si trasforma in un debito verso la banca da parte di quello che ha avuto il prestito. Le banche hanno inventato secoli fa questo particolare modo di creare denaro, ma dagli anni 90 in poi ne hanno fatto un uso eccessivo. Che cosa è avvenuto? Quando un prestito viene concesso figura tra gli attivi di una banca (una banca percepisce gli interessi), ma quel capitale è immobilizzato. Inoltre, la banca stessa è soggetta a vincoli, che derivano dalle normative della banca centrale  e dalle regole stabilite dagli accordi di Basilea 1 e 2, già da tempo operativi, e dal nuovo accordo Basilea 3  non ancora pienamente in vigore. Sulla base di questi vincoli le banche devono tenere di riserva dei capitali buoni per una certa quota rispetto a ciò che prestano. Le norme di Basilea 2 stabiliscono che una banca dovrebbe tenere di riserva e depositare presso la banca centrale, la BCE nel caso dell’Eurozona, l’8 per cento di quello che presta, vale a dire che per ogni 100 Euro che presta deve depositarne 8 in riserva. Se i prestiti sono tanti, i capitali da depositare in riserva crescono e una banca a un certo punto non è più in grado di effettuare altri prestiti. Il fatto è che concedere prestiti rende molto, sotto forma di  interessi, commissioni, spese amministrative, consulenze, plusvalenze e altro.
Ecco allora il colpo di genio.  Sviluppando un’invenzione di parecchi anni addietro, esso è consistito neltrasformare il prestito in titoli commerciali, in titoli cioè che possono andare sul mercato. Quindi, quello che è avvenuto con sempre maggiore ampiezza nei primi anni 2000 è stato che il prestito veniva concesso e  poi il titolo di debito, sovente una ipoteca, era ceduto quasi subito a una società di scopo, in molti casi istituita dalla stessa banca. La sigla più nota per designare tali società è SIV (Structured Investment Vehicle) che sta per «Veicoli di Investimento Strutturato». Altrettanto rapidamente il Siv trasformava  dei pacchi di titoli   in un supertitolo commerciabile che immetteva sul mercato finanziario. Cedendo il prestito ad un veicolo, magari da essa stessa creato e in molti casi collocato nelle isole Cayman o in altri paradisi fiscali, la banca otteneva innanzitutto di recuperare il capitale immobilizzato in attesa della scadenza,  ma soprattutto otteneva che quel prestito sparisse dal bilancio, poiché esso veniva legalmente venduto (anche se sulla effettività della vendita si possono avere dei dubbi) al  veicolo da essa stessa creato, cioè alla società di scopo. Quello spazio creato dal prestito, che diventava un titolo uscito dal bilancio, permetteva alla banca di creare nuovo denaro concedendo altri prestiti. Ciò si può fare per un primo prestito, per il secondo, il terzo, il decimo e via dicendo. Esattamente in questo modo sono stati creati migliaia di miliardi di dollari e di euro nei primi anni 2000, ma nell’agosto del 2007 scoppia la crisi e il processo di cartolarizzazione rallenta.
Questo tipo di processo è anche alla radice della questione dei mutui facili. Infatti nel fervore di creare sempre nuovo denaro, ossia di concedere sempre nuovi prestiti per poi rimuoverli dal bilancio,  le banche e i numerosi enti coinvolti nel processo – in cui entrano non solo banche ma pure compagnie di assicurazione, enti specializzati nel concedere mutui, società di ri-assicurazione dei medesimi, fondi speculativi – hanno guardato sempre meno alle qualità del creditore, preferendo non solo ignorare quanto il creditore guadagnasse o a quanto ammontasse il suo patrimonio, ma addirittura evitando accuratamente che il creditore stesso si ponesse il problema di potersi o meno permettere il prestito. In pratica, sono stati venduti quasi a forza milioni di crediti, in prevalenza mutui per la casa, ma anche prestiti per gli studenti, mutui per comprare automobili o affittare un magazzino, tutti ipotecari, e il mutuo, ovvero l’ipoteca su di esso o a esso collegato, era trasformato in un titolo che rendeva subito, intanto perché era venduto,  poi perché  continuava a rendere permettendo  di concederne molti altri.
In questo modo le banche – che negli Stati Uniti, ricordo, dovevano avere in riserva presso la FED dieci dollari ogni cento che prestavano – operavano con un effetto leva apparente intorno a uno a dieci, e uno effettivo che superava uno a trenta.  Da  secoli questo 1:10 è più o meno il tasso a cui le banche operano, nel senso che fin dell’epoca dei banchi degli orefici –  che  avevano un caveau di roccia o di ferro in cui depositivano l’oro dei propri clienti – con la diffusione dei titoli di credito e di altri titoli scritturali l’attività bancaria si è sempre fondata sul presupposto che è quasi impossibile che tutti i clienti corrano nello  stesso momento agli sportelli e ritirino i loro depositi. Quindi le banche hanno cominciato a prestare e tutt’ora prestano soldi che non hanno. E l’ipotesi è sempre stata che intorno a uno a dieci o poco più fosse un effetto leva ragionevole. Spostando i mutui, le ipoteche, i titoli da un’altra parte e facendoli sparire dal bilancio, l’effetto leva è diventato uno a quindici, uno a venti, uno a trentadue, che è considerato il valore medio prevalente tra le banche quando esplode la crisi nell’estate del 2007. Ma c’erano allora istituti finanziari, come ricordo nel mio libro, che avevano un effetto leva di uno a ottanta, perfino di uno a cento, il che significa che su un  dollaro di soldi propri gravavano 99 dollari di debiti. Quindi quello a cui  stiamo assistendo oggi è per certi aspetti un immenso processo di deleveraggio, ovvero di smontaggio dell’effetto leva, di banche che erano solite operare con rapporti di  uno a trenta e più tra capitali propri e debiti,  e adesso cercano di ridiscendere a uno a venti, uno a dieci.
Questo però è solo una parte del processo di creazione del denaro, perché le banche hanno fatto di più e di peggio. Ormai i grandi gruppi finanziari sono società che ne controllano centinaia di altre, tra cui banche di diverso tipo (dalle banche d’investimento alle banche commerciali), istituti specializzati in ipoteche, casse di risparmio, compagnie di assicurazione, società specializzate nelle re-ipotecazione di ipoteche e altro. I grandi gruppi finanziari, oltre a creare trilioni di dollari o di euro concedendo prestiti sulla casa, sull’auto o sullo stabilimento,  concedendo prestiti a famiglie e  imprese e ingigantendo questa quantità di denaro mediante la cartolarizzazione, hanno anche creato altre montagne di denaro moltiplicando i cosidetti derivati. I derivatisono nati almeno un secolo e mezzo fa e forse prima, agli inizi dell’Ottocento. Erano onesti e pratici, chiamiamoli così, titoli assicurativi. L’agricoltore, ad esempio, che a gennaio non sapeva come sarebbe andato il raccolto di grano a giugno, aveva interesse a prefissare un certo prezzo di vendita del suo grano. Il mercante, che non sapeva a sua volta come sarebbe andato il prezzo – a causa delle carestie eventualmente intervenute, delle intemperie, dei parassiti –, aveva interesse a stabilire che a luglio avrebbe comprato a un determinato prezzo una certa quantità di grano. Allora, a gennaio, i due firmavano un contratto che assicurava al contadino e al mercante un determinato prezzo. È chiaro che poi a giugno era difficile che fossero in pari: uno dei due, rispetto al mercato, ci perdeva o ci guadagnava. Ma quel contratto era uno strumento efficace per garantirsi una certa serenità in merito al prezzo di acquisto per il  mercante e di vendita per l’agricoltore.
Nel corso del Novecento, ma soprattutto dopo gli anni Novanta, la produzione di derivati è semplicemente impazzita. I motivi sono vari. Anzitutto i sottostanti sono diventati migliaia. Possono essere  indici di borsa o eventi sportivi, prezzo degli alimenti di base o fenomeni meteorologici.  Il problema  principale risiede nel fatto che è caduto l’obbligo di possedere o di acquistare la merce– il cosiddetto sottostante – su cui si basa il valore del derivato. I derivati sono quindi diventati delle pure scommesse. Uno può scommettere sull’andamente del prezzo del petrolio, ossia può comprare un derivato avente il  petrolio come sottostante, senza avere alcun interesse a commerciare in tale materia prima. Il derivato può riferirsi, per dire, a diecimila barili di petrolio, ma le due controparti non si impegnano a comperare o  a vendere il sottostante, quanto ad accollarsi la differenza positiva o negativa del prezzo che maturerà tra sei mesi o un anno, posto che i derivati possono avere scadenze anche piuttosto lunghe. La parte cosiddetta venditrice non ha nulla da vendere e la parte acquirente non si sogna di acquistare non diciamo diecimila barili di petrolio, ma nemmeno uno. È unicamente una scommessa. Moltiplicando il numero di scommesse, se uno si assume dei rischi, si può guadagnare o perdere molto.
Quel che è successo è che nel 2007/2008 il valore nominale dei derivati che giravano per il mondo – cioè il valore scritto nei contratti– si aggirava su poco  meno di settecentocinquanta trilioni  di dollari. Il PIL globale nel 2007 è stato di 57 trilioni di dollari, quindi i derivati in circolazione equivalevano a più di dodici volte il PIL del mondo. Qui bisognerebbe entrare in alcune tecnicalità, per precisare che il PIL nominale è in genere più alto del valore effettivo del contratto. Nel 2009, ad esempio, 700 trilioni nominali di derivati valevano sul mercato circa 35 – 38 trilioni di dollari. Però ci sono delle distinzioni da fare, perché un conto sono i derivati sui barili di petrolio che nessuno compra e nessuno vende; un conto ben diverso  sono i derivati del credito che sono delle specie di assicurazioni per proteggersi dal rischio di insolvenza di un creditore. La banca A paga una commissione a B (che in molti casi è un’altra banca) la quale assicura che se C non ripagherà il debito contratto verso A provvederà lei a rifondere quest’ultima.  In questo caso il valore reale del titolo è molto vicino al valore nominale perché se la banca debitrice (o altro debitore) non paga, B che ha sottoscritto quel derivato deve pagare di tasca sua l’intero valore scritto nel contratto.
In sostanza, oltre ad aver creato moltissimo denaro concedendo crediti a fiumi, ad averne creato dell’altro cartolarizzando le ipoteche sì da poter continuare a concedere prestiti, le banche americane ed europee hanno messo in circolazione nell’economia sotto forma di derivati un volume di denaro corrispondente a dodici volte il PIL del mondo. Qualcuno dice: «Ma non è veramente denaro». Bisogna invece sottolineare che all’epoca dei computer, delle transazioni ad alta frequenza, della massima e istantanea convertibilità di ogni capitale in qualsiasi altra forma,  i derivati funzionano come vero e proprio denaro. Un economista, oggi citato spesso per  ragioni sbagliate, Marvin Minsky,  aveva intravisto questo sviluppo già a metà degli anni Ottanta. Allorché  qualunque titolo è istantaneamente convertibile in denaro, quello è come se fosse denaro. Il problema con i derivati è che più dell’80 per cento di essi sono scambiati direttamente fra privati – “al banco”, come si dice –  senza che i regolatori possano esercitare alcun controllo.  Si tratta di un’enorme quantità di denaro che sfugge completamente non soltanto alla presa, ma pure alla vista dei regolatori.
A un certo punto questa montagna di denaro ha cominciato a cascare sulla testa delle banche sotto forma didebiti inevasi. Se una banca scopre una falla nella catena di debiti che essa stessa ha contribuito a creare, tipo un suo veicolo che avrebbe dovuto vendere agli investitori i titoli derivanti da una cartolarizzazione ma non ci riesce  più perché quelli li rifiutano; a questo punto, anche se la banca aveva venduto a quel veicolo i suoi titoli, in qualche modo deve far fronte alle perdite del medesimo. Può avere un bisogno urgentissimo di qualche centinaio di milioni o magari di un miliardo di dollari o di euro, ma se la banca di fronte (la banca consorella, la banca con cui si avevano comuni rapporti) ha gli stessi problemi, il tutto si incaglia. È quello che è avvenuto nel 2008,  ma che si ripropone fino ad oggi attraverso infiniti canali di contagio.
