sabato 29 agosto 2026

PROSPETTIVA NON ALLINEATA: MADRID, RABAT, IL CASO JABAROOT E LE RIDICOLE FALSE FLAG DELL'OPPO-FINZIONE SIONISTA DI REGIME

SADEFENZA
AGO 28, 2026
Chris Barlati

I recenti fatti che riguardano la Spagna – in particolare le crescenti minacce rivolte a Madrid, mal comprese o del tutto ignorate da organi di polizia e intelligence – provano, ancora una volta, che è in corso una destabilizzazione pianificata da tempo, con un progetto di attentati false flag già in agenda e in attesa di concretizzarsi.

La “rivelazione” dei 70.000 appartenenti ai servizi segreti marocchini – un pessimo falso, privo di stile e originalità – diffusa da un gruppo Telegram di attribuzione incerta, ha scatenato la corsa dei media della destra sionista alla pubblicazione delle più svariate analisi e ricostruzioni; gli stessi “patrioti” che, ultimamente, hanno aperto alla cessione di Ceuta a favore del Marocco.

A ciò si aggiungono le ridicole affermazioni degli opinionisti e presunti “analisti” dell’intelligence spagnola, un organismo che non gode affatto della fiducia e della stima dei suoi cittadini, tanto da essere soprannominato “Centro Nacional de Ineptos” o “Mortadelos” (dal noto fumetto Mortadelo y Filemón).

Gli elementi che esporremo di seguito comprovano – se non l’assoluta certezza, quantomeno l’elevata ragionevolezza, o, per usare un termine statistico, l’alta probabilità – che ci troviamo di fronte all’ennesima operazione di basso livello. Il suo obiettivo, come vedremo, è duplice: isolare la Spagna e inasprire lo scontro contro Sánchez, in vista delle elezioni del 2027, ma anche preparare il terreno per l’imminente guerra che Regno Unito e Stati Uniti stanno orchestrando contro la Russia. Un conflitto che, forse, si consumerà proprio in Spagna, l’unico paese che potrebbe ancora frenare le follie economiche e belliciste del sionismo londinese e della corrente transumanista della setta di Epstein nella Silicon Valley, dove troviamo la trinità anticristica per eccellenza: Elon Musk, Pavel Durov e Peter Thiel.


Dopotutto, prima della guerra totale contro la Russia, Londra ha bisogno del controllo totale sulle informazioni che transitano per i cavi sottomarini al largo di Gibilterra e Ceuta. Se non può metterci le mani sopra, allora tanto vale farli saltare, impedendo a chiunque di utilizzarli.

Procediamo dunque all’analisi del fenomeno, della sua cornice nazionale e internazionale, e della specifica fattispecie, rispondendo infine alla fatidica domanda: “cui prodest?”.

IL NUOVO MEDITERRANEO: IL GAS COME ARMA GEOPOLITICA DEL MUNDUS NOVUS

Il Mediterraneo, fortunatamente o sfortunatamente, è tornato al centro della scena internazionale. Non più solo come crocevia di migrazioni o teatro del terrorismo, ma come frontiera energetica decisiva per l’Europa.

La guerra in Ucraina ha ribaltato le priorità di Bruxelles: ridurre la dipendenza dal gas russo è diventato un imperativo strategico. E in questo vuoto l’Algeria è riemersa come il fornitore ideale. Ma per capire la portata di questa “rinascita” bisogna fare un passo indietro.

Fino al 2020, l’Algeria era considerata un attore secondario nel panorama energetico globale. I suoi giacimenti di gas erano in declino, gli investimenti esteri scarseggiavano e le rivalità interne soffocavano ogni tentativo di rilancio. Poi il 2022 ha cambiato tutto. Con l’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, l’Europa si è trovata (per imposizione atlantica) a corto di forniture e ha ‘’scoperto’‘ che l’Algeria poteva essere un’alternativa affidabile e geograficamente vicina. Ed è così che i gasdotti Transmed (verso l’Italia) e Medgaz (verso la Spagna) sono diventati improvvisamente le arterie vitali del Continente.

Algeri ha saputo giocare questa carta con intelligenza: ha riaperto i negoziati con i colossi europei (l’italiana Eni in primis), ha accelerato i progetti di esplorazione offshore e ha aumentato la produzione in pochi mesi, raggiungendo record storici. L’export verso l’UE è salito a oltre il 15% del mercato nel 2025, rendendo l’Algeria il secondo fornitore dopo la Norvegia, ma non non solo: ha usato la nuova centralità per dettare le condizioni politiche ai suoi partner.

Purtuttavia, la rinascita algerina è ancora fragile. I giacimenti sono vecchi e necessitano di investimenti miliardari per essere mantenuti. La concorrenza di altri fornitori (Qatar, Stati Uniti, Nigeria) è agguerrita, e l’Algeria sa che il suo potere dipende dalla capacità di mantenere aperti i rubinetti. Per questo, il governo gioca su più tavoli: vende gas all’Europa, compra armi dalla Russia, attira investimenti dalla Cina, e mantiene un rapporto ambiguo con gli Stati Uniti. Il prezzo di questa nuova centralità è alto: il gas nordafricano si trasforma in un’arma diplomatica, capace di premiare o punire i Paesi europei a seconda della loro fedeltà geopolitica.

