UMBERTO PASCALI
MAR 28, 2026
### L’ultimo affondo di Tucker Carlson contro Netanyahu: un campanello d’allarme per l’America
Il **27 marzo 2026** Tucker Carlson, uno dei commentatori più seguiti e influenti degli Stati Uniti, ha dedicato un intero episodio del suo show a **Benjamin Netanyahu**. Il titolo è esplicito: *Leaked Police Interrogation Footage of Netanyahu, and How He Cowers Behind War to Keep Power* (“Filmati segreti degli interrogatori della polizia su Netanyahu e come si nasconde dietro la guerra per mantenere il potere”).
Nell’episodio, Carlson intervista il regista premio Oscar **Alex Gibney**, che ha avuto accesso a oltre **1.000 ore** di video riservati degli interrogatori della polizia israeliana a Netanyahu, alla moglie Sara, al figlio Yair e ad altri personaggi vicini al premier. Questi filmati, al centro del documentario **The Bibi Files** (disponibile in streaming sulla piattaforma di Tucker), rivelano accuse di corruzione sistematica: regali di lusso, sigari cubani costosissimi, gioielli, favori in cambio di copertura mediatica positiva e codici segreti per le tangenti. Il documentario è stato **vietato in Israele**, segno evidente di quanto sia scomodo per il governo Netanyahu.
Ma il vero cuore dell’intervista non è solo il denaro. Tucker e Gibney sostengono che Netanyahu abbia trasformato la guerra permanente – prima a Gaza, poi con l’Iran – in uno strumento per sfuggire ai processi e restare al potere. Finché c’è un’emergenza nazionale, Bibi rimane “il leader in tempo di guerra”: i tribunali rallentano, l’opinione pubblica si compatta e gli avversari interni tacciono.
https://www.youtube.com/watch?v=DTcfedTY0DA
(Intervista completa di Tucker Carlson con Alex Gibney del 27 marzo 2026)
Per vedere il documentario completo *The Bibi Files*:
https://tuckercarlson.com/thebibifiles
(o direttamente https://tuckercarlson.com/watchthebibifiles)
Pochi giorni prima, il **23 marzo 2026**, Tucker aveva già ospitato **Avraham Burg**, ex speaker della Knesset e presidente ad interim di Israele, che ha criticato duramente Netanyahu definendo la sua strategia “non può mai fermarsi, solo uccidere”.
https://www.youtube.com/watch?v=myVfnpKtauU
In questi stessi giorni anche **Donald Trump** ha puntato i riflettori su Netanyahu. Il presidente americano ha mostrato segni di irritazione verso le scelte di Gerusalemme, criticando pubblicamente alcuni insediamenti e prendendo le distanze da un’escalation troppo rapida con l’Iran. Non è più il rapporto di ferro di una volta: Trump appare sempre più orientato a mettere gli interessi americani al primo posto e a frenare chi, da fuori, sembra voler trascinare Washington in conflitti senza fine.
Data l’enorme popolarità di Tucker Carlson tra i conservatori e gli indipendenti americani, questo tipo di narrazione ha un peso notevole. Quando un opinion leader con milioni di spettatori dice chiaramente che Netanyahu sta usando la guerra come assicurazione sulla poltrona e che sta trascinando gli Stati Uniti in nuovi rischi, il messaggio arriva a un pubblico vasto. Il rigetto verso la “voglia di guerra e caos” di Bibi non è più solo una voce di minoranza: sta diventando un sentimento diffuso anche nel conservatorismo americano, stanco di aiuti miliardari e di avventure militari infinite.