Nel generare questo incredibile processo – scrivendo il libro ho speso mesi per verificare i dati, tanto mi parevano fuori del mondo – rilevantissimo è stato il peso dei politici e delle banche europee, all’incirca dal 1980  a oggi. Alcune leggi determinanti per la deregolazione dei movimenti di capitale sono state firmate da un Presidente francese socialista, François Mitterand; per esser poi propugnate, sollecitate e messe in opera dal primo Presidente della Commissione europea, anche’egli francese e socialista, Jacques Delors. Tutti costoro avevano, certo, delle buone ragioni: i capitali scappavano e bisognava far qualcosa. Fatto sta che imponenti misure di deregolazione o cancellazione della sorveglianza sui movimenti finanziari, compresi gli scambi al banco di trilioni di euro di derivati, sono stati adottati ben presto  in Europa e si sono diffusi perché altri paesi hanno seguito la Francia. Pertanto negli anni Novanta la deregolazione in Europa era molto simile a quella che stava intervenendo negli Stati Uniti. Dopodichè non è stata più effettuata nessuna seria riforma del sistema finanziario.
Le banche  hanno avuto un ruolo di primo piano nella creazione della cosiddetta finanza ombra. Della quale fanno parte anche quei trilioni di derivati che circolano senza essere regolati da nessuno. Pure i veicoli di investimento strutturato, i SIV, fanno parte della finanza ombra, perché essendo fuori bilancio non appaiono compresi nel perimetro della banca che li sponsorizza. Vi sono molti altri soggetti della finanza ombra che operano come banche ma non sono banche: tra essi rientrano i fondi comuni dei mercati monetari, le società specializzate nel concedere prestiti, le divisioni finanziarie delle corporation. Tutti enti  che  non sono visti, e non è possibile siano visti, dal regolatore – per questo viene chiamata finanza ombra.
Nell’alimentare tanto la finanza visibile  quanto la finanza ombra, le banche europee hanno avuto un notevole ruolo, da diversi punti di vista. In primo luogo, ricerche recenti hanno dimostrato come le banche europee abbiano comprato in Usa, dal 2000 in avanti, centinaia di miliardi di dollari, di euro, di sterline e anche di franchi svizzeri,  di titoli cartolarizzati, compresi le  micidiali obbligazioni aventi per collaterale un debito, definite a disastro avvenuto titoli tossici. Sono titoli assai complicati,  caratterizzati da un taglio difficilmente alla portata di qualcuno di noi, perché esso  si colloca in genere tra uno e due miliardi di dollari). A questi titoli poi definiti tossici, che erano venduti a pezzi o trance con diverse gradazioni di rischio, le agenzie di rating, pagate dalle stesse banche che emettevano quei titoli, assegnavano la massima credibilità – ovvero il minimo rischio di insolvenza da parte del creditore – e per questo erano considerati sicuri. Le banche europee si sono gettate su quei titoli giudicati sicuri, per cui stando alle ricerche menzionate sopra centinaia di miliardi di derivati di questo tipo sono stati creati in Usa proprio per soddisfare la domanda assidua delle banche europee. Inoltre, alcune banche europee hanno loro stesse creato titoli analoghi per centinaia di miliardi di dollari.  La più impegnata è stata la Deutsche Bank, che ha creato una serie di titoli –  chiamati Gemstone –  il cui taglio medio era intorno a 1,1 miliardi di euro. Qualche banca francese si ritiene abbia fatto lo stesso e forse anche altre, ma l’«ombra» per definizione è qualcosa in cui è difficile vederci chiaro. Quando il domino ha cominciato a cadere – perché se uno fa molti debiti distribuiti in una catena di numerosi soggetti, nel caso fallisca  anche l’ultimo di questi  il problema risale la catena fino a quando i debiti arrivano al consiglio di amministrazione della banca madre – vi sono state banche quali la UBS (Unione delle Banche Svizzere), che tra il 2007 e il 2009 hanno dovuto cancellare dai propri bilanci qualcosa come cinquanta miliardi di dollari. Peraltro senza patire troppo: la UBS ha un bilancio che supera di circa dodici volte il bilancio federale della Svizzera.
La questione che ci tocca anche oggi e che secondo i governi Ue richiede per essere risolta licenziamenti facili, austerità, tagli alle pensioni, pensione a 105 anni e altre cose del genere, ha tuttora le radici nel fatto che le banche europee sono piuttosto opache, ma al tempo stesso tradiscono notevoli preoccupazioni di bilancio.  Le banche tedesche per prime si collocano piuttosto in basso quanto a indice di trasparenza o indice di visibilità del traffico bancario. Tuttavia, dietro alla coltre della finanza ombra quel che sembra via via più evidente è che le banche sono  oraimpegnate allo spasimo per ridurre il loro leverage, il citato rapporto tra capitale proprio e capitali presi in prestito, spinte in questa direzione dalle nuove regole di Basilea e dalla Autorità bancaria europea (Eba). Se non, più probabilmente, dal terrore che succeda qualche nuovo grave incidente, perché se l’ultimo anello della catena salta il problema del debito risale per forza sino ai bilanci centrali.
Concludo toccando la questione della riforma del sistema finanziario, della quale si è parlato a lungo negli Stati Uniti, dove è stata varata nel luglio 2010 una legge che si chiama Dodd Frank Act, conosciuta pure comeWall Street Reform. Si stima che, a questo proposito, che la lobby bancaria abbia speso trecentoventicinque milioni di dollari per indebolire e possibilmente bloccare tale legge di riforma, che alla fine è risultata all’acqua di rose, e per di più immensamente complicata, con un testo che conta 1652 pagine e richiederà 550 decreti attuativi. Dal luglio 2010 fino all’autunno 2011,  per quanto è a mia conoscenza, ne sono stati attuati solamente due o tre.
Pure in Europa si sta discutendo di riforme finanziarie, una discussione estesa a vertici extra Ue come il G20 dell’autunno 2011 a Cannes. La Commissione europea ha allo studio una bozza dettagliata di riforma e il Parlamento europeo farà una prima proposta a febbraio o marzo del 2012. Accade però che tutte le proposte finora avanzate siano lontanissime dal cogliere le vere radici del problema. Sarebbe necessaria una forte pressione politica, ci vorrebbero milioni di persone per le strade a chiedere la riforma finanziaria, uno scenario al momento non molto probabile. Molte ed evidenti sono le ragioni per le quali si rende necessaria una riforma finanziaria radicale. In realtà niente di rivoluzionario, sono cose dette da liberal americani o dallo stesso governatore della Bank of England, Mervyn King, che pochi mesi fa ha dichiarato: «Ci sono molti modi per organizzare l’attività bancaria. Quello che abbiamo oggi è il peggiore che possiamo immaginare». Bisognerebbe prenderlo sul serio, perché finora le riforme di cui si parla nella Ue sono affatto insufficienti.
Si dovrebbe intervenire su tre fronti. È ovvio che non si può varare una riforma finanziaria solo in Italia, ma unariforma nell’ambito dell’Unione Europea andrebbe comunque fatta per via dell’enorme peso che in essa il sistema finanziario esercita attualmente su tutto: sull’occupazione, la sanità, le pensioni, la terra, il cibo. È in gioco lo svuotamento totale della democrazia. Bisogna ricondurre il sistema finanziario alle sue funzioni, che pure sono importanti. Non si può semplicemente dire: «Chiudiamo le banche». Le banche sono indispensabili come pure il sistema finanziario allargato, ma questi devono essere un ausilio, un mezzo controllato dall’economia reale e soprattutto dai governi, dai cittadini, dai meccanismi della democrazia. Il sistema finanziario internazionale ha dimensioni eccessive e in esso il sistema finanziario europeo, il quale, si noti, è molto più grande di quello statunitense, sia come numero delle banche sia in termini di attivi controllati. C’è un elenco nel mio libro di venti gruppi finanziari che avevano nel 2009 attivi superiori al trilione di dollari; fra questi venti, le banche europee (con l’aggiunta di due non Ue, Ubs e Credit Suisse) sono ben 14.  Se non si riducono le dimensioni dei singoli gruppi finanziari, essi risulteranno sempre incontrollabili e saranno essi a dettare le misure di austerità, comprese le condizioni del mondo del lavoro, ai governi. Come stanno facendo.
In secondo luogo, larga parte di questo sistema è in ombra, per questo si chiama shadow banking, Qualcuno parla di regolare anche detto sistema, ma le ombre non si regolano. Occorrerebbe accorciare, ridurre o, meglio ancora, smantellare il sistema finanziario ombra.
In terzo luogo le grandi società finanziarie, le bank holding companies, sono troppo complesse. Seppure si costituisse un’autorità di regolazione europea dotata di grandi poteri e ampi mezzi, essa sarebbe comunque impotente a causa delle dimensioni e della struttura enorme di esse. Ricordo, per citare un solo dato, che quando fallì nel settembre 2008, Lehman Brothers era composta da più di 1800 entità giuridiche distinte. Anche in presenza di autorità di regolazione assai robuste, se mai esistessero, dinanzi a  simili castelli organizzativi è impossibile cercare di stabilire “chi fa che cosa”. Si può certo introdurre per legge, ad esempio, una norma che separi l’attività di depositi e prestiti delle banche dalle attività di investimento. Nondimeno se una banca continua ad avere una miriade di divisioni o di dipartimenti interni specializzati, ossia continua ad essere costituita sotto il controllo della casa madre da migliaia di entità giuridiche indipendenti, come si fa a controllare qual è l’atttività realmente svolta dall’una o dall’altra di esse? Controllare significa andare negli uffici, tirar fuori i libri, le carte, vuol dire impiegare decine di persone per settimane allo scopo di capire che cosa realmente fa una sola divisione di una grande banca. È semplicemente improponibile controllare chi fa che cosa se non si riduce la complessità del sistema.
A parte le bozze di riforma in discussione nel Parlamento europeo e nella Ce, ci sono in giro varie proposte provenienti da centri studi. Alcune assai interessanti sono state portate a Cannes da un centro tedesco specializzato in studi sullo sviluppo e l’ecologia per un’economia sostenibile. Ma è chiaro che tali proposte, lasciate a sé, non serviranno a nulla. Il problema vero è che sono i cittadini che ne dovrebbero discutere, e sarebbe bene che si cominciasse ad allargare la discussione in modo che il maggior numero capisca la reale entità del problema e cominci a chiedere una riforma radicale del sistema finanziario. È complicato, è politicamente arduo, certo. Ma per il futuro della democrazia, non soltanto del sistema economico, è assolutamente indispensabile ridurre a dimensioni ragionevoli i gruppi finanziari e con essi l’insieme del sistema finanziario internazionale. Un noto economista  americano ha detto che sarebbe indispensabile ridurre il sistema finanziario a un terzo di quello che è oggi. Forse è una misura eccessiva, ma è la direzione in cui appare necessario procedere.  In presenza  di troppi segnali attestanti che l’economia del mondo, e con essa la democrazia dei nostri paesi, sta viaggiando verso la catastrofe. Se non riusciamo a trasformare tutto quanto si è qui ricordato in istanza, in domanda politica, in un numero di deputati sufficienti per introdurre una riforma del genere, dovremo aspettarci una crisi, politica ed economica a un tempo,  ancora peggiore di quella che stiamo vivendo  adesso.
Finora non mi sono stati imputati molti errori nel libro da cui ho tratto queste considerazioni. Concludo rilevandone uno io. Il libro è stato pubblicato nel marzo del 2011. In esso prevedevo una nuova crisi finanziaria, o meglio una nuova grave fase di essa,  per il 2015. Mi sono sbagliato: è arrivata pochi mesi dopo.