La Spagna ne ha fatto le spese, mentre l’Italia ne ha tratto vantaggio. E ciò che sembra una semplice questione commerciale si rivela per ciò che è davvero: il campo di battaglia di una guerra mediterranea, oggi piu’ calda che mai, tra Stati Uniti, Iran, Cina e Russia, dove l’Algeria è al contempo pedina e giocatrice.

L’Italia, invece, schiava delle ambizioni israeliane e della destra sionista anglofona, in questo scacchiere internazionale si è infiltrata e ha destabilizzato non solo il governo socialista spagnolo, ma ciò che resta dell’eredità politica, sociale e socialista in America Latina. Ha abbracciato il “mundus novus” della Silicon Valley e il sionismo made in U.K., adoperando tecnologie di spionaggio in funzione antirussa e finanziando inutili progetti autodistruttivi. Il suo interesse non si limita ai gruppi di estrema destra, proiezione dello stragismo militare e della politica della guerra, ma si estende anche a subdole infiltrazioni che abbiamo più volte smascherato e denunciato, e che continuano senza sosta la loro opera destabilizzatrice per conto dei padroni – e “gran maestri” – atlantici.

JABAROOT: L’HACKER CHE NON È MAI ESISTITO MA CHE RICOMPARE

Nell’agosto del 2026, un (presunto) collettivo che si autodefinisce Jabaroot è tornato alla ribalta con un’operazione di leak dai contorni quanto meno dubbi e scarsamente credibili: dati di decine di migliaia di agenti dei servizi segreti marocchini, circa 70.000, e la minaccia di rivelare i dati rubati al presidente di Spagna durante il maxi attacco di Pegasus operato da Marocco e Israele.

La prima comparsa del gruppo risale, parrebbe, all’8 aprile 2025, con un attacco alla Caisse Nationale de Sécurité Sociale (CNSS) del Marocco, che ha esposto i dati di circa due milioni di lavoratori. Il gruppo si presentò come JabaRoot DZ, utilizzando il codice internazionale dell’Algeria, e l’attacco passo’ come una rappresaglia per presunti attacchi marocchini contro istituzioni algerine (quale sarebbe il danno, ancora non si capisce).

Ma è la natura della sua ‘’riapparizione’‘, e recente ‘’cancellazione’‘, a rendere la vicenda ancora più sospetta. Jabaroot non era un gruppo attivo ininterrottamente: le sue tracce digitali precedenti al 2025 sono quasi inesistenti, come se fosse stato creato appositamente per quella prima operazione, o come se fosse emerso dal nulla dopo anni di silenzio, in un momento geopolitico particolarmente favorevole.

Dopo i primi “attacchi” degli anni passati, il canale Telegram originale di Jabaroot è stato cancellato. In seguito, sono comparsi nuovi account con lo stesso nome – addirittura plurimi – dando vita a una seconda fase dell’attività del gruppo. Questa riemersione è stata accompagnata da un cambiamento significativo: la sigla DZ è stata abbandonata, e il gruppo si è fatto semplicemente chiamare “Jabaroot”. L’attenzione si è spostata su nuove istituzioni marocchine, sempre di minore entità (nessuna base militare o dei servizi parigini e israeliani).
Il tono e il linguaggio dei messaggi sono mutati, gettando ulteriori dubbi sulla continuità del gruppo. Non è chiaro se chi ha pubblicato oggi sotto il marchio Jabaroot sia stata la stessa persona dell’attacco dell’aprile 2025, ed è da sprovveduti crederlo, visto l’anonimato che si cela dietro Telegram in queste circostanze – essendo l’applicazione il paradiso dei mercenari e del Mossad –, l’incoerenza totale dell’azione e la cancellazione iniziale del gruppo.

Inizialmente, Jabaroot veniva definito – e sembrava definirsi – un collettivo di “patrioti algerini”, usando il dominio .dz e il codice “DZ”. La sua attribuzione algerina, in virtù unicamente di questi elementi, regge solo nelle narrazioni che spingono per questa versione. All’epoca, gli eventuali membri erano praticamente sconosciuti, sebbene i forti messaggi pubblicizzati da blog e siti internet suonassero sin troppo come un’operazione di propaganda dei servizi segreti – attivi, come il Mossad insegna, nella “creazione del personaggio”, o nella strumentalizzazione di minori (come da noi dimostrato per l’operazione TwoNet e per la costellazione di Anonymous, in realtà agenti dell’FBI, e infiltrati addirittura da agenti italiani).

