redazione di
Dentro La Notizia
Rapporto 2025: in media 2.782 euro mensili a famiglia, con la quota per l'alimentare al 19,8%. Aumentano i costi di casa e cibo,frenano gli acquisti per abbigliamento e viaggi. Il Trentino in testa ai consumi, la Puglia fanalino di coda
I dati diffusi dall'ISTAT nel Report dedicato alla spesa per consumi delle famiglie italiane offrono una fotografia estremamente nitida, priva di filtri, sulla reale condizione socio-economica del Paese. Osservato a livello puramente aggregato, il quadro macroeconomico sembrerebbe suggerire una situazione di sostanziale tenuta: la spesa media mensile per consumi si è attestata a 2.782 euro in valori correnti, evidenziando una stabilità quasi perfetta rispetto ai 2.755 euro dell'anno precedente (+1,0%).
L'indicatore più fedele della quotidianità delle persone resta il valore mediano — ossia la cifra precisa che divide in due parti esattamente uguali la platea delle famiglie —, che risulta pari a soli 2.338 euro mensili. Soprattutto, la lettura approfondita delle tavole e delle analisi del report porta alla luce la persistenza e il radicamento di spaccature territoriali, generazionali e sociali che continuano ad amplificare le disuguaglianze interne. Il carrello della spesa tra rincari e rinunce obbligate
L'elemento di maggior impatto e preoccupazione per i bilanci domestici riguarda l'incremento costante della spesa per "Prodotti alimentari e bevande analcoliche". Le famiglie sono arrivate a impegnare mediamente 552 euro al mese per la tavola, con un incremento del +3,6% rispetto ai 533 euro registrati nel periodo precedente. L'incidenza del cibo sul budget complessivo è così salita dal 19,3% al 19,8%, trainata direttamente dai rincari al dettaglio (+3,0% la variazione annua dell'IPCA per la specifica divisione).
Analizzando il dettaglio merceologico, si osservano aumenti particolarmente marcati in beni di prima necessità e di largo consumo: il caffè registra un picco del +14,6%, l'acqua minerale sale dell'8,3%, il pesce e i frutti di mare del 7,8%, gli oli e i grassi del 6,7%, la carne del 5,4% e i prodotti lattiero-caseari con le uova del 4,2%.
A fronte di questi rincari rigidi, quasi un terzo delle famiglie (il 29,4%) dichiara esplicitamente di aver dovuto limitare gli acquisti di cibo, riducendo la quantità oppure la qualità dei prodotti acquistati. La voce di spesa che continua a rappresentare il primario ammortizzatore di sacrificio e rinuncia resta quella legata ad abbigliamento e calzature: l'esclusione di chi non ne acquista affatto mostra che la quota di chi ha provato a ridurne l'impatto raggiunge il 43,8% a livello nazionale, arrivando al 52,1% nel Mezzogiorno. Parallelamente, scende dal 78,6% al 74,6% la quota di nuclei che sono riusciti a non modificare i propri comportamenti d'acquisto per la tutela della salute e le prestazioni sanitarie. La spesa non alimentare complessiva è rimasta invece bloccata a 2.230 euro mensili (rappresentando l'80,2% del totale).
Questo ammontare è assorbito in modo rigido e poco flessibile da uscite ineludibili, come le spese legate all'abitazione, acqua, elettricità e gas (36,0%) e quelle per i trasporti (10,6%). Nord-est e Sud ai poli opposti La persistenza di un profondo e storico divario tra le diverse macro-aree del Paese si conferma l'aspetto più critico dell'indagine
I livelli di spesa media mensile più elevati si registrano nel Nord-est (3.087 euro), nel Centro (3.052 euro) e nel Nord-ovest (2.974 euro). Nel Mezzogiorno le uscite scendono drasticamente a 2.338 euro nelle Isole e ad appena 2.215 euro nel Sud continentale. La distanza tra Nord-est e Sud si traduce in un divario percentuale del 39,3%, che corrisponde a ben 871 euro mensili di capacità di spesa in meno per i nuclei meridionali.