Luciano Gallino
About Luciano Gallino: Luciano Gallino (1927) nel 1956 viene chiamato dall'ingegnere Adriano Olivetti a collaborare all’Ufficio Studi Relazioni Sociali costituito presso la Olivetti - struttura di ricerca aziendale inedita in quel periodo in Italia - e successivamente, dal 1960 al 1971, ricopre la carica di direttore del Servizio di Ricerche Sociologiche e di Studi sull’organizzazione (SRSSO). Dopo aver ottenuto una Libera Docenza in Sociologia nel 1964, è diventato Fellow Research Scientist del Center for Advanced Study in the Behavioral Sciences di Stanford in California. Dal novembre 1965 al 1971 è stato professore incaricato presso la Facoltà di Magistero e la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino. Successivamente, dal 1971 al 2002, è stato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione della stessa Università, nella quale attualmente è professore emerito. Tra il 1968 e il 1978 è stato direttore dell'Istituto di Sociologia di Torino, una delle prime strutture di ricerca in questo ambito disciplinare costituite nell'università italiana. Dal 1999 a fine 2002 è stato Direttore del Dipartimento di Scienze dell'Educazione e della Formazione. In tale ruolo ha promosso lo sviluppo di un Centro specializzato nello studio e nella realizzazione di corsi orientati alla "Formazione aperta/assistita in rete". Parallelamente alla sua attività di ricerca e d'insegnamento, ha ricoperto diverse e prestigiose cariche istituzionali. Dal 1979 al 1988 è stato presidente del Consiglio Italiano delle Scienze Sociali. Dal 1987 al 1992 ha rivestito la stessa carica nell'Associazione Italiana di Sociologia. È socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, dell'Accademia Europea e dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Dirige dal 1968 la rivista scientifica Quaderni di Sociologia. Ha collaborato inoltre con autorevoli quotidiani nazionali, in particolare tra il 1970 e il 1975 ha scritto su «Il Giorno», dal 1983 al 2001 ha collaborato con «La Stampa» e dal 2001 collabora con «La Repubblica». Fa parte del comitato scientifico della manifestazione "Biennale Democrazia". Dal 2007, è il responsabile scientifico del Centro on line «Storia e Cultura dell'Industria», progetto che promuove la conoscenza della storia industriale e del lavoro del Nord Ovest italiano dal 1850 a oggi, con finalità didattiche. Dal 2011 è Presidente Onorario e Presidente del Consiglio dei Saggi dell'AIS - Associazione Italiana di Sociologia. Tra i suoi ultimi libri: Globalizzazione e disuguaglianze (Laterza, 2000); Il costo umano della flessibilità (Laterza, 2001); L’impresa responsabile. Un'intervista su Adriano Olivetti (Comunità, 2001); La scomparsa dell'Italia industriale (Einaudi, 2003); Dizionario di Sociologia (UTET, 2005); L’impresa irresponsabile (Einaudi, 2005); Italia in frantumi, (Laterza, 2006); Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici (Einaudi, 2007); Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, (Laterza, 2007); Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l'economia (Einaudi, 2009); Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, (Einaudi, 2011).