Le analisi delle altrettanto discutibili intelligence – veri e propri colabrodi, sia spagnole sia europee – enormemente infiltrate, cieche e inefficaci in materia di antiterrorismo, ma iperattive nell’accusare chiunque di essere spia russa, iraniana o cinese, ritraggono un profilo molto contraddittorio, addirittura ridicolo. C’è chi afferma che si tratti di un lupo solitario, probabilmente un ex agente dei servizi marocchini (DGED/DGST) con competenze informatiche, residente in Germania – sulla base di informazioni lasciate su qualche sito internet pubblicamente accessibile (alla faccia dell’hacker, se lascia il suo “indirizzo” in rete) – che avrebbe avuto accesso a dati interni grazie a un previo accesso privilegiato, non a capacità di hacking straordinarie. Altri parlano di un collettivo algerino, unicamente per il dominio utilizzato (come se dichiararsi cinese e sentirsi cinese bastasse a rendere tale una persona agli occhi dell’intelligence spagnola).

Ma la verità, che – come i nostri antenati greco-romani insegnano – si rivela sempre nelle pieghe delle contraddizioni, è ben diversa dalle opinioni diffuse principalmente, se non quasi esclusivamente, dai media spagnoli di destra, che hanno gonfiato e diffuso teorie a più non posso.

Jabaroot non è un collettivo, non è un esercito digitale, e quasi certamente non è algerino – poiché si tratta di un’entità “risorta” dopo un lungo periodo di vuoto, prontamente sparita, al pari di tanti finti gruppi di hacker russi che, guarda caso, hanno attaccato la Spagna.

Jabaroot, ipotizza il vostro autore, è una falsa bandiera perfetta: una cortina di fumo per nascondere una banale operazione di depistaggio, o un piccolo traditore interno che ha “rubato” qualche informazione di poco valore, alimentando la tensione tra Rabat e Algeri; o, per essere concreti, una manina della sezione militare dell’intelligence spagnola, che non ha digerito quanto accaduto a Ceuta e vuole farla pagare al Marocco senza far arrabbiare i “padroni” di Tel Aviv e Parigi. Ovviamente, non si esclude un’operazione più complessa, che vede coinvolti l’Italia, i francesi e la stessa Unione Europea con il Mossad, intente a sbarazzarsi della marionetta ormai usurata di Mohammed VI, portandosi dietro anche Pedro Sánchez e le sue buone relazioni con Cina, Iran e Russia (ipotesi molto probabile).

L’evanescenza del gruppo – che il vostro autore ha visto solo di sfuggita nel corso dello studio del mondo hacker, confermando la scarsa rilevanza che aveva – rende praticamente impossibile identificarne i reali mandanti. Fatto sta, per correttezza d’analisi, che i continui cambiamenti di identità suggeriscono che la sigla “Jabaroot” sia utilizzata da più attori in momenti diversi, ciascuno con i propri obiettivi (ormai, più che di “mondo hacker”, dovremmo parlare di “mondo dei servizi e delle false flag”).

Le sue capacità tecniche, in verità, appaiono assai modeste, stando ai fatti concreti e alle analisi condotte dai veri esperti del settore, non certo a quelle enfatizzate dai media di estrema destra spagnoli, strettamente legati alle frange ultramilitari, e men che meno alle chiacchiere degli improvvisati “analisti” iberici, dei quali non si comprende il reale contributo professionale, se non quello di trascorrere intere giornate davanti a uno schermo, spacciandosi per consulenti di intelligence.

Nessun attacco a infrastrutture realmente critiche, nessuna penetrazione in sistemi militari. Eppure, il suo impatto mediatico è stato enorme in un tempo brevissimo. Tanto baccano per nulla, se non per la mediaticità stessa. Un’operazione psicologica? Senza dubbio. Alla quale è seguita immediatamente la definizione di Jabaroot come “https://www.cope.es/programas/la-tarde/audios/jabaroot-colectivo-fiable-vinculado-intereses-geopoliticos-proximos-rusia-argelia-agentes-marruecos-expuertos-quemados-tendran-buscar-tipo-trabajo-20260825_3424804.html“ – ovvero “un collettivo di fiducia legato a interessi geopolitici vicini a Russia e Algeria” – definizione quanto mai fantasiosa e forzata, priva di riscontri; un collettivo di ‘’hacker’‘, tra l’altro, che ha subito cominciato a minacciare Pedro Sánchez, chiedendosi a chi potessero interessare i fantomatici dati esfiltrati con Pegasus (e meno male che volevano fare un “regalo” a Madrid con quei – falsi – 70.000 nomi).

Ecco, dunque, come si delinea, poco a poco, il sogno della destra sionista anglostatunitense: recidere i legami del governo socialista con Russia e Cina. E quale migliore operazione, se non quella di attribuire un’azione di delegittimazione proprio a un gruppo ‘’vincolato’‘ ai russi, se non ‘’filorusso’‘? Del resto, ci avevano già provato, e il sottoscritto lo aveva prontamente denunciato (con le conseguenze che tutti noi conosciamo).

La strategia, a partire dalle prime infiltrazioni dell’FBI del 2024 – che si spacciava per Anonymous, e che abbiamo documentato – è proseguita indisturbata; e qui ne vediamo tutti i segnali, con ripercussioni che non accennano a diminuire.

