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mercoledì 30 settembre 2020

Il Mes anticamera per l’arrivo di Troika e misure correttive. Ma la sinistra mente

Giuseppe Liturri

La Verità


Paolo Gentiloni (Ansa)
Il Pd preme, eppure 17 Paesi hanno chiesto i soldi del Sure e nessuno quelli del Meccanismo di stabilità. Che non conviene.

L'avanzata del fronte favorevole al Mes è impetuosa e, se i soldati semplici, come Nicola Zingaretti o Stefano Bonaccini, fanno posto agli alti ufficiali con le stellette e la greca, in persona del Commissario Ue Paolo Gentiloni e del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, allora significa che la lettera di richiesta è ormai sul tavolo del ministro Roberto Gualtieri. Con l'essenziale differenza che Visco entra in una disputa che, per il prestigio e l'indipendenza dell'istituzione che guida, avrebbe fatto meglio ad evitare, come ha fatto il suo omologo olandese Klaas Knot.

Ieri Gentiloni ha sostenuto che «il lavoro fatto a Bruxelles sul Mes è stato togliere le condizionalità», ha rimarcato, come ci saremmo attesi avesse detto Visco, che «spetta ai singoli Governi decidere se ricorrere o meno alla linea di credito antipandemica del Mes» ed ha concluso che «certamente l'Italia è tra i Paesi che possono avere un vantaggio maggiore rispetto ad altri visti i nostri tassi di interesse».

Il giorno prima il governatore aveva dichiarato che «dal punto di vista economico il Mes dà solo vantaggi […] la Troika non c'è, non esiste».

Si può e si deve dissentire da queste approssimazioni e inesattezze su un tema di cui si discute stranamente solo in Italia.

1 Il Mes finanzia solo spese sanitarie direttamente ed indirettamente connesse al Covid. Quindi non c'è spazio per chi si illude di finanziarci qualsiasi altro capitolo, peraltro preponderante, della spesa sanitaria in Italia. La dotazione annua del Fondo sanitario nazionale (Fsn) è di circa 116 miliardi. Basta avere un minimo senso delle proporzioni tra tutte le altre patologie purtroppo esistenti ed il Covid, per rendersi conto che non potremmo mai giustificare spese per 36 miliardi connesse al Covid. Non a caso, il governo ha stanziato complessivamente 4,6 miliardi nei decreti Cura Italia e Rilancio. Solo quelli potremmo eventualmente rendicontare al Mes e chi lo invoca, colto da amore improvviso per la nostra sanità, deve avere ammettere che, per poter sfruttare quel prestito, serve una nuova legge di spesa. Purtroppo però sono gli stessi campioni dei piani di rientro che hanno danneggiato la nostra sanità in passato. Il fatto che il prestito del Sure sia stato molto richiesto è una conferma indiretta della tossicità del Mes: come mai sono accorsi ben 17 Paesi (l'Italia dovrebbe indebitarsi per 27 miliardi per spese già comprese nel deficit) e nessuno ha chiesto il Mes?

2 Il prestito del Mes sarà erogato in quote mensili non superiori al 15% del totale quindi, nella migliore delle ipotesi, ci vorranno almeno 7 mesi per ricevere l'intera somma.

3 Il tema della convenienza economica, dato dalla presunta differenza tra tasso del Btp a 10 anni e il probabile tasso di interesse del Mes intorno allo 0/0,10%, è fondato su una sottrazione senza senso, perché paragona tassi di strumenti finanziari non omogenei per condizioni, durata e garanzie.

a. Non c'è omogeneità di condizioni. Il Mes prevede uno specifico vincolo di destinazione alle spese connesse al Covid-19. Inoltre prevede, cosa ancora più grave, l'obbligatorio assoggettamento a misure di sorveglianza rafforzata (fino alla completa erogazione) e sorveglianza post-programma (fino al rimborso almeno del 75% del prestito), così come spiegato in seguito.