### Le radici storiche del sionismo politico
Tucker, nel suo stile diretto, collega il presente alle origini. Il sionismo politico moderno non nasce dal nulla: affonda le radici nel sostegno britannico del primo Novecento. Fu la **famiglia Rothschild**, in particolare **Walter Lionel Rothschild** (2° barone Rothschild), a ricevere la storica **Dichiarazione Balfour** del 2 novembre 1917. In quella lettera, il ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour prometteva al popolo ebraico una “casa nazionale” in Palestina, all’epoca sotto controllo ottomano e poi mandato britannico. Londra vedeva nel sionismo uno strumento geopolitico utile per controllare il Medio Oriente dopo la Prima Guerra Mondiale.
https://www.rothschildarchive.org/family/family_interests/walter_rothschild_and_the_balfour_declaration
Quel filo britannico si è poi intrecciato con l’influenza americana. Negli anni Novanta i **neoconservatori** statunitensi, con **Richard Perle** in testa, prepararono per Netanyahu il documento *A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm* (1996). Si trattava di una vera e propria strategia che consigliava a Israele di rompere gli accordi di Oslo, colpire duramente i vicini (Siria, Iraq, Iran) e puntare a un’egemonia regionale sostenuta dagli Stati Uniti. Molti di quei neocons hanno poi influenzato la politica estera americana sotto Bush e oltre.
Il documento originale è consultabile qui:
https://www.dougfeith.com/docs/Clean_Break.pdf
Oggi quel lungo ciclo – nato a Londra con il sostegno Rothschild e proseguito con i neocons a Washington – sembra avvicinarsi alla fine. Le rivelazioni di *The Bibi Files*, le interviste di Tucker, le crepe nel rapporto Trump-Netanyahu e la crescente stanchezza dell’opinione pubblica americana per le guerre senza fine indicano un cambiamento profondo.
Non si tratta di essere contro Israele come Stato, ma contro un modello di potere basato sulla corruzione, sulla guerra permanente e sull’idea che gli interessi di un leader straniero debbano prevalere su quelli degli Stati Uniti. Tucker Carlson, con il suo approccio documentato e senza filtri, ha acceso un faro potente. E l’America, in questo momento, sta guardando con attenzione.
L’ultimo attacco di Tucker Carlson a Netanyahu: un segnale di svolta in America
Siamo al 27 marzo 2026. Tucker Carlson, uno dei volti più influenti e seguiti dal pubblico americano, dedica un intero episodio del suo show a Benjamin Netanyahu, il premier israeliano da tempo più longevo. Titolo: *Leaked Police Interrogation Footage of Netanyahu, and How He Cowers Behind War to Keep Power* (Filmati segreti degli interrogatori della polizia su Netanyahu e come si nasconde dietro la guerra per restare al potere). In poco più di mezz’ora, Carlson intervista il regista premio Oscar **Alex Gibney**, che ha ricevuto oltre **1.000 ore di video segreti** degli interrogatori della polizia israeliana a Netanyahu, alla moglie Sara, al figlio Yair e a una rete di personaggi vicini. Il documentario completo, *The Bibi Files*, è già disponibile sulla piattaforma di Tucker e – dettaglio non secondario – è stato **vietato in Israele**.<grok:render card_id="ffd966" card_type="citation_card" type="render_inline_citation"><argument name="citation_id">2</argument></grok:render>
In queste immagini mai viste prima emergono accuse precise di corruzione sistematica: regali di lusso (sigari cubani costosissimi, gioielli, viaggi), codici segreti per le tangenti (“foglie verdi”, “rose”), favori in cambio di copertura mediatica e una famiglia che, secondo i documenti, tratta lo Stato come una sorta di cassa personale. Ma il cuore dell’intervista non è solo il denaro sporco. Gibney e Carlson mostrano come Netanyahu abbia trasformato la guerra permanente – da Gaza all’Iran – in uno scudo per sfuggire ai processi e rimanere al potere. Finché c’è emergenza, Bibi è “il leader in tempo di guerra”: i tribunali si fermano, l’opinione pubblica si compatta, i nemici interni tacciono.<grok:render card_id="e1c23e" card_type="citation_card" type="render_inline_citation"><argument name="citation_id">7</argument></grok:render>