Smentite e contraddizioni del caso Jabaroot

Che le difese mentali delle persone siano ormai ridotte a un livello pari a quello dell’antimateria, lo prova la messa al bando del cartone animato Masha e Orso, bollato come propaganda del Cremlino e accusato di veicolare messaggi filorussi. I grandi paladini della libertà – ovvero i fedeli seguaci ideologici di Epstein (Thiel, Durov e Musk) – non hanno speso una parola al riguardo; tantomeno i giornaletti di destra hanno osato sollevare la questione.
L’apatia generalizzata ha dimostrato che, se abilmente orchestrata, qualsiasi follia può essere normalizzata, persino un attentato false flag camuffato da “escalation” di Putin. Ma, sebbene perfettamente consapevoli del grado di degenerazione raggiunto, procediamo ora all’esame delle palesi e specifiche contraddizioni del caso Jabaroot.
1. Jabaroot, stando ai media e agli “esperti”, non si sa bene se sia un collettivo o un ex agente dei servizi segreti marocchini residente in Germania. Entrambe le versioni sono assurde e si basano su dati e informazioni lasciate volutamente, non per caso. La Germania è il paese più popolato d’Europa, ma è la Francia a ospitare le più grandi comunità marocchine e algerine del Vecchio Continente. Non sarebbe più logico nascondersi lì e camuffarsi, qualora si disponga veramente delle presunte abilità?

2. La serie di attacchi, inutili ed ignobili, che non si accordano in nulla con quelli di un hacktivista, bensì di un terrorista, e che nulla apportano in termini di danno strategico, unicamente di nefandezza dell’operazione.
Il gruppo hacker Jabaroot ha condotto pochi attacchi informatici contro le istituzioni marocchine, con un focus particolare sul settore sanitario e della protezione sociale. Nell’aprile 2025, ha eseguito un attacco storico alla Caisse Nationale de Sécurité Sociale (CNSS), che gestisce i lavoratori del settore privato, sottraendo i dati di circa due milioni di dipendenti e gli stipendi di aziende private e dell’entourage del Palazzo Reale. Un anno dopo, nell’aprile 2026, ha rivendicato l’accesso illecito alla banca dati della CNOPS, la mutua dei funzionari pubblici. Il colpo più recente, il 22 agosto 2026, ha riguardato il sistema RAMED, il regime di assistenza medica per la popolazione vulnerabile, dal quale sono stati sottratti oltre 17 milioni di file contenenti nomi, sesso, date di nascita, numeri di identificazione sociale e fotografie tipo passaporto, di cui circa un milione già resi pubblici come campione.

Oltre al settore sanitario, Jabaroot ha colpito altre istituzioni pubbliche: nel giugno 2025 ha violato il Ministero della Giustizia, estraendo 150.000 cartelle per un volume di 300 gigabyte. Il 12 aprile 2026 ha attaccato l’OFPPT, la rete di formazione professionale con oltre 500 centri e 400.000 studenti, sottraendo 400.000 registri. In precedenza, l’8 novembre 2025, aveva rivendicato l’accesso all’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Stradale (Narsa), con 150.000 registri, e il 26 giugno 2026 ha diffuso i dati di un’azienda di messaggeria con 500.000 file.

Attacchi inutili, se non per il riciclo delle identita’, in cui Marocco e Italia giocano un ruolo fondamentale, insieme ad una sezione specifica dell’intelligence spagnola.
3. La costruzione del personaggio “Jabaroot” ricalca fedelmente il modus operandi già osservato in altri casi analoghi, in particolare quello dei finti hacker di Azzasec, riconducibili ad Anonymous e poi rivelatisi agenti provocatori anche statunitensi (un saluto all’FBI). Senza citare il caso di TwoNet, gruppo fittiziamente filorusso, autoeliminatosi molto tempo fa e poi ricomparso, unicamente per eseguire finti attacchi insieme all’agente delle “cloache” Desinformador Ruso, firmandosi con il mio nome, dopo le mie pubbliche denunce, per delegittimare l’autore di queste rivelazioni (gli stessi avevano diffuso la voce in Russia che io fossi una spia ucraina).
Giornali, blog e opinionisti ne sparano di ogni colore, esagerando gesta spesso insignificanti e vantando presunti “hacking” mai realmente verificati, che richiederebbero studi approfonditi o, semmai fossero autentici, l’ammissione e rivelazione di segreti di Stato (’‘ciao, siamo stati trombati, è tutto vero’‘ – vi immaginate?). Le analisi, i quotidiani noti per le loro bufale e la sistematica mistificazione della realtà rientrano perfettamente in questa strategia.

Le versioni ‘’ufficiali’‘ contrastanti, e la corsa all’esclusiva, rivelano l’esistenza di correnti opposte all’interno dei servizi spagnoli in lotta tra loro per attaccare il Marocco e scaricare la colpa su terze parti. All’epoca, ad esempio, si tentò di accusare la Russia dei fatti di Ceuta, ma la cosa apparve subito assurda, come abbiamo documentato.