mercoledì 16 agosto 2017

Per non dimenticare : Documentazione riepilogativa sul complotto del Britannia

Per non dimenticare : Documentazione riepilogativa  sul complotto del Britannia

Movisol

Su questo Panfilo si sono svolte le riunioni per la privatizzazione e svendita dei beni dello Stato Italiano
Abbiamo a cuore questo articolo di movisol , perché ci svela la storia  in anticipo sulla sua portata di molto attuale, in questo squarcio che vediamo apparire,  con il senno di poi , si  possono comprendere più pienamente gli eventi che hanno colpito e afflitto la nostra società civile , economica e finanziaria da dopo il Britannia a oggi...

Sa Defenza


Brunetta ci azzecca sul Britannia,  ma deve crescere 
Il 23 settembre 2009  nel corso della sua sfuriata al convegno del PdL di Cortina d'Ampezzo, il ministro Brunetta ad un certo punto ha interrogato il suo pubblico: "Ve lo ricordate il Britannia?". 
"Ve lo ricordate il Britannia? Se non ve lo ricordate", dice Brunetta, "ve lo ricordo io. Il Britannia è una nave, appartenuta già alla casa reale inglese, che navigò davanti alle coste italiane [...], ospitando dentro banchieri, grand commis dello Stato, esponenti vari della burocrazia... in cui si svolse un lungo seminario, durato un paio di giorni, in cui si trassero le linee della svendita delle aziende di stato italiane".
Benché imperfetta, l'evocazione di quel complotto, denunciato dall'EIR nel 1993 (vedi la documentazione riepilogativa), riapre il sipario sul secolare tentativo di Londra di "scrivere il destino" dell'Italia (come di tanti altri Paesi). 
In questa strategia imperiale, secolare e globale, trovano posto tutte le azioni che possano rivelarsi utili a ricondurre l'Italia ad uno stato di molto precedente quello del boom economico postbellico, di fatto preda del sistema imperiale della globalizzazione.


Documentazione riepilogativa  sul complotto del Britannia
articolo del 14 gennaio 1993
La strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni in Italia: il saccheggio di un'economia nazionale

Documento diffuso dall'Executive Intelligence Review e dal Movimento Solidarietà
Il 2 giugno 1992, a pochi giorni dall'assassinio del giudice Giovanni Falcone, si verificava in tutta riservatezza un altro avvenimento che avrebbe avuto conseguenze molto profonde sul futuro del Paese. Il «Britannia», lo yacht della corona inglese, gettava l'ancora presso le nostre coste con a bordo alcuni nomi illustri del mondo finanziario e bancario inglese: dai rappresentanti della BZW, la ditta di brockeraggio della Barclay's, a quelli della Baring & Co. e della S.G. Warburg. A fare gli onori di casa era la stessa regina Elisabetta II d'Inghilterra. Erano venuti per ricevere alcuni esponenti di maggior conto del mondo imprenditoriale e bancario italiano: rappresentanti dell'ENI, dell'AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell'IRI, Giovanni Bazoli dell'Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.

Si trattava di discutere i preparativi per liquidare, cedere a interessi privati multinazionali, alcuni dei patrimoni industriali e bancari più prestigiosi del nostro paese. Draghi avrebbe detto agli ospiti inglesi: "Stiamo per passare dalle parole ai fatti". Da parte loro gli inglesi hanno assicurato che la City di Londra era pronta a svolgere un ruolo, ma le dimensioni del mercato borsistico italiano sono troppo minuscole per poter assorbire le grandi somme provenienti da queste privatizzazioni. Ergo: dovete venire a Londra, dove c'è il capitale necessario.

Fu poi affidato ai mass media, ed al nuovo governo Amato, il compito di trovare gli argomenti, parlare dell'urgente necessità di privatizzare per ridurre l'enorme deficit del bilancio. Al grande pubblico, sia il governo che i mass media hanno risparmiato la semplice verità che il "primo mobile" dietro tutto il dibattito sulle privatizzazioni è costituito dalle grandi case bancarie londinesi e newyorkesi. L'obiettivo è semplicemente quello di prendere il controllo di ogni aspetto della vita economica italiana sfruttando le numerose scuse di ingovernabilità, corruzione, partitocrazia, inefficienza, ecc.

Prima di esercitarci a calcolare quante lirette il ministero del Tesoro potrebbe ottenere dalla svendita dell'ENI, dell'IRI ecc., cerchiamo di mettere in luce i presupposti filosofici dei banchieri londinesi e dei loro associati newyorkesi della Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers e dei loro sostenitori nel Fondo Monetario Internazionale, nell'OCSE e nel mondo dei mass media. Queste grandi finanziarie di New York e Londra su cui si fonda il potere anglo-americano gestiscono il gioco della liberalizzazione dei mercati internazionali. Ne scrivono e riscrivono le regole per massimizzare di volta in volta i profitti. A Bruxelles contano su sir Leon Brittan, fratello del Samuel Brittan direttore del Financial Times. Fino al gennaio 1993 Leon Brittan è stato Commissario della CEE per la Politica di Concorrenza ed è l'autore delle regole bancarie ed assicurative che hanno favorito Londra, tanto criticate sia dalla Germania che dagli altri paesi membri della CEE. Sir Leon era un esponente del governo della Thatcher quando improvvisamente, nel gennaio del 1986, si dimise per andare a Bruxelles.

Nonostante le illusioni di grandeur, Parigi è un centro finanziario che non può tener testa alla prepotenza anglo-americana, e lo stesso discorso vale per i finanzieri di Francoforte, così come quelli del Sol Levante. Pur disponendo delle maggiori istituzioni bancarie e assicurative, il Giappone non è in grado di offrire una valida resistenza alle manipolazioni finanziarie anglo-americane.

La globalizzazione e il "Big Bang" londinese


La formula che gli anglo-americani tentano oggi di spacciare ai governi di tutto il mondo, convincerli cioè a svendere i patrimoni dello stato per ottenere qualche liquido con cui far fronte al dissesto del bilancio ed al tempo stesso "promuovere la competitività", fu collaudata dalla finanza londinese alla fine del 1979, in particolare dalla N.M. Rothschild & Co., che coordinò la svendita generale per conto del governo della "Lady di Ferro".

Così un ristretto gruppo di finanzieri ha dominato per quasi 12 anni l'economia inglese. Principalmente si tratta di esponenti della Società Mont Pelerin, come i consiglieri della Tatcher Karl Brunner, sir Alan Walters, lord Harris of High Cross ed altri ancora. La Società Mont Pelerin è stata presieduta internazionalmente fino a poco tempo fa dall'economista arciliberista Milton Friedman, ascoltatissimo dal Presidente Ronald Reagan.

Friedman è l'architetto della politica economica imposta al Cile dalla dittatura di Augusto Pinochet. Essa si riduce all'idea di tenere il governo fuori da ogni intervento e lasciare che gli interessi privati facciano il bello e cattivo tempo. Friedman fece scalpore quando propose che l'eroina e gli altri stupefacenti venissero considerati alla stregua di una "merce" normale, in modo da permettere al consumatore di "scegliere liberamente" se acquistarla o meno.

Sotto la rivoluzione "liberistica" imposta dalla Thatcher sono state messe all'asta le imprese migliori dell'Inghilterra, dalla British Petroleum alle compagnie del gas e dell'acqua, fino alla industria militare Vickers. Da quando la Thatcher è stata costretta ad andarsene vengono pian piano alla luce informazioni sempre più precise di come ad arricchirsi spudoratamente in quella "privatizzazione" furono principalmente gli amici della Lady di Ferro.