Proprio in questi giorni, anche **Donald Trump** sta puntando i riflettori su Netanyahu. Non più il “grande amico” di una volta: Trump ha criticato pubblicamente gli insediamenti, ha preso le distanze su alcune scelte militari in Iran e ha mostrato irritazione per chi, da Gerusalemme, sembra voler trascinare gli Stati Uniti in conflitti sempre più ampi. Le divergenze, piccole ma visibili, sono finite sui titoli dei giornali: Trump dice “hold back” sugli insediamenti, scolda Netanyahu su certi attacchi e appare meno allineato di un tempo.<grok:render card_id="e61452" card_type="citation_card" type="render_inline_citation"><argument name="citation_id">42</argument></grok:render>
E qui entra in gioco l’effetto Tucker. Con milioni di follower, un pubblico fedele tra i repubblicani e gli indipendenti, e una capacità unica di dettare l’agenda conservatrice, Carlson non parla a una nicchia: parla all’America che è stanca di guerre infinite, di aiuti da miliardi di dollari e di leader stranieri che sembrano dettare la politica di Washington. Quando Tucker definisce Netanyahu come colui che “ci ha trascinato in un’altra guerra”, e lo fa con prove documentali in mano, quel messaggio rimbalza su YouTube, X, podcast e tavole da pranzo di milioni di famiglie americane. Il rigetto verso la “voglia di guerra e caos” di Bibi diventa mainstream. Non è più solo critica di sinistra: è critica patriottica americana.
Ma la narrazione di Carlson va oltre il presente e tocca le radici storiche. Israele e il sionismo politico moderno non nascono nel vuoto. Affondano le loro origini nel sostegno britannico di inizio Novecento, in particolare nella **famiglia Rothschild** e nella **Dichiarazione Balfour** del 1917. Fu Lord Walter Lionel Rothschild a ricevere la lettera storica del ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour, che prometteva una “casa nazionale per il popolo ebraico” in Palestina. Londra, potenza coloniale, vedeva nel sionismo uno strumento geopolitico utile per controllare il Medio Oriente dopo la caduta dell’Impero Ottomano.
Quel filo britannico-londinese si è poi intrecciato con l’influenza americana del dopoguerra. Negli anni Novanta, i **neoconservatori** statunitensi – con Richard Perle in testa – hanno redatto il famoso documento *A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm* (1996), una sorta di manuale per Israele che consigliava di rompere gli accordi di Oslo, colpire duramente i vicini (Siria, Iraq, Iran) e puntare su un’egemonia regionale sostenuta dagli Stati Uniti. Molti di quegli stessi neocons hanno poi influenzato la politica estera americana sotto Bush e oltre, trasformando il sostegno a Israele in un pilastro quasi intoccabile della strategia USA.
Oggi, però, quel ciclo sembra arrivare al capolinea. Le rivelazioni di *The Bibi Files*, l’intervista di Tucker, le crepe nel rapporto Trump-Netanyahu e la stanchezza crescente dell’opinione pubblica americana per le avventure militari infinite segnano un cambiamento epocale. Non è anti-Israele: è anti-Netanyahu, anti-corruzione, anti-guerra-permanente. È l’idea che gli interessi americani debbano venire prima di tutto, e che nessun leader straniero – nemmeno il più abile nel giocare la carta dell’emergenza – possa più dettare l’agenda di Washington senza conseguenze.
Tucker Carlson, con il suo stile diretto e documentato, ha acceso un faro potente. E l’America, in questo momento, sta guardando. Il pubblico che lo segue da anni capisce il messaggio: basta con il caos esportato, basta con i leader che usano la guerra come assicurazione sulla poltrona. Il rigetto verso Netanyahu e il suo modello di potere sta crescendo, e non solo tra i soliti critici: sta diventando senso comune conservatore. Il ciclo iniziato a Londra un secolo fa, alimentato dai neocons a Washington, sta mostrando la sua fine. E *The Bibi Files* potrebbe essere uno dei documenti che la segnano.

Nessun commento:
Posta un commento