Il tutto si inserisce in un quadro già segnato da tensioni tra servizi segreti sionisti e atlantici, mentre il governo spagnolo resta in silenzio, fedele ai giochi di ipocrisia filoucraini e ai propri accordi economici con Russia e Cina, ma esposto alle pressioni delle minacce per i cavi sottomarini – minacce che la stampa avversaria trasforma in allarmi sulla flotta russa, e che ripresenta a ogni frizione internazionale. È la stessa stampa che, peraltro, definisce l’attentato al Nord Stream un “incidente“, tacendo sui sabotaggi ucraini, e che attribuisce a improbabili filorussi attacchi hacker in realtà orchestrati da spie delle cloache. In Italia, invece, la vicenda Jabaroot non ha suscitato alcun clamore, né è stata oggetto di una trattazione degna di nota.



4. La strategia adottata da Jabaroot mal si concilia con quella di un ex agente o di un hacktivista che voglia fare un “regalo” a Madrid per poi rivolgere le proprie attenzioni contro Sánchez. I dati trafugati, peraltro, non possono essere finiti nelle mani del Marocco, ma unicamente in quelle di Israele, considerato che il programma spia utilizzato – Pegasus – è gestito esclusivamente da remoto e viene impiegato per infettare i cellulari di terroristi, non certo di capi di Stato né di cittadini comuni, senza che i servizi segreti israeliani e l’ex NSO Group ne siano al corrente. Un hacker, inoltre, non si limita a minacciare rivelazioni: rivela e basta. Non sonda le reazioni altrui, semplicemente se ne infischia. E, particolare non secondario, non condivide file in formato CSV, potenziali veicoli di spyware militari; al massimo in PDF – anch’essi potenzialmente infetti – o in formato testo. Se vuole essere credibile, invece, diffonde prima una porzione di nomi autentici per saggiare le reazioni e offrire prova di veridicità, e solo successivamente rivela il tutto, riducendo al minimo il margine di infezione (davvero qualcuno crede che un archivio dei servizi segreti sia privo di traccianti IP o virus?).
Per tutte queste ragioni, se avete scaricato e aperto l’archivio, raccomandiamo vivamente di formattare il PC e il dispositivo mobile, poiché è altamente probabile che contenga un virus di livello militare. Suggeriamo inoltre, per il futuro, di utilizzare Tails OS – un accorgimento che i presunti hacker non hanno indicato – per aprire materiale potenzialmente compromettente. Non è necessario essere esperti informatici per conoscere queste precauzioni di base: basta aver letto i più noti casi di spionaggio della storia italiana (i miei articoli sono un’ottima fonte, e consiglio di leggerli) o aver visitato almeno una volta il blog di Tails OS e del Progetto Tor. Nel peggiore dei casi, qualora un virus fosse effettivamente presente nei documenti scaricati, metà della penisola iberica potrebbe già essere stata infettata, con possibili ripercussioni immediate quali lo svuotamento di conti correnti e la manipolazione di contenuti sensibili.

5. A parte le notizie sugli ex ambasciatori-presunte spie presenti nell’elenco (un ambasciatore che lavora per fornire informazioni al proprio governo? Chi lo avrebbe detto...), e il sospetto che in Marocco ci siano più servizi segreti che poliziotti comuni – appare chiaro che il vero obiettivo sia la cupola dell’intelligence marocchina, accusata di aver spiato ovunque e chiunque, persino il re, con il software Pegasus; senza dimenticare il ministro della Giustizia, sotto accusa per presunto arricchimento illecito. Ergo, è possibile anche ipotizzare che si tratti di un regolamento di conti interno, chissà per limitare lo strapotere di sezioni troppo deviazioniste dentro la stessa Monarchia o troppo ‘’amiche’‘ del PSOE. Poiché, per il resto, nulla sembra scalfire la sanguinaria corona, che mostra indifferenza verso questi scandali e, anzi, ne ha tratto vantaggi (la destra, ricordiamo, aveva aperto a un possibile accordo sulla cessione di Ceuta, stando alle frange più estremiste dell’estrema destra sionista).