D'altro canto quel "collaudo" dimostra come non sia affatto vero che l'industria, una volta privatizzata, diventi più efficiente. Dopo 13 anni di thatcherismo, quella britannica è la più arretrata tra le grandi economie europee. Negli investimenti per la Ricerca e Sviluppo del settore macchine industriali ed automobile, l'Inghilterra è stata superata anche dall'Italia. L'essenza del "liberismo" thatcheriano è dare la priorità assoluta alla finanza, a scapito dello sviluppo industriale dell'economia nazionale.

Questa degenerazione britannica toccò il fondo nell'ottobre del 1986, quando il governo decretò la completa deregolamentazione finanziaria della City di Londra, che fu chiamata il "Big Bang". Poco meno di un anno dopo, la borsa di Londra crollò insieme a tutte le altre, travolte dalla frenetica spirale di speculazioni e truffe da essa iniziata.

In Inghilterra il “problema” delle ditte di proprietà statale, come la British Leyland o la Jaguar, non era il fatto che esse fossero di proprietà dello stato, ma piuttosto che questo stato, amministrato dal governo della Thatcher, non volle impegnarsi in una oculata politica di pianificazione degli investimenti industriali, cosa caratteristica ad esempio del MITI in Giappone, perché quel governo esprimeva gli interessi dell'alta finanza e non quelli delle capacità produttive del paese. Oggi però dovrebbe essere chiaro anche ai non addetti che la deregolamentazione finanziaria londinese ha inesorabilmente portato alla rovina economica nazionale. L'Inghilterra versa nella peggiore crisi economica dagli anni Trenta, con la disoccupazione che è tornata ai livelli del 1979, quando si insediò la Thatcher. Il deficit del bilancio lievita ad un tasso annuale del 7% del PNL.

Però, contrariamente alla situazione del 1979, oggi il governo britannico non dispone più di una propria base industriale con cui mettere in moto tutta una serie di investimenti nel settore industriale.

Ma, a prescindere dal saccheggio compiuto da sir Jimmy Goldsmith, Jacob Rothschild, lord Hanson e compagnia dietro il paravento del "liberismo ad oltranza", la privatizzazione decisa della Thatcher va collocata nel contesto della strategia anglo-americana per aprire altre regioni economiche a forme molto sofisticate di saccheggio neo-coloniale, perpetrato con la "mano invisibile" tanto cara alle teorie liberistiche. Questa "mano invisibile" anglo-americana regola i meccanismi di fusioni ed acquisizioni operate da altri governi nella misura in cui questi sono così stupidi e sprovveduti da richiedere e pagare profumatamente "consulenze finanziarie" proprio a quella cricca di finanzieri.

Alla fine degli anni Settanta, quando a Londra la Thatcher cominciò lo scontro col sindacato per ridurre i salari e cominciò a svendere le imprese statali ai suoi amici, a Wall Street gente come Donald Reagan, presidente della Merrill Lynch, e Walter Wriston, capo della Citicorp, si impegnarono a lanciare una "rivoluzione finanziaria" sulla stessa falsariga che in America fu chiamata "deregolamentazione dei mercati finanziari".

Quando Ronald Reagan diventò presidente nel 1981, e prestò ascolto a Milton Friedman, la deregulation fece innumerevoli proseliti a Washington. Nei 12 anni che seguirono, fino alla sconfitta di George Bush nel novembre del 1992, Washington voltò le spalle ad una ben dosata politica di supervisione e regolamentazione governativa di attività particolarmente importanti come quella delle compagnie aree e degli autotrasporti, per non parlare dell'economia in generale. Le leggi che erano state escogitate negli anni della Grande Depressione per proteggere la proprietà di piccoli risparmiatori e azionisti furono abrogate o ignorate negli anni Ottanta per fare spazio alla "legge del Far West" che prevede la sopravvivenza del più cattivo.

Negli anni ruggenti della deregulation la filosofia negli USA era "tutto è ammesso, dillo con i soldi". Così al crimine organizzato fu permesso di reinvestire i proventi illeciti nei regolari flussi finanziari, per poterli così usare nelle scalate speculative a Wall Street condotte da gente come Mike Milken, Ivan Boesky ed altri. Grazie al proliferare delle "obbligazioni spazzatura", o altre tecniche speculative, si potevano acquisire imprese sane i cui nuovi proprietari trascuravano la politica di sviluppo a lungo termine su cui cresceva l'impresa, cercando solo di realizzare profitti a breve termine. Fu così che la TWA Airlines finì in mano a Carl Icahn, uno speculatore della banca Drexel. In questi anni Ottanta, i principali istituti finanziari di Londra e New York, come la S.G. Warburg, la Barclays, la Midland Bank, la Citicorp, la Chase Manhattan, la Goldman Sachs, la Merrill Lynch, la Salomon Bros., lanciarono la "globalizzazione dei mercati finanziari". Il presupposto di partenza era che se tutti i paesi avessero abolito i controlli sui flussi di capitali ed altri meccanismi, la nuova finanza anglo-americana avrebbe potuto accedere a nuovi, grandi spazi economici, altamente profittevoli. I grandi nomi della finanza erano alla caccia di nuovi organismi sani su cui esercitare la propria distruttiva opera parassitaria, e così sedussero molti ambienti bancari, sia europei che giapponesi, a rinunciare alla naturale diffidenza per unirsi al gioco speculativo anglo-americano e "vincere".

Uno dei sofismi utilizzati a questo proposito era quello che descriveva il sistema finanziario del paese preso di mira come "superato", "obsoleto", "non abbastanza dinamico"; insomma, da riformare per promuovere la nuova ondata di finanza creativa. Così l'intera Europa fu accusata di soffrire di "Eurosclerosi". Tutti i trucchi sono buoni per costringere le economie nazionali a sollevare le barriere protettive e permettere alla finanza anglo-americana di dilagare su ciò che essa definiva mercati "arretrati" o "provinciali" e sfruttare la maggiore scaltrezza finanziaria per saccheggiarli.

La grande speculazione e la finanza angloamericana

Il vero e proprio inizio di questa dissennata corsa alla deregulation e alla "globalizzazione" dei mercati finanziari in stile thatcheriano, a cui assistiamo attualmente in Italia, risale alla fine degli anni '60, inizio anni '70. A partire da quel periodo, le grandi banche internazionali americane, come la Chase Manhattan e la Citicorp, iniziarono a cercare nuovi impieghi del capitale che fruttassero alti profitti, in quanto gli investimenti nell'economia interna americana non erano così profittevoli come quelli all'estero. Nel 1971, decine di miliardi di dollari avevano già abbandonato gli Stati Uniti ed erano approdati in Europa. L'astuto Sir Siegmund Warburg, presidente della omonima e celebre banca britannica (la stessa a cui il ministro del Tesoro Barucci si è recentemente rivolto per stimare il valore immobiliare dell'IMI), si recò allora a Washington per convincere il Tesoro e il Dipartimento di Stato USA a far rimanere all'estero quei capitali, in modo che Londra potesse usarli per ripristinare il ruolo di "banchiere mondiale" che la City aveva svolto fino al 1914. È ironico che il primo prestito in "Eurobbligazioni" sottoscritto da Siegmund Warburg fosse quello di 15 milioni di dollari lanciato dalla Società Autostrade dell'IRI.

La vera trovata di Warburg fu però l'uso dei dollari espatriati in Europa, i cosiddetti "Eurodollari", che si rivelarono l'innovazione finanziaria più destabilizzante degli anni settanta. Il Presidente Nixon, seguendo il consiglio di George Shultz e Paul Volcker, annunciò il 15 agosto 1971 che da quel momento in poi Washington e la Federal Reserve, la banca centrale USA, si sarebbero rifiutate di riscattare in oro i dollari posseduti dalle altre banche centrali. Washington stracciò, con atto unilaterale, gli accordi di Bretton Woods del 1944 che stabilivano l'ordine monetario postbellico. Di colpo, il mondo si ritrovò ostaggio di un regime di "tassi di cambio fluttuanti" che trasformò il sistema monetario basato sul dollaro in una gigantesca arena speculativa.

Nel maggio 1973, sei mesi prima che scoppiasse la "crisi petrolifera", l'oligarchia politico-finanziaria angloamericana si riunì segretamente nella località svedese di Saltsjoebaden per discutere la fase successiva del "ricatto" esercitato per mezzo del dollaro sull'economia mondiale.