b. Non c'è omogeneità di garanzie. Il Mes, per trattato istitutivo è creditore privilegiato, mentre tutti gli altri creditori dello Stato hanno pari trattamento. Sia Gentiloni che Gualtieri hanno glissato di fronte alla domanda volta a conoscere l'ipotetico tasso di un prestito assistito dallo status di creditore privilegiato. Sul mercato si fanno ipotesi di un tasso intorno allo 0,10%. Ecco volatilizzati i presunti miliardi di risparmio. In alternativa, Gualtieri avrebbe il coraggio di chiedere il prestito al Mes, specificando che non si applica lo status di creditore privilegiato? Davvero improbabile che gli applichino ancora un tasso intorno allo zero.

c. Non c'è omogeneità di durata. Il tasso del Mes è variabile e dipende dal costo di raccolta nel momento in cui si finanzieranno emettendo obbligazioni, quindi non è comparabile col tasso del Btp decennale. E allora perché farsi intermediare dalle scelte del Mes, quando abbiamo la possibilità di andare autonomamente sui mercati? Se il Tesoro italiano ritenesse più opportuno finanziarsi con un Bot a 12 mesi (oggi al -0,22%), correndo i relativi rischi di tasso e liquidità (peraltro oggi abbastanza trascurabili) rispetto ad un Btp? Fare una differenza oggi tra il tasso del Btp e il tasso del Mes e proiettarlo per 10 anni per calcolare il risparmio di interessi, è un esercizio senza senso che restituisce un risultato diverso ogni giorno. E se il tasso Btp 10A, come probabile dati gli ingenti acquisti della Bce, scendesse intorno allo 0%, dove finirebbero i fantastiliardi di risparmi?

d. Gli acquisti della Bce in corso e programmati, fino a metà 2021 con il programma Pepp e fino al momento in cui saranno rialzati i tassi con il programma App, sono ingenti. Nel periodo marzo/luglio le emissioni nette del Mef sono state pari a 108 miliardi, mentre gli acquisti netti della Bce sono stati pari a 109 miliardi. Ciò significa che tutto il maggior fabbisogno del Tesoro è stato assorbito dalla Bce che continuerà a farlo al ritmo di 25 miliardi al mese. Almeno da maggio, sul mercato c'è un'offerta insufficiente di titoli italiani, con conseguente rialzo dei prezzi e discesa dei tassi. Il Tesoro francese l'ha capito e proprio ieri ha annunciato emissioni record anche per il 2021. Il punto decisivo è che il costo di quei 109 miliardi (sono 500 dal 2015) di titoli acquistati da Bce/Bankitalia è pari sostanzialmente a zero. Infatti quegli interessi torneranno da Banca d'Italia al Tesoro sotto forma di dividendi del bilancio 2020. In definitiva, il costo marginale del debito italiano acquistato da Bce è zero e lo sarà a lungo, finché continueranno i rinnovi. E continueranno, altrimenti si dissolverà l'eurozona. Queste cose Visco le sa, ma le dimentica.

4 Il Mes è l'anticamera della Troika e di misure macroeconomiche correttive. Infatti, la lettera di Gentiloni e Valdis Dombrovkis del 7 maggio ha natura di mero impegno politico e nessun valore giuridico. Gentiloni sa bene che con essa egli promette unilateralmente di disapplicare alcuni articoli del regolamento 472/2013 che disciplinano la sorveglianza rafforzata e post-programma. Tale missiva, non a caso, ha solo dato luogo alla modifica di un regolamento delegato (877/2013) e nessuna modifica è stata invece apportata al Regolamento 472/2013. Perché hanno ritenuto di modificare con un atto legislativo un aspetto tutto sommato residuale come una tabellina per il report delle spese e hanno lasciato immutato il 472/2013? Forse perché la Commissione intendeva lasciarlo esattamente così com'è? Con la minaccia di misure correttive ben in vista nell'articolo 14(4)?

Comprendiamo le motivazioni politiche connesse alla forte tentazione di maramaldeggiare su un M5s in difficoltà, ma Gentiloni ha delle responsabilità e dovrebbe sapere che gli italiani non sono dei creduloni. O almeno vorremmo sperarlo.


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giovedì 10 settembre 2020

IL COMMISSARIO ARCURI VOLEVA DARE 45 MILIONI A UN'AZIENDA CON UN SOLO DIPENDENTE

IL COMMISSARIO ARCURI VOLEVA DARE 45 MILIONI A UN'AZIENDA CON UN SOLO DIPENDENTE 

Giacomo Amadori
Alessandro Rico

La Verità
SA DEFENZA 

Domenico Arcuri (Ansa)

Il proprietario e unico impiegato della Nexus a marzo è entrato in cassa integrazione. Ora è irreperibile, come il fratello elettricista.