Intanto, i megafoni del sionismo anglofono in Spagna, legati ad Anonymous (FBI-CIA & MI6) – come Luis Pérez, noto come Alvise, tristemente celebre per la diffusione di bufale e le ‘minacce’ a Sánchez – sostengono che il CNI abbia dichiarato (andando contro gli interessi nazionali) che il Presidente spagnolo debba nascondere, e abbia nascosto, le riunioni strategiche (di per sé ovviamente segrete) per timore di ritorsioni da parte del Marocco, chiamando in causa ora la Libia. Più caos, più affermazioni senza senso, nelle quali ritroviamo sempre il CNI e i megafoni – non molto brillanti – abituati a ricevere informative (anche fasulle) e a diffonderle, facendo il gioco della City e del Mossad, addirittura dalla polizia di Madrid (e nessuno sbirro corrotto viene cacciato a calci in culo, anzi).
La messa in chiaro di una segretezza che segreta non è, bensì protocollare, veicolata tramite il CNI – lo stesso CNI che ha collezionato un numero interminabile di sviste, oltre a dimostrare incompetenza e azioni contro gli interessi nazionali – adotta una retorica analoga a quella dei finti hacker filorussi vincolati alle “cloache”, in passato oggetto delle mie denunce per il loro vincolo con la comunità di “ardillas” di Pérez.
7. Ma qual è la posizione del Marocco di fronte a tutto questo? Come si legge sul sito marocchino Media24, gli autori dell’articolo affermano – e confermano – che i 70.000 nomi non sono “agenti” veri e propri, bensì per lo più agenti di polizia. I nominativi, inoltre, farebbero parte di una vecchia filtrazione, assemblati in un copia e incolla che mescola poche verità (come schede informative e dati personali) a molto sensazionalismo ed esagerazioni: mancano informazioni specifiche e, soprattutto, qualsiasi classificazione tipica dei servizi segreti. I nomi, per esempio, sono in alfabeto latino, non riportano riferimenti all’intelligence e non presentano alcuna delle consuete sigle protocollari. Troppo in “chiaro”, troppo scoperto – sebbene si tratti di un settore in cui il segreto è la regola e le comunicazioni avvengono in ben altre forme. Proprio su quest’ultimo punto – e chi vi scrive concorda – il numero denunciato appare assurdo: 70.000 agenti attivi significherebbe disporre di più effettivi della CIA e dell’FBI messe insieme.
Pur non essendo, in generale, in sintonia con il governo di Mohammed VI – circostanza nota ai lettori di Sa Defenza – devo riconoscere che Media24 ha condotto un’analisi che condivido pienamente, per chiarezza espositiva e onestà intellettuale. Ben altra cosa, invece, è l’operato dei tanti “esperti” e analisti spagnoli, sia di destra che di sinistra, affetti da protagonismo patologico, che si sono limitati a diffondere il potenziale documento infetto, senza studiarlo - e, chissa’, visionarlo - contribuendo così alla possibile diffusione di un virus spia militare. E se fosse proprio questo il vero obiettivo?
8. Il tutto appare più come una mossa disperata di una sezione specifica e avulsa dalla realtà che come un’azione di forza. A validare questa ipotesi, menzioniamo la diffusione passata ma progressiva di false informazioni contro attivisti scomodi – come contro il comitato Iranekin Bat e chi vi scrive – le “filtrazioni” da procure e commissarie sul nostro conto, e le assurdità pubblicate con il solo scopo di esporci a ritorsioni esterne ed estreme, se non addirittura “suicidarci”.
Non si tratta dunque di un segnale di potenza, ma di una folle debolezza, tipica degli apparati della politica della guerra. La loro ossessione è ormai chiara: scatenare una guerra totale contro Russia e Iran, e ora anche contro la Cina, nel tentativo di mantenere il controllo su uno scenario globale sempre più fuori controllo.

L’importante è che ci sia una guerra, non importa tra chi, perché il mercato delle armi prospera solo in presenza di conflitti. E per vendere armi, è necessario costruire una minaccia percepita. Per costruire una minaccia, si destabilizza. Che si tratti di Iran, Canada o Groenlandia, non ha importanza: ciò che conta è creare lo scenario bellico.

IL CONTESTO INTERNAZIONALE

Il Sahara Occidentale: la ferita che non si rimargina

Passiamo a spiegare il contesto internazionale in cui si inserisce tutta questa vicenda, e perché si collega ai fatti di Jabaroot. Dietro ogni tensione tra Algeria e Marocco c’è il Sahara Occidentale, un territorio conteso da cinquant’anni. Sul campo, lo scontro è tra l’esercito marocchino – 150.000 uomini, carri armati, droni – e i guerriglieri del Fronte Polisario, circa 20.000 combattenti armati con equipaggiamento sovietico e algerino. Ma la vera partita si gioca fuori dal deserto. L’Algeria non ha soldati sul terreno, ma finanzia, addestra e ospita i profughi saharawi nei campi di Tindouf, usando il conflitto come leva di pressione su Rabat. Il Marocco, dal canto suo, ha ottenuto il riconoscimento diplomatico di Stati Uniti, Israele e Spagna, ma paga un prezzo altissimo: le spese militari prosciugano le risorse, e la sua dipendenza da Francia e Israele lo rende sempre più un vassallo. La Francia, pur ritirandosi ufficialmente dal Sahel, mantiene un sostegno diplomatico a Rabat, ma senza intervenire militarmente. Israele vende tecnologia e intelligence. E la Russia? Non c’entra nulla: opera in Mali e Libia, non qui. La guerra nel Sahara è congelata a bassa intensità, ma nessuno vuole davvero scongelarla: a tutti conviene che continui, perché alimenta il mercato delle armi e giustifica le rispettive alleanze.

La Spagna e la lettera scarlatta

La scintilla che ha infiammato i rapporti tra Madrid e Algeri è stata una lettera, inviata dal premier spagnolo Pedro Sánchez al re del Marocco il 14 marzo 2022. In quel documento, Sánchez definiva il piano di autonomia marocchino per il Sahara come la base più seria, credibile e realistica per una soluzione, segnando un voltafaccia rispetto alla storica neutralità spagnola. La mossa fu dettata anche dalla pressione migratoria: Rabat aveva già usato la minaccia di aprire le frontiere di Ceuta e Melilla nel 2021, e Madrid cercava un riavvicinamento per evitare nuove crisi.