Tra gli ospiti di quel ristretto gruppo di potenti, riuniti sotto l'egida del Club Bilderberg, c'era il Presidente della FIAT Gianni Agnelli. Si discusse che bisognava persuadere l'OPEC ad aumentare il prezzo del petrolio del 400%. Dato che dal 1945 il petrolio si acquistava solo con dollari, la mossa avrebbe automaticamente quadruplicato la domanda di dollari sul mercato internazionale.

Henry Kissinger, un altro ospite della riunione segreta del Bilderberg, battezzò l'idea col nome di "riciclaggio dei petrodollari". I suoi interlocutori, come Lord Richardson della British Petroleum, Robert O. Anderson dell'americana Atlantic Ritchfield Corporation (ARCO) o lo svedese Marcus Wallenberg, non erano interessati a discutere come impedire i catastrofici effetti sull'economia mondiale derivanti da un quadruplicamento del prezzo del petrolio, ma, piuttosto, l'intera discussione in quella sperduta località della Svezia ruotò attorno all'idea di come assicurare che poche, scelte banche americane controllassero la nuova ricchezza dei "petrodollari" in mano araba. Si trattava quindi di come aumentare il potere nelle mani delle banche di Londra e New York, del cartello petrolifero e dei loro amici europei, alle spese del resto del mondo.

Negli anni '80, dopo due crisi petrolifere e l'equivalente shock della stretta creditizia pilotata da Paul Volcker alla guida della Federal Reserve (1979-1982), la deregulation finanziaria di Thatcher e Reagan creò, nel contesto di un valore "fluttuante" del dollaro e del riciclaggio di prestiti in petrodollari che rifinanziavano il deficit dei paesi del Terzo Mondo, la cornice per un nuovo riciclaggio, quello dei narco-dollari. La liberalizzazione delle transazioni finanziarie in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni è servita infatti ad aprire le porte al riciclaggio dei proventi illeciti della droga, che nel 1990 si stimava in un valore tra i 600 e i 1000 miliardi di dollari.

La Lugano connection

A questo punto occorre dedicare qualche riga alle finanziarie di Wall Street che svolgono un ruolo decisivo nella "privatizzazione" delle imprese pubbliche italiane. Sono tre le ditte impiegate all'uopo come "consulenti" del governo Amato: Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers. Lo stesso ministro dell'Industria Giuseppe Guarino, contrario a una "svendita" del patrimonio industriale raccolto nelle ex Partecipazioni Statali, sembra riporre fiducia in queste tre finanziarie, i cui dirigenti incontrò il 17 settembre scorso nel corso di un viaggio a New York.

Sono molti attualmente a ritenere la Goldman Sachs la più potente finanziaria di Wall Street, posizione conquistata almeno a partire dal 1991, quando scoppiarono gli scandali di "insider trading" che la coinvolgevano assieme alla Salomon Brothers. Il presidente della Goldman Sachs, Robert Rubin, sarà il capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del Presidente Clinton. Quel posto dovrà essere un "ufficio di guerra economica" in stile britannico, per fronteggiare quelli che l'ex capo della CIA William Webster chiamò "gli alleati politici e militari dell'America che sono i suoi rivali economici". Rubin non è il primo dirigente della Goldman Sachs che ricopre una carica nel governo americano. Prima di lui l'attuale vicepresidente, Robert Hormats, fu consigliere di Henry Kissinger al Dipartimento di Stato e un altro "senior partner", John Whitehead, fu sottosegretario di Stato con Ronald Reagan. La Goldman Sachs é uno dei più influenti manipolatori del prezzo del petrolio e del valore delle monete, che determina tramite la sussidiaria J. Aron & CO., che opera sul mercato delle merci e dei "futures". La Goldman Sachs ha rafforzato la sua presenza in Italia aprendo nel 1992 un "ufficio operativo" a Milano. Più avanti vedremo il ruolo cruciale che essa ha svolto nella crisi della lira e nella partita delle privatizzazioni.

La Salomon Brothers domina, assieme alla Goldman Sachs, il commercio di greggio mondiale. La Salomon possiede anche la svizzera Phibro (Philipp Brothers), che opera nel settore delle materie prime. Nel 1989 la Phibro fu coinvolta in un caso di riciclaggio di milioni di dollari ricavati dalla vendita di cocaina negli Stati Uniti. I soldi venivano riciclati dalla banda chiamata "La Mina", che lavorava per il cartello della coca colombiano, nella Phibro Precious Metal Certificates.

Dopo gli scandali di "insider trading" e speculazione su Buoni del Tesoro USA scoppiati nel 1991, a cui abbiamo accennato sopra, ci fu un completo rinnovo dei vertici della finanziaria. Il nuovo presidente, attuale azionista di maggioranza, è Warren Buffett, originario di Omaha, Nebraska.

Buffett, oltre ad essere amico intimo di George Bush, è anche il principale azionista del Washington Post e della rete televisiva ABC. Egli possiede vasti interessi anche nell'American Express (del cui consiglio di amministrazione fa parte Henry Kissinger) e nella Wells Fargo Bank.

Lo stesso Buffett si dice sia implicato in uno scandalo di pedofili del Nebraska che facevano capo, fino alla fine degli anni '80, al finanziere repubblicano Larry King, della banca Franklin Credit Union. Buffett era il patrocinatore e il sostenitore di King. La Warren Buffett Foundation, la fondazione intestata a suo nome, finanzia cause antidemografiche, come quelle lanciate da organizzazioni americane come Negative Population Growth, Planned Parenthood, l'Associazione per la Sterilizzazione Volontaria e il Population Council.

La Merrill Lynch è famosa per il ruolo che svolse in una sensazionale operazione di riciclaggio del denaro tra l'Italia, la costa orientale degli Stati Uniti e Lugano. Si tratta della "Pizza connection", che portò al processo in cui la famiglia mafiosa newyorchese dei Bonanno fu accusata di aver riciclato circa 3,5 miliardi di dollari fino a quando fu arrestata, nel 1984. I Bonanno avevano usato, per i loro traffici, la sede centrale di New York e gli uffici di Lugano della Merrill Lynch. L'aspetto più sconcertante del processo sulla “Pizza connection” in Svizzera e a New York è che essi ignorarono completamente la complicità dei vertici della Merrill Lynch. All'epoca del processo il ministro del Tesoro americano, responsabile per le ispezioni sul riciclaggio del denaro, era l'ex presidente della Merrill Lynch Donald Reagan. Il processo si concluse con alcune multe nei confronti di funzionari minori della sede luganese della finanziaria americana, e la storia finì lì. Come è noto, la Merrill Lynch é stata incaricata dall'IRI, il 9 ottobre scorso, di preparare la privatizzazione del Credito Italiano.

Abbiamo fin qui identificato alcuni fatti poco noti che riguardano le tre finanziarie di Wall Street chiamate a svolgere un ruolo decisivo nella valutazione e nella stessa privatizzazione delle imprese pubbliche italiane. Queste finanziarie accedono a dati di grande importanza e delicatezza che riguardano alcune delle più valide imprese europee e si posizionano in assoluto vantaggio come "consiglieri per la privatizzazione". Naturalmente, tutto secondo una rigida etica professionale e senza conflitti di interesse!

Moody's e la guerra della lira

Quasi in contemporanea con la nomina del governo Amato, l'agenzia di "rating" newyorchese Moody's annunciò, con la sorpresa di molti, che avrebbe retrocesso l'Italia in serie C dal punto di vista della credibilità finanziaria. Questo, senza che le cifre del debito italiano fossero cambiate drasticamente (la tendenza al deficit era nota almeno da due anni) e senza alcun rischio di insolvenza da parte dello stato. La giustificazione di Moody's fu che il nuovo governo non dava sufficienti garanzie di voler apportare seri tagli al bilancio dello stato. Negli ambienti finanziari internazionali, Moody's è famosa perché usa come arma "politica" la sua valutazione di rischio, tale che beneficia interessi angloamericani a svantaggio di banche rivali o, come nel caso dell'Italia, di intere nazioni. Il presidente della Moody's, John Bohn, ha ricoperto un'alta carica nel ministero del Tesoro USA sotto George Bush.

La mossa di Moody's costrinse il governo Amato ad alzare i tassi d'interesse sui BOT per non perdere gli investitori. Essa segnalò anche l'inizio di una guerra finanziaria contro la lira. Secondo fonti ben informate, i più aggressivi speculatori contro la lira, nell'attacco del luglio scorso, furono la Goldman Sachs e la S.G. Warburg di Londra. Ribadiamo che la speculazione ebbe un movente principalmente politico, non finanziario, e che, purtroppo, ebbe successo. L'Italia fu costretta ad abbandonare lo SME e il governo varò un piano di tagli e annunciate privatizzazioni per ridurre il deficit.