Piange miseria la Nexus made Srl, la ditta di Ostia cui il commissario straordinario, Domenico Arcuri, era pronto a versare 45 milioni di euro per 180.000 banchi. Nel suo bilancio, la società dichiara che nel 2020 subirà, causa Covid, «una sensibile contrazione del fatturato». Ciò l'ha costretta a «contenere il più possibile tutti i costi» e a fare «ricorso agli ammortizzatori sociali per i dipendenti», oltre ai «finanziamenti agevolati» previsti dal decreto Liquidità. D'altronde, l'azienda si occupa di organizzazione eventi. E così, a marzo, ha messo in cassa integrazione quello che, nel bilancio 2019, risultava essere il suo unico dipendente, nonché suo proprietario e socio principale (aveva corrisposto 3.900 dei 4.000 euro del capitale registrati nell'ultima visura): Fabio Aubry, nato a Roma nel 1964 e, fino al 2019, rappresentante legale della Nexus sistemi Srl di Pomezia, ora in liquidazione. L'uomo è stato anche deferito all'autorità giudiziaria, nel 2013, per insolvenza fraudolenta. Abbiamo provato a contattarlo telefonicamente e via sms per un chiarimento, ma Aubry non ha risposto. Suo fratello Franco (pure lui irreperibile), amministratore unico della Nexus made Srl (quella che doveva consegnare i banchi), è dipendente presso un'altra ditta, la Sater4show di Casal Lumbroso.

Sì, il Franco Aubry, che su Facebook dichiara di lavorare alla Sater come elettricista, è lo stesso Franco Aubry, nato a Marino nel 1973, amministratore di Nexus. Ce lo confermano due soci della Sater, Cristian e Luigi Santini. Quest'ultimo, che riferisce di essere «amico di Fabio Aubry da trent'anni», appare esterrefatto quando gli raccontiamo dell'appalto per 180.000 banchi e del contratto risolto dopo la nostra inchiesta: «Me coj…», commenta in romanesco. «Quarantacinque mijoni? Fabio se sarà sbajato, avrà letto 4,5…».

Non c'è che dire: sul tavolo della struttura commissariale di Arcuri era finita un'azienda dalle credenziali impeccabili. E pensare che il contratto per la fornitura di arredi scolastici, la Nexus l'aveva ottenuto: «Ah, hanno pure vinto il bando?», chiosa ironico Luigi Santini. Già: un'impresa che certifica di navigare in cattive acque per via del coronavirus, il cui socio principale e unico dipendente, denunciato nel 2013 per insolvenza fraudolenta, è entrato in cassa integrazione a marzo, avrebbe dovuto realizzare a tempo di record ben 180.000 banchi di scuola. Quelli che, a metà agosto, in diretta a In Onda su La 7, Arcuri assicurava sarebbero stati consegnati entro ieri.

Tra la Nexus e la Sater4show, che ha lavorato già con la Pa, persino ai G7 di Ischia e Taormina, nel 2017, esiste dunque un trait d'unione: Franco Aubry. Un centauro, per metà elettricista e per metà amministratore unico dell'impresa di Ostia. Il nome delle due ditte figura sulla cassetta delle lettere di un edificio di Ostia, in via Consalvo 2, sede legale della Nexus. Una palazzina gialla, accanto a un piccolo teatro. All'interno, però, siamo riusciti a scorgere solo un parcheggio e un'auto bianca in sosta. Il proprietario della vettura diceva di aver affittato il posto macchina, ma di non risiedere nello stabile. Alla fine, svelato l'arcano: dietro via Consalvo, in via Armuzzi 6, in un edificio liberty giallo e rosso, con qualche segno del tempo sui fregi del portone, c'è lo studio Proteo. È un commercialista: la segretaria dalla chioma fulva ci spiega che lì si appoggiano sia la Sater sia la Nexus, ma che non è autorizzata a dare i recapiti dei rappresentanti legali.