La lettera fu resa pubblica giorni dopo dalla stessa Casa Reale marocchina, e Algeri la scoprì con indignazione attraverso i media (a suo dire). La reazione fu fulminea: ritiro dell’ambasciatore, sospensione del Trattato di Amicizia e blocco delle importazioni. Sul fronte energetico, le forniture di gas non furono mai interrotte, e l’Algeria è rimasta un fornitore chiave per la Spagna.

Sánchez aveva sperato di guadagnare il favore di Rabat, ma ha perso quello di Algeri, innescando una crisi diplomatica che ha messo a dura prova le relazioni bilaterali. Oggi, con il rientro dell’ambasciatore algerino a Madrid (novembre 2023) e la revoca del blocco commerciale (novembre 2024), i rapporti sono in fase di normalizzazione. Tuttavia, la scelta di Sánchez resta controversa e molti, in patria e in Europa, la considerano ancora un errore strategico dal costo politico significativo.

In conclusione, è vero che il gas pagato ad Algeri è più caro, ma potrebbe trattarsi anche di una manovra per finanziare, in modo “lecito”, Algeri nelle sue rivendicazioni contro Rabat. Una pressione indiretta, quindi, che nessuno sembra aver notato.

Cui prodest? L’Italia di Meloni e l’Europa antirussa

Mentre Spagna e Algeria litigavano, l’Italia è entrata in scena in modo silenzioso. Già il massone Mario Draghi, nell’aprile 2022, aveva gettato le basi con un accordo per aumentare le forniture di gas del 40%, a dimostrazione che qualcosa si sapeva prima del tempo per quanto riguarda Russia e Ucraina. Meloni ereditò quella situazione e la trasformò in un’arma diplomatica: nel gennaio 2023 volò ad Algeri con i manager di Eni, firmando investimenti per 4 miliardi di euro, garantendosi il primato di cliente europeo e dirottando verso i porti italiani le navi di GNL che prima andavano in Spagna. Il messaggio fu chiaro, e anche un po’ beffardo: l’Italia è un partner affidabile, che non cambia posizione da un giorno all’altro. Una stoccata diretta a Sánchez, da parte di un governo che ha utilizzato ogni mezzo, anche cyber, per danneggiare l’esecutivo socialista (nella totale ingenuità, ignoranza – o collusione – dei reparti di sicurezza iberici).

Oggi, l’Italia è il principale acquirente del gas algerino, Eni è la prima compagnia straniera in Algeria, e il rapporto bilaterale si estende oltre l’energia, a infrastrutture, cantieri navali e automazione. Non dimentichiamo che l’Italia è stata anche fornitrice di tecnologia militare di spionaggio al Marocco e che tra il 2022 e il 2024 è stata la prima fornitrice europea di armi leggere a Rabat.
Adesso rispondetemi: “Cui prodest?”.

E il Marocco?


Rabat può vantare il riconoscimento diplomatico di Washington, Gerusalemme e Madrid sul Sahara, ma la sua posizione strategica presenta fragilità significative. Militarmente, mantiene un esercito imponente, ma il costo del conflitto è elevato: decine di miliardi di euro per il muro di sabbia, armamenti, droni e sistemi di sorveglianza. Economicamente, è sempre più dipendente dalla Francia, che gli fornisce armamenti e aerei da combattimento, e da Israele, che fornisce tecnologia avanzata e supporto d’intelligence.

Il Marocco ha tratto benefici interni dalla ridefinizione della sua politica estera, inserendosi come attore chiave nel Mediterraneo e nei giochi di influenza tra potenze atlantiche e medio-orientali (la porta del Sud del Mare Nostrum). Tuttavia, il Paese si trova intrappolato in un gioco più grande di lui, dove le sue scelte sono sempre più condizionate dagli alleati che lo sostengono ma che potrebbero esercitare pressioni in caso di scostamenti dagli accordi o di pretese considerate eccessive. In fondo, non rimane che una marionetta Mohammed VI, e con lui l’intero apparato di spionaggio. E ogni scandalo, come per le Mani Pulite internazionali, avviene unicamente per recidere i rami secchi o i burattini che pensavano di potersi muovere senza i loro burattinai.

Il vero sconfitto

In tutto questo caos, una verità rimane spesso taciuta: i popoli locali rimangono l’unica vera vittima dei giochi di potere, pagando un prezzo eccessivamente alto. I saharawi vivono da oltre quarant’anni nei campi profughi di Tindouf, in Algeria, in condizioni di precarietà cronica, con limitato accesso al lavoro, all’istruzione e a prospettive future. I bambini crescono in un contesto di estrema vulnerabilità, mentre il referendum sull’autodeterminazione, promesso dalle Nazioni Unite nel 1991, non è mai stato realizzato.

Nel Sahel, fame, terrorismo e siccità mietono vittime ogni giorno, mentre le potenze mondiali si contendono risorse strategiche come uranio, petrolio e il controllo delle rotte migratorie.