A livello di singole regioni la forbice si allarga ulteriormente: la spesa media più alta d'Italia si conferma in Trentino-Alto Adige (3.444 euro), seguita da Umbria (3.257 euro), Valle d'Aosta (3.191 euro) ed Emilia-Romagna (3.159 euro). Sul versante opposto della classifica, Calabria (2.042 euro) e Puglia (1.975 euro) chiudono il quadro. Una famiglia residente in Trentino dispone di una capacità di spesa superiore del 74,4% rispetto a una famiglia pugliese.
Tali differenze economiche condizionano profondamente la struttura stessa del paniere: al Sud le uscite per prodotti alimentari assorbono ben il 25,4% del totale del budget (24,1% nelle Isole e 17,7% nel Nord-ovest). Viceversa, al Nord si registrano quote decisamente più alte per ristorazione, strutture ricettive, tempo libero, sport e cultura. Guardando alla tipologia abitativa, nei comuni centro di aree metropolitane si spendono mediamente 2.991 euro, cifra che scende a 2.704 euro nei piccoli centri fino a 50mila abitanti. Composizione familiare, titolo di studio e condizione sociale
I dati dell'istituto nazionale di statistica mettono in luce dinamiche divergenti anche rispetto alla struttura del nucleo familiare e alla condizione professionale. Gli unici soggetti per cui si osserva un incremento significativo e statisticamente rilevante della spesa media sono le persone sole (2.070 euro mensili, +7,2%). La crescita riguarda trasversalmente tutte le classi d'età: dagli anziani con più di 65 anni (+8,4%, a 1.945 euro) ai giovani nella fascia 18-34 anni (+7,9%, a 2.042 euro). Al contrario, la spesa si riduce per le coppie con due figli (-4,9%, a 3.618 euro). Per le famiglie numerose con tre o più figli, il cibo assorbe il 23,8% del budget, contro il 13,0% delle giovani coppie senza figli.
L'analisi per titolo di studio e posizione professionale della persona di riferimento (PR) evidenzia ulteriori e marcate disparità sociali: Istruzione: Le famiglie con PR laureata o con titolo post-laurea spendono mediamente 3.714 euro al mese, contro i 1.834 euro delle famiglie con PR con al massimo la licenza elementare. Professione: I livelli più alti caratterizzano i nuclei guidati da imprenditori e liberi professionisti (3.914 euro) e da dirigenti o impiegati (3.429 euro). La spesa più contenuta si osserva tra le famiglie con PR in cerca di occupazione (2.005 euro). Cittadinanza: Le famiglie composte da soli italiani spendono in media 2.859 euro al mese, ossia il 37,8% in più rispetto ai nuclei con almeno uno straniero (2.074 euro). Per le famiglie formate da soli stranieri la spesa scende ulteriormente a 1.772 euro.
Casa, affitti, mutui e la curva della spesa equivalente Nel 2025 il 18,1% delle famiglie residenti (circa 4,8 milioni) vive in affitto, pagando in media 438 euro al mese (+3,6% su base annua), con punte di 480 euro nei centri delle aree metropolitane. Il 17,6% delle famiglie proprietarie (circa 3,4 milioni) sostiene invece la rata del mutuo per la casa, con un esborso medio di 565 euro mensili (-2,7%).
Infine, la misurazione della spesa equivalente — utile per confrontare la capacità reale di consumo applicando le scale di equivalenza — rivela tutta l'estensione delle disuguaglianze distributive nel Paese: Il primo quinto (il 20% delle famiglie più povere) esprime soltanto l'8,2% della spesa complessiva nazionale. L'ultimo quinto (il 20% delle famiglie più abbienti) assorbe da solo il 39,2% dei consumi totali.
Sebbene il rapporto interquintilico mostri una lieve flessione da 4,9 a 4,8, la valutazione a prezzi costanti evidenzia che tra il 2018 e il 2025 la spesa equivalente reale è calata complessivamente del 5,9%, penalizzando in misura maggio-re le fasce a basso reddito e il ceto medio. Il quadro ISTAT restituisce l'immagine di un Paese bloccato, in cui la rigidità delle spese per cibo e casa riduce i margini di risparmio e accentua i divari sociali.
▶ SaDefenza soffre l'algoritmo che usa la censura, obnubila il blog e lede il diritto all'informazione libera, AIUTACI nella nostra comune lotta per il giusto ed il vero, per il bene comune, mantieni la nostra voce libera, sostienila con una donazione. Grazie ◀


Nessun commento:
Posta un commento