All'atto della fondazione della Nexus, nel dicembre 2015, si erano riuniti Franco Aubry e Roberta Aubry, romana, classe 1995, figlia di Fabio. Avevano costituito la Nexus made Srl con un capitale di 2.000 euro. Roberta ne aveva versati 1.900. Ma sebbene le fosse stato attribuito il 95% della quota di partecipazione al capitale sociale, al telefono ieri è caduta dalle nuvole. Come se, di quella stipula di cinque anni fa, non avesse mai saputo nulla.

Franco, invece, si era limitato a 100 euro. D'altronde, l'elettricista della Sater non vive esattamente in una reggia: è proprietario di un immobile di quattro vani, in via Solferino, a Frascati. Un edificio centrale, ma modesto, con le mura esterne visibilmente scrostate. Ma se lui guadagna meno di 2.000 euro lordi al mese, anche il fratello «capitalista», Fabio, non porta a casa cifre molto superiori. Costui risultava residente, con la madre defunta, in un caseggiato popolare di Ostia, a due passi dal viadotto Attico Tabacchi. Ma nell'abitazione abbiamo trovato due giovani, in tenuta da spiaggia, che ci hanno riferito di essere «appoggiati» lì: «Adesso Fabio sta all'Infernetto o a Casal Palocco». Un indizio per metterci sulle sue tracce ce l'ha fornito Santini: «L'ultima volta che ho lavorato con lui è stato qualche anno fa a un'Expo. Che io sappia, hanno una falegnameria in un capannone». Un tassello importante, per capire come la Nexus abbia potuto lasciarsi ingolosire dal bando per i banchi, considerato che nel suo oggetto sociale si parla di «diffusione, promozione, organizzazione e gestione di manifestazioni, eventi, fiere, congressi, spettacoli, mostre», o di «installazione, trasformazione, ampliamento e manutenzione […] di impianti […] di distribuzione e di utilizzazione dell'energia elettrica». Mica di opere di falegnameria. Eppure, per vincere la gara di Arcuri, bisognava dimostrare «forniture di prodotti analoghi effettuate negli ultimi tre anni».

Il famoso capannone è situato in via delle Pesche, a Pomezia, ed è indicato sulla visura come «sede secondaria» della Nexus made Srl. Quando siamo arrivati in zona, in piena campagna, al tramonto, era già troppo tardi: dentro la struttura, solo una macchina con targa rumena e un telefono che squillava a vuoto. Raffaele Romeo, tuta da lavoro e sigaro in mano, è lì vicino. È titolare della Metallurgica europea Srl. «Di chi è l'azienda qui a fianco? Di Fabio Aubry. Sono qui, credo, dal 2006. Fanno falegnameria, arredamenti per interni e anche palchi per eventi, roba grossa. All'epoca lavoravano tanto con i palchi per eventi, noleggiavano attrezzature. Hanno fatto allestimenti pure per gli internazionali di tennis. Hanno lavorato anche per il governo uzbeko». Gli spieghiamo che hanno appena perso un appalto da 45 milioni. «Non hanno la forza finanziaria per un impegno del genere. Sono usciti con le ossa rotte dai lavori con l'Uzbekistan. Io gli avevo detto di non mandare fuori il lavoro se prima non lo pagavano. Fabio mi ha risposto: “No, questi sono tranquilli, hanno promesso di pagarmi"». Ma che lavoro era? «Tre-quattro anni fa c'è stata una cosa mondiale di cui hanno parlato pure in televisione, loro hanno fatto questo grande palco, erano tanti soldi. Ma alla fine non li hanno pagati. E noi comuni mortali, se non ci pagano all'estero, non è che possiamo mandare un avvocato lì a difenderci».

La falegnameria di Aubry avrebbe lavorato anche per il colosso della nostra industria nautica, la Fincantieri. «Per loro facevano gli allestimenti delle navi da crociera. In quel periodo gli ho fatto io tutte le strutture in metallo, i teatrini per i ragazzini… […]. Fabio non lo vedo da un po', anche perché mi doveva dare dei soldi per un muletto, 4-5.000 euro, e si è dimenticato. Quando glieli ho chiesti, lui è caduto dalle nuvole: “Ah, perché, non avevo finito di pagartelo? Allora parlo con un commercialista". Questo un paio di mesi fa…».

Hanno mai fatto politica? «Che mi risulti no. Non ho mai capito in che area siano posizionati. Agganci politici diretti non credo che ne abbiano […]. L'unico collegamento che mi viene in mente è che in questo periodo ha qui a lavorare personale di Ora acciaio, ecco perché i banchi. Credo che sia una ditta che sta sulla Pontina. Fa arredamenti di un certo livello. Hanno una commessa di scrivanie per gli emirati arabi, roba da 10-15.000 euro l'una».

Arcuri stava facendo un affare: scegliere l'azienda dell'uomo con il debito da 5.000 euro per il muletto, che doveva fabbricargli 180.000 banchi per 45 milioni.


*****

https://sadefenza.blogspot.com/2020/09/il-commissario-arcuri-voleva-dare-45.html 

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martedì 25 agosto 2020

Pierluigi Battista a La Verità: «Se saltano le elezioni è guerra civile»


Pierluigi Battista a La Verità: «Se saltano le elezioni è guerra civile»

Pierluigi Battista
Sa Defenza 



L'intellettuale liberale: «Il premier Conte si regge sulla paura, ormai ha messo la democrazia in quarantena. Si sta affermando l'idea che il governo sia slegato dalla sovranità popolare. Ma se il 20 settembre non si vota...».

«È un governo che si regge sulla paura. Se davvero rinviano le elezioni, prepariamoci alla guerra civile». Pierluigi Battista, firma storica del Corriere della Sera, punta il dito contro «l'emergenza sine die», che vede negli esperti del Comitato tecnico scientifico l'avanguardia armata.

Li ha chiamati «professionisti dell'antivirus», abbracciando un'espressione coniata da Massimo Donelli. Di chi parliamo?

«Di questo mandarinato di burocrati che da mesi fornisce indicazioni contradditorie e pericolose. Hanno detto che la mascherina non serviva. Hanno inveito contro il Veneto perché faceva i tamponi agli asintomatici. Oggi dovrebbero mantenere un minimo di garbato silenzio».
Se questo «professionismo dell'antivirus» ricalca il «professionismo dell'antimafia» di Leonardo Sciascia, allora abbiamo a che fare con uno strumento di potere.
«Sì, sono i sommi sacerdoti della religione della chiusura. Sanno ripetere solo una frase: “Chiudiamo tutto". Quando iniziarono le prime aperture, compresero che il loro ruolo stava venendo meno, e cominciarono a sfornare previsioni apocalittiche. Dissero che entro il 10 giugno avremmo avuto 150.000 ricoverati in terapia intensiva».
Non è successo.
«Sono degli imbroglioni. Ingannano sui numeri. Dovrebbero spiegarci perché a inizio aprile c'erano 800 morti al giorno e oggi poche unità. Con le dovute cautele, dovremmo farci un applauso. Invece abbiamo a che fare con persone lugubri che insistono con la politica della paura, a dispetto dei dati»
Chiariamo: lei non è un negazionista.
«Ma no. Il lockdown è stato assolutamente necessario, ed è giusto continuare a prestare attenzione. Riaprire le discoteche, per esempio, è stata una scemenza. Ma la mia domanda è un'altra: perché nessuno si è davvero occupato della fase due? Perché oltre a spargere terrore, non spargono proposte? È ridicolo che in sei mesi non abbiano trovato una soluzione minima sulla scuola, o sui medici territoriali, o sui mezzi pubblici».
Risultato?
«Sanno soltanto colpevolizzare: se la prendono con il runner e con il popolo della movida».
Prendersi la briga di fare delle scelte è compito della politica.
«Sì. Il problema è che questi esperti sono entrati in perfetta sintonia con un governo frutto di una combinazione di palazzo. Lo stesso governo Conte si regge sulla paura, vi trova legittimazione. Altrimenti non resterebbe in piedi un minuto di più».
Intende dire che il governo si appoggia consapevolmente sulla paura, alimentata di concerto con gli esperti del Comitato tecnico scientifico?
«Ma certo. Se Zangrillo viene attaccato non è certo per via d'una disputa scientifica. Se venisse meno il messaggio quotidiano che alimenta l'ansia, gli impresari della paura non saprebbero più chi sono».
Il filosofo Giorgio Agamben sottolinea un paradosso: la cessazione di ogni rapporto sociale viene presentata come massima forma di partecipazione civica.
«Su questo ha ragione. Tutto ciò che c'è di buono nella socialità, e che peraltro rende la vita migliore, viene considerato delittuoso. Questa tendenza riguarda anche la politica. Non a caso si comincia a parlare della possibilità di non svolgere le elezioni regionali».43
La frase di Walter Ricciardi sull'ipotesi di un rinvio è stata un'uscita maldestra?
«No, è il sintomo di una tentazione, e da liberale la vedo molto male. A furia di separare l'idea del governo dall'idea del voto, si sta creando un vuoto di fiducia nei confronti della democrazia».
Non siamo forse in emergenza?
«Sì, ma l'emergenza non può essere la regola. Ci stiamo abituando all'idea che non ci sia nesso tra sovranità popolare e governo: è una divaricazione preoccupante, che è diventata programmatica. Se davvero saltassero le prossime elezioni, prepariamoci alla guerra civile. La situazione sarebbe insostenibile».
Fino a che punto?
«Non sto pensando alla dittatura. E non sto dicendo che in Italia non c'è più libertà. Dico però che le forme democratiche non contano più. È una deriva anche culturale. E attenzione: nel panorama occidentale, sta accadendo solo in Italia. Insomma, siamo un'eccezione».
A proposito di anomalie: l'alleanza nelle regioni tra Pd e 5 stelle è durata cinque minuti. Anzi, non è mai iniziata.
«Sono due partiti che si odiano: si accusavano di essere fuorilegge e di rubare bambini. Per la prima volta nella storia repubblicana due forze che si odiano sono salite al governo insieme, per evitare che Salvini vincesse le elezioni. L'alleanza doveva proseguire, ma è chiaro che non hanno nulla in comune».
Tra i due litiganti, chi ne esce peggio?
«Non so se i 5 stelle abbiano tradito sé stessi: comunque sia, il governo va dove vogliono loro. Il Pd, in un anno, ha dovuto ingoiare il reddito di cittadinanza, il taglio dei parlamentari, la prescrizione, il blocco del Mes. E cos'ha ottenuto in cambio? Vi risparmio la fatica di pensarci: zero».
Un'alleanza sbilanciata?
«Il Pd non ha la forza di imporre nulla, anche perché non c'è una sola battaglia che consideri imprescindibile. Ogni tanto si alza uno e grida: “Ius culturae! Cuneo fiscale!". Ma lo trattano come un comico, e finisce lì. Questo è il vero dramma, al di là delle schermaglie quotidiane: il Pd non ha più una bandiera che ne caratterizzi identità e cultura».
Insomma, il potere per il potere?
«I partiti della prima repubblica avevano un radicamento storico, quelli della seconda, bene o male, vantavano un certo rapporto con l'elettorato. Ma dal 2011 in poi, si è deciso che il popolo non conta più. Nascono governi che con il voto elettorale non hanno alcun legame. E in questo periodo il Pd è stato quasi sempre al governo, ma con il minimo dei voti».
Come se lo spiega?
«È diventato il partito del sistema, dell'establishment. E non lo dico con disprezzo: è semplicemente il perno del potere. L'importante per loro è stare al governo: con Monti, con Conte, con Renzi. È la loro insegna politica».
Come finirà la manfrina tra le due forze di maggioranza?
«No, quale manfrina: c'è una profonda incompatibilità. Quando il Pd dovrà ingoiare la candidatura della Raggi, sarà doloroso. Vedo una forte pulsione suicida, che peraltro a Roma rischia di contagiare il centrodestra».
Il centrodestra?
«Mi sarei aspettato che da quel versante proponessero per il Campidoglio una persona capace realmente di guidare la città. E quella persona è Guido Bertolaso».
Invece?
«Rischiano di sbagliare un rigore a porta vuota, puntando magari su un oscuro funzionario di partito. Così facendo perderanno, e si dimostreranno dei peracottari tali e quali agli avversari».
Che succede al governo se il centrodestra conquista anche Puglia e Marche?
«Nessuna conseguenza. Si tirerà a campare. Se si va alle elezioni politiche, qui spariscono tutti. E Conte, che è il nulla che si muove, farebbe la fine di Lamberto Dini».
L'obiettivo è trascinarsi fino al voto per il Quirinale?
«Ovvio che se resta questa maggioranza, il prossimo inquilino sarà espressione della sinistra, perpetuando un'anomalia che dura da anni. E qui il centrodestra, se vuole essere della partita, deve imparare a trasmettere messaggi rassicuranti, far filtrare nomi. Occorre coltivare un rapporto con una parte di società che vada oltre i propri seguaci».
Chi si prenderebbe il disturbo, nella compagine di centrodestra?
«Giorgia Meloni, oltre a curare il suo 15%, dovrebbe fare un gesto di rottura. Immaginiamo che un giorno, con un discorso alto, dica sì al Mes, che peraltro a me sembra una cosa ragionevole».
Francamente difficile da immaginare.
«La politica è fatta anche di gesti coraggiosi, che rompono gli equilibri. Ariel Sharon cacciò con l'esercito i coloni israeliani a Gaza, scatenando un putiferio interno. Un leader politico non può limitarsi ad accarezzare il pelo del popolo urlante».
Ma se Meloni facesse un gesto del genere, cosa ci guadagnerebbe?
«Si smarcherebbe da Salvini, diventando una vera alternativa per il centrodestra. Una coalizione che già oggi, per come la vedo, dovrebbe scrivere e pubblicare un contro-programma di governo».
Contro-programma?
«Un elenco dettagliato di quello che hanno intenzione di fare. Infrastrutture, sanità, scuola, cultura, lavoro. Non dev'essere un carteggio vago, ma una cosa da ragionieri, fatta di numeri. Del resto, gli economisti da quelle parti non mancano».
Insomma, un libro bianco. E se il premier non intendesse leggerlo?
«Pazienza. Il centrodestra mostrerebbe comunque al Paese di saper governare. Meglio di quelli che sono oggi al timone».
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mercoledì 12 agosto 2020