L’Europa, che si presenta come paladina dei diritti umani, adotta una posizione ambigua: acquista gas dall’Algeria e, parimenti, finanzia accordi con il Marocco per contenere i flussi migratori, avallando progetti europei e facilitazioni di ogni tipo (tramite Parigi) per permettere l’entrata del suo personale, anche israeliano, senza garantire il rispetto dei diritti fondamentali alle frontiere, e spesso trascura il dramma umano che si consuma nel deserto.

FALSE FLAG MAL FATTA MA FUNZIONALE

Analizzando l’intera vicenda con gli strumenti della logica, della ragione e della geopolitica, emerge un quadro che pochi media hanno il coraggio di disegnare: Jabaroot è (molto probabilmente) una false flag, e non delle più sofisticate, un’operazione di (dis)intelligence travestita da hacktivismo, progettata per alimentare la tensione tra Algeria e Marocco, indebolire il governo spagnolo di Sánchez, favorire l’estrema destra spagnola (e l’Italia di Meloni), e distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi – la fame nel Sahel, la crisi economica, il gas. I veri burattinai? Probabilmente un misto tra servizi segreti europei (spagnoli e/o italiani), elementi della destra spagnola, e forse il Mossad, che ha tutto l’interesse a indebolire il Marocco e l’altamente psicolabile Mohammed VI, per tenerlo sotto scacco e spingerlo a comprare più armi e tecnologia da Israele (per la NATO e il Mossad non esistono alleati, solo schiavi da spremere come limoni).

La copertura algerina è a dir poco ridicola: presentarsi come “patrioti algerini” usando il dominio .dz è come indossare una maglietta con scritto “sono francese” e aspettarsi che tutti ci credano. La scomparsa e la riemersione del gruppo – con il canale Telegram cancellato, poi ricomparso con identità diversa, poi di nuovo eliminato – con tanto di articoli di quotidiani e blog in francese dove si osanna e idolatra Telegram (sanno che Snowden consiglia Signal?) è il classico messaggio “per” e “della” triade della Silicon Valley e la sovrastruttura sionista, che fa da cornice alla strategia del “fantasma che rinasce”, che rende impossibile risalire ai veri mandanti, in un contesto di palese creazione del personaggio e di una specifica narrazione.

Le capacità tecniche, mediocri, in aggiunta, non corrispondono al clamore mediatico: nessun attacco a infrastrutture critiche, nessuna penetrazione di sistemi militari, solo dati già ottenuti, se tutto va bene, con un accesso privilegiato (Handala Hack ha hackerato il Mossad, e ha un proprio sito internet, e pubblica di tutto, rendetevi conto del paragone).

E i beneficiari, notate bene, sono tutti dalla stessa parte: Silicon Valley, Pavel Durov, destra spagnola, Italia, Israele, Stati Uniti.

I media spagnoli di estrema destra hanno gonfiato la notizia, con Luis Pérez in prima fila – noto megafono del mondo anglosionista. I servizi segreti spagnoli (il CNI), nel frattempo, sui fatti di Ceuta, hanno contraddetto il Ministero dell’Interno, in un contesto di palpabile frizione tra i due organismi, nota a chiunque e che dura sin dallo spionaggio con Pegasus contro il governo socialista.

La conseguenza principale di tutto questo? Un relativo spostamento dell’attenzione su Rabat, anziché su Regno Unito, Francia, Stati Uniti e Israele – veri organizzatori della pantomima con la dittatura monarchica che, internamente, ha potuto unificare il sentimento xenofobo fondamentalista contro Algeria e Madrid, approfittando della mendace narrativa mediatica.

L’unica firma di analisi in grado di aver rilevato queste basilari ed elementari contraddizioni – la non continuità delle informazioni presenti nel DarkForum con il canale Telegram immediatamente eliminato, la falsità dei dati e la loro duplicazione, un pessimo copia e incolla – è stata Golden Owl, una società di analisi. Per il resto, la follia ha regnato sovrana, con una moltitudine di video generati dall’intelligenza artificiale a cui la gente ha abboccato, e con periodici noti per diffondere fantasie anziché cronache, affetti da una nevrosi da spie russe, cinesi e iraniane (in buona parte gli stessi che hanno diffuso le filtrazioni fasulle sul mio conto e su Iranekin Bat).

Jabaroot, in sintesi, è stato un pessimo trucco nel trucco mal riuscito, che ha dimostrato la psicolabilità della popolazione e la strumentalizzazione del sentimento popolare, attraverso la diffusione di una serie di documenti contenenti, forse, un virus di natura militare che ha infettato buona parte della Spagna.

Il tutto, in una cornice di minaccia rivolta a Zapatero o a Pedro Sánchez, a cui è seguita la proposta – rilanciata dalla Svezia e co-firmata da Paesi Bassi, Spagna e Polonia – di intensificare la pressione per sbloccare gli asset russi congelati, mentre si susseguono minacce ai cavi sottomarini, allarmi su possibili terremoti e isterie di imminenti attacchi (hacker) russi e cinesi.

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