Ciò che Amato non ha mai detto è che la svalutazione della lira nei confronti del dollaro ha dato agli avventurieri della Goldman Sachs e delle altre finanziarie di Wall Street un grande "vantaggio". Calcolato in dollari, l'acquisto delle imprese da privatizzare è diventato, per gli acquirenti americani, circa il 30% meno costoso. Lentamente, specialmente dopo l'ultimo attacco speculativo dell'inizio dell'anno, la lira si va assestando sul valore "politico" di circa 1000 lire a marco, esattamente il valore indicato dalla Goldman Sachs nel luglio scorso come “valore reale” della moneta italiana.

Come mai questa "coincidenza"? Come mai la finanziaria newyorchese ha appena aperto un ufficio operativo in un paese che secondo i suoi criteri sprofonda nella crisi? Come mai un economista come Romano Prodi, "senior adviser" della Goldman Sachs, suggerisce di privatizzare alla grande, vendendo tutte e tre le banche d'interesse nazionale (Banca Commerciale, Credito italiano, Banca di Roma), più il San Paolo di Torino, il Monte dei Paschi di Siena e l'Ina (Convegno presso l'Assolombarda il 30 settembre 1992)?

Lo stesso Prodi, che nel passato è stato a capo dell'IRI, oggi sembra aver sposato completamente la causa neoliberista angloamericana, tanto da aver proposto, a metà novembre, che l'Europa applichi verso i paesi dell'est una politica simile a quella dell'accordo di libero scambio siglato tra Stati Uniti, Messico e Canada (NAFTA). Un tale trattato darebbe il via libera alle grandi imprese per trasferire le loro attività all'est, dove la forza lavoro costa meno (è quanto è avvenuto ai confini tra Stati Uniti e Messico). Ciò aggraverebbe la crisi all'ovest e condurrebbe, nel medio-lungo termine, ad un abbassamento della produttività anche all'est, dato che la manodopera sottopagata è anche meno qualificata.

Il governo italiano deve scartare una simile politica, così come deve abbandonare il circolo vizioso dei tassi d'interesse alti che, per difendere la moneta, alimentano lo stesso deficit che si dichiara di voler combattere. Tra il giugno e il settembre scorso, i tassi sono aumentati paurosamente, da circa l'11% al 20% prima che la lira abbandonasse lo SME. Tuttora la Banca d'Italia mantiene il tasso d'interesse al 13%. Tenuto conto che ogni punto di aumento degli interessi si traduce in 15.000 miliardi in più sul debito dello stato a breve termine, il governo italiano è stato messo alle corde dagli speculatori angloamericani (e dai loro complici italiani) aumentando la pressione per privatizzare a prezzi di svendita.

Andando avanti su questa strada, l'Italia commetterà un suicidio economico. La sola via d'uscita è l'adozione di una politica creditizia nazionale del tipo che ai tempi di Enrico Mattei si sarebbe considerata ovvia. Occorre ripristinare il controllo sui cambi, congelare una parte del debito con una moratoria di 10-15 anni (salvaguardando naturalmente gli interessi dei piccoli risparmiatori), parallelamente all'avvio di una aggressiva politica di investimenti, favorita da crediti agevolati, nelle infrastrutture moderne, in concerto con i partner europei. Per far ciò, occorre che lo stato si riappropri della piena sovranità monetaria, il che significa che per finanziare gli investimenti esso non debba bussare alla porta della Banca d'Italia, la quale ha finora, incostituzionalmente, battuto moneta a nome dello stato per poi rivendergliela a tassi "di mercato", cioè da usura. I motivi che hanno portato al "divorzio" tra il Tesoro e la Banca d'Italia, e cioè l'improduttivo finanziamento del debito, esistono, ma combattere il malgoverno non significa eliminare il governo. Perciò occorre porre fine al "divorzio" tra Bankitalia e Tesoro.

Una efficace repressione dell'attività di riciclaggio del denaro da parte della mafia, compreso quello investito nei BOT, accompagnata da un astuto cambio della moneta (la famosa “lira pesante”), darebbe alle istituzioni dello stato una posizione di forza e la credibilità e la fiducia popolare. L'alternativa è il caos e la guerra civile.


sabato 25 aprile 2020

Lo stupido piano dei 5 Stelle che ucciderà l'Italia

Lo stupido piano dei 5 Stelle che ucciderà l'Italia

Chris Barlati
Sa Defenza

Premettendo che l'Italia è morta, pubblico la seguente analisi

Il problema della politica, e lo sappiamo, non sono i politici i quali quasi sempre non coincidono con il potere che rappresentano. Il vero problema della politica in Italia è l'assenza di quest'ultima da una trentina d'anni a questa parte. 


Tutti i governi che si sono succeduti da Mani Pulite ad oggi hanno agito favorendo interessi geopolitici ed economici stranieri. E l'ultimo atto di tale meschino compito è andato in scena grazie ai 5 Stelle.

Il partito fascista 2.0

Ricordo di una cena a Napoli, ove conobbi i dissidenti dell'allora gruppo 5 Stelle Campania guidato da Fico, che denunciavano l'incompetenza e la mediocrità del leader defininendolo, pressappoco, e non a torto, un idiota e un burattino.
All'epoca ero un po' critico nei confronti dei dissidenti e vedevo con accesa curiosità il Movimento di Grillo, nonostante la figura di Casaleggio, promoter di personaggi come Di Pietro e De Magistris.

Sempre in quegli anni, si diceva che lo stesso Beppe Grillo fosse stato avvicinato, un giorno, da un signore con accento siciliano. che gli avrebbe fatto certe raccomandazioni un po', per così dire, ''speciali'': ''può succedere qualcosa ai vostri figli signor Beppe, stia attento''.
Grillino o non grillino, poco importa. Quello che premeva conoscere era il contenuto delle denunce dei dissidenti: ''Vengono messe persone incapaci e mediocri nei posti nevralgici. Abbiamo tentato, politicamente parlando, anche di dialogare con il Pd ed altre forze partitiche in Campania, ma ci hanno espulso. Abbiamo fatto ricorso ed abbiamo vinto e questo dimostra che il Movimento 5 Stelle è destinato a diventare un partito fascista 2.0 poiché guidato da gente che non fa altro che eseguire ordini dall'alto, togliendo voci alle correnti''.


Parole dure all'epoca, ma che oggi appaiono non tanto distanti dalla realtà.
Con il tempo incontrai altri personaggi, anche Aldo Giannuli, che mi diede l'idea per la mia tesi di laurea, e che ringrazio. Persona molto simpatica, mi parlò anche dei 5 Stelle, di cui era consulente.
Giannuli, come tutti quelli dotati di lucidità, come anni addietro i dissidenti, conobbe l'allontanamento dal partito, ma volontario: ''Il Movimento si è ammalato di governismo, esattamente come il Pci(...). Oggi, nel movimento vige un regolamento che nessuno ha mai approvato e che dà pieni poteri al capo politico, sino al punto di dargli la possibilità di nominare i capigruppo parlamentari non più eletti (cosa che non ha precedenti nella storia del parlamento repubblicano).''
Ed aveva ragione.

Avremmo dovuto saperlo

Cosa voglio dire con questo? Gli ex grillini della prima ora ci avevano avvisato. E non tanto per la componente genetica del partito, ma per la presenza di innumerevoli personaggi manipolabili e condizionabili a piacimento.