La Verità: Farmacie a secco di antinfluenzale. Si rischia un altro caso mascherine

La Verità: Farmacie a secco di antinfluenzale. Si rischia un altro caso mascherine

Maddalena Guiotto
La Verità
Sa Defenza 


Federfarma conferma l'allarme: con il piano di profilassi straordinario del ministero, le Regioni hanno fatto incetta di dosi. A ottobre i privati potrebbero non trovarle al banco. Verso un'altra figuraccia in stile Arcuri...

Con i vaccini antinfluenzali potrebbe ripresentarsi un caso simile a quello delle mascherine a marzo: grandi proclami sulla disponibilità in farmacia, ma introvabili per settimane.

L'allarme è stato lanciato nei giorni scorsi dagli stessi farmacisti. Proprio quest'anno, nel quale a causa dell'epidemia, il governo ha ampliato la fascia di popolazione da trattare, per ridurre i casi di influenza che potrebbero essere scambiati per Covid-19, si rischia di non trovare il vaccino. 

A denunciare una nuova possibile figuraccia del governo sul tema approvvigionamenti, dopo quella di mister mascherina Domenico Arcuri, è il dottor Gaetano Martelletto, titolare di una farmacia della provincia di Verona, che ci ha segnalato l'impossibilità di prenotare il farmaco. Raggiunto al telefono dalla Verità, spiega che di solito, a giugno, fa la prenotazione con l'agente di zona delle aziende produttrici per 300-500 dosi che servono per la vaccinazione dei dipendenti di alcune aziende del posto. «Mi è stato risposto dall'agente, ma anche dai distributori da cui mi rifornisco, che non c'è la possibilità di prenotarlo», dice il farmacista. «Pare che la protezione civile e il ministero della Salute si siano accaparrati la fornitura per garantire la vaccinazione al personale sanitario. A ottobre, quando i miei clienti richiederanno il vaccino per l'influenza, dovrò rispondere picche, come per le mascherine in marzo». La situazione è stata confermata anche da altri farmacisti. 

La Protezione civile si è detta estranea alla questione, mentre il ministero della Salute, non ha ancora risposto. 

Qualche chiarimento è arrivato da Marco Cossolo, presidente di Federfarma, il sindacato dei titolari di farmacia. «Di solito una quota di vaccino antinfluenzale è acquistato dalle Regioni per la somministrazione gratuita in chi è raccomandata: soggetti con più di 65 anni o con patologie croniche e personale sanitario», spiega Cossolo. «Un'altra parte è destinata alla libera vendita in farmacia, per chi desidera fare questa profilassi». 

Il problema è che una circolare del ministero della Salute di inizio giugno raccomanda la profilassi antinfluenzale anche nei bambini dai sei mesi ai sei anni e negli adulti con più di 60 anni. «Le Regioni hanno aumentato la richiesta del vaccino, la cui produzione è programmata, ecco spiegata la carenza per i privati», continua Cossolo. Complessivamente il ministero prevede, per le Regioni, 13-14 milioni di dosi di vaccino, circa il doppio di quanto acquistato ogni anno. Di fatto, se le cose non cambiano, a ottobre potrebbero non esserci vaccini per le farmacie e per i clienti che li chiedessero. 

«L'anno scorso sono state 800.000 le persone che si sono vaccinate autonomamente», osserva il presidente di Federfarma, «ma quest'anno le richieste potrebbero superare il milione». Attualmente hanno programmato la fornitura di vaccini antinfluenzali per la stagione 2020/2021 le Province autonome di Trento e Bolzano e 17 Regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Liguria, Val d'Aosta, Friuli-Venezia-Giulia, P.A. di Bolzano, Lazio, Abruzzo, Molise, Umbria, Basilicata, Calabria, Puglia, Campania e Sardegna), secondo l'Instant Report Covid-19 dell'Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari (Altems). Tutte sono andate al rialzo in un mercato praticamente fisso. 

Il Piemonte si è aggiudicato 1,1 milioni di dosi rispetto alle 750.000 del 2019 e ha intenzione di anticipare la campagna antinfluenzale già nei mesi di agosto-settembre. In Lombardia sono attesi 2,4 milioni di vaccini, rispetto all'1,2 milioni del 2019. A metà giugno il Veneto ha chiuso la gara per 1,3 milioni di dosi, con possibilità di arrivare a 1,5. L'Emilia-Romagna sarà pronta a partire a inizio ottobre con 1,2 milioni di dosi, il 20% in più del 2019. Arriva a 1,4 milioni l'approvvigionamento della Toscana, mentre la Puglia ha prenotato 2,1 milioni di dosi: praticamente per la metà della popolazione. 

Tra le Regioni ci sono anche quelle che impongono l'obbligo, non previsto dal ministero che raccomanda la profilassi. La Campania, con 1,5 milioni di dosi, punta a vaccinare il 100% di bambini e anziani contro l'influenza e introduce l'obbligatorietà per medici, infermieri e operatori sanitari. Più intransigenti sono Lazio e Calabria, che hanno reso obbligatoria la vaccinazione antinfluenzale non solo per gli operatori sanitari, ma anche per gli over 65. La giunta guidata dal segretario Pd Nicola Zingaretti, che ha ordinato 2,4 milioni di dosi, dal 15 settembre, in concomitanza con l'inizio della campagna di vaccinazione regionale prevede per il personale sanitario non vaccinato l'inidoneità temporanea allo svolgimento della mansione lavorativa e per gli ultra sessantacinquenni l'impossibilità di accedere a centri anziani o altri luoghi di aggregazione. 

A nulla è valso impugnare l'illegittimità della misura. Proprio lunedì sera il Tar del Lazio ha riconosciuto legittimo l'obbligo della vaccinazione al personale sanitario, perché sostanzialmente coerente con l'avviso espresso dal Comitato tecnico scientifico ministero della Salute. Però, un altro gruppo di consulenti dello stesso dicastero in materia di vaccini, il Nitag, ha bocciato la circolare che allarga la platea degli aventi diritto al vaccino, anche per una questione di fattibilità: il mercato dei vaccini si chiude a luglio

Il caos regna sovrano. Tutti i governatori deliberano su ordini e dosi che chissà se effettivamente saranno consegnate. In farmacia potrebbero non arrivare mai. «Abbiamo scritto al ministero e speriamo che venga garantita una quota di vaccini per la libera vendita», conclude Cossolo di Federfarma. Sembra un film già visto a marzo, ma allora il ruolo da protagonista era delle mascherine, oggi dei vaccini.

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