Le testimonianze che raccolsi misero in luce i teatrini che si nascondevano dietro quel Movimento di facciata, e che vi riassumo qui di seguito:
  • Di Battista era il capopolo, il più amato dalla massa. Un po' ''ardito'' in certe affermazioni, ma in fondo un ragazzo di impulso sincero(disse che con il terrorismo si doveva trattare, ma il terrorismo jihadista si combatte. Non si media con i taglia testa, non sono i brigatisti).
  • Di Maio è sempre stato la ''pecora nera''. In tutti i movimenti viene sempre ''pompato'' il tizio più incline al complesso napoleonico e di solito anche il più cretino. Il pomiglianese, acquisendo spazio e notorietà all'interno del Movimento, con una certa dose di protezione da parte di Casaleggio, iniziò a corteggiare le cosiddette lobby, pensando di poter entrare a ben merito nei circoli illuminati dell'alta finanza. Ma quest'ultimi iniziarono a prenderlo inesorabilmente per il culo, data la sua poca cultura e la sua scarsa abilità politica.
    Internamente, i rapporti tra Di Maio e Di Battista erano pessimi, e il pomiglianese aspirava a sostituire Grillo. Lo stesso Grillo infatti soleva prenderlo in giro: ''ha tutti i vestiti uguali, tutto puntiglioso, è svizzero!''.
  • Grillo era Grillo grazie anche a Casaleggio, ritenuto un genio nel suo lavoro e che gli scriveva i comizi.
  • La piattaforma Rousseau per le votazioni online era ed è una patacca poiché, vada che sia veritiero e sincero il funzionamento della selezione interna, la scelta del leader è pari merito accomunabile ad una votazione delle primarie, ovvero un contatta Tizio e Caio il giorno prima del voto, pagalo e dagli il c***o che vuole, e vediamo se ne usciamo vincitori.
Per quanto riguarda la preparazione individuale, i 5 Stelle sono simili ai colleghi di Forza Italia e del Partito Democratico: ignoranti come dei muli. L'unica differenza è che un ignorante in Parlamento, dopo un po', può imparare. Un criminale, per quanto bravo in politica, non può e non agirà mai per l'interesse dello stato. PD e Forza Italia si sono dimostrati partiti criminali. II Movimento 5 stelle al tempo ancora no. Questa è stata la ragione per la quale i 5 Stelle avrebbero potuto cambiare in meglio l'Italia. Ma qualcosa si è messo di traverso.

Massoneria e populismo: il partito perfetto

Dei legami di Casaleggio con la massoneria e l'esoterismo, è risaputo. Quello che non è risaputo è se Grillo lo sapesse oppure no, insieme ai puristi del Movimento, quali Di Battista, Taverna, Morra che hanno scelto la strada del silenzio(paura o interesse?).
Ugual che Syriza del distruggi stati Tsipras, il partito anti casta si è trasformata nella mano della finanza, probabilmente perché creato dalla finanza stessa o infiltrato fino alla sua totale conversione.
Di Syriza lo si intuiva poiché, allo stesso modo che la Lega di Salvini, un partito che alterna uscita dall'euro e linea flessibile significa che in realtà dall'euro non ci vuole affatto uscire, ma che vuole governare solo ed esclusivamente per i propri interessi personali. Per i 5 Stelle, Grillo parlava liberamente di signoraggio e della necessità, come per il Giappone, di essere sovrani della propria moneta. Ma con il tempo più nulla. Vuoi per la minaccia ai figli, vuoi per Casaleggio che formava i piccoli Di Maio ignoranti e assetati di potere, la vocazione nazionalista e ''partigiana'' degli ''amici di Beppe Grillo'' si perse a favore di una linea debole e servilista di certe dinamiche eurocentriche e natocentriche.

I 5 Stelle puntano alla ''mafia'' di Stato

L'ho ripetuto un'infinità di volte: i 5 stelle da quattro anni puntano ad entrare nei circoli decisionali italiani, che non è l'alta finanza o l'imprenditoria di stato, ma quel conglomerato che, anni addietro, veniva definito ''Falange Armata'', e che ora il giudice Carlo Palermo definirebbe con il nome ''La Bestia''. Tale centro di potere è composto da:
Finanza detta di ''sinistra'', editoria legata all'ala De Benedetti, servizi deviati, magistratura massonica e organizzazioni criminali(gli ultimi processi ''Ndrangheta stragista'' e ''Gotha'' stanno disvelando questo intreccio).

L'ala militare di quest'apparato è quella che, dopo l'uccisione di Falcone e Borsellino, si metabolizzò in un unico organo d'intelligence militare, somma di criminalità organizzata(mix tra Cosa Nostra e 'Ndrangheta) ed apparati ultra atlantici.

Perché mai i governi dagli anni successivi le stragi non hanno mai confiscato i beni sequestrati o lottato veramente contro il traffico di droga, armi o inasprito concretamente le misure antimafia? Perché mai adesso i 5 Stelle stanno liberando i carcerati al 41 bis, arrivando là dove nemmeno Berlusconi, proiezione di dell'Utri, garante di Cosa Nostra, si è dovuto fermare? Quando si corteggiano certe forze e si fanno certi favori, è solo per farsi nuovi amici. Una nuova trattativa, insomma.

5 Stelle e Servizi, storia di un vecchio amore

Della corte che i 5 Stelle hanno fatto e continuano a fare ai servizi, quelli deviati ovvio, ho scritto qualche articolo su Sa Defenza, che varrebbe la pena leggere. Vi riassumo quanto in passato esplicato:
Una volta al governo, i pentastellati cercano di posizionare i propri uomini nei punti chiavi dello spionaggio. La posta in gioco è di quelle grosse, ma i leghisti sono più abili e fregano i 5 Stelle. Il PD, il partito della finanza, favorevole alla morte dei bimbi in Grecia per mancanza di assistenza sanitaria e per fame, conta sull'editoria del massone De Benedetti e sui servizi d'intelligence francesi e tedeschi(che si stanno comprando l'Italia), nonché sugli appoggi dello stato terrorista di Israele(ricordiamo che il braccio destro di Renzi, Marco Carrai, e lo stesso Renzi, appartengono a quella sfera lì).
Il tutto però non basta perché la Germania, la Merkel, e i centri di poteri europeisti non confidano nel Partito a cinque punte. E per quale motivo?

La strategia della mignotta

Diceva Mussolini che l'Italia è una meretrice che va con l'uomo vincente. E i 5 Stelle l'hanno capito.
Da un lato abbiamo il Mes, il provvedimento ammazza stati, che strangola le economie riducendo in povertà le popolazioni per arricchere pochi centri di potere occulto(francesi e tedeschi per la maggiore).
Dall'altro abbiamo il 5G, arma di spionaggio militare e condizionamento geopolitico, come affermato implicitamente dalla stesso presidente di Huawei, senza contare la nuova rotta della Seta.

Perché vendersi tra una sperimentazione vaccinale, una recessione e l'installazione di una rete nociva per la salute? Perché svendersi ai due blocchi economici concorrenti a discapito della pelle dei propri concittadini?

Risposta n.1: Rocco Casalino, della scuola di giornalismo di Emilio Fede, è un idiota, e Conte è un quaquaraqua che esegue gli ordini di Di Maio. Il duo, o trio, Conte, Casalino, Di Maio, inebriati dal complesso di Napoleone, sulla scia del padre(politico) di Conte(Berlusconi), ha deciso di regalare il Bel Paese ai potere forti in cambio di visibilità e di una tessera massonica bordata e autografata da qualche membro della famiglia Clinton(cosa che capita spesso nei paesi dell'America Latina).



Risposta n.2: Tenendo in conto l'attuale e presente sfiducia dei vertici europei nei confronti dell'Italia, nonostante la politica servilista e meschina adottata dal governo Pd-5Stelle, i nostri leader tenterebbero di integrare l'Italia nei meccanismi euro-asiatici internazionali, in modo da convertirla in un ingaggio essenziale, così da poter rivendicare, in un futuro prossimo venturo, pretese di portata internazionale, permettendosi di ''ricattare'' le piramidi finanziarie, ovvero quegli ''idioti degli illuminati'', di cui ha spesso e volentieri ha parlato Giulio Tremonti in numerose trasmissioni televisive.

In questo quadro strategico, il mandar a casa i mafiosi al 41 bis rientrerebbe nella strategia del ''farsi amico'' quel potere militare deviato che fattura ben 140 mld di euro l'anno, passato alla storia con il nome di ''mafia s.p.a.'', e che potrebbe ritornare utile come alleato se le cose iniziassero a mettersi male.

Conclusioni. Quali delle due?

Sia l'una che l'altra ipotesi hanno un fondamento: o, come Tsipras, si fa di tutto per vendere l'Italia allo straniero(Prodi, Monti, Letta, Renzi: tutti agenti al servizio delle potenze straniere), o si sacrifica oggi per ripescare qualcosa domani(anche se questa appare alquanto remota come possibilità).

Dal punto di vista strategico, solo l'impiego massiccio di militari fedeli alla causa e di ''falangisti'' al soldo dello stato, con un'occupazione delle basi U.S.A. e Nato, ed il sequestro degli armamenti nucleari, potrebbe in qualche modo rovesciare gli equilibri. Si potrebbe ricattare l'America e l'Europa con la divulgazione dei segreti di Stati o con la nazionalizzazione del debito pubblico, ma tutto questo, nel paese dove ha vinto lo straniero, non è possibile. E non credo nemmeno che i 5 Stelle avrebbero le palle di farlo. Oramai siamo in guerra, e noi l'abbiamo persa prima di iniziare.

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https://sadefenza.blogspot.com/2020/04/lo-stupido-piano-dei-5-stelle-che